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r^FIRERZE
r SOVIATORNABUONI
ATTI
DEL
CONGRESSO INTERNAZIONAJ.E
DI
SCIENZE STORICHE
(ROMA, 1-0 APRILE 1903)
Volume IV
Atti della Sezione III: STORIA DELLE LETTERATURE.
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V e [
ROMA / \ ^
TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI "] j
l'BOPBlHTÀ DKL lAV. VISCES/O SALVll'CCl
1904
PARTE PRIMA
VERBALI DELLE SEDUTE
PRIMA SEDUTA
Venerdì 3 aprile 1.903.
Presidenza 'provvisoria del prof. D'Ascosa.
Il 3 aprile 1903, in una sala del Collegio Romano, sede generale delle varie
Sezioni del Congresso internazionale di scienze storiche, si radunano i membri
iscritti alla Sezione III (Storia delle letterature).
Sono presenti buon numero di congressisti, sì d'Italia che dell'estero (').
Sono rappresentate o iscritte al Congresso, e in particolar modo alla Sezione,
VAccademia della Crusca (Firenze), la Società Dantesca Italiana (Firenze), la
Società Bibliografica Italiana (Milano), la Società Filologica Romana (Roma),
e molte altre.
Alle ore 15 il prof. Alessandro D'Ancona, della R. Università di Pisa,
nella sua qualità di membro del Comitato ordinatore, dichiara aperto il Congresso
per la Sezione di Storia delle letterature,
D'Ancona, assumendo la presidenza provvisoria, si dice lieto di inaugurare
1 lavori della Sezione; e rivolge un caldo e nobile saluto a tutti gli intervenuti.
Lamenta la recente perdita dell'illustre Gaston Paris, che sarà commemorato da
Paul Meyer, e si duole che a questo dotto ed eletto convegno manchi, per infer-
mità, chi consacrò tanta parte dell'attività sua anche agli studi storici della let-
teratura, chi per noi, italiani, come poeta e scrittore, è la maggior gloria vivente :
(1) Dall'albo posto all'ingresso della sala durante le varie sedate possiamo raccogliere le segnenti
Arme di congressisti intervenuti ai lavori della Sezione:
Almagìì (signora) A.. Ancel (signora). Barbèra P., Bandi di Vesnie B., Beklemicheff (signora) E,.
Benndorff K., Berlingeri A., Bertoldi A., Biadene L., Bocca G., Bonnard J., Bottlicher G., Bouché-Le-
clercq A., Bovet E., Brizzolara G., Brown H. F., Cann H., Canti G., Casini T., Cesareo G. A., Checchi E..
Gian V., Chiattone D., Croce B., Crocioni G., Da Cunha-Qerson (signora) A., D'Ancona A.. Daridsohn R.,
De Gubematis (contessa) C, Dejob C, Della Giovanna 1., Derenbourg H., De RothschiH (baronessa ) J.,
Ehrlich E., Feuillade P., Flamini F., Foerster W., Gabrielli A., Gallenga-Stuart K., Gilletti A., Gai-
landaF., (inoli conte D., Hallberg E., Harnack 0., Hassert A., Hauvette E., Hirriot E., H!rsch-GereuUi
(»on) A., How W. W., Ive A., Jablonowski W., Jebb .K^ Kurth G.. Librone E., Lindau M., Litio G..
Lnchaire I., Luiso F. P., Macé A., Maddalena E.. Mantovani D., Martluenche E., Masi E., Magioni G.,
Medin A., Mestica G , Meyer P., Monod G., Morfei M., Muret M., Novali Fr. Oehler Q., Ovidi E.. Padula A.,
Papa P., Pélissier L. *ì., Piaget A.. Picot E., Pierantoni-Mancini (signora) Grazia, Romano P., Rossi G.,
Salazar-Sarsfteld L., Sanesi L, Schept-levitch I.., Schueider R., Segré C. Sforma O, Sorbelli k^ Tancre di G
Yianey G.. Vossler C, Wiese B., Wretschko (von^ A., Zamboni F., Zenattl A, Zuccaro L.
Prendono parte, inoltre, ai lavori della 111 Sezione molti altri congressisti iscritti in particolare
modo in altre Sezioni.
Giosuè Cardi'CCI. Propone eli sia inviato un saluto : tutti i presenti applaudono
vivamente e calorosamente, e approvano unanimi la proposta.
D'Ancona invita la Sezione ad eleggersi un jìresidente ]<er questa prima
adunanza: sopra sua proposta, vien chiamato per acclamazione alla presidenza il
prof. Pani Meyer. di Parigi, e sono eletti a ^nce-presidenti i professori Hauvette,
Landau, Bovet. Mazzoni e Novali; a segretari si elep^ono i professori Della Gio-
vanna, Otto Harnack e Lisi'».
Presidenza del lìrof. P. Mi.yr.n.
Il presidente Mever, parlando in francese, commemora con nobili ed elevate
parole Gaston Paris, che fu tra i primi ad iscriversi al Conj^resso, e che molto
probabilmente, se la morte non l'avesse troppo presto rapito agli studi, avrebbe
avuto l'onore e la soddisfazione d'inauijurare i lavori d(jlla iSezione.
L'affettuosa ed efficace commemorazione è accolta con generali applausi.
Vedi: Temi e comunicazioni, n. III).
Il PRESIDENTE dà in seguito la parola al prof. dott. Otto Harnack (Darmstadt).
Harnack legge in tedesco la sua comunicazione Goethe und die Renaissance
(Vedi: Temi e comunicazioni, n. IV) È ascoltata con molto interesse, e, alla
fine, ap])laudita.
Hanno quindi la parola :
Piaget prof. Arturo (Neucbatel), che parla in francese sul poema di Pierre
Chastellain: Le temps recouvré, composto a Roma nel 1451 (Vedi: Temi e
comunicazioni, n. V). (Approvazioni).
ZuccARo prof. Luigi (Alessandria), che discorre delle Colonie provenzali della
Capitanata (Vedi: Temi e comunicazioni, n. VI). (Approvazioni).
P. Meyer, chiesta la i»arola, fa alcune osservazioni, ed esprime l'augurio
che sia rijiresa la questione, per stabilire se quelle colonie siano provenzali o
francesi.
Padula comm. Antonio (Napoli), presenta e distribuisce il suo lavoro Teofilo
BrcffO e la Visione de' Tempi {^); e nvvcttc cha ncWe comunicazioni ch'egli deve
svolgere nella sezione II accennerà brevemente anco alla storia letteraria del Por-
togallo. (Ringraziamenti e approvazioni).
Il PRESIDENTE, ringraziati gli oratori, invita l'assemblea a voler designare
chi debba presiedere la successiva seduta : sopra sua proposta viene eletto il
prof. Charles Dejob, di Parigi: e subito dopo è dichiarata sciolta la seduta alle
..r.' 17r:rt'
(1) Il comm. radula diatribui ai presenli, in questa e In altre Sezioni, alcuni esemplari di tale
ano Ntodio (Appunti di critica e saygio di Iraducione dal portoghese), edito in omajfgio al Congresso
(Napoli. 1902).
SECONDA SEDUTA
Sabato 4 aprile 1903.
Presiden:ia del prof. Dfjoh.
Prosiede il prof. Dejob, che apre la seduta alle 15,15', e fungono da segre-
tari i prof. Lisio e Gallenga-Stuart, quest'ultimo nell'assenza degli altri due
segretari eletti nella precedente adunanza.
Il PRESIDENTE dà subito la parola al
Prof. W. Forster (Bonn), che legge la sua comunicazione: Sull'autenticità
de' codici d'Arborea (Vedi: Temi e comunicazioni, n. VII). Egli conferma la fal-
sità di tali codici, in seguito ad esame fatto da lui stesso, avvalorato con altri
documenti sardi, e in base ad elementi esteriori e interiori non dubbi. Prova, tut-
tavia, che una parte di queste carte ò realmente autentica, ma che è posteriore
al 1438: cosicché rimane per lui indiscutibile la condanna pronunziata dai dotti
berlinesi e dai professori Vitelli e D'Ancona (Vivi applausi).
Casini (Modena), avuta la parola sull'argomento, riferisce d'aver veduto a
Oristano, nella biblioteca di quel Ginnasio, vari grossi volumi dalle cui rilegature
il frate Manca, probabile autore delle falsificazioni, ritagliava le pergamene.
Forster annunzia che questi volumi, con le carte d'Arborea, furono, in se-
guito a lodevole richiesta del Comitato ordinatore, e por gentile concessione del
Ministero della pubblica istruzione, richiamati provvisoriamente dalla Biblioteca
di Cagliari e depositati alla Biblioteca Nazionale di Roma, insieme alle altre carte
possedute dalla famiglia Bandi di Vesme, pure gentilmente concesse: egli invita
i congressisti a una breve conferenza che terrà lunedi, 6 corrente, in una sala
della Biblioteca Nazionale, per dimostrare meglio, valendosi dei codici stessi,
quanto ha ora comunicato alla Sezione (').
11 presidente dà quindi la i)arola al pruf. D'Ancona per svolgere la Rela-
zione da lui preparata insieme al dott. Fumagalli, che è assente, per la proposta
di una Bio-òibliografia italiana (Vedi: Temi e comunicazioni, n. I).
D'Ancona dà lettura della Relazione, la quale termina dimostrando l'oppor-
tunità « che il Congresso faccia voti aflìiichè 1' iini)resa veramente nazionale della
bio-bibliografia italiana sia direttamente assunta dal Governo ".
Terminata la lettura, si apre subito una viva e animata discussione. Ha la
parola dapprima
(1) La conferenza ebbe laogo, infatti, dinanzi a numeroso uditorio il giorno 6 nella B. Biblio-
teca V. E. Il prof. FOKRSTER, in questa occasione. Illustrò più ampiamente e più rainatamente l'argo-
mento della sua Comunicazione, e aggiunse molti nuovi particolari e complemi-nti. che saranno oggetto
di speciali' pubblicazione.
— vili —
Mazzoni prof. Guido (Fironzc). il quale ricorda che il prof. Solerti, in un altro
Conpresso, aveva proposto, d'accordo col dott. Fumagalli, una stampa in schede
e in /opli sciolti. Espone il metodo, da estendersi anche ai minori e ai minimi
scrittori. Quel Conpresso, che sì tenne a Torino, approvò questa forma, ma
l'opera, dopo un primo sappio, non ebbe sepuito per la mancanza di aiuti supe-
riori. Oonsiplia alla Seziono di far voti che il Governo s' incarichi dell'esecuzione
della proposta, affidandola aW Istituto Storico o ai Lincei, che, sotto la loro sor-
veplianza. facciano curare il lavoro da insepnanti delle nostre scuole secondarie
0 da funzionari delle nostre biblioteche. Così l'Italia avrà l'inventario del suo
ricco patrimonio letterario.
Gian prof. Vittori" (Pisa) piudica ottimo il fine, ma vorrebbe escluso tutto
ci'' che sa d'uflìciale, altrimenti non se ne farà mai nulla. Crederebbe oppor-
tuno .'ii formasse una Commissione di persone tecniche, che si ramificlii in tutta
l'Italia; tutti pli enti locali dovrebbero mandare i rispettivi elenchi degli scrit-
tori alla Commissione centrale. I mezzi dovrebbero poi esser dati da un editore
0 da una federazione di case editrici: epli crede tale idea l'unica pratica.
1)'.\ncona non è di questo parere; perchè, in tal caso, chi provvederebbe
alle ingenti spese d'impianto e di compilazione? Perciò si chiede al Ministero
che istituisca un ufficio apposito ed assuma esso l' impresa, che ha carattere na-
zionale.
Barbèra (Firenze) opina che l'opera del dizionario bio-bibliografico sia di
tal mole e di tale difficoltà, da richiedere il concorso di molti cooperatori, e da
non potere essere assunta, nelle attuali condizioni del commercio librario italiano,
da una Casa editrice; e non solo per cosifatte ragioni, ma anche perchè le pro-
babilità di smercio non sono tali da far sperare, anziché un guadagno, neppure
un introito da bilanciare le spese di compilazione e di stampa. Ciò premesso,
plaudendo anche in quest'occasione all'idea del dizionario bio-bibliografico, come
già vi aveva fatto plauso quando fu oggetto di discussioni in recenti riunioni della
Società bibliografica italiana, egli afferma l'opinione che una siffatta iniziativa si
addica alla Società stessa, e che ad essa spetti di attuarla, facendone il compito
principale della sua operosità; ma poiché i mezzi finanziari di cui la nascente
Società può disporre sono assolutamente deficienti, il bilancio nazionale deve for-
nire tali mezzi, trattandosi di opera di pubblica utilità e che non ha cai"attere
commerciale. Coglie frattanto l'occasione i)er presentare quale omaggio alla Sezione
il saggio del Catalogo ragionato delle edizioni Barberiane: (Vedi: Temi e comu-
nicazioni, n. II), parendogli che esso possa dare qualche ajuto al dizionario di
cui oggi si discute.
Casini lamenta e biasima che sempre ci si rivolga al Governo: vorrebbe
invece che il Ministro della pubblica istruzione imponesse alle Società di Storia
Patria la continuazione almeno della bibliografia del Settecento.
D'Ancona riprende la parola per stabilire la differenza tra l'opera proposta da
lui e dal Fumagalli e quelle d'Istituti speciali, delle quali è pur cospicuo esempio il
recentissimo saggio modenese, che fa seguito all'opera del Tiraboschi e dei suoi
continuatori, e si augura che altrettanto facciano gli altri consimili Istituti. Ma
qui si tratta di altra cosa: è necessaria roi)era nazionale, non regionale; è ne-
cessario fondere tutto; al Mazzuchelli, repertorio generale che arriva solo alla letr
tera li, ed è arretrato di un secolo e piìi, e agli altri repertori speciali di regioni,
Provincie o municipi, bisogna che si sostituisca un repertorio nazionale e che tutto
comprenda, unificando il già fatto, correggendolo, e aggiungendovi quanto manca.
Insiste perciò nel senso che si preghi il Ministro di studiare se la proposta D'An-
cona-Fumagalli possa e debba essere attuata.
Gian parla nuovamente sui mezzi per compiere l'impresa: ripete che la Com-
missione centrale dovrebbe diramare circolari, assicurare cinquecento sottoscrittori:
dal Governo egli è convinto che non si possa ottenere nulla di concreto, ove ad
esso si lasciasse il compito di dirigere l'opera; tutt'al più al Governo si potreb-
bero chiedere soccorsi pecuniari e nient'altro.
MoRici (Firenze) ringrazia il prof. Mazzoni per aver accennato a una sua
antica proposta con la quale esprimeva il desiderio che il Ministero della pubblica
istruzione facesse cenno, nell'annuario degli insegnanti delle scuole secondarie,
delle pubblicazioni di questi ultimi. Ciò gli sembrava e gli sembra tuttora un buono
e largo contributo alla bibliografia degli scrittori italiani viventi.
Parlano ancora, in vario senso, il prof. Mazzoni, che riassume le proposte
dei relatori in un ordine del gionio, e il Barbèra; e, infine, ha la parola il
Prof. PicoT (Parigi), che in ottima lingua italiana, sostiene con nobili parole
che tra i progetti sottoposti al presente Congresso di scienze storiche ninno sia
forse più importante di quello della Bio-bibliografia italiana. Aggiunge che
questa intrapresa ha un interesse di primo ordine per tutte le nazioni dell'Europa,
ed il promuoverla dovrebbe essere scopo di tutti gli studiosi. Non crede perù che
sia possibile di discutere adesso, in un'adunanza intemazionale, i particolari della
esecuzio^ie: essa è una cosa proprio italiana. Gli pare che non si debba altro fare
se non votare le proposte degli illustri colleghi signori D'Ancona e Fumagalli.
I membri stranieri del Congresso potrebbero poi lavorare alla progettata Bio-bi-
bliografia, sia formando Comitati per ricevere sottoscrizioni, sia radunando docu-
menti nelle Biblioteche estere.
Chiusa la discussione, la Sezione approva ad unanimità, e tra vivissimi ap-
plausi al relatore prof. D'Ancona, l'ordine del giorno, con qualche lieve modifica-
zione suggerita dal proponente stesso ; esso è il seguente :
« La Sezione III del Congresso Internazionale di Scienze storiche in Roma,
« plaudendo alle proposte fatte dal prof. Alessandro D'Ancona e dal dott. Giu-
« seppe Fumagalli intorno a un Piepertorio bio-biliografico italiano, fa voti a S. E.
« il Ministro dell' istruzione pubblica perchè con ogni possibile aiuto procuri che
«l'opera sia attuata secondo le norme della Relazione letta dal prof. D'Ancona-».
Hallberg (Tolosa) legge in seguito una sua Nota sulla genesi delle quattro
grandi epopee cristiane (Vedi: Temi e comunicazioni, n. Vili), dimostrando come
si sia conservato l'elemento greco-romano, e più particolarmente virgiliano, nella
Divina Commedia, nella Gerusalemme Liberata, nel Paradiso Perduto, e nella
Messiade (Approvazioni).
Il PRESIDENTE da poscia la parola al dott. Leon Schepélevitch, consigliere
di Stato, professore nell'Università imperiale di Kharcoff (Russia).
Schepélevitch riassume, in lingua italiana, una relazione sugli stadi cui
egli attende da tempo intorno al Cervantes e alle sue opere e sulla letteritura
dell'argomento. In particolar modo egli si riferisce ai due volumi di recente da
lui stesso pubblicati (I. La vita del Cervantes; IL // Don Quixote del Cervantes),
che sono l'unica opera edita in Russia sull'argomento.
Le pubblicazioni fatte dallo Schepélevitcli, e gli studi cui egli attende, di-
mostrano che l'architettura interna, la cronologia e il legame intrinseco delle opero
del Cervantes non sono ancora abbastanza noti, mentre la maggior parte de' bio-
grafi del Cervantes si è finora occupata, anche troppo, degli avvenimenti esteriori
della sua vita.
Lo Schepólevitcli. addit;i, conchiudendo, i risultati più importanti de' suoi
studi: il Bojardo e l'Ariosto sono fonti di alcune commedie del Cervantes; l'in-
riusso dcWOrlando Furioso è notevole nella prima parte del Don Quixote, ma
nullo nella seconda parte; le tragedie del Cervantes derivano dai romanzieri po-
polari; il Don Quixote è un romanzo essenzialmente realista; il Cervantes, volendo
demolire l'ascendente allora esercitato dai romanzi cavallcresclii, fece un romanzo
sublime, avente le sue radici nella vita umana ; l' iconografia del Don Quixote
manca di buon gusto e di originalità; lo scrittore russo di genio che più si av-
vicina al Cervantes è il celebre Gogol. Termina facondo una comparazione fra
il Don Quixote del Cervantes e le Anitne morte del fìogol (Vivi applausi e con-
gratulazioni).
Il PRKSIDENTE rileva, dopo ciò, brevemente l'importanza della odierna discus-
sione, e ringrazia gli oratori: e, dopo che è stato designato ed eletto alla presi-
denza per la successiva adunanza il prof. W. Forster, di Bonn, toglie la seduta
alle ore 18.
TERZA SEDUTA
Lunedi 6 aprile 1903.
Presidenza del irrof. W. Foerster.
Presiede il prof. W. Foerster, che apre la seduta alle ore 15 ; fungono da
segretari i professori Lisio e Gallenga.
Il PRESIDENTE dà la parola al
Prof. Paul Mkyer, che parla sulla Di/fusione della lingua francese in Italia
durante Vetà di mezzo (Vedi: Temi e comunicazioni, n. IX).
L'illustre letterato espone per quali cause e per quali vie la lingua francese
si è propagata in Italia, e dimostra in qual tempo essa divenisse quasi di uso
comune, arrecando a conferma numerose ed esaurienti prove (Vivi applausi).
Jablonowski (Varsavia) legge quindi una sua comunicazione sullo Stato
presente della letteratura in Polonia (Vedi: Temi e comunicazioni, n. X), trac-
ciando un quadro della vita intellettuale, storica, artistica e filosofica di quella
nazione ; accenna allo sviluppo che questa ha preso a contatto della civiltà e della
scienza contemporanea, e s'intrattiene sopratutto sull'originalità della letteratura
polacca, non ostante l'influenza che esercitarono sopra di essa le letterature stra-
niere in generale, e l'italiana in particolare (Applausi).
Ha quindi la parola
Croce Benedetto (Napoli) che riferisce intorno a un disegno di Storia della
critica letteraria in Italia (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XI) indicando, anzi-
tutto, quali differenze corrano fra storia vera e propria della critica e quelle del-
l'estetica, dell'erudizione e delle vicende del gusto; e fermandosi poi a discutere
lungamente sul triplice problema che la storia della critica deve, a suo parere,
risolvere (Vivi applausi).
Lisio (Como), avuta la parola, plaude all'erudita ed acuta comunicazione del
Croce, ed è lieto di poter confermare, per suoi studi iniziati, ma ancora non ma-
turi, le conclusioni a cui è giunto il dotto oratore; si permette, tuttavia, di retti-
ficare alcune lievi asserzioni che non gli sembrarono del tutto fondate.
Le rimanenti comunicazioni sono rimandate alla successiva seduta, a presie-
dere la quale è designato il prof. Picot, di Parigi. (Applausi).
Il PRESIDENTE dichiara quindi sciolta la seduta alle ore 17,30'.
— XII —
QUARTA SEDUTA
3Iarte(li 7 aprile 1903.
Presidenza del "prof. E. Picot.
Si apre la seduta alle ore 9, sotto la iiresidenza del prof. Picot, che fa
«mesta cortese dichiarazione : <• Prima di aprire la seduta voglio ringraziare i va-
lenti maestri, colleghi ed amici italiani del grande onore che mi hanno fatto,
chiamandomi alla presidenza della Sezione. Quest'onore lo potevano fare a più
degno, ma a nessuno che più di me amasse l'Italia n. Funge da segretario il
dott. Gallenga, a cui si aggiunge poscia il prof. Lisio.
Lisio, avuta la parola, legge una comunicazione intorno ai suoi studt sul-
l'Ariosto, dando notizie e giudizi sui rifacimenti generali e parziali àoWOrlando
Furioso e su le carte autografe esistenti nella Biblioteca di Ferrara e nell'Am-
brosiana di Milano. Dimostra come si potrebbe ricostruire criticanaente il testo
del Furioso, e s' intrattiene sulle correzioni ai fogli di alcune copie dell'edizione
detìnitiva del 1532; parla quindi del tempo in cui furono composti i primi canti,
tra il 1502 e '3 non tra il 1506 e '7, come si crede, e della ragione politica ed
artistica che mosse il poeta a sostituire al frammento epico sulla storia d'Italia
la prima parte del canto 33° (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XII) (Vivi applausi).
Il prof. Flamini (Padova) riferisce alcune nuove osservazioni intorno alle
imitazioni e ai plagi da poeti italiani nel Canzoniere di Giovanni Antonio
De Baìfenelle Poésies Francaises di Giovatini Passerai, ed espone varie consi-
derazioni generali sull'efiicacia esercitata dalla letteratura cinquecentistica nel
•lifFondere il culto della forma presso le altre nazioni (Wnli ; Tetni e comunica-
zioni, n. XIII) (Vivi applausi).
A tal proposito chiede la parola il
Prof. ViANEV (Montpellier) che cita altre imitazioni del Bai'f, sia dalle Rime
diverse edite dal Giolito, sia dal Pontano, dall'.Vriosto, ecc.
Ukjob legge poscia la sua comunicazione inturno agli esuli italiani in
Francia al tempo di Luigi Filippo, e particolarmente si ferma a discorrere di
Guglielmo Libri e della varia fortuna sua; conchiude augurandosi che gli Italiani
esplorino iiccuratamente gli Archivi di Francia (Vedi: Temi e comunicazioni,
n. XIVj (.\pplausi vivissimi e prolungati).
NovATi prof. Francesco s'intrattiene quindi sopra /t' or/f^ini musicali della
lirica cortigiana della Provenza. Giovandosi di recenti studi sulla storia delle
forme metriche musicali de' secoli IX e X, il Novati mette in evidenza che la
irrande fioritura musirale iniriatasi in S. Gallo, si trasporta, già nel secolo X, in
— XIII —
Aquitania, dove S. Marziale di Limoges diviene per tre secoli focolare di simile
cultura. S. Marziale si trova nel cuore di quella regione, dove alla fine del se-
colo XI vediamo sorgere la lirica occitanica. Per questo, e per l' interesse che i
nobili laici di Germania e di Aquitania dimostravano verso la musica, l'oratore
conchiude che la questione dei rapporti tra la musica ecclesiastica dei secoli X
e XI e la musica trovadorica del secolo XII vuole essere riesaminata da capo con
diligenza (Vivissimi, ripetuti applausi) (').
Il PRESIDENTE dà quindi la parola a
Maddalena prof. Edgardo (Vienna) che parla su Lessing e V Italia, accen-
nando al viaggio da quegli intrapreso nel 1755 in Italia, alle relazioni tra la let-
teratura italiana e le opere del Lessing, e facendo un largo esame del suo teatro
in confronto a quello italiano e straniero (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XV)
(Vivi applausi).
Si annunzia la comunicazione del prof. E. Martinenche (Bordeaux): A propos
dea études comparées des littératures méridionales, che, presente ieri alla seduta,
nella quale essa avrebbe dovuto essere svolta, si scusa di essere stato costretto a
partire oggi improvvisamente da Roma: e si delibera che la comunicazione sia
inserita negli atti della Sezione (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XXIV).
Chiude la seduta il presidente prof. Picot alle ore 12, presentando prima
la raccolta completa del Bulletin italien di Bordeaux con queste parole:
" Ho l'onore di presentare alla Sezione le prime dispense del Bulletin italien,
rivista trimestrale pubblicata dalle Università della Francia meridionale, e stam-
pata a Bordeaux a cura del signor prof. Radet. Il Bulletin è entrato nell'anno
terzo della sua esistenza, e se non può vantarsi d'essere un organo importante,
attesta però il progresso degli studi italiani al di là delle Alpi ?».
Per la successiva seduta è acclamato presidente il prof. Wiese, di Halle.
(1) Il prof. NovATi, come già ne aveva prevenuta la Sezione, volle semplicemente dare notizia
preliminare di studi da lui avviati, ma non compiuti; e perciò la sna comunicazione non si pubblica in
questi Atti.
— XIT —
QUINTA SEDUTA
MeiToledi 8 aprile 1903.
Presidenza del prof. lì. Wìese.
La seduta è aperta alle ore 0,30'; fungono da segretari i professori Lisio
e Gallenqa.
Il PRESIDENTE invita a prendere la parola il prof. Zuccaro, che comunica
una stia nota sopra V. Balaguer, autore de'' Recuerdos de Italia, dimostrando
tutto l'amore di lui all'Italia e le relazioni del poeta catalano con la Provenza
(Vedi: Temi e comunicazioni, n. XVIl Segue il
Prof. Galletti (Cremona) che parla sulla Storia del concetto scientifico
della critica letteraria, ed espone quale sia, a suo parere, la vera fonte del giu-
dizio estetico (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XVII) (Applausi).
Luiso (Lucca) riferisce poi su un commento inedito alla Divina Commedia,
di Jacopo Alighieri, figlio del poeta, e sostiene che quelle note gli furono pro-
babilmente ispirate dallo stesso Dante (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XVIII)
(Applausi).
Tancredi (Cosenza) espone la sua comunicazione Su tre personaggi dei
poemi del Pulci, del Folengo e del Rabelais, volendo dimostrare la derivazione
del Cingar dal Margutte, e del Panurgo dal Cingar (Vedi: Temi e comunicazioni,
n. XIX).
Chiattone (Saluzzo) legge la sua comunicazione: Per V u autobiografia ■"
e per i « Costituti » di Silvio Pellico, e per una recente riabilitazione ; egli
rivela l'esistenza di un'autobiografia conservata in un archivio privato a Saluzzo;
e sulla scorta di questa e dei costituti difende il Pellico e il Maroncelli dall'ac-
cusa di debolezza verso la polizia austriaca e verso il Salvotti (Vedi: Temi e
comunicazioni, n. XX) (Vivi applausi).
hkVDi DI Vesmk (Torino) parla sopra La leggenda di Aleramo, sostenendo
come essa abbia fondamento in fatti storici (Vedi: Temi e comu7iicazioni, u.XW).
Infine, il prof. Mazzoni presenta il sunto d'una comunicazione che avrebbe
dovuto fare il j>rof. V. Crescini (Padova), il quale è assente, intorno ad Alcune
lettere del '.700 in volgare padovano (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XXII).
Prima che si tolga la seduta, il prof. Kla.mini chiede la parola, e, anche a
non. e dei professori Vossler e Hauvette, propone si voti il seguente ordine del
giori.o:
u La Sezione III del Congresso internazionale di scienze storiche, fa voti
u che il prestito dei Codici tra Stato e Stato, che ora si fa pel tramite dei Mi-
« nisteri della pubblica istruzione e degli affari esteri, sia fatto direttamente tra
« le Biblioteche ».
Esso è approvato all'unanimità (').
Il PRESIDENTE propone, e l'assemblea approva, come presidente per la pros-
sima seduta, il prof. (j. Mazzoni ; ma questi, ringraziando, si scusa di non poter
accettare: propone invece, che si designi il prof. A. D'Ancona. Così si stabilisce
per acclamazione; e si leva dopo ciò la seduta alle ore 11,30'.
(1) Tale ordine del giorno fu parimenti proposto e votato in altre Sezioni del Congresso.
— XVI —
SESTA SEDUTA
Giovedì y aprile 190a.
Presidenza del prof. IImuwh, Di.nEsiuvm..
Si apre la seiliita alle ore 9; e, sopra proposta del prol'. D'Ancona, f,'ià de-
signato quale Presidente il giorno innanzi, ma che dichiara, pure ringraziando, di
non potere accettare, è chiamato a presiedere il prof. Haktwig Derenbourg (Pa-
rigi), che pronunzia, ascoltato da tutti con deferente simpatia, il seguente discorso:
" Avant de donner la parole à M. le professeur Giuseppe Lisio, votre pré-
sident, non pas seulement du dernier jour, mais de la dernicre houre, vous domande
la permission de vous adresser ses remercìments pour le grand honneur que vous
lui avez fait en l'appelunt à diriger à peine « l'espace d'un matin n vos savantes
didcussions. Dans votre dernière séance, vous n'aviez pas nommé, vous aviez ac-
ciaine nion éminent ami, M. le professeur Alessandro D'Ancona de Pise, pour oc-
cuper aujourd'hui ce fauteuil. Je vois à mes còtés une autre gioire littéraire de
l'Italie actuelle, M. le professeur Guido Mazzoni de Florence, qui eùt été plus
designò- que moi par sa compétence et son autorità pour conduire vos débats. Cesi
à votre courtoisie, toute italienne, envers vos hòtes, trop passagers à leur gre,
que j'attribue la faveur de votre choix et je vous en exprime ma vivo gratitude.
u Une considération qui, dans cette section, vous a guidés particulièrement à
lui donner, de propos delibera, méme par des indices extérieurs, un caractère ré-
Bolument international, c'est revolution de la critique qui ne se laissc plus arrèter
par les frontières d'un pays, ni d'une langue, mais qui devient de plus en plus
comparative, psychologique, synthétique. Ce n'est pas l'uniformité, c'est l'unite de
l'homme pensant qu'elle recherche dans ses manifestations variées, c'est l'influence
des esprits les uns sur les autres qu'elle surprend avec une perspicacité toujours
en éveil, ce sont les sillons approfondis, creusc-s par les roues ótrangòres, dont
elle découvre les traces dans les champs cultivés par chaque peuple. Que nous
importeraient les langues en elles-mémes, sinon comme des phónomènes linguistiques,
si elles n'avaient pas été, si elles n'étaient pas des instrumcnts maniés avec art
par les penseurs et les écrivains pour la noble propagande des idées et de leur
expression ideale? Il y a eu des embryous de tentatives au WIII*^ et dans le pre-
mière moitii} du XIX'- sièclc pour rcchercher la diflTusidn au dehors de ce qui
paraissait l'apanage exclusif et fermò de chaque groupe isoK-, mais un signe des
teuips c'est que l'histoire de chaque littérature ne peut plus se comprendre que
camme un chapitrc, artificiellement détaché de l'ensemble, débordant sur les autres
par des rajtprochements, par des dissemblances et par des actions réflexes, dont
— XVII —
la constatation constitue un progrès marque sur les ancìennes statistiques, volon-
taireraent bornées et étroites, de nos prédecesseurs immédiats.
u Mais ce ne sont pas seuleraent les littératures occidentales dont l'eipansion
a entraìné des contacts, des efFets réciproques et des répercussions anx chocs
bienfaisants.
u La coiitinuité des échanges commerciaux entre les populations maritimes
depuis la plus haute antiquité et le mouvement des croisades au XII« siècle de
notre ère ont eu pour résnltat que, si la lumière n'est pas venue de l'Orient,
l'histoire littéraire de l'Europe ne peat se dèsintéresser des apports qa'elle a reyua
de l'Inde et da monde musulman. Les migrations des fables, des contes et des
légendes, leurs parcours capricieux, leur apparition subite à fleur de terre sans
qu'on ait pu suivre de l'oeil leurs méandres, voilà des problèmes que n'a pas dé-
daignés la curiosité geniale d'uu Gaston Paris. C'est sur le nom de ce grand maitre,
de cet ami de l'Italie, de ce patron, aussi cher que regretté, qui m'avait fait la
gràce de ra'admettre parrai ses clients, que je termine cette allocution »» (Grandi e
ripetati applausi).
Funge da segretario il prof. Gallenga. — Si dà subito la parola al
Prof. Lisio, che legge ana nota in cui dimostra la necessità di integrare la
storia delle letterature con l'analisi del periodo, elemento precipuo della bellezza
formale. Comprova l'utilità di tale stadio con i risultati storici che egli trae dal-
l'analisi del periodo negli scrittori delle origini, in Dante, nel Machiavelli, e negli
scrittori moderni, dal Parini al Carducci (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XXIIl)
(Vivi applausi).
Non essendo presenti gli autori delle poche altre comunicazioni che sareb-
bero ancora all'ordine del giorno, e fatta qualche riserva per la loro inserzione
negli Atti, il presidente Derenboirg riprende la parola, e chiude la seduta cun
questo discorso, non meno applaudito del precedente, col quale presenta alla Se-
zione alcuni suoi libri, come contributo alla storia delle letterature comparate:
u En assistant à l'autopsie de la période oratoire, telle que l'a pratiquée
M. le professeur Lisio avec un sens esthétique si prononcé, je ne pouvais m'erapé-
cher de me rappeler la phrase sémitique hachée, menue, sans incises ni conjonc-
tions, dont les propositions sont parallèles, juxtaposées, nuUement subordonnées,
incapables de faire figure dans une période, et je me demandais s'il n'y avait pas
là une indication précieuse pour l'observateur.
« Mon intention, avant de lever la séance. était d'offrir silencieusement au
Congrès quelques-uns de mes travaux et d'exprimer seulement mon regret de ne
pouvoir, faute d'exemplaires, y comprendre les trois articles que. l'an dernier, j'ai
consacrés à votre illustre historien, arabisant et patriota, Michele Amari {Journal
des Savants de 1902, p. 209-222; 486-498; G08-C22). Si Allah le veut. j'esjHjre
reprendre un jour et terminer cette publication interrompue par des circonstances
indépendantes de ma volonté.
a Puisque personne ne demande la parole, je risqae un commontaire expli-
catif des truis opuscules que j'ai déposés sur le bureau. IIs rejiréseiitent en petit
les trois grands ópoques: l'histoire ancienne, l'histoire du moyen àge. l'histoire
moderne. A la première se rapportent mes Nouveaux tex'tes y^me'nitt's inédits
(Paris, 1902, avec 2 pi.). Des cinq textes qu'ils renferinent. le premier et le
cinquième sont sabèens. Ics trois autres enrichissent l'ipigraphie. pauvre jusqu'alors,
de Katabùn. L'inscription royale de Saba' (I) n'a pas moins de 20 lignes, peut ì'tre
considérée commo du III""-' siòcle de notre ère environ et contient à la fin tout un
panthéon do dieux, de déesses, que termine une couple inasculine inséparable,
'Athtar et Sakar, dea ^'óineaux analogues aux Dioscures. Le monument 11 est la
dédicace reconnaissante d'un roi-prètre à ses dieux, avec invocation à ses déesses
et à ses ancótros diviiiisés.
u Je transcris le titre étendu de nion deuxiòme liommage: Souvoiirs histo-
riques et récits de chasse par un émir syrien du douzihne si?cle. Autobiographie
d'Outnma Ibn Mounkidh intitulée: L' instruction par les exemples. Traduction
francaise d'après le texte arabe par H. D. (Paris, 1895). Ce texte arabe, je l'ai
publié en 1886 d'après le mainiscrit unique que j'avais découvert à l'Escurial
en 1880 et je l'ai mis à la base do ma Vie d'Ousdma, (Paris, 1889-1893). La
traduction intégrale n'est veime qu'ensuite. Vous m'autoriserez, je l'espère, à vous
en lire le passage suivant (p. 187-188), vous comprendrez aisément pour quel
motif. Cela se passait vers 1140 de notre óre. « Je m'étais rendu, dit l'émir
Oasàma, avec l'émir Mou'ìn ad-Din [Anar] (qu'Alh'ih l'ait en pitie !) à Acre ('Akkà),
auprì's du rei des Francs, Foulques fils de Foulques. Nous vìmes un (Jénois, ré-
ccmment arrivò du pays des Francs, qui avait avec lui un faucon de grande taille,
ayant mué dans la maison, faisant la chasse aux grues, et une petite chienne.
Lorsqu'il làchait le faucon sur les grues, la chienne courait au dessous; puis, le
faucon avait-il saisi la grue et l'avait-il posée à terre, la chienne le mordait, sans
lui laisser la possibilità de s'échapper. Le Génois nous dit : " Chez nous, le faucon,
pour chasser la grue, doit avoir sur la queue treize i)lumes «. Nous fimes le compte
des plumes sur la queue de ce faucon. Il y en avait treize. L'émir ^lou'in ad-D!n
(qu'AUàh l'ait en pitie!) demanda ce faucon au roi. Celui-ci le prit, ainsi qae la
chienne, au Génois qui les possédait pour en faire présent à Mou'ìn ad-Dln. Ce
faucon, sur le chemin, sautait sur les gazelles comme sur une pmie. Une fois
arrivé à Damas, il n'y vécut pas longtemps, n'y prit point part aux chasses et
y mourut bientòt n. Les spécialistes italiens encadreront sans doute cet extrait dans
des témoignages locaux concordants.
«Cesi un contemporain que Maximin Deloche, mort le 12 février 1900, et
le hasard des ólections, qui a fait de moi son successeur à l'Académie des inscrip-
tions et belles-lettres, a fait de moi par le méme vote son biographe. J'ai été
ainsi amene à écrire et à vous soumettre une Notire sur la vie et les travaux
de ce savant, à la fois musicien, administratuur, historien, géograjìhe, numismate,
glyptologue, sigillographe, épigraphiste. Il vous interesserà d'apprendre que, dès 1860,
Deloche, dans son Principe des nationalités, 6'est déclaré un ap-'-tre enthousiaste
de l'unite italienne, à l'epoque où les idées de fédération prévalaient mfime chez
nombre d' Italiens et des meillcurs. J'ai eu beaucoup de plaisir et de profit à
m'échapper de mes recherches habituelles d'orientaliste pour examiuer et pour
décrire cette figure originale d'autodidacte passionné pour la géographie du Li-
mousin, pour l'ótude des monnaies et des anneaux tant earlovingiens que mérovin-
giens. Sa vaste érudition acceptait sans défiance les débutants et les nouveautés
et ne se montraitsccptique qu'à l'égard des orientalistes et de l'orientalisme. J'ai
mis, dans ma Notice, une certaine cuquetterie à ne pas iiniter à rebours ce pré-
jagé incurable n. (Grandi e calorosi applausi salutano la fine dell'eloquente di-
acorso).
Il iMiESiDENTE. dopo ci<'), ringraziati tutti coloro che hanno eflicacemente
partecipato o contribuito all'opera della Sezione, dichiara chiusi i lavori della Se-
— XIX —
zione di Storia delle letterature del Congresso intemazionale di scienze storiche,
e alle ore 11 toglie la seduta (■).
(1) Delle Relazioni e Comunicazioni contenute nel presente volume, col consenso della Presidenza
del Congresso, furono editi : il n. I e relativa Appendice nella divista delle Bibliotoche e deoU Archivi,
voi. XIV, anno XIV, n. 5; il n. X (tradotto) e XVIII nella Rivista d'Italia, fase, marzo-aprile 1903; il
n. XI negli Atti dell'Accademia Pontaniana di Napoli, tomo XXXI II. Il testo qui pubblicato venne dai
rispettivi Autori qua e là lievemente ritoccato; e furono aggiunte alcune note.
Ha qualche attinenza coi lavori della -Sezione III la comunicazione che il prof. V. Waille (Algeri)
lesse nella Sezione IV (Storia dell'arte) col titolo: Xote sur les Voyafjes de Rabelais à Rome, che sari
inserita nel volume VII degli Atti del Conyresso.
PARTE SECONDA
TEMA DI DISCUSSIONE
COMUNICAZIONI
Seziono 111, — ,sv ->-•.., .{^Hg Lfttei;itHrt.
T.
TEMA.
PROPOSTA DI UNA BIO-BIBLIOGRAFIA ITALIANA.
Jtelazione di Alessandro D'Ancona e Giuseppe Fumagalli.
Chiamati a riferire sul tema: Proposta di ima Bio-bibliografia degli
scrittori italiani, vi sottoponiamo queste considerazioni. Che agli stu-
diosi in generale di qualunque disciplina sia, sopra ogni altro, pre-
zioso un repertorio, il quale dia sicure e sufficienti notizie biografiche
e bibliografiche sugli autori che scrissero su qualunque argomento,
è ovvio : come è ovvio che di froute alle enormi difficoltà di istituire
dei repertorj universali, si sia sentita la convenienza che questi re-
pertorj siano fatti con criterio nazionale, vale a dire che ogni nazione
pensi a compilare i repertori della propria letteratura. Al bisogno di
questi repertorj bio-bibliogratìci degli scrittori nazionali si è nei diversi
paesi provveduto o tentato di provvedere con espedienti diversi.
Il tipo più antico e più semplice è quello di compilazioni prin-
cipalmente biografiche, fatte in sussidio diretto della Storia letteraria
e quindi con designazione speciale degli autori più noti. Abbiamo
perciò le grandi storie letterarie del genere ^q\Y Histoire littéraire
de la France ('), cominciata dai Benedettini della Congregazione di
S. Mauro, continuata dall'Accademia parigina delle Iscrizioni e Belle
Lettere, e di cui la pubblicazione non è ancora compiuta ; e citiamo
soltanto questa, perchè, pure avendo un fine essenzialmente letterario,
racchiude abbondanti e precisi ragguagli bibliografici, e perchè è ve-
ramente opera nazionale; omettendo intenzionalmente di parlare delle
innumerevoli storie letterarie di compilazione personale e privata. Ac-
canto a queste grandi storie letterarie disposte in ordine sistematico.
(') Histoire littéraire de la France. l'aris. 17:vM808, voi. ;V2. In corso tìi
pubblicazione.
- 4 —
stanno i Dizionarj alfabetici generali degli scrittori, come il nostro
Mazzuchelli ('), pur troppo appena iniziato e nondimeno così prezioso,
il Qut'rard, che nello notissime opere La Fraace leltéraìre e La Lit-
téralure francaiae contemporaine (quesf ultima solo cominciata da
Ini, continuata e compiuta da altri) (-), registra con diligenza gran-
dissima gli autori francesi dal 17<>o al 1849.
Vi sono poi le compilazioni prevalentemente o soltanto biblio-
grafiche, il cui carattere sta non solo nella scarsità o mancanza asso-
luta di informazioni bio;,'raficlie sugli autori citati, ma nell'accogliere
tutte le informazioni bibliografiche venute a notizia del compilatore,
senza cernita alcuna di importanza. Poiché uno dei criterj seguiti finora
più generalmente in bibliografia (ne staremo qui a discutere se bene
0 male) era che il bibliografo dovesse raccogliere diligente notizia di
tutti i libri, buoni o cattivi, che rientravano nel quadro dell'opera da
lui vagheggiata, senza escluderne alcuno per misero che fosse. E
un'altra differenza di non poco momento fra le opere dei due tipi, è
questa: le prime sono composte in servizio specialmente della storia
letteraria, e quindi s'indugiano con preferenza a parlare dei letterati:
le seconde raccolgono indifferentemente tutti gli scrittori in qualunque
ramo della coltura si siano esercitati. E di queste compilazioni biblii»-
giafiche si hanno pure tipi diversi, ma due principalissimi, e in primo
luogo i Repertorj bibliografici generali, di cui è splendido esempio la
Bibliogra/ihie gcnórale des Paf/s-Bas (■^), pubblicata a Gand dal 188<>
in avanti per iniziativa e sotto la direzione di Ferdinando Van der
Haeghen. bibliotecario capo di quella bibliotheca universitaria, opera
lodatissima e sulla quale dovremo tornare più avanti. Ma anche altre
nazioni po>:sono vantare opere simili, per quanto inferiori per coraple-
(>) Mazzuchelli <>. U.. Gli scrittori d'Italia, rioP notizie storiche e cri-
tiche intorno alle vite e agli scritti dei letterati italiani. Brescia, 175.3-1763.
V'il. 2, in 6 parti.
(«) QiJERA.Ro .1. M., La France littéraire ou Dictionnaire bibliographique
des savants, historxens et gens de lettres de la France, aitisi que des Uttérateur.',
Hrangers qui ont écrit en Franca is, plus particuli^rement pendant les XVI li'
et XIX' sifclrs. Paris, 1827-39, voi. 10 et 2 de suppl.-nient, 18.')4-64.
La Litti'ratitre Francaise contemporaine (1827-1819). Continuation de In
France littéraire. Ouvrage achevé par Ch. Lfiuaiulre. V. Bour(|ueIot et A. Maurv
l'uris, 1842-57, voi. 6.
(3) liibliotheca /{rigira. lìihliographie generale des Pays-Bas, publióo j'ar
le bibliotlnicaire en olief et les conscrvatoiirs de la biblintlièquo de l'Universit-
de «J.ind. K completa la jirima serie in 27 volumetti: tìaiid-La Haye, 1880-1890.
In corHo di pubblicazione la seconda.
- 5 -
tezza, per esattezza bibliografica e per novità di metodo, all'opera dei
bibliotecarj di Grand; cosi il Belgio stesso lia la sua liibliographie
nationale ('), che offre l'indice degli scrittori belgi dalla creazione del
nuovo regno (1830) sino al 1880, e il catalogo delle loro pubblica-
zioni ; la Danimarca ha la splendida Bibliolheca Daaica del Bruun (-),
che prende le mosse dal 1482; l'Ungheria la bibliografia generale della
letteratura ungherese, dal 1441 al 1876, raccolta da K. M. Kertbeny (3),
e via discorrendo ('). Abbiamo in secondo luogo i Repertorj ad uso del
{}) Bibliographie Nationale. Dictionnaire des écrivains belgea et catalogne
de leurs publications. Bruxelles, 1882-96. voi. 3.
(2) Bruun Ch. V., BibUotheca Daaica: systematisk Fortegnehe over den
Danske Literatur fra 1482 til 1830. KjObenhavn, 1876-96, voi. 3.
(2) Kertbeny K. M., A Magyar nemzetì és nemzetkózi irodalom Konyveszete.
Budapest, 1880. Il solo primo volume (1454-1600). È anche da consultarsi util-
mente la bibliografìa dei libri pubblicati in Ungheria sino al 1711 di K. Szabó,
Règi Mdgyar-Konyvtar. Budapest, 1884-85, voi. 2.
{'') Senza pretendere di dare in queste note una completa bibliografìa dei
repertorj bio-bibliografici nazionali, nondimeno facciamo seguire qui appress<i una
breve scelta dei più importanti e più utili, non ricordati in precedenza, compren-
dendovene per comodità anche qualcuno di carattere puramente bibliografico:
Armenia: Zarpanalian R. P. C, Bibliografia Armena (1565-1883). Ve-
nezia, 1883.
Boemia: Hanus I. J., Quellenkunde und Bibliographie der bòhmisch-slo-
venischen Literaturgeschichte vom Jahre 1348-1868. Prag, 1868.
Chile: FiGUEROA P. P., Galeria de escritores chilenos. Santiago, 1885.
Croazia: Kuruljkvic Iv., Bibliografija Jugoslavenska. I. Bibliografija
hrvatska. Zagreb, 1860-63, voi. 2.
Grecia: Sathas K. N., NeoeXkT]ytxij 4>i'/.o'/.oyia ; BtoyQaqiiKi riòy éy Toìg
yQicfifÀuat ótaXautpciyrioy 'EXXrjyiay (1453-1821). Atene, 1868.
Norvegia: Halvorsen J. B., Xorsk Forfatter-Lexikon (1814-1880). Chri-
stiania, 1886-96, voi. 4. — Botten-Hansen P., La iVorvège littéraire : catalogue
syslématique et rai&onné de tous les ouvrages de quelque valeur imprim>'s en
Norvège ou composés par des auteurs noroégiens au A'/.V*" siede. Christiania, 1868.
Olanda: Abkonde (Van) J., Naamregister van de bekendste Nederduitsche
boeken (1600-1761): nu overzien en tot het jaar 1787 vermeerderd door R. Ar-
renberg. Rotterdam, 1788. — Vi sono poi degli ottimi cataloghi bibliografici,
compilati da J. de Jong, da C. L. Brinkman e poi da R. van der Meulen, che
abbracciano la produzione libraria olandese senza interruzione dal 1790 ai giorni
nostri.
Polonia: Jocher A., Obraz bibliograficzno-historycsny litcratury i nauk
w PoUce. Wilno, 1840-1857, voi. 3.
Portogallo: Da Silva I. A., Diccionario bibliografico portuguez. Lisboa,
1852-65, voi. 7. Con supplemento, 1867-93, voi. 9.
Russia: SoiMKov \'., Opyt rossiiskoì bibliografii. Pietroburgo. 18l;i-lS21,
voi. 5.
comraeicio librario, compilati {reueraliuento cou minori pretese, e da
fonti iusiitìicienti. e che abbracciano assai spesso un periodo limitato
di tempo. Non è ignoto che in questo campo la letteratura tedesca è
largamente provveduta, e l'abbondanza, che a noi può parere eccessiva,
ili simili slrumeiiti di lavoro, è perfettamente spiegata dall'antica
meravigliosa organizzazione del commercio librario in Germania. I
grandi cataloghi dell'Heinsius ('). che comprende tutta la produzione
bibliografica tedesca dal 1700 ai giorni nostri, del Kayser (-), che
muove dal 1750, dellHinridis (dal 1851 in avanti), sono invidiati a
ragione da altre nazioni, assai meno fornite, come la Francia, la quale
Russia: Mejov V.. Sislematitcheskiì katalog russkikh knig ( 1825-1 8G9). Pie-
tr"l»iiri:(i. 1869. C<iii supplementi annuali sino al 1878.
Serbia: Novakovic S.. Srpska bibUjoijrufìja, za noviju Knijzevnost (1741-
18ȓ7). lUognidii, ISGO.
Spagna: ultre i catalofjhi puramente bibliografici del «ìallardo e dell'Hi-
dalgo (citato più avanti), si consulteranno sempre utilmente, benché vecchie, le
due opere seguenti: Antonio N., Bibliotheca Ilispana vetus sire Ilispani seri-
ptores (juì od annum lòOO fìoruerunt. Matriti, 1788, voi. 2.
Jiiòìiothera Ilispana nova sive Ilispanorum scriptorum (/ui ab anno lòOO
ad ir,H1 /loruen' notitia. Matriti, 1783 1788, voi. 2.
Svezia: Klemming <t.. Anderson A., Sveriges Bibliografi (1481-1600).
Stockholm, 1889-1896. voi. 2..
LinnstrOm H., Svenskt Boklexicon {IS80-\SG5). Stockholm. 1867-1884, voi. 2.
Continuato .dallo Svensk Bok-Katalog sino al 1885.
Non possiamo passare sotto silenzio due opere, simili di genere alla Ilistoire
litlérairc de la France. meno note di essa perchè si riferiscono a letterature
minori, ma fors'anche più preziose per la ricchezza e la sicurezza delle informa-
zioni bibliogr.ifiche, e sono:
Sakarik C, Oeschichte der sùdslawischen Litteratur. Prag, 1865, voi. 3.
.liNr.MA.vN J., //istorie literatury ceské. Praze, 1840.
Invece tralasciamo di necessità la infinita i»roduzione delle bibliografie e
storie letterarie di scrittori regionali, fra le quali vi sono opere veramente clas-
siche e preziose come quelle (per non parlare che di esempj italiani) dell'Argelati
per gli scrittori milanesi, del Ginanni per i ravennati, del liarotti pei ferraresi,
del Tiraboschi e suoi continuatori per i modenesi, del Fantuzzi per i bolognesi.
deliWff'i e l'ezzana per i parmigiani, del Vermiglioli per i perugini, del Minieri-
l'iccio per i napoletani, del Narbone pei siciliani, ecc., ecc.
(') Heinsius W., Allgemeines Biicher-Lexikon oder ooUstàndiges alphabe-
tisches Verscichniss der von 1700 bis su l'Jnde 1810 erschienùnen Bùcher...
Leipzig, 1812-1813, voi. 4. Continuato sino ai giorni nostri in volumi quinquen-
nali per cura della casa F. A. Brockliaus di Lipsia.
(*) Kaysek C. C, Index locuplctissimus librorum. Leipzig, 1833-1835, voi. !'.
Abbraccia la letteratura tedesca dal 1750 al 1832: continuato sino ai giorni nostri
fon supplriiicnti periodici.
non può vantare se non il catalogo del Lorenz, continuato dal Jordell ('),
che in più serie alfabetiche registra la produzione libraria francese
dal 1840 in poi; dall'Inghilterra, la cui letteratura è elencata dopo il
1835 nei volumi del Sampsoii Low (-); dairAmerica del Nord ('0, e da
altre nazioni anche più povere in sussidj bibliografici ad uso del com-
mercio librario, fra le quali va pur troppo compresa la nostra Italia,
che soltanto in questi ultimi anni, per iniziativa della benemerita Asso-
ciazione dei tipografi e dei librai italiani, ha potuto arricchirsi di un
indice della produzione libraria della seconda metà del secolo, compi-
lato con lodevole diligenza dal bibliotecario Pagliaini {*).
Non si citano che per memoria i cataloghi generali di libri scelti
0 rari, come l'Haym {■') e il Pontanini-Zeno {^') per la bibliografia ita-
liana, il Lowndes (") per l'inglese, l'Hidalgo (8) per la spagnuola, ecc.,
i quali non possono che imperfettamente, e solo in determinati casi,
tener luogo di un vero repertorio bibliografico nazionale. Invece me-
ritano di essere rammentati i cataloghi di certe grandissime biblio-
teche, le quali rappresentano, per così dire, il tesoro letterario di una
nazione, e che però sostituiscono fino a un certo punto i grandi re-
pertorj bibliografici nazionali. Il gigantesco catalogo degli stampati del
Museo Britannico ("). di cui la stampa non è ancor compiuta, benché
cominciata nel 1881, sarà senza dubbio il più ricco repertorio biblio-
{}) Lorenz Otto, Cataloffue general de In librairie franfaise pendant 2ò ans
(1840-1865). Paris, 1867-1871, voi, 4. Continuato sino al 1885 in 4 voi. (oltre le
tavole per materie); poi da D. Jordell in repertorj quinquennali o decennali.
(2) The Enqlish Catalogne of books, London, Sampson Low. Il volume che
comprende la letteratura degli anni 1835-1863, comparve nel 1864: continua
con volumi ordinariamente decennali.
(3) The American Catalogne, founded by F. Leypoldt, compiled under the
editorial direction of R. R. Boirker, by A. L Appleton and others. New-York.
1880 e segg. Il primo volume contiene l'indice dei libri americani in commercio
al 1° luglio 1876: continua per supplementi quinquennali.
(■*) Pagi-iaini Attilio, Catalogo generale della libreria italiana dalVanno
1847 al tutto il 18'J9. ^Milano, 1891 e segg. In corso di stampa.
(s) Hay.\i N. F., Biblioteca italiana o sia notizia de' libri rari italiani.
Milano, 1771-73, voi. 2. È la migliore edizione.
(*) FoNTANiNi G., Della eloquenza italiana libri tre, con le annotazioni di
Apostolo Zeno, accresciuta di nuove aggiunte, l'arma, 1803-t. voi. 2.
C) Lowndes W. T., The lìibliographefs Manunl of Engltsh L Cerature.
London, 1857-64.
(S) HiDALfio D.. Diccionario general de Bibliografia espatìola. Madrid.
1862-1881, voi. 7.
{^) General Catalogue of the Hntish Museum Library. LonJli>n, ISSI segsr.
— 8 —
grafico del moDdo; e lo studioso che può consultarlo (pur troppo in
Italia non ce n'è nemmeno un esemplare), sa di trovarvi non soltanto
la maggior parte dei libri importanti pubblicati in tutti i paesi su
qualunque soggetto, ma principalmente l'indice più vasto della lette-
ratura inglese che sia mai stato fatto. Perciò con l'intendimento di
giovare più direttamente agli studiosi della letteratura nazionale, l'am-
ministrazione del Museo l^ritannico ha pubblicato separatamente il ca-
talogo delle opere stampate nel Regno Unito lino al 1()40 (').
Ed ugualmente il miglior repertorio per la letteratura francese
sarà il catalogo generale della Biblioteca Nazionale di Parigi, la più
ricca biblioteca del mondo, di cui è appena cominciata la stampa, da
anni preparata con amorosi studj(-): esso si comporrà di 80 volumi
di S(M) pagine ciascuno (circa 82,000 notizie bibliogratiche per ogni
volume); e il più vasto e pressoché completo indice della letteratura
tedesca consisterà in quel catalogo collettivo delle biblioteche prus-
siane, alla cui preparazione attendeva con diligentissima cura il valente
bililiotecario Dziatzko, pur troppo rapito agli studj nel gennaio di
quest'anno. Per queste considerazioni, anche in Italia si è più volte
suggerito che alla compilazione di un repertorio bibliogratìco generale
degli scrittori dovesse precedere la pubblicazione del catalogo generale
delle biblioteche italiane. Lo proponeva tìn dal 1882 Enrico Narducci.
dandone pure in luce un breve saggio, limitato alla sillaba AB('*):
e anche ultimamente, nel primo cojivegno a Milano dei bibliograti e
bibliotecari italiani, trattando della opportunità di dar mano a una
grande bibliogratìa nazionale, nell'antica proposta del bibliotecario ro-
mano insisteva Gennaro Buonanno ( '). Non staremo a discutere se ve-
ramente sia necessario ed opportuno che all'opera di una bibliogratìa
nazionale debba precedere, come preparazione ed inizio, un altro lavoro
non meno ponderoso, la stampa del catalogo generale delle biblioteche
italiane, poiché una sola considerazione atTatto pratica ci obbliga ;i
(') Catalogne of books in the British Muscum printcd in Entjland, Scotland
and Ireland, and of books in Entjlish jn-inted abroad to the year Utili.
London, 1884.
(») Catalogne general des tivres im//nm':s ,ie la liìblioth?qne Nationalc. Au-
tcura. l"»" voi. Paris, 1897.
(3) Nardu<ci e., DeWuxu <: della utilità di un catalogo generale delle bi-
blioteche d'Jtalta. Relazione e propost», aeguita dalla prima sillaba dello stesso
catalogo. Roma, 1882.
{*) Atti della prima Riunione Bihliografira. Milano, 23-25 settembre 1897,
].. 77.
— r» —
mettere senz'altro in disparte la proposta. Un lavoro simile non po-
trebbe essere per evidenti ragioni che lavoro di Stato; e dall'erario
italiano, per ora e pur troppo ancora per molti anni, temiamo che sia
difficile di ottenere i milioni che occorrerebbero alla compilazione e
alla stampa di questo nuovo catalogo.
Ma, occorre di ricordare che la letteratura italiana, che pure tante
altre supera per ricchezza, è disgraziatamente una delle più scarse in
sussidi bibliograftci ? Perciò forse più vivo ed urgente che altrove è
per noi il bisogno di un grande repertorio nazionale; e se dovremo
averlo fra gli ultimi, ci sarà di qualche conforto il pensare che potremo
profittare dell'esperienza fatta presso le altre nazioni, e farlo, se e pos-
sibile, meglio che le altre. Se c'è scusa possibile per chi arriva tardi,
è di superare coloro che furono più solleciti. Quindi il grande reper-
torio che vagheggiamo per il paese nostro, deve per completezza di
notizie, per correttezza di metodo, e anche per la novità e praticità
della materiale disposizione, raccogliere quanto di meglio si è fatto
altrove ; e, per prima cosa, non può essere né solamente biogratico
né solamente bibliografico, ma riunire con sobrio accordo i dati più
importanti dell'una e dell'altra disciplina.
Nel Congresso storico tenuto a Genova nel 1892 fu fatta formale
proposta che l'opera del Mazzuchelli, rimasta interrotta sul principio,
fosse ripresa e condotta a termine per cura delle numerose Deputazioni
di storia patria e Società storiche regionali italiane. La proposta fu
approvata nonostante che presentasse il difetto grandissimo di togliere
ogni unità, anche materiale, al lavoro qual'era suggerito ('); e fu con-
venuto che tutte le Deputazioni e Società vi cooperassero ciascuna per
la sua regione ; ma pur troppo non se ne vide per allora in pubblico
nessun frutto. Nel settembre 1897, adunandosi in Milano per la prima
volta i cultori italiani degli studj bibliografici sotto gli auspicj della
Società Bibliografica Italiana, novellamente sorta, il prof. Angelo So-
lerti, facendo sua la proposta, già pubblicamente esposta da uno di
noi, il Fumagalli, nel 189(3, in un articolo della Rivista delle Biblio-
(') Atti del quinto Congresso storico italiano (Genova, xix-xxvii settembre
MDCCCXCii). Genova. 1893. A p. 110, la relazione del sig. Giovanni Sforza (pro-
ponente) sul tema III: u bell'utilità di dir mano a una biografia degli scrittori
" italiani, compilata por regioni con uniformità di metodo, e da stamparsi in uno
« stesso formato dalle singole Deputazioni e Società storiche, tenendo prosente
« l'opera del Mazzuchelli con le modificazioni richieste dai progressi ilella critica ";
a p. 130, la relazione del bar. Ant. Manno, che riferì sul teina a nome della
Commissione incaricata di esaminarlo, e la discussione.
- 10 -
teche e defili Archivi {^), presentava una relazione intorno a un Dizio-
nario bio-bibliogratico degli scrittori d'Italia, dalle origini al 1900, che
avrebbe dovuto pubblicarsi a cura della Societii stessa (-). Il Solerti,
come già il Fumagalli, suggeriva che ad imitazione di quel che si era
venuto tentando con felice successo dalla liihliographie des Pai/s-Bas,
il Dizionario fosse stampato in schede o fogli separati, ciascuno dei
quali contenesse una distinta notizia bibliografica: e questi fogli po-
tessero poi essere da coloro che li acquistano, distribuiti alfabetica-
mente 0 secondo altro ordine, o in buste o in cassettine o entro
legature meccaniche. E così la compilazione e la stampa avrebbero
potuto procedere sollecitamente, senza che la necessità di seguire un
ordine alfabetico o cronologico o altro, portasse a ritardarne di pa-
irecchi lustri la stampa, e quindi la lasciasse troppo a lungo in pericolo
che gli eventi umani sviassero dall'intento o disanimassero i compila-
tori. Cosi si escludeva pure la necessità di appendici; e si consentiva,
quando un articolo non corrispondesse piìi alle cognizioni accresciute
per successive scoperte, di poterlo facilmente rifare e ristampare senza
turbare per nulla la compagine dellopera. Ogjii articolo doveva com-
prendere una breve biogratìa, la bibliografia dei manoscritti e delle
stampe, e la bibliografia della critica: doveva portare la data della
pubblicazione e la firma dell'autore che ne assumeva la responsabilità.
Obbligo nei collaboratori di attenersi a quelle norme, anche esteriori,
che per uniformità delle diverse notizie la Società avrebbe dovuto
fissare.
11 progetto del Solerti fu largamente discusso dai bibliofili con-
venuti a Milano, i quali finirono col deliberare che la Società Biblio-
grafica assumesse la direzione del proposto Dizionario ; stabilirono che
esso dovesse abbracciare tutti gli scrittori italiani, cioè nati o vissuti
entro i confini geografici d'Italia, dalla caduta dell'Impero romano
sino alla metà del secolo XIX; che vi avessero a trovar luogo non
soltanto i letterati, ma tutti coloro che in una materia o nell'altra
abbiano lasciato opere degne di nota, i legisti cioè, i medici, gli ar-
tisti, ecc.; che più che agli scrittori grandi, si avesse mente sin da
(•) FiiMAGAi.M <J., La Coiiferi'nza internazionale òiòliui/ni/K n iti Bruxelles
e. il Repertorio IjiòUofìra/ico universale. Nella Rivista delle Biblioteche e degli
Archivi, anno VI, 1800, nn. 9-10. .specialinontc a j)}). 131 e 1:^2.
(•) Atti della prima Riunione Bibliografica. Milano, 2'.V2h settembre 1897.
Vedi a pp. 64-67 la discussione; e in fine, allegato II. la Relazione intorno a un
Dizionario bio-bibliotjrnfico degli scrittori d'Italia dalle origini sino al l'.ìflO,
di A. Solerti.
— 11 —
principio a ricordare soprattutto i minori ed i minimi, per i quali è
tanto pili difficile che per altri il rintracciare notizie; infine invita-
vano il Consiglio direttivo a studiare o far studiare da apposita Com-
missione le forme della pubblicazione stessa e a presentarne un saggio
alla futura riunione della Società. E coloro che presiedevano allora
alla « Bibliografica», fecero il loro meglio per eseguire il mandato,
che l'assemblea di Milano affidava a loro. Aprirono la sottoscrizione.
in testa alla quale si vide il nome dell'Augusta Regina Madre, pa-
trona della Società; studiarono e pubblicarono delle norme molto
precise, che regolavano la compilazione, la stampa, la vendita, fin la
legatura dell'opera; e finalmente prepararono e presentarono alla riu-
nione bibliografica di Torino un fascicolo di saggio ('). che conteneva
21 monografie di scrittori diversi per tempo, per patria, per genere
di studj, compilate da 10 autori.
La riunione di Torino, avvenuta nel settembre 1898, esaminò quel
saggio, lo approvò (^) e dette ancora alla Presidenza ampio mandato
di fiducia per continuare la pubblicazione; e la Presidenza infatti fece
quanto stava in lei nominando una Commissione di compilatori (D'An-
cona presidente, Celoria, Novati, Vittorio Rossi e Scherillo), assicu-
randole l'aiuto di un gran numero di consultori in ogni regione d'Italia,
stringendo accordi con librai : ma, per diverse ragioni, che lungo sa-
rebbe di specificare, l'impresa non potè aver seguito. Le difficoltà ap-
parvero non tanto nell'opera in sé, quanto nel fatto che essa superava
le forze di una privata associazione ; fra le altre considerazioni, non
ultima questa, clie un lavoro simile richiedeva^ l'assistenza continua
di una o più persone che a lei dessero tutti sé stessi, ma che d'altra
parte facendo sacrificio di tutte le loro forze ad un solo lavoro, dove-
vano avere serj affidamenti di un onesto emolumento, ben sicuro, che
•soltanto un istituto pubblico poteva ofi'rire.
Per queste ed altre considerazioni ci parve unica soluzione di pro-
porre che il Governo stesso assumesse quest'impresa, veramente nazio-
nale, sia direttamente, sia, meglio, affidandola a qualche corpo ricono-
sciuto, come l'Accademia dei Lincei (che già dal Ministero fu delegata
alla compilazione del Catalogo internazionale scientifico per quella
(') Soru'M Bibliof/ra/ira Itul'uina. Dizionario bio-bibliO;fra/ico degli scrit-
tori italiani. Serie I, fase. I (fiiscicolo di sajjpio). Miluin., presso la sede tlellii
Società (Itibliuteca di Brera), settembre 1808. l'.erL'aino, Olliciii." diiri>titut • Ita-
liano di Arti liratìche. In 8°.
(*) Società Bibliotjra/ìca Italiana, 2" nuniuit, ■iciinULr ((««kì .m ,.,.„.j
(8-12 settembre 1898), processi verbali e relasioni. Firenze. 18«JS, p. 5 e sesrj»-
parte ohe coucerue l'Italia), o l'Istituto storico italiano, come era
nella prima proposta del Fumagalli. Ad uno di questi istituti il Mi-
nistero dell'istruzione potrebbe destinare in temporanea, missione, con
lieve agi,'ravio del bilancio, due o più valenti giovani, tolti dal per-
sonale insegnante delle scuole secondarie o da quello delle pubbliche
biblioteche, forse meglio uno dalle prime, l'altro dalle altre, i quali
sotto la sorveglianza diretta dell'istituto prescelto o di un comitato
eletto nel suo seno, avrebbero l'incarico della compilazione del Dizio-
nario da continuarsi nelle forme già stabilite dalla Società Biblio-
gratica, e che sembrano in generale buone ('). E anzitutto non si do-
vrebbe trascurare di invocare la coopera/ione tanto delle Deputazioni
e Società di storia patria, quanto delle altre minori società locali, le
quali sollecitate dal Ministero (e il Ministero soltanto potrebbe farlo
autorevolmente, non una privata società: altra grave ragione che ci
indusse a proporre la soluzione presente) potrebbero, ciascuna per la
parte che interessa la loro regione, fornire ricchissimo materiale. Ma
l'opera collettiva di questi corpi andrebbe sostituita, ove mancasse,
integrata dove fosse scarsa, da quella dei singoli studiosi, ai quali o
volontariamente offertisi od opportunamente invitati dai compilatori, si
affiderebbe la redazione delle singole notizie. Così il materiale per il
Dizionario non mancherebbe mai, e ai compilatori resterebbe il compito,
tutt'altro che facile, di coordinare tutte quelle notizie, e ragguagliarle
alle norme stabilite precedentemente, sia nella forma letteraria, sia in
quella materiale, e curarne infine la stampa.
Cosi soltanto noi crediamo che l'Italia potrà avere quell'inven-
tario delle sue ricchezze e delle sue glorie letterarie, che gli studiosi
invocano.
(') Il metodo tli stampa a inono^rafio staccate, proposto dalla Società Bi-
bliopratìca, .suU'esempio della Bihliotheca Belgica, è sepuito all'estero in molle
jrrandi ]itibblicazioiii biblioffrafìche. In Italia vi si è attenuto con buon resultato
il 8Ìp. <ì. L. Passerini nella pubblicazione da lui diielfa. ma non ancora compiuta:
Dantisti e danLo /ili dei secoli XVI II e XIX.
1 1>
— lo —
APPENDICE
del prof. A. D'AiNcon a (i).
A questa relazione, che — voglio pur dirlo per amor del vero — concertata
insieme tra il Fumagalli e me. fu stesa però da lui, e da me soltanto sottoscritfa.
parmi opportuno aggiungere alcune notizie e considerazioni.
Essa venne letta nella III Sezione del Congresso Storico Internazionale di
Roma, ai 4 dello scorso aprile; e dopo esser stata discussa, fu approvata col se-
guente ordine del giorno, proposto dal prof. Guido Mazzoni :
« La Sezione III del Congresso Internazionale di Scienze Storiche in Koma,
plaudendo alle proposte fatte dal prof. Alessandro D'Ancona e dal dott. Giuseppe
Fumagalli, intorno a un Repertorio bio-bihliografico italiano, fa voti a S. E. il
Ministro della istruzione pubblica perchè con ogni possibile aiuto procuri che
l'opera sia attuata, secondo le norme della relazione letta dal prof. D'Ancona ".
E ora giova fare un po' di cronaca. La proposta non passò senza qualche
contrasto. Pareva ad alcuni fra i presenti che con essa si intralciasse l'opera
delle Deputazioni e delle Società di storia patria, e di quelle specialmente che già
davano saggio di volere imprendere la propria bio-bibliografia regionale ; ad altri
sembrava che si dovesse prescindere dall'aiuto governativo, affidando invece la
parte del compilare ad una commissione, e quella del pubblicar l'opera ad un
editore.
Il dubbio che si potesse colla nostra proposta, sopprimere, assorbendolo, il
lavoro efficace delle singole Deputazioni o Società, è privo al tutto di fondamento.
Notiamo, prima d'ogni altra cosa, che fra le tante Deputazioni e Società di storia
patria del regno, una sola fino al di d'oggi si è prefisso di raccogliere una bin-
bibliografia regionale. È dessa la R. Deputazione modenese: e il primo fascìcolo
della « Continuazione « della Biblioteca, iniziata dal Tiraboschi e da altri segui-
tata, mi stava davanti agli occhi quando leggevo la relazione, e la ricordai nel
corso della discussione, cui la lettura diede luogo, rendendo all'opera e a chi la
compila le meritate lodi. Ma se anche, con ottimo divisamento, altre Deputazioni
o Società 0 Accademie locali si proponessero consimile lavoro, la nostra proposta
di una generale bio-bibliografia italiana non sarebbe perciò meno opportuna; anzi,
mentre dal lavoro altrui trarrebbe soiniiui vantaggio, punto non lo impedirebbe.
Nel saggio offerto dalla R. Deputazione modenese, seguendo le norme del Tira-
boschi e dei suoi continuatori, vien dato ampio svolgimento alle notizie biogra-
fiche e bibliografiche; si discutono e si risolvono, quando è possibile, i punti
oscuri della vita e deiroi)erosità di ciascuno scrittore, si ennmonino. e magari sì
(1) La presente Appendice, composta ilopo il Congresso, o pubtilicata, come fu avrertito, nella A*i-
rùtii delle lìiblioteche t degli Archivi, voi. XIV, anno XIV. n. :>. servo >U commento alla discussione
avvenuta nel Congresso. Abbiamo perciò creduto opportuno, col consenso della Dire/ione di delta .'.'cf.-'
di inserirla in questi Atti.
— 14 -
criticano, i friiidizj diversi i>r.iimnziati sul valere dell'uomo e deirantore: si offre
insomma una bio-bibl io «grafia con ricchezza di particolari d'ojjni sorta. Che cosa
invece, dovrebbe fare, secondo il veder nostro, chi compilasse la bio-bibliogratìa
generale? Ricorrendo alle fonti, debitamente citate, trarrebbe, a cos'i dire, il succo
dell'opera altrui, esponendo ciò che di ben certo resulta da quella, sia rispetto
alla vita, sia rispetto apli scritti, rimandando a«l esse per ogni controversia di fatti
e di giudizj chi avesse vaghezza o bisogno di maggiori ragguagli. Così all'opera
prima rimarrebbe il pregio e l'utilità, non che la forma propria, che le spettano,
e il nostro Repertorio risponderebbe intanto, e, nel più dei casi, sufficientemente,
a un bisogno di conoscere date e dati, ben certi o sommamente probabili.
In una jiarola. e per bene intendersi, è certo che noi abbiamo quantità di
libri bio-liibliografìci siìcciali; e basta dare un'occhiata al Catalogo della biblio-
teca del dott. Diomede IJonamici, per conoscere quanta è la nostra ricchezza in
simil geuere. Se non che pii» che vera ricchezza si direbbe ingombro; e ad ogni
modo non è, e non può essere, in tutti gli scrigni. Diamo pegno che nessuna bi-
blioteca pubblica possiede tutte le opere bio-bibliografìche raccolte nel corso di
t.inti anni dal nostro amico, e da lui registrate in quel CataìocfO di oltre 200 pa-
•rine. stampato nel 1803 e al quale egli potrebbe già far tante aggiunte. Goda
l'egregio amico per molti anni ancora di quest'accumulato tesoro, del quale libe-
ralmente concede l'uso agli studiosi, e voglia il cielo, e un po' il possessore stesso,
che un giorno non vada disperso. ^la intanto, se ad alcuno che sta in Sicilia
necessita aver notizie di uno scrittore nativo di Marostica, o ad un veneto di uno
scrittore nativo di Sciacca, a nessuno dei due sarà facile trovar nelle biblioteche
locali, e forse neppur sapere, che pei Marosticensi v'é un libro di Bartolommeo
Franco, per gli Sciacchensi (dico bene ?) uno di Vincenzo Farina. E se poi altri
volesse ragguagli di uno scrittore, del quale, com'è caso frequente, sapesse bensì
il nome ma non la patria, dovrebbe andar consultando quantità di opere, che
presso il dott. Bonamici formano una bella stanzata. e altrove sono disseminate
in tutte le sale della biblioteca, perdendo così un tempo prezioso nella ricerca.
Laddove, quando esistesse la nostra desiderata bio-bibliografia generale, a questa
sola dovrebbe ricorrere e trovarci senza troppa fatica ciò che lo interessa.
A tante opere speciali, la proposta nostra vorrebbe dunque surrogare un'opera
sola: in molti volumi, è certo, ma che condotta a termine, quando la sorte vo-
lesse, e sempre continuata, registrerebbe lutti quanti gli scrittori italiani, dando
di essi ragguagli bio-bibliografici. E quanto sarebbe agevolato il lavoro, se ap-
punto ogni regione o provincia o municipio o ordine monastico o Accademia
potesse, coll'opera sua speciale, somministrare materia abbondante e sicura al
lavoro generale! Perciò se si venisse al momento, in che la cosa da noi propo.sta
diventasse una istituzione creata e mantenuta dallo Stato, non si potrebbe se non
desiderare che i varj sodalizi regionali avessero seguito il nobile esempio della
Deputazione modenese.
Veniamo all'altra opposizione, della quale si fece intcrpetre specialmenl'' il
prof. Gian, colla voce nella seduta del 4 aprile, colla penna nel Fanfulla della
Dotìtt'nira del 12. Raccogliendo ciò che l'egregio amico disse e scrisse, ecco, se
Ilo ben inteso, (jual è il suo concetto. Proporrebbe egli, che si costituisse una
r'omniissione di studiosi, la quale si indirizzasse alle Deputazioni e Società ili
.storia patria e ad altre consimili aggregazioni i»er formare comitati e sub-comitati:
che mediante offerte di quegli enti e anche di private jiersnne si raccogliesse un
— 15 —
fondo per le prime spese: che si compilasse da cotesti imclei di studiosi, entro
un anno, un indice alfabetico degli scrittori, da mandarsi intanto al comitato cen-
trale, che poi lo ritornerebbe ai comitati e sub-comitati locali, i quali entro tre
0 quattro anni dovrebbero presentare il lavoro fatto. Dopo di che si cerchereb-
bero sottoscrittori per la pubblicazione dell'opera, rivolgendosi anche per sussidj
al Ministero e alle Accademie ed Istituti storici, e si andrebbe in traccia di un
editore.
Ma a questo disegno si può obbiettare: 1° che il concorso dei corpi scien-
tifici, Istituti, Accademie, ecc., sarebbe più sicuro, se procurato dall'autorità del
Ministero, onde dipendono, anziché fatto per invito di una società privata; 2' che
l'editore non sarebbe facile a trovarsi : e difatti due editori, fra i piìi cospicui,
che erano presenti alla seduta — l'Hoepli e il Barbèra — fecero chiaramente
intendere che non volevano saperne; dappoiché si tratterebbe di un impegno a
lunga, anzi infinita scadenza con una società, che oggi può esserci e cessare do-
mani ; 3" che è sfuggito al proponente come i mezzi ch'egli propone furono già
sperimentati, e sperimentati invano, qualunque possa esserne la cagione. Si sa
invero, e anche la nostra relazione lo rammenta, che vi fu un tempo in che la
Società Bibliografica italiana pensò di assumersi la pubblicazione del Repertorio,
e mandò attorno schede di sottoscrizione. Or bene? I soci della Bibliografica sou
molti, e tutti brave e studiose persone; ma sa l'amico Gian quanti risposero alla
chiamata? Non ricordo bene, ma furono verso la sessantina: cifra troppo esigua
ad assicurare tanta impresa! Aggiungo ancora che fu dalla Società Bibliografica
eletta una Commissione, ponendo me a capo. Si era nell'inverno : feci sapere che
per le vacanze pasquali — essendo allora professore universitario, non potevo
disporre a volontà del mio tempo — sarei andato a Milano, e credevo che facil-
mente ci saremmo intesi su alcuni particolari, essendo in massima d'accordo su
quanto più importava. Mi si risparmiò l'incomodo, perchè prima di Pasqua già tutti
avevano rinunziato.
E si capisce. Si tratta di un lavoro lungo, faticoso, di grave responsabilità,
e che perciò richiede forze giovani e libere. Quanti siamo in Italia, che atten-
dendo agli studj, vedremmo volentieri attuato il concetto della Bio-bibliografia,
siamo tutti in altro occupati. Qualunque di noi si assumesse l'impegno potrebbe
far qualche cosa di suo e limosinare qua e là qualche aiuto, anche compensato,
come era nel disegno della Società Bibliografica; ma non potrebbe consacrarvisi
tutto, e di lena; e cosi il lavoro procederebbe, di necessità, stentatamente; e dopo
un po' si arrenerebbe. È pertanto inutile, e peggio che inutile, ripetere ciò che
alla prova non è riuscito.
Ad una società privata è dunque da sostituire lo Stato. Io non sono di coloro,
i quali vogliono che lo Stato faccia tutto, ma neanche di quelli che professano
che lo Stato non abbia a far nulla, fuori della cerchia dell'amministrazione p'>
litica; penso invece clie vi sono imprese d'interesse e d'utile generale, che spet-
tano a lui, e a lui soltanto; e fra queste in materia di cultura e di aiuto agli
studiosi, credo debba porsi il vagheggiato Repertorio. E infatti, non poche delle
pubblicazioni consimili, che nella relazione si ricordano per ogni paese d'Europa.
}ircvengono direttamente dallo Stato o da istituzioni ch'esso sovviene a tale scopo.
Che cosa adunque chiedereumu» al Ministero della pubblica istruzione? Chie-
deremmo che creasse un uffizio per la compilazione della Bìo-biblioiìrafia, presso
una primaria Accademia o presso un primario Istituto storico : che vi preponesse
— If. -
un Comitato di letterati e scienziati, i quali avessero attitudini e studj a ciò, e
cui spettasse la resjiunsabilità dell'opera; che, infino, ele«rf;esse o comandasse al-
cuni giovani capaci e jjagfliardi, i quali se ne occupassero esclusivamente, osser-
vando le norme che la relazione accenna, e che potrebbero anche meglio specificarsi.
Questi piovani — due o quattro — dovrebbero esser sicuri che l'uffizio loro fosse
stabile, sicché se vorranno e sapranno fare il dover loro, saranno equiparati in
tutto agli altri impiegati pubblici: cotesta sarà la loro carriera, non diversa da
quante si aprono alla gioventù nell'insegnamento o nelle biblioteche. Il Ministero
dovrebbe inoltre dar l'incarico ai varj corpi scientifici, che da lui dipendono, e
che perciò non vi si potranno rifintare, di porgere soccorso al nuovo istituto in tutto
ciò che occorresse, sia soniministrando nuova materia, sia rivedendo quella già
nota per ridurla a maggior perfezione. Soltanto a spogliare e schedare quest'ultima
suppellettile, sparsa in tante speciali jtubblicazioni, è facile calcolare che si richie-
derebbe un lavoro assiduo di un paio d'anni, e più; ma tra materiale vecchio da
rivedere e materiale nuovo, presto se ne avrebbe tal quantità, da potere in breve
cominciare la stampa. La quale si ])otrebbe condurre innanzi, sia come aveva già
fatto la Società Bibliografica, sull'esempio del Belgio, in schede voliinti, da rior-
ilinar.si poi o per secoli o per paesi, sia per volumi, con o senza successione ]^er
alfabeto: e in quest'ultimo caso specialmente, dopo un dieci o dodici anni si po-
trebbe dare l'indice di tutti gli articoli bio-bibliografici fino al momento pubbli-
cati, e rinnovarlo dopo altrettanto tempo.
Forse si dirà che ciò porterebbe una gran spesa; ma essa sarà minore di
quello che appaia a prima vista. Le biblioteche, le accademie, gli studiosi privati,
d'ogni disciplina, associandosi alla pubblicazione ne coprirebbero facilmente le
spese, e allo stringer dei conti, forse lo Stato non ci rimetterebbe un soldo. Un
illustre straniero ed insigne bibliofilo, l'amico prof. Emilio l'icot, che prese" parte
alla discussione del di 4 aprile, ebbe a dirmi che se la cosa si effettuasse, egli cre-
deva, ch<' ninna biblioteca di Francia vorrebbe far a meno del Hepertorio. e a ciò
si sarebbe etìicacomente adojìerato. E così farebbero tutte le biblioteche del mondo
civile, perchè l'iniziativa e la direzione dello Stato sarebbe sicura guarentigia
ti.-lla serietà e della perennità dell'opera.
Dopo di che, si potrà soltanto obbiettare che questa nostra proposta, per la
sua stessa ampiezza è un'utopia: e sia pure, ma sarà, come diceva il Manzoni a
chi dubitava della ])ossibiIe attuazione dell'unità italiana, sarà un'utopia bella.
Del resto, non potrebbe asserirsi che mai potrebbe diventare realtà, quando
abbiamo in contrario gli esempj di altri paesi, rammentati nella relazione. Anche
quella del Mazzuchelli era un'utopia, e non poteva sperarsi arrivasse alla fine,
perchè né l'uomo né le associazioni jirivate sono eterne. Ma un frutto lo diede,
limitatamente al possibile; e lo darebbe rertamente. intero e copioso, un istituto
fondato dal <ìoverno, e che perciò soj)ravviverebbe agli individui e al mutare degli
eventi.
Voglio poi far noto come vi è stato un momento, nel ((uale il Ministero
della pubblica istruzione vagheggiò quest'impresa. Narrerò un fatto che pochi
sanno, ma che posso riferire perchè non è un segreto di Stato. Nel 188(5, quando
Fi-rdinand" Martini era segretario generale del Ministero di ])ubblica istruzione.
r<tt'> da Michele Oqipino, mi vidi un bel giorno arrivare un tlispaccio dell'amie"
con preghiera <li andare a IJoma, perchè egli aveva bisogno di conferire meco,
l'artii subito, ed egli mi disse che avrebbe voluto fondare qualche cosa di molto
— 17 -
simile a quello che ora proponiamo, cioè un Repertorio bibliografico, e per ci?»
dimandava il'parere mio e il concorso. Naturalmente, né lui né io ci nasconde-
vamo le difficoltà dell'impresa, ma l'uno e l'altro riconoscevamo la utilità di una
Bibliografia Generale Italiana: l'uno e l'altro eravamo persuasi che se la mossa
non veniva dall'alto, dal Ministero cui è debito promuovere e compiere tutto ciò
che ha carattere nazionale, l'Italia non avrebbe mai avuta per altro modo un'opera
cosiffatta. Discussi pertanto i criteri fondamentali, si concluse che il Ministero
eleggesse una Commissione per studiare la cosa, nella quale avrei avuto a col-
leghi il dott. Bonamici e Salvatore Bongi. Ma ero quasi appena tornato a casa,
quando il Martini dava le sue dimissioni; e di quel disegno non fu più parlato.
Intanto il Martini governa l'Eritrea, il povero Bongi è morto, io sono invecchiato,
e il Bonamici è piìi vecchio di me! Ma io sono incaponito nell'idea che la Bio-
hihliografia possa e debba farsi, e mi è parso opportuno ricordare come a un
ministro o semi-ministro italiano della pubblica istruzione, cadesse una volta in
mente che l'esecuzione di questo nobile disegno non era fuori degli uffizj perti-
nenti allo Stato, e che, sol che si volesse, si poteva attuare.
Ora, lo ripeto, sono in là cogli anni, e con questi sono svanite molte illu-
sioni; ma non mi stanco, r.è mi stancherò di combattere per una causa, che credo
bella e giusta.
E la Società Bibliografica, nel prossimo biennale Congresso in Firenze,
dovrebbe confermare la deliberazione votata dalla III Sezione del Congresso sto-
rico internazionale, e ripresentarla al ministro, rendendosi per tal modo benemerita
della cultura nazionale e dogli interessi degli studiosi ('). Ad ogni modo: pulsate,
e, speriamolo, aperietur vobis.
(1) E questo realmente fu tatto: ina senza vederne, per adesso, alcun fratto.
Sezione 111. — Storia delle Letteratnre.
IL
TEMA.
PER LA PROPOSTA DI UNA BIO-BIBLIOGRAFIA ITALIANA:
INTORNO AL
'NUOVO SAGGIO DEL ('ATALOIIO RAGIONATO DELLE EDIZIONI DAKBÈKIANEM'
Discorso del comm. Piero Barbèra.
Quando la proposta di un Dizionario bio-bibliogratìco italiano fu
due volte presentata nelle riunioni della Società bibliogratica italiana, a
me parve utile e bella, e che dovesse sostenersi.
L'attuazione di essa è certo piena di difficoltà, trattandosi di
raccogliere una infinità di notizie e di "dati che richiedono lunghe
indagini e verifiche.
Pensai che il concorso degli editori sarebbe necessario per acqui-
sire alla storia della letteratura, e quindi alla compilazione di reper-
tori bibliografici, una quantità di dati e documenti che in altro modo
resterebbero ignorati negli archivi delle Case editrici, almeno finché
non passino per donazione od acquisto in archivi pubblici o biblio-
teche, come è fortunatamente accaduto dei carteggi Vieusseux e Le
Monnier.
Per parte mia mi accinsi a un lavoro sulla produzione della Casa
editrice cui appartengo, che mi pare, se riuscirò a ben condurlo, debba
dar lume ed esser di qualche aiuto alla storia della letteratura e alla
compilazione di quel Dizionario bio-bibliografico che ha formato oggetto
della relazione del prof. D'Ancona e del dott. Fumagalli.
Darò qui pertanto, poiché il Presidente m.' ne dà cortese assenso,
breve notizia di quel lavoro, che non è forse assolutamente estraneo
all'argomento che occupa la sezione in questo momento.
Si tratta di un Catalogo ragionato, per ordine cronologico, delle
edizioni barbèriane, e il mio modo di ragionare questo Catalogo con-
siste anche nel riferire ricordi personali, giacché, sebbene io limiti la
(1) Sopno l'I sviluppo iltM toma precedente (n. I).
_ 2(t —
pubblicazioutì agli auni dal l8r>4 (fondazione della Casa sotto la ditta
HarMèra. Bianchi e Comp.) tino al maizo 1880, in cui Gasparo Barbèra
morì, fui così presto iniziato agli affari che i miei ricordi risalgono
ai primi anni. Questi ricordi, del resto, sono confortati da documenti,
da lettere degli autori e delTeditore, e larchivio della Casa è ap-
l)arso così ricco dopo che fu riordinato, che io non ho in generale che
l'imbarazzo della scelta.
Sicché, se la mia compilazione non avrà altra importanza, avrà
almeno quella di contenere lettere inedite degli scrittori italiani più
illustri del secolo XIX: Tommaseo. Gino Capponi, Massimo D'Azeglio,
Vito Fornari. Bonghi, Padre Tosti. Augusto Conti, Cantù, D'Ancona,
Mamiani, Aleardi, Carducci; di quest'ultimo specialmente, nel periodo
dal 1858 al 1873.
Contido dunque che il libro darà un contributo non scarso, con
le lettere inedite di molti letterati, alla storia della letteratura ita-
liana nella seconda metà del secolo XIX, e allo studio del carattere
(li molti letterati, che scrivendo al loro editore si mostrano, direi
(juasi. in veste da camera, e taluni senza la posa con cui ad essi
jiiacque di figurare in pubblico.
Ma specialmente si troveranno notizie biografiche intorno a let-
terati che ebbero relazione con G aspero Barbèra, non già ai più il-
lustri e noti, 'chè non vi è alcun bisogno e sarebbe come accendere
un moccoletto là dove splende il sole, ma intorno ai più modesti e
dimenticati, di cui né le storie della letteratura, né i dizionari bio-
grafici danno notizie; ma dovrà darle per riuscir veramente utile il
disegnato Dizionario bibliografico, e lo potrà col sussidio di lavori come
quello al quale attendo.
Oltre a quanto ho già detto, per ogni opera, aggiungo l'indica-
zione veritiera di quante edizioni ne furono fatte, notando se furono
juire e semplici ristampe, ovvero nuove edizioni rivedute e corrette,
o rifacimenti. Indico altresì il numero di esemplari stampati, e quasi
sempre i compensi pagati dall'editore all'autore; giacche mi è sem-
brato che questi elementi possano servire alla storia della Libreria
italiana, che indubbiamente si collega a quella della cultura nazionale.
Pubblicherò la prima parte del Catalogo ragionato il 1° ottobre
doll'aonu prossimo, quando la Casa compirà il 50" anniversario della
sua fondazione. Questa prima parte comprenderà la prodazione edito-
riale dal 1854 al 1880. Altri continuerà l'opera oltre quest'anno, in
cui io assunsi la direzione della Casa, ed io stesso ne ho preparati e
ordinati tutti i materiali ; ma avendo cominciato ad adoperarli, me ne
— 21 -
distolsi presto, giacché se tal lavoro mi era riuscito grato nel periodo
precedente, mi riusciva assai spiacevole pel periodo successivo, e se ne
comprende il motivo. La maggior parte delle imprese editoriali non sono
proficue, ed è doloroso a chi vebbe parte, e forse colpa, il riandare la
serie di tante disfatte di fronte ad assai meno numerose vittorie, seb-
bene l'esperienza professionale insegni che è legge naturale nell'industria
libraria che su dieci pubblicazioni, forse cinque facciano ciò che noi
italiani chiamiamo un fiasco, tre abbiano un esito mediocre, e solo
di due possa l'editore compiacersi.
A Gaspero Barbèra, che si allarmava di una tale proporzione, il
vecchio Enrico Brockhaus, padre degli attuali direttori della illustre
Casa di Lipsia, disse che bisognava contentarsi quando la proporzione
era quella che vi ho detta, che se fosse stata migliore, troppo buona
professione sarebbe quella dell'editore e tutti vorrebbero esercitarla.
Ringraziando dell' attenzione che mi è stata concessa, prego la
Sezione di accettare l'omaggio di un saggio del Catalogo ragionalo
delle Edizioni Barbèriane.
Sono i primi due fogli stampati; e, riferendosi essi ai primi mesi di
esistenza di Barbèra, Bianchi e Comp., che cominciarono con mezzi
assai modesti, è naturale che siano i meno interessanti (').
Confido che il seguito lo sarà di più.
(') Il comm. Barbèra presentò, infatti, nella II seduta della Sezione alcuni
esemplari dei due primi fogli di stampa del Catalogo.
III.
COMMEMORAZIONE DI GASTON PARIS.
Discorso pronunziato da I'all Meyer nella I seduta (3 aprile 190.SJ.
Mon premier devoir, en ouvrant cette première séance de la section
consacrée à l'histoiie des littératures, est d'adresser mes remerciments
à l'illustre Président de ce Congrès et ani Membres du Comité de di-
rection pour riionneur qui m'est fait. Mais, en méme temps, il m'est
difficile de ne pas éprouver un sentiment de mélancolie en songeant
que l'an dernier, à pareille epoque, je me trouvais à Rome avec un
des hommes qui ont le plus contribué, depuis quaranta ans, au pro-
grès de l'histoire littéraire du moyen-àge, avec mon arai Gaston Paris,
qne la mort nous a récemraent enlevé, en pleine activité d'esprit, alors
qu'il était bien loin d'avoir épuisé le trésor de connaissances et d'idées
qu'il avait commencé d'amasser dès sa prime jeunesse. C'est à lui que
revenait de droit la place que j'occupe, et, toujours prét à répondre
favorablement aux sollicitations qui lui étaient adressées par ses com-
pagnons d'étude, nul doute qu'il eiìt enrichi le recueil où sera résumée
l'oeuvre de ce Congrès de quelque précieuse communication. Permettez-
moi du moins, pour qu'il ne reste pas tout à fait etranger à cette
réunion, d'indiquer sommairement, après bien d'autres qui, en Italie
ou ailleurs, ont rendu un juste liommage ìi sa mémoire, quelques-uns
des titres par lesquels il a mérité sa glorieuse renommée.
Jusqu'en ces derniers temps, à un àge où les savants, pressés
d'achever les travaux commencés, restreignent leur champ d'études,
limitent de plus en plus leurs recherclies, et, devenus peu soucieux des
oeuvres d'autrui, lisent ìi peiue ce qui ne leur est pas d'une utilite
immediate, G. Paris, conservait pour tout l'ensemble de la philologie
du moyen-àge l'enthousiasme de sa jeunesse. A l'epoque déjil loiutaiue
où il avait pris raug dans la scieuce, de nombroux champs d'elude
étaient encore pour ainsi dire eii friclie. et on n'avait pas besoin, pour
faire des découvertes, de se cantouner daiis un domaine étroit. Mais
- 24 —
le inonitMit arriva oìi seni un liumiiie esoeptioiinellemeut doué pouvait
dominer un territoire dont l'horizou s'étendait de plus eii plus. 6. Paris
avait vu peu à peu s'élever autour de lui de jeunes gónérations d'éru-
dìu, dont beaucoup étaicnt directement ou indirectement ses élèves,
qui s'eufonyaieut ù l'envi dans U's régions où il avait trace les pre-
mières voies. Lui copeudant suivait leurs travaux, les encourageait, les
critiquait au besoin, laisant i)n'uve en des sujets iiiHiiiment variés d'une
ineontc'stablt' couipétence. Il s'iutéressait aux reclierches d'autrui tout
autant qu'aux siennes propres. Il tiouvait juste qu'une partie uotable
de sa vie fùt consacrée ìi taire counaìtre et il discuter les écrits de ses
<^lèves ou de ses émules, C'est bien souveut dans un sinipl- compte-
reudu qu'il faut chercher la trace d'études personnelles qui eussent sans
doute abouti à quelque lumineuse dissertation, si une plus lougue vie
lui avait été accordée.
Dans riiistoiro des littératures les intluences réciproques sont si t'ré-
quentes et si variées qu'il est bien souvent impossible d'étudier un sujet
sans se voir obligé de poursuivre la recberche sur des domaines voisins.
Ce n'était point là un obstacle pour G. Paris. Lorsqu'il entreprit ses pre-
miers travaux sur la littérature du moyen-àge, il possédait une prépara-
tion véritablement exceptionnelle. Au collège il avait appris assez bien
l'anglais. En Alleniagne. où son pére, Paulin Paris, l'avait envoyé vers
sa dix-huitième anui'e. il s'était tamiliarisé avec l'allemand. A l'universiU'
de Gottingue il avait poussé assez loin l'étude de la pliilologie ger-
luanique. Il lisait le hollandais et les langues scandinaves. Il avait
une teinture du russe, ayant passe quelques mois à Moscou. Quaiit
aux langues néo-latines, elles étaient en quelque sorte la matière méme
de ses études. Cette variété de connaissances linguistiques était eitré-
mement rare en France vers 1860. Et de plus il possédait ces dons
d<' nature que l'étude peut perfectionner, mais qu'elle ne donne pas :
une intelligence très vive, un esprit clair, également apte à saisir les
rapports et à constater les différences, une méinoire très tenace. Lors-
que parut son Jlistoire jìoétique de Charlemagne, qui est une explo-
ration generale des littératures du moyen-àge ìi un point de vue par-
ticulier, on admira avec quelle aisance il suivait la legende carolingienne,
non seuleraent en France. mais en Allemagne, en Angleterre, en Es-
pagne, eii Italie. Pour l'Italie surtout. où la matière était encore très
neuve, ses recherches fureiit jiarticulièrement fécondes. Non que tontes
les idées qu'il a émises sur la formatioii de la littérature épique ou
romanesque en Lombardie, en Yénétie, en Toscane soient encore ac-
ceptées : les travaux de plusieurs savants italiens, entre lesquels il suf-
— 2.=
fira de nommer M. Rajna, ont conduit, sur certains points, à des cod-
ceptions assez différentes des siennes. mais il n'est pas conteste qua
les vues de G. Paris sur les poèmes franco-italiens, sur les romans toscans,
en prose et en vers, ont été le point de départ des investigations qui
ont amene la science à son état actuel, et que la solution détìnitive
de questiona singulièrement complexes a été grandement facilitée par
la netteté avec laquelle elles furent posées par G. Paris.
Lui-méme se rendait compte des moditications profondes qu'eùt
exigées une seconde édition. Dans sa pensée l'ouvrage devait subir une
complète refonte et aurait forme deux volumes. Il lui aurait fallu deux
années pour refaire un ouvrage qu'il n'avait guère mis qu'un an à com-
poser. Ces deux aniiées il ne les trouva pas, sans cesse préoccupé de
recherches nouvelles, et de plus en plus absorbé par la préparation de
ses cours, et par le souci de se tenir au courant de tout ce qui pa-
raissait dans le domaine toujours giandissant de la philologie du
moyen-àge.
Pour moi j'ai toujours regardé V Hisloire iwétique de Charlemagae
comme le chef-d'oeuvre de G. Paris, peut-étre parce que je l'ai vue se
faire, ou aussi parce que, occupé en ce temps d'études particulières
sur quelques points du méme siijet j'avais pu apprécier la diffìculté
des recherches qu'il avait entreprises. Plus que personne j'ai regretté
que cette seconde édition, qui eùt été un livre nouveau, ne nous ait pas
été donnée. Mais nous avons eu des compensations.
Je laisse de coté les éditions nombreuses d'ceuvres franyaises du
moyen-àge que nous lui devons, celle de la vie de Saint Alexis. no-
tamment, qui a fait epoque, et tant d'autres qui sont l'honneur de la
Société des anciens textes fran^ais fondée en 1875, en grande partie
par ses efforts. Je passe sous silence, parce qu'il s'agit de matières
étrangères à l'objet de ce Congrès, ses travaux de linguistique franyaise,
épars dans les mémoires de la Société de linguistique de Paris, dans
la Revue critique, dans la lìomania, mais je veux au moius rappeler
ses importants travaux sur les romans de la Table ronde, publiés en
partie dans la Romania, en partie dans Y Hisloire littéraire de la
France, dont il fut, pendant 25 ans, le collaborateur assida ; sa petite
histoire de la littérature fran(,aise du moyen-àge, si nourrie de faits,
si riche en idées et si parfaitement proportionnée ; entìn ses articles de
la Revue de Paris et de la Reuiie des Deux Mondes, par lesquels son
nom a franchi les limites uecessairement étroites du cercle des érudits.
Je veux aussi, en termiuaul cette brève allocution, insister sur le
sentiment de particulière attection que G. Paris éprouvait pour l'Italie.
— 2G —
Il l'aimait pour ;iou passe; il y ótait attirò par des amities préseutes.
Il lui ilu uoiiihre de ceni qui sureut les preiniers reconuaitre et ap-
précier le grand mouvement de renaissance critique qui s'est produit
en Italie dans les sciences liistoriques par les efforts d'hoimues émi-
nents dout qiielques-iins viveut encore et sont panni les organisateurs
de ce Congrès. Il entretenait des rapports cordiaux avec toiis ceui qui
en ce pays poursuivaient des études analogues aux siennes. Il tenait à
honneur de présenter leurs travaux au public franyais dans nos revues
savantes. Qnelques-uns de ses articles les plus approfotidis du Journal
dea Sarants sont des comptes-rendus df travaux du cointe Nigra. de
M. A. d'Ancona, de M. Toldo, de M. Rajna. Il avait visite l'Italie,
jeune homme. avec un ami, il y a plus de quarante ans et en avait
rapporté de durables iiupressions. 11 y était retourné plusieurs fois,
uotamment ;\ l'occasion de congrès, à Palerme en 1875, à Bologne en
1888. L'au dernier, coniine je le disais en comnienyant, j'ótais avec
lui à Rome. Ce fut son dernier voyage, et il en avait déjà le pres-
sentiment. Peu après son retour, sa sauté subit des atteintes réitérées,
et cet liiver, alors qu'ou s'efforyait de lui dissimuler la gravite de son
état. tout en l'engageant à preudre du repos, il m'avait dit, avec un
sentiment de regret, quii n'assisterait pas h ce Congrès. Il se survivra
par ses oeuvres. Longtemps après que ceux qui l'ont connu, qui ont été
ses arais ou ses élèves, auront quitte cette vie, on citerà et on discu-
terà ses opinions partout oìi les études romanes seront en honneur.
IV.
GOETHE UNI) DIE RENAISSANCE.
Comunicazione del dott. Otto Harnack (Darmstadt).
Die Stellung Goethes inmitten der litterarischen und geistigen Be-
weguDg der Neiizeit ist eine so bedeutungsvolle. dass sein Verhalten zu
den einzelnen grossen geistigen Machten zur Geschichte dieser Màchte
selber <jehòrt. Wenn icli nini sein Verliàltniss zur Renaissance unter-
suchen will, so habe icli hieljei niclit nur die grosse Ciilturbewegung
im Auge, die im 15. und im Anfang des 16. Jahihunderts sich vollzog.
sondern auch die aus dieser Bewegung hervorgegangenen geistigen und
kiinstlerischen Anschauungsweisen, welche in den einzelnen Làndern
zwar verschieden ausgebildet, im Ganzen aber doch einheitlich die Lit-
teratur und Kunst Europa's bis in's 18. Jahrhundert beherscht haben,
worauf sie dami durch die eigenartigen nationalen und spàter roman-
tischen Stròmungen verdriingt wurden. Das Geraeinsame dieser Renais-
sancelitteratur und- Kunst ist bekanntlich die Zuriickfiìhrung aller
geistigen und kiinstlerischen AVerte auf die Antike, der Glaube, selbst
von der Antike bestandig noch zu leben und in ihreni Sinn weiter zu
schatten, vvobei natiirlich der wirkliche Eintluss das klassischen Alter-
tums von sehr wechselnder Starke war, bisweilen ein lebendiger und
machtvoUor, bisweilen ein schwiichlicber und conventioneller, bisweilen
auch nur ein eiugebildeter. '
Die Universalitiit Goetlieschen Geistes liat ihn iiiit den verschie-
densten Zweigen dieser Renaissancolitteratur und Kunst in niihere oder
fernere Beriihrung treten las^eii, und eine Reilie seiner eigeneu Werke
kann in diesem Sinn selbst nodi dor Reiiaissanoclittoratur zugerechnet
werden. Aber seine innere Stellung, die weseutliche Verwaudtschaft
zwischen ihm und jener gewaltigen Stromiing ist trotzdem oft verkanut
worden. Gerade in neuester Zeit, wo liberali das Interesse tur volks-
tiimliclie, tur national und lokalget'iirbte Kunst lebendig geworden ist.
hat man oft den Dichter des Gotz von lierlichinuen in einseitiger
— 28 —
Weise als einen Vorkampfer dieser Kmist hinstellen woUen. und hat
ilin. wo er sicli ini Sinne der iiberlieteitou Keuaissancekunst aussprach
uud wo er in ihr vtMwandter Art schuf, eines Abfalls von sich selbst,
eines Riìckschritts beschuldigon wollen. Abor fiir eine objektive Be-
tiaclitnni? eri,Mbt sich ini Gegenteil, dass Goethe diirch Anlage und
duioh die Hilduiigseintiiisse seiner Jugend dazu getVihrt wurde, sich
bewusst iind unbewusst auf die Seite der Renaissanceiiberlieferung zu
stellen, dass es nur eine knrze Kpisode von f'iinf Jaliren ist. in denen
er sich ihr gegemiber revolutiouiir verhiilt. Es sind bekanntlich die in
Strassburg nnd Frankfurt /ugebrachten Jahre von 1770-1775, da er
sich fiir Hans Sachs und Erwin von Steinbach begeistert, da er Got/
uud Werther dichtet und den Faust concipirt. Er wird hier teils durch
die Kousseausche Euiptindungsweise der Zeit teils durch Herder's Ein-
tiuss bestimmt, zugleicli aber getriebeu durcii don Drang der revolu-
tiouiir gestimmten eigenen Seele, die sicli in oinera entscheidenden
Entwichlungsstadium iiber alle ererbten uud iiberlieterteu Schrauken
hinwegsetzen will. Aber auch wahrend dieser Sturni- und Drangperiode
bleibt die unbedingte Verehrung des Griechentums unangetastet, und
noeh in den siebziger Jahren des Jahrhunderts wird auch Gefiihl der
Verwantschaft luit der Kenaissancekultur wieder lebendig, um danu
in der italienisclien Reise sich luit alles besiegender Kraft durchzu-
setzen.
Da Goethe die Renaissance durchaus als Erneueruug des klassi-
scheu Altertums auffasste, so ist es unumganglich, Ihnen, wenn auch
nur durch ein schnell geworfenes Streitiicht, zu zeigen, welch hohe
Stellung in seiner Betrachtung vor Alleni das griechische Altertum
einnahm. Er fand in ihni die Bewahrung gesunder nienschlicher Le-
benskraft und Lebensentfaltuug; in den Aeusseruugen des griechischen
(ieistes bewunderte er die « Gesundlieit des Moments " , und so koniite er
sich zu dem Wort versteigen : « Wenn wir uns dem Altertum gegen-
iiberstellen und es erostlich in der Absicht anschauen uns daran zu
bilden, so gewinnen wir die EuipHndung als ob wir erst eigentlich zu
Menschen wiirden. Die Klarlieit der Ansicht. die Heiterkeit der Auf-
nahine, die Leichtigkeit der Mitteilung, das ist was uns entziickt; und
wenn wir nun behaupteu, dieses Alles tinden wir in den ilchten grie-
chischen Werken, und zwar geleisiet ain edelsten StolT, ani wiirdigsten
(jehalt, init sicherer und voUendcter Ausfiilnung, so wird man uns ver-
stehen, wenn wir imiuLT von dori ausgelicii und immer dort binweisen.
.K*<ler sei auf scine Art ein G rioche, aber er sei's -. Und die kanonische
Stellung, die er dem Griechentuni zuweist, spricht sich aufs klarste in
— 29 -
den Worten aus: " Im Bedurfniss von etwas Musterhaftem mussen wir
immer zu dea alten Griechen zuriickkehren, in deren Werken stets der
schòne Mensch dargestellt ist. Alles iibrige mussen wir nur liistorisch
betrachten und das Gute, soweit es gehen will, uns daraus aneignen » .
Wir wissen, der weite und freie Geist Goethes nahm die veischieden-
sten geistigen Schòpfungen mit voUstem Interesse aiif; aber sie alle
mussten zusehen, wie sie sicli rechtfertigten ; das Griechische allein
brauchte sicli uicht zu rechtfertigen ; es war ein fiir allemal legitimirt.
Die Bewunderung fiir das Griechentum iibertriig Goethe nun zum
Teil auch auf das Romertum, liier weuiger durch objektive Erwàgung
als durch persònliche Sj'nipathie bestimmt. Alles liòmische, aeussert er
mit halb ernster, halb scherzliafter Beziehung auf die Lehre von der
Seeleuwanderung, — ziehe ihn so sehr an, dass er glaube, er habe
schon eiiimal als Romer, etwa unter Kaiser Hadrian, gelebt.
Bei soldi; r Aulfassuiig und Empfinduug ist es iiaturgemiiss, dass
ihm das Mittelalter nur als Zeitalter des geistigen Verfalls erscheinen
konnte, da « alle wahre reine Bildung in ihrem Fortscliroiteii fiir lange
Zeit gehemmt worden »> . In der Geschichte der Farbenlehre, « die sich
ihm zu einer Geschichte der menschlichen Geistesarbeit iiberhaupt er-
weitert hat, erscheint das Mittelalter schlechtweg als die grosse Liicke -.
Es ist hier nicht der Ort festzustellen, inwieweit dieses Urteil ein un-
gerechtes ist; es handelt sicli hier nur um die Tatsache des Goe-
the'schen Urteils.
Wie musste ihn nun jeiie Epoche fesseln und erheben, in der durch
die Wiedererweckung des Altertums sich der neue Kulturgang der
Menschheit entfaltete! Dodi gab es zu seiner Zeit nodi nicht eine ein-
lieitliche Erkenntniss der eigentiimliclien Bedingungen uml Charakter-
ziige der lienaissance ! Es ist dcslialb auch nicht eine auf bestiinuitr
feste Punkte gerichtete Bewunderung, die Goethe dem Zeitalter des
Humanismus und der Renaissance entgegenbringt ! Und wenn wir ihn
in eiiiem kriiftigen Verse zuci Korypliiion des Humanismus bollaglieli
riihmen Inlren :
" Selbst Erasmus gieng den Sjuiien
Deu Moria scherzend iiach
Ulrich Hutten mit Obskiireii
I)erbe Lanzeiikit'lo bradi n,
so liisst auch dies doch nodi nicht auf eingehende Boschiiftigung luit
ihren Werken schliossen. Am wenigsten konnto natiirlich ihn jeue Lit-
teratur anzidirn, die sidi rcin nadiahiiiond gegeniiber dem Altertuni
verhielt, wie es die neulatoinische Poesie tat. Nur das seliistàndig Gè-
- 30 —
woideiie. das das klassisclie Erbe nach i'i>j:uer Eiiisicht und eigner Aula^'e
verarlteitete, kounte si'ine Scluitzun«r gewinuen. Uiid so sind es beson-
ders dio uationaleu LitttMatiireu gowesen, dio auf deui Grunde der Re-
naissaiH'i' sioh eiitwickelten, welche ihm als wertvolle Bestandteile der
iieuereu Kultur ini h«>chsten Sinu eischieneii.
Vor Alleni gilt dies von der franzòsiscben Litteratur, deren eut-
scheidi'iidcr niass<_febonder EiiiHuss so lange Zeit als nnwidorsprecblich
galt, daiiQ endlicb als unertriiglicber Druck enipluiiden uud bekiiiupit
wurde. Goethe, iu franzosischér, litterariscbei- Sphiii-e aufgewaclisen, hat
abgesehn von jenen kurzeii Stuini- nnd Drangjahren, diese leidenschaft-
liclie Antipatbio nio geteilt. Von Lessiiigs Kampfesstimniiing gegeii-
iiber dein frauznsiscbi'U Tbrator ist er weit ciitfernt; cs eisclieiiit ihm
in seinen Hauptvertretern wie in seiner feststehcnden Art verehrungs-
wiudig. Ich will iiicht daraiif grosses Gewicht legeii, dass er Molière
ira hucbsten Sinn bewuuderte; deiin diese Bewunderung gilt vor Alleni
«ler Person, dem grossen Kenner nnd Darsteller der Welt nnd der
Menschen. Aber anf eiiieni ganz anderen Blatt steht es, wenn er anch
liacine hoch veiehrt nnd wenn er dies nicht personlich, sondern priii-
zipiell begnindet. •• Glanben sie niir ^ aeiissert er ini Alter gegen eiiieii
Bewunderer der franzosischen Roinantik, «^ wiinschen wir nns einen neuen
liacine. aneli mit deii Fehlerii des alteii I Die Meisterwerke der fraii-
zosisclien Bufane bleiben Meisterwerke fiir inimer. Ihre Darstellnng hat
mich selbst in jungen Jahren noch in Frankfnrt hdchst interessirt, da-
mals fasste ich znerst den Gedanken, Dramen zn schreiben. Die hentige
Schnle (die sicli an Victor Hugo anschloas) kann fiir die Litteratur
viel tnn. allein nienials soviel als die friihero getan hat-. Die be-
geisterte Verehrung Shakespeare's hinderte ihn nicht an diesem Ur-
teil. Sliak<'speare schiitzte er als Iiidividunm, die franzOsischen Dra-
luatikcr aber wegen der allgemeiiigiltigen Form, der Tradition, der
Schnle. So hat er ja anch trotz Schiller's Bedenkeii Voltaire"s Maho-
nief und Taiicred mit der bewussten Absicht, daniit fiir die dentsche
Bufane Nutzen zu stiften, iil>ersetzt; er liess den Mabomet" in Weimar
selbst aulftiliren, nm dadurch die Scfaauspieler " zu eineni gemesseiieii
Vortrag, zn einer gelialtent-n Aktion - zu veranlassen. Qud so betracli-
tt'tc er aucfa die franzusisclie Bufane seiner Zeit ini Ganzeii mit aiiiM-
kenncndem, in gewissein Sinn mit benei<leiidem Blick. Als Willudm
von Humboldt mit seiner gewohnten Objektivitiit ihm aus Paris cine
Schilderung des dortigen Tlieatcìlebens iibersandte, nafam er sie in seiue
«• Projtylaen - auf, gab ifar aber /.ugb'icfa den cutscfaiedcn ancrkennenden
Charaktcr durcfa den eiuleitenden Satz, jeder Freiind des doutscfaen
— 31 —
Tlieaters werde wohl wimschen, « dass uiibeschadet des OriginalgaDges,
den wir eingeschlageu haben, die Vorzuge des franzosischen Theaters
auch auf das unserige herùbergeleitet werden mochten » .
Neben der franzosischen Litteratur war es vorzuglich die italie-
nische, die fur Goethe hohe Bedeutuug gewann. Ausser der Zeit der ita-
lienischen Reise ist es besonders das erste Jahrzehnt des neunzehnten
Jahrhunderts gewesen, in welchem er der italienischen Litteratur ein
eingehendes Studium zuwandte. Er beschàftigte sich mit dem Leben
Pietro Aretino's, dem Leo's X, und um sich ganz mit den Lebensfor-
men der italienischen Renaissance bekannt zìi machen, liest er den
Cortigiano des Castiglione. AVahrhaft vertraut war er mit Ariost und
mit Tasso, « dereii jeder uns nach Zeit und Umstànden, nach Lage und
Empfindimg die herrlichsten Augenblicke verlieheu, uns benihigt und
entziickt haben " . Sein eigenes Tassodrama, das zwar nicht die ^igent-
liche Zeitstimmung widergibt, lasst doch genugsam erkt'nnen. svie das
« Befreite Jerusaleni « dem Deutschen Dichter lebendig wai-, und gibt
zugleich durch den Mund Antonio's eine iinùbertrettiiche Charakteristik
des Saengers des « Rasenden Roland » . In jener spiiteren Zeit aber
begniigt er sich nicht mit diesen weltbekannten Werken jener Dichter;
er liest den « Aminta « des Tasso, eine Dichtung, die nur aiis dem \
Geschmack und dem Empfinden der Renaissancezeit heraus begreiflich
ist; er beschiiftigt sich mit Ariost's Satiren und Sonetten. Die italie-
nische Sonettendichtung interessirte ihn damals besonders, weil ilas
Sonett durch die Bemiihungen der Romantiker zu jener Zeit heimisch
gemacht wurde, und er sell)st sich, weiin auch nicht allzu eifrig, in
seiner Dichtung dieser Form zuwandte. Auch die Gedichte des grossen
Buonarotti hat er gekannt, und ich glaube eine unmittelbare Einwir-
kung eines derselbeu in dem wun<lerbaren Preisliede. das Epimetheus
in der Pandora' der Schonheit widmet, nachweisen zu kOnneii. Es handelt
sich in Beiden um die Verehrung des abstrakten, platonisch aufge-
fassten Schòiiheitsideals. Michelangelo dichtet (Madrigal VII):
Per fido esemplo alla mia vocazione
Nel parto mi fu data la bellezza,
Che d'ambo arti m'è lucerna e specchio.
S'altro si pensa, è falsa l'opinione.
Questo sol l'occhio jtorta a quell'altezza,
Ch'a spinger e scolpir qui m'apparecchio.
&'e giudizii temerari e sciocchi
A\ senso tiran la beltà, che muove
E porta al cielo ogni intelletto sano,
— 32 -
Dal iriortale al diviii non vanno jjli occhi
Infermi, e fermi sempre pur là dove
Ascender senza i^raz.ia è pcnsier vaim.
Und iJen Epimethens lassi Goethe ausrufen :
Der Seliijkeit Filile, die luib' ich nnipfunden,
Die ScliOnheit besass ich, eie hat mich gebunden ;
Im FrQhlinps gefolge trat herrlich sie an,
Sie erkannt' ich, sie ergriff ich; da war es getan.
Wie Nebel zerstiebte triibsinniger Wahn,
Sie zog mieli der F.rd' ab, zuin Hinniel hinan.
Diese ideale Autlassuiig der Scluiiihoitfaud Goethe aneli bei Wiiickel-
mann ; der zu seiner Zeit der Schopfer eines Neuklassizismus, eiiier
iieiien Renaissancebeweguns: wurde. Hohe personliche Verehrung wid-
mete er ihm, wie es das eigne ihm gewidmete Biich heweist; das
Hdchste aber, was er voii ihm aiiszusagen wusste, war, dass er sich
selbst ebenbiirtig nebeu die Griecheiigestellt habe. « Eine solche an-
tikn Natiir war in Winckelmann crschienen, die gleich aiifangs ihr iin-
geheures Probestiick ablegte, dass sie durch dreissig Jahre Niedrigkeit,
Unbehagen uud Kiminier nicht gebiindigt, niclit aus dem Wege ge-
riickt, nicht abgestuinpft werdeii konnte. Hatte er nun im Leben einen
wirklich altertiimliclieu Geist. so blieb er demselbeii auch in seinen
Stndien getreu". In geringerem Mass, aber in gleichem Sinne hat
Goetlie auch den Kiinstlergenossen Winckelmann's, Raffael Mengs ge-
schiitzt, nicht iiur als Maler. sondern auch als Kuiisttheorctiker, von
dessen Aufstellungen Goethe nianches, weiin auch in vertiefender Ver-
arbeitung in seine eigenen Kunstanscìiauuiigen heriibergenommen hat.
Und so war ihm auch in der zeitgenossischen Kunst die an Winckel-
mann und Mengs gen;ihrte, der Aiitike nachstrebende Richtung die
sympatliisclie und wcrtvoUt', sowohl was den Stotf als was die Form
angieng. >- Die Kunst der Alten, betonte er, hat in dem Kreis, den
Hoiner uinsclilie.sst, sich cine Welt geschalfen, wohiii sich jeder iichtc
moderne Kiinstler so gern versetzt, wo alle seine Muster, scine hoch-
sten Ziele sich befinden ". Und wie er selbst in « Hermann und Doro-
thca - Homeride sein wollte, so rief er den Kiinstlern zu ; - Deutsche
Hildhauer, es wird euch nicht schaden, nach deiu Knliiu der letztcìi
l'raxiteliden zìi strebeii-.
Wie viel mehr alter imisstf ihii ln'i solcher Betrachtung jene Pe-
riodi- der Kunst anzieiu-n, die nach seiner Auffassung die reinste und
wahrstf Wiederboleliung der Antike «larstellte: die italienische Ucnais-
— 33 —
sance. Nach sorgfàltiger Vorbereitiing l»etrat er 1786 das Land seiner
Sehnsucht, iind der dort gewonnene fesselnde und festhalten<le Eindruck
der grossen italienischen Kunst wirkte sein ganzes Leben hindurch
nach. In seinen Zeitschriften « Propyliieu » und « Ueber Kunst und
Altertum » legte er die Ergebnisse fortdauernder Studien nieder, die ihn
dazu fiihrten, allmahliche mehr und mehr von dera Studium der spà-
teren eklektischen Kiinstler hiniiberzugehen zu dem der friihem Mei-
ster, denen das Verdienst an dcm miihevollen Aufsteigen der Kunst
zu vollendeter Hòhe zukomint. Fiir die Art uie er die Vereinigiing von
selbstàndiger Natur mit der ehrfurchtvoUen Erneucrung antiker Tradi-
tion wahrzuuehmen glaubte und lebeiidig nachenQpfand. ist besonders
charakteristisch sein Urteil iiber Andrea Mantegna, dem er cine um-
fassende Untersuchung gewidmet hat. « Das Ideelle, Hòhere zeigt sich
in der Anlage, in Wert und Wiirde des Ganzen ; hier offenbart sich
der grosse Sinn, Absicht, Grund und Halt. Dagegen dringt aber auch
die Natur mit urspriinglicher Gewaltsamkeit herein, >vie der Bergstrom
durch alle Zacken des Felsens Wege zu finden wiss. Das Studium der
Antike gibt die Gestalt, sodann aber die Natur Gewandtlieit und letztes
Leben «. Mit sicherer Einsicht wiirdigte er die entscheidende Bedeu-
tung Lionardo da Vinci's: « Wie ihra bei augeborener Kunstfertigkeit
die Natur nachzuahmen leicht war, so bemerkte sein Tiefsinn gar bald ,
dass hinter der àussereii Erscheinung, deren Nachbildung ihm so gliick-
lich geluiigen, noch manches Geheimniss verborgen liege. nach dessen
Erkenntniss er sich unermiidet bestreben solite ; er suchte daher die
Gesetze des organischen Banez " . Lionardo's - Musterschule - betonte
Goethe vorziiglich, fand dann den « Gipfel ^ alles Grossartigen in Mi-
chelangelo; sympathischer aber, mehr seinem eigenen Kunstideal ent-
sprecliend war ihm Raftael. In ihm fand er das Griechentum niclit
kiistlich angeeignet, nicht miihsam erworben, sondern iiaturhaft wie-
dergeboren. ^ Er griizisiert iiirgends. tuhlt, denkt und handelt aber
durchaus wie ein Grieche. Wir sehen hier das hochste Talent zu ebenso
gliicklicher Stunde entwickelt als es unter ahnlichen Umstaudon und
Bedingungen zu Perikles' Zeiteu geschah". Keiu neuor Kiinstler, ur-
teilt Goethe, habe so rein und vollkommen gedacht als er und sich so
klar ausgesprochen. Und so erhebt er sich bis zu dem Satze unbedingter
Selbsthingabe: « Katlael hat wie die Natur jederzeit recht und ebenda
ara Meisten, wo wir ihn am wenigsten begreifen " ,
In der Architektur der Renaissance ist Goethe vor Alleni nicht
miide geworden. den grossartigen Totaleindruck der Petorskirche zu
riihmen. Von eiiizelneu Kiiustlern gehurte scine Bewunderuni; vor Alleni
Stìiioiie III. — Storia delle Lelleniture. "
— :a —
deni Palladio, i-iu Urteil, das iins, die wir beute in Palladio's Werkeii
die uuiiiittelbare Lcbensfiille vt'iinisscn. niclit niehr ijanz ver^taiidlicli
ist. Aber Goetlie, der iselbst deii Vitriivins - iiiit wahier Audacht " las,
land bei dem Vicentine!' eine niit klareni iiiid festeni Wollen diirch-
LTetìihite Einoiicrung der romisclieii Aichitektur. * Palladio war diirch-
ans vou der Existeaz dor Alteu diirchdruD^fcu iiud luiilte die Kleiiilitit
iiiid Enije seiner Zeit wie ein ^rosser Mensch, der sich nicht hinj^ebea,
sondern das Uebliclie soviet als moglich nach seinen edeln Uegriffea
umbiUìea will • .
Nach dell Eindriicken, die dieser tiiichtige Ueberblick uns gegeben,
wird es nicht iiberrascheii, wenn wir wahrnehmen, dass Goethe auch
in seinen eigenen Werken dieser Elufiircht ver grosser Tradition, die-
sem GetVihl iunerer Verwaudtschaft mit den Miichten dieser Tradition
oftmals gefolgt ist, so dass von dieser Seite sein Schatten selbst noch
als ein Glied in der fortlaufenden Kette der Renaissancekultur, sein
Dichtcn als Renaissancepoesie erscheint. Die Wiedergeburt griechischer
Dichtung erstrebte er am entschiedensten in der Achilleis', luit der er
tatsiichlich in «He Bahn Homers eintreten wollte; auch in der - Iphi-
genie - und in der ^ Pandora " rufr er die griechitiche Welt wieder
hervor; dodi ist in dem ersten Werk der Stotì" stark in christlicheiu
Sinue umgebildet, in dem zweiten die Formgebuiig stark mit roman-
tischen Elementen diirchsetzt, so dass hier eine Verschmelzung antiker
iind neuerer Elemente vorliegt. Ich will nicht des Weiteren von den
zahlreiclien Werken Goethes reden, in denen nur ein antik-klassisches,
àsthetisches Prinzip der Gestaltung des der Neuzeit angehorigen und
modernen Stolles herscht, will auch andrerseits nicht auf das der Re-
naissance-Welt, freilich der absterbenden, gewidmete Tassodrama ein-
gehen ; aber mit um so grosserer Entschiedenheit muss ich daiauf hin-
weisen, dass Goethe auch seinem Lebenswerk, dem Faust", dessen StotV
und Gehal.t von der Antike soweit abliegt, doch fiir notwendig hiilt,
die antike Episode, die sich um Helena gruppirt, einzngliedern. Wohl
war die Erscheinuiig der Helena an sich sclioii durch die alte Volks-
uberlieff'riing gegeben ; aber die Bedeutuiig. durch wolche die Episode
zum nach alien Seiten gesehenen "• Gipfel " dos zweiten Faustteils wird.
ist ganz und gar erst Goethes eigene Schopfung. Oline die Renaissance,
die er hier den Menschheitsheldon durchleben liisst, wjire ihm desseu
Lebensgaiig nur Stiickwork geblieben. Und tatsaclilicli erst nach Ein-
fiigung dieses IJestandteils erfiillte die Faustdichtuiig tatsiichlich, was
Wieland schon nach dem Erscheinen des ?]rsten Toils divinatorisch dar-
iiber geurteilt. dass sic dio Tendenzen aller verwichenen .Tahrhunderti'
— 35 —
seit Aeschylos bis auf unsere Zeit in sicli vereiaige. Wie Goethe in
dem Helena-Akt ein Bild der eigenen in Italien durchilebten Renais-
sance gibt, so zugleich ein Bild der im Zeitalter des Humanismus der
deutsclien Kultiir zu Teil gewordenen Wiedergeburt, da sich das deutsche
Volk einerseits durch die Antike beleben und befruchten liess. andrer-
seits aber aiich sich ziim Herrn der Antike machte, indem es sie und
ihren Reichtum sich zura eigenen Besitz umwandelte, wie Goethe es
Faust seinen Recken zurufen lasst, indem er die griechischen Lande
unter sie verteilt :
a Germane Du, Corintlius Buchten
Verteidige init Wall und Schutz,
Achaja dann mit hundert Schluchten
Empfehr idi, Gote, Deinem Trutz.
Dann wird ein jeder hauslich wohnen,
Nach Aussen richten Kraft und Blitz ....
AH einzeln sollt Ihr dort geniessen
Des Landes, dem kein Wohl gebricht".
LE TEMPS RECOUVRE,
POÈME DE PIERRE CHASTELLAIN COMPOSE A ROME EN 1451.
Comunicazione del prof. Arthur Piaget.
Il paraitra sans doute téméraire d'entretenir la troisième Section
du Congrès international des sciences historiqiies d'un poète aussi in-
fime que Pierre Chastellain. Mais, d'une part. l'ouvrage sur lequel
je voudrais attirer l'attention est encore inédit et personne que je
sache n'en a parie jusqu'ici, et, d'aiitre part, il a été compose à Rome
en 1451, lors du Grand Jubilé.
L'auteur de ce poème, Pierre Chastellain, que le manuscrit de Turin
L. IV. 3 appelle Pierre Chastellain dit Vaillant ('), occupe une place
très modeste, mais assez originale, dans l'histoire de la poesie fran-
yaise au XV® siècle et soulève quelque petits problèmes intéressants.
L'étude de sa vie et de ses oeuvres nous mènerait trop loin et j'en
reste au poème special qui fait l'objet de cette communication.
Pierre Chastellain, quii ne faut pas confondre, comuìe ou l'a fait
quelquefois, avec Georges Chastellain, est l'auteur de deux petits
poèmes en rimes équivoquées. intitulés l'un le Temps perdu, l'autre
le Temps recouvré.
Le premier a été publié en 1869 par M. Jules Petit pour la
Société des Bibliophiles de Belgique d'après le manuscrit LV de la
Bibliothèque de Stockholm (-). On le retrouve dans d'autres manus-
crits à Paris (=<), à Turin (•<), à Londres (■•).
(') Voyez Romania, XXIII, ]ip. 257-259.
(*) Le Pas de la Mort, ponine inèdit de Pierre Michaut. piiblio par Jiile.s
Petit. Bruxelles, 1869, pp. lxiii-lxxx.
(3) Bibliothèque nationale. lus. Ir. 220G. 24J42. ii. ani. <>■• 'i217; Arcuai,
ms. 3521 et 3523.
(<) Ms. L. IV. 3 (Pasini. II, 1.^9).
(5) Brit. Mus. Ilari. 4397.
— iìS —
Le secoiid poème. le Tcmps recoitorr. long d'eiivirou deiix mille
vers. est inódit et se trouve. à ma coanais;sauee. dans trois mauiiscrits:
à Paris. Bibliothèque nationale, fr. 2266 et uoiiv. acq. fr. 6217;àStock-
holm, ms. LV (').
Le Tempn perda a été inspirò à Pierre Cliastellain par un poème
qui l'Ut au XV* siècle un succòs considérable. le Passe temps de
Michaut Taillevent. Michaut Taillevent, qui de son vrai nom s'ap-
ptdait Michaut Le Caron. dit Taillevent. était valet de chambre et
jotieur de farces de Philippe le Bon, due de Hourgogne. On l'a souvent
ideutifié, mais ;\ tort, avec Pierre Michaut, secrétaire du comte de
Charolais. J*ai essayé de montrer. dans le tome XVIII de la Ro-
t/ìddia, que Michaut Taillevent était un auteur de la première moitié
du XV® siècle, qui ne manquait ni d'esprit ni d'originalité et auquel
on n'a pas jusqu'ici suttisamment rendu justice, tout à fait ditférent
de Pierre Michaut qui Horissait vers 1470 (-).
Michaut Taillevent avait passe tonte sa vie à la cour des ducs
de Bourgogne et il ne s'3' était pas enrichi. Vieux et pauvre, il fait,
dans le poème du Passe temps, un retour sur lui-méme. Il regarde
eu arrière. Il se revoit tei qu'il était dans sa jeunesse, gai, insou-
ciant, tout occupé ìi " rimoier », à faire des ballades et autres dits
amoureux.
Helas! sVcrie-t-il, se j'ousse eu cognoissance
De ce que j'ay depuis trouvé!
Passe encore de vieillir. mais ótre pauvre I Pauvreté, dit Taille-
vent, est pire que mort. Et le poète iious décrit la triste situation
d'un homme, comma lui, vieux, pauvre, sans parents et sans amis.
C'est ce poème qui a inspiré à Pierre Chastellaio son Temps
perdu, intitulé dans quelques manuscrits le Coatre passe temps Michaut.
Chastellain trouve que Michaut Taillevent a tort de se plaindre. Tu
te plains, lui dit-il, de pauvreté et de vieillesse. Et moi donc? Ne
suis-je pas aussi vieux et plus pauvre que toi? Et Chastellain laisse
entendre que la misere du vieux joueur de farces du due de Bour-
gogne est imaginaire. Dans tous les cas, s'écrie-t-il, je voudrais bien
étre aussi riche que toi!
Nous savons d'autre part. ce qui vieudrait il première vue con-
tirmer les insinuations de Pierre Chastellain, que Micliaut Taillevent,
(•) Voyez Cdtaloijut' de (Jeorge .Stei)lieii8. Stuckhulin, 1847, j). 188.
{*) Homanui. XVIII. i-p. J.''.rt-ir,2.
- 39 —
outre ses gages fixes de valet de chambre et de farseur du due de
Boiirgogae, avait re9ii et recevait à chaqiie instant des sommes im-
portantes, corame gratifications, en considération de ses loDgs et loyaux
Services. En 1436, le due de Bourgogne lui fait don de cent francs
« pour lui aidier à supportar les frais qu" il convient avoir à son Ser-
vice ». En 1437, Michaut Taillevent re90it «la somme de cent
livres, pour don à luy fait par mondit Seigneur pour une fois, en
consideration des bons et agreables services qu'il luy a fais et pour
luy aidier à supporter les frais qu'il luy convient avoir oudit service » .
En 1439, Taillevent re90it trente livres <* pour luy aidier à vivre "et
maintenir son estat en consideration des services qu'il a fais et fait
chascun jour». En 1443. le due de Bourgogne fait don à Michaut
Le Caron, dit Taillevent, son valet de chambre, de quarante francs,
n pour lui aidier à ses necessités, à ce qu'il se puist honnestement
entretenir en son service » ('). Toutes ces gratifications du due de
Bourgogne à son valet de chambre et joueur de farces nous prouvent,
contrairement à l'opinion de Pierre Chastellain, que Michaut Taille-
vent avait réellement peine à vivre et à » maintenir son état » : Pierre
Chastellain avait probablement tort de considérer son vieux confrère
comme un homme de lettres particulièrement bien renté.
Pierre Chastellain nous raconte, dans le Temps perda, sa propre
vie. Dans sa jeunesse, comme Michaut Taillevent, il n'avait fait que
s'amuser. Il partageait son temps entre l'amour et la musique. Pos-
sesseur d'une harpe, il ne faisait du matin au soir que jouer de cet
instruraent. D'autres renseignements nous apprennent que Pierre
Chastellain était entré au service du roi René en qualité de harpeur.
En 1448, il reyoit, comme gratifica tion, une belle harpe achetée dix-sept
tìorins six gros au marchand Véri de Médicis (-). La musique, plus
encore que la poesie et la peinture, était un art eultivé à la cour du
roi de Sicile. Les douze chantres de sa chapelle passaient pour excel-
lents. Et quand le roi René, toujours à court d'argent, faisait des gra-
tifications, elles s'adressaieut le plus souvent à des musiciens. Mais
on ne volt pas que Pierre Chastellain, comme Michaut Taillevent à
la cour de Bourgogne, ait souvent reyu des dons de cent francs du
(') Voyez CoMTE de Laborde, Les Ducs de BourcfOijne. Paris, 1849, t. 1,
p. ILI, et JuLES Petit, Le Pas de la Mort. porrne inédU de Pierre Michault.
Bruxelles, 1869, p. xiii.
(*) Voyez Extraits des comptes et niémorinu.v du roi fiené. piiM. par A.
T.ECOY HK LA Marche. Paris, 187.1, p. 33t>.
— 40 -
bou roi René '• pour lui aidier. comme diseiit les comptes, à ses ne-
cessités et atìu qu'il se puist hounesteinent eutretenir » (').
Pierre Chastellaiu, coutinuant le récit véridique et sincère de sa
vie, nous raconte qne, coinme tout le monde, il se maria. Il prit pour
l'emme - la bouue Jehanuette », aniuióe d'excellentes iiiteutious mais
peu habile à l'ouvrage. Aussi l'abondanoe ne régnait pas au logis.
'J'oujours povreté gouvernoit
Demy le temps notre maison,
Et iR'Cessité s'ivernoit
Tout le beau lonj; de la saison.
Quand viureut les eufauts, force fui à notie musicieu de plauter
là sa harpe et de trouver un gagne-pain plus lucratif. 11 se tit
«changeur", et, pendant un temps, n'eut que comptes et chiffres
en téte :
Par cliiffrcs et par argorisme
Quatre ans je coiiiptay •■ ■ saiis moiiiioye!
A unsf chascun je semonnoye
Faire de mes comptes service.
^laib les atfaires n allaient pas brillamment et le pauvre Cbas-
tellain ne gagnait pas mème de quoi se nourrir au jour le jour.
Ainsi ii'eusse trouvt- mou compte,
Car tousjours, de soir ou de maiii.
Mettoye ung repas eii mescompte
Et l'atteiuloye au lendemain.
La boline Jebannette u'avait pas lieu d'étre contente et *. ravaloit »
sou bouime. qui tiiialemeut diit abandouuer la tiuauce. Le malbeureux
tomba de mal en pis. Il se bouta, comme il dit, en l'alcbimie. Et
il dépensa beaucoup d'argent, qu'il avait eniprunté.
Plus pauvre que devant, Chastellain se consola en pensant au
Fils de Dieu qui sur terre ne possédait rien ; il se consola en pensant
aux grands trésors qui l'attendaient dans le ciel.
Ce poème est date de 144U. Onze ans plus tard. en 1451, Pierre
(') L.j 5 décembre 14 18. l'ierre Ciiastellain reruit duux (iurius et six grog,
u tant pour le louaige d'un cheval qu'il a loué pour .VI. jours entiers, venaiit
d'Ali a Tharascon et en Avignon, en la compajrnie du dit Seigneur fle roi de
Sicile], que pour la despense du dit cheval par le dit temps». Voyez Lecoy dk
LA Marchk, Exlraits dex comptes et mémoriaux du roi René, p. 314.
- 41 —
Chastellain, toujours misérable, composa un nouveau poèrae, le Terajjs
recouvré, inspiré, cette fois encore, par sa pauvreté.
Maintes fois me suis debatu
En mon caeur, pour la grant aspresse
De povreté, et esbatu
En mes escriptz, car trop fort presse
Ceulx qu'elle veult tenir en presse,
Et encores ne rn'eii puis taire!
Pierre Chastellain commence le Temps recouvré par d'amères
rétlexions sur sa propre misere, et sur « necessité » qui trop lui est
dure. Il est vrai que les portes du paradis sont fermées à l'homme riche.
Mais cette pensée ne suffit pas à lui donner la résignation. Il trouve,
et cela depuis son t jouvent ", que la vie est « orde et immonde »,
et que tout ici-bas n'est que « neige ou vent " .
Ed 1450, Fan du Grand Jubilé, Pierre Chastellain vint à Rome,
pour acquérir les indulgences et tàcher de faire fortune.
A Romiue, atout mes indigences,
Fu acquérir les indulgences.
11 nous raconte quelques-unes de ses aventures. 11 était, nous
dit-il, « vieil et casse », tourmenté à la pensée de ses deiix enfants
qu'il ne parvenait pas à tirer de misere. Pendant dix-huit jours, il
parcourut la ville, émerveillé de tout ce qu'il voyait, grands palais et
vieilles tours, tautòt faisant des chàteaux en Espague, tantòt contem-
plant sa bourse à peii près vide. Il nous fait part de ses rétlexions
sur sa vie perdue, sur la mort, sur la richesse, sur Espérance, la bonne
dame qui, dit-il, « jadis fu ma belle hostesse », et qui est remplacée
depuis longtemps par Misere, t^ qui fait vieille troter - . Il nous laisse
entrevoir ce qu'était sa vie de pauvreté et de servitude ìi la cour du
rei René, oìi il était une espèce de souffre-douleur dont chacun se
moquait.
Je pourroyi' Salomon estro;
Si povro suis, checun se mocque,
A court, de moy et de inon ostro.
L'un me nicciue ot l'autre me nacque.
Et puis l'iiutre me niequenooquo!
Chastellain était descendu dans un hotel tenu par un bourgeois
de Sienne. et il prenait de uiaigres repas - comnie uug simple bergier -,
- 42 —
Fante «l'arirent pouf prolonger son séjour, il allait regagner la Fianco,
lorsiiiitì le patron «le l'hotel, qui avait pris Pierre Chastellain en
atfection à causo de ses " gracieux mots " et de ses « joyeux nó-
tables -, lui api)iit que daiis la maison se trouvait, inalade d'une ma-
ladie iiicurable, un grand et riche personnage. Oliastellaiu n'hdsita pas
une minute: il se ftt fort de guérir ce malade que tous les médecins
avaient abandonné. Il prepara un breuvage qui eut, c'est du moius
Chastellain qui le prétend, d'excellents résultats. Notre médecin im-
provisi' fut généreuscment récompensó. Dans sa joie, il forma le projet
de Taire un pèlerinage au Saint Sépulcre. Mais il n'alia pas bien loin.
En parcourant les rues de Rome, il ^ s'afolla " un pied : *. un clou
sul)til plus qu'une aleyne " le transperya de i)art en part.
Pour la guérison du grand personnage, Pierre Chastellain avait
re^ni, comme honoraires, cent ducats. Sagement il n'en garda que deux
dans sa poche:
Les autros furent poiiit pour jioiiit
Bien cousues en nion pourpoint.
Chastellain crut posseder une fortune. 11 tit boune chère et vit
la vie en rose. Il est plein de reconnaissance envers Dieu. le dispen-
sateur de tous les biens. Et il nous apprend que c'est précisément
parce qu'il est sorti de misere qu'il a compose à Rome le Temp^
recouvré :
Pourtaiit, l'an mil qiiatre cens
Cinquanta et ung, ce petit livre
De l'entenderaent et du sens
Que Dieu souvent ìi l'onime livre
Quand de misere le delivre,
A lìomme fut fait et ouvró.
Apelle mon Temps recouvré.
Mais sa joie ne fut pas de longue durée et les quatre-vingt-dix-huit
ducats ne restèrent pas longtemps cousus dans le pourpoint. Le grand
personnage que Pierre Chastellain avait guéri quitta Rome, ou, plus
probableraent, mourut.
Adonques, dit Chastellain, le sire perdis
Qu'a lluniine je ressuscitay.
Pour comble de muux, il tomba lui-méme malade et redevint
plus misérable que iamais. L'amerturae au ca-ur. il quitta Rome et
— 43 -
gagiia la Lombardie, Il y exer9a sa nouvelle profession de médecin et
il trouva un autre malade à soigner qui. comme le premier, se montra
généreux.
Mais qaant j'eu assez attendu
Uiig autre sire en cure pris,
De qui je fus bien entendu
Et dont j'eu los, hoiinenr et pris . . .
Dont uiig an ma puvre char mise
Fut trois fois en belle chemise !
En Lombardie, Pierre Chastellain avait retrouvé son maitre, le
roi de Sicile, qui guerroyait depuis le mois d'aoùt 1453. Mais, fatigué
et malade, notre poète, qui errait en Italie depuis plus de quatre ans,
reiitra en France sans attendre le roi René. Il s'en eicuse. Il sera
toujours «i l'humble servant, pauvre et loyal, « du bon roi de Sicile ;
mais il est rassasié des voyages. Et la nécessité de la rime lui fait
faire incidemment un aveu qui explique la misere ininterrompue de
Pierre Chastellain :
Car aussi bien quand je voyaj,'e
Je passe temps a querre vins!
Sans le bon sire m'en revins . . .
En France, Chastellain se remit à l'alchimie. Dans de longues
pages, il s'ertbrce de prouver la légitimité de cette science. Beaucoup
de gens, dit-il, la traitent de folle. Ce sont les ignorante qui parlent
de la sorte! Jean de Meun u'a-t-il pas dit, dans le Roman de la
Rose, que
Celui qui d'arquimye est uiaistre
De fin arg^ent fin or fait naistre,
Et poids et coulour y ajoute
De chose qui gueres ne conte?
Pierre Chastellain avait quitte Rome aussi pauvre qu'avant d y
etra alle, aussi n'est-il pas teiidre pour la Ville Eternelle. Son poème
est rempli de violentes satires contro Rome, le pape et les cardinaux.
L'Eglise de Saint-Pierre lui tìt l'effet de devoir s'ocrouler ù href délai.
Papes, prelatz et cardinaulx
Sont tous avcugles, oar dix naulx
D'or et d'argent ne leur suflìst . . .
Qui veult co qu'i'n fait en enfor
Savoir, il fault a lùminie aller
- 11 —
l'our traiisiiiuer so» or en fer,
Travailler soii corps et haller.
Et polir inontor et avaller . . .
Rapine, adultere et usure
Y regnent comnie fixe estelle ... '
Ces satjres se retrouveut chez tous les poètes fran9ais du XV* sie-
de, méme chez des ecclésiastiques, comme Martin Le Frane, qui fut
protouotaire apostolique et secrétaire du pape.
Tel est le Temps recouvrc de Pierre Chastellain, compose ou
dii inoins commencé à Rome en 1451. On n'y respire pas im idéal
très élevé; on y relèvera des passages d'un réalisme vulgaire et plat.
Mais cette confession sincère et personnelle d'un pauvre diable de
rimeur, un peu chevalier d'industrie, nous repose, dans l'histoire de
la poesie au XV® siècle, des éternels poèmes amoureux et - courtois " .
composés suivant les rògles mises à la mode par Guillaume de Machaut.
Peu de temps apròs, un autre poète, un vrai cette fois, dont la vie
fut encore nioins édifiante que celle de Pierre Chastellain, Fran90is
Villon, nous fera lui aussi dans des vers immortels la confession
sincère et poignante de son ^ temps perdu « (').
(') Mon savant arai, M. Guido Mazzoni, me signale une curieuse coinci-
dence. Un poète vénitien de la seconde nioitié du XIV^ siècle, Sabelo Michiel,
est l'auteur de deux ouvrages, aujourd'hui perdus, l'un en prose 11 Passatempo.
l'autre en vers // Tempo perso. D'après ce que nous savons de ce dernier. il
aurait présente quelque analogie avec le Temps perdu de Pierre Chastellain. Mais
il est jieu probable que Chastellain ait jamais connu le poèiiie de .Sabelo Mii^lii.].
VI.
LE COLONIE PROVENZALI DELLA CAPITANATA.
Comunicazione del prof. Luigi Zlccaro.
Dieci anni sono, trovandomi, per ragioni d'impiego, nella ospita-
lisaima Foggia, capitale della Daunia moderna, la Capitanata. Foggia
città alla quale mi stringono tanti v^incoli di affetto, un mio discepolo,
sentendomi parlare di Provenza e di letteratm'a provenzale, dissemi
essere anch'egli un po' provenzale; e fecemi papere ch'egli era d'un
paese poco lontano da Lucerà, e ancor meno da Troja ; d'un paese ove
si parlava un dialetto chiamato, da tutti i vicini, proDen:iale.
Non avendo io, fino a quel di, mai sentito parlare di colonie
provenzali in Italia, ne rimasi grandissimamente meravigliato. Poco
dopo, pregai quel giovane, — un simpatico biondino che seppi poi di
famiglia cospicua della Valmaggiore, ossia Valle superiore del Ce-
lano — di procurarmi altre informazioni e di mettermi in relazione
col sindaco del suo paese o col parroco, o con altra persona colta e
gentile.
Il signor Finelli (così chiamavasi quel bravo giovane) mi procurò
ben presto delle poesie scritte nel dialetto del suo paese, Faeto : poco
dopo, una breve storia di Faeto e Celle, vale a dire de' due paesi fon-
dati dai Provenzali e de' quali io ho ora l'onore di parlarvi, o signori-
Ebbi in seguito la fortuna di potermi recare io stesso sul luogo
e di fare colassi! la personale conoscenza del sig. avv. Finelli, padre
del mio alunno, e della sua bella e nobile famiglia, nonché del cor-
tese ed erudito parroco di Faeto, sig. D. Rocco Gallucci, appassionato
cultore della storia del suo paese nativo.
A questi signori devo io l'aver potuto spigolare le poche notizie
di cui intratterrò ora i miei gentili uditori.
Ma devo pure riconoscenza al più caro amico e collega che avessi
io allora in Foggia, il defunto prof. Quattrocchi, napoletano, uomo dotto,
filologo profondo, noto anche in Inghilterra e negli St;iti Uniti di Ame-
- 46 -
rica. Fu egli clie mi fece sapere che, nel libro pubblicato dal Papanti
qualche anno prima (erasi allora nel 1898) in occasione del 6" cen-
tenario del boccaccio, trovavasi la versione, nell' idioma di Facto e
Celle, della novella IX. P giornata del Decameron.
Se la notizia avuta dall'amico diletto mi fece piacere, essa però
smorzò alquanto i miei ardori di scoprit(>re che sta per esclamare Eu-
reka! Ma l'ottimo collega m'assicurava che ben pochi in Italia, mal-
grado la pubblicazione del Papanti, conoscevano l'esistenza di Faeto e
Celle, 0 sapevano che il loro linguaggio era provenzale.
Ed io pure m'accorgevo che il Quattrocchi diceva il vero, che
parecchi miei articoli su questo argomento pubblicati sulla centenaria
Gazzetta di Venezia, suU'.l/o//, di Avignone, sul Pensiero , ài W\ii^
Marittiuia, sulla Geografìa per tutti, di Milano, ecc. ecc., destavano
l'universale meraviglia. I Foggiani stessi, per la maggior parte igno-
ravano che nel loro circondario vi fossero seimila persone che parlas-
sero provenzale.
Mi decisi allora d^, fare un lavoruccio su queste colonie proven-
zali. Dedicai la modesta opera mia a quel grande letterato e uomo
politico clie fu Ruggero Bonghi, nato da famiglia lucerina. Egli ne
«'radi la dedica e parlò del mio libretto nella sua Coltura.
Mi aiutò assai col consiglio il barone L. De Berluc-Pérussis, il
forbito scrittore franco-provenzale, il brioso poeta che ora la sua Aix
piange troppo presto rapito al Félibrige, di cui era antica e salda
colonna.
Questo illustre discendente delle nobili famiglie Berlucchi, di Mi-
lano, e Peruzzi, di Firenze, m" incoraggiò e mi diede ottimi suggeri-
menti. Se il parroco di Faeto mi favoriva preziosi manoscritti e buone
note completanti la troppo breve storia di Faeto e Celle del prof.
P. Gallucci, il mio illustre e diletto amico De Berluc mi prodigava
preziosissime note storiche e filologiche sulle colonie provenzali, specie
sul decreto emanato l'anno 1273 da re Carlo I d'Angiò, per invitare
i Provenzali a venire a ripopolare le terre di Lucerà, dopo l'estermi-
nio dei Saraceni.
K mio iucoraggiatore e protettore fu pure l'onorevole Eugenio
Maur\, deputato di Foggia, il quale mi promise persino di farmi dare
dal Ministero I. P. qualche sussidio per i miei umili studi.
L'oii. Maury mi scriveva, a questo proposito, nell'aprile del 1894:
. Lodo grandemente il suo desiderio di mantenere vive le tradizioni
storiche delle Puglie, e vorrei che Ella, con l'amore allo origini della
coltura provenzale die tutti le riconoscono, intraprendesse una raccolta
— 47 —
dei vocaboli della lingua ancora parlata a Facto e Celle. Fra dieci
anni, l'istruzione obbligatoria, livellatrice di tutto, ne avrà disperse
forse le traccie. Della grande fonte originaria della coltura proven-
zale rimane forse ancora, in quelle due cittadine, qualche fresca rimem-
branza sia nelle leggende, sia nei dictons. Avevo in animo di pro-
muovere ricerca siffatta dal Minist. I. P. — Potendo farle dare inco-
raggiamento a compierla, accetterebbe lei l'incarico?...-'.
Ne incarico né sussidi io mi ebbi mai. Feci uscire ugualmente
il mio lavoro, e la sola .soddisfazione ch'io provai fu di sentire chela
stampa d'Italia e di Provenza, rappresentata dai giornali più seri e più
importanti, dalla Gcu:;. di Venezia, al Pensiero di Nizza (Marittima),
e à^W Aioli di Avignone, <lalla Opinione di Roma, dalla Sem di Mi-
lano, 2i\X Universui di Bukarest, al Secolo, di Lisbona, ne parlarono
favorevolmente.
Ed ancora ultimamente il Corr. d' Ilalia, di Parigi, riportava,
colla mia poesia al Vecchio Castel Saraceno, di Lucerà, dei cenni sul
mio povero libruccio delle Colonie Provenzali.
Dirò ora, il più brevemente che mi sarà possibile, come i Pro-
venzali fondarono Faeto e Celle.
Tutti sanno che Lucerà, la graziosa cittadella che, sulle prime
alture dei contrafforti dell'Appennino Napoletano o meglio Sannitico.
getta il suo sguardo sull'immenso Tavoliere delle Puglie, il vasto e
ricco piano che misura 60 Km. di lungh. (X 40 Km. di largh. circa),
Lucerà che sembra voler proteggere quasi naturale custode, da secoli
parecchi, la Capitanata Daunia — tutti sanno, ripeto, che Lucerà è
un'antichissima e illustre città, antica come Arpi, la Foggia dell'epoca
romana, antica come Siracusa, come Koma. La città, ora sede dei più
alti Tribunali e d'un de' più rinomati Collegi nazionali dell'Italia me-
ridionale, vuoisi fondata da Diomede uno dei principi greci che pu-
gnarono più strenuamente durante la guerra di Troia.
Si attribuiscono pure a Diomede le fondazioni di Sipontinn. di Oa-
nosa e di Argyrippa, o Arpi. Certo è che Luceria è la più antica
delle città della Daunia. Straboue l'appella la Città dei Danni ed
Orazio la nobile. Il suo nome vuoisi far derivare da Luu\ e cos'i i>t'r
indicare ch'essa era la luce delle Puglie, che allora si chiamavano
Calabria.
Durante le guerre sanniticlie. Luce ria rimase fedele ai Romani,
il che le valse una terribile punizione da parte dei Sanniti, vincitori
- 48 -
alle forche Caudine. L'anno 430 dopo la fondazione di Roma, Luceria
è ricevuta come colonia Romana. Vi si inviarono da Roma 500 citta-
dini per ripopolare la città, per conservare la conquista ed avere una
piazza forte che tenesse in soggezione VApulia.
Lucerà si ebbe una colonia togata. Da Lucerà uscirono altre co-
nio, fra cui quella detta l aceri aa inviata in Rumeliu ad edificarvi
Alba Julia, sotto Traiano.
K forse dai Lucerini, dai Danni, i nostri fratelli Rumeni hanno
ricevuto quel suono strano, speciale che s'avvicina un po' a quello deìYoeu
0 deir^' semimuta dei Francesi, suono che troviamo nel loro stesso nome
Rumeni o Romàni. Questo suono trovasi in tutto il Tavoliere ancora
oggidì.
Pompeo l'anno 49 av. Cr., ebbe dai Lucerini 17,500 soldati. Ot-
taviano Augusto creò Lucerà colonia militare.
Anche sotto Costantino, anche sotto l'impero bizantino Lucerà fu
considerata la prima città delle Puglie. Non fu che più tardi sotto i
Longobardi ch'essa cedette il primato a Bari.
Sotto l'imperatore Federico II di Svevia, Lucerà sembra riprendere
l'antico splendore, splendore che però non dura che durante il regno del
glande monarca svevo. Lui caduto, cade anch'essa, e invano tentano
di farla risorgere Carlo I e suo tiglio Carlo II d'Angiò, il quale ultimo
le cambiò persino il nome, facendola chiamare, durante il suo regno,
Santa Maria della Vittoria », mal sonandogli all'orecchio quel nome
di y. Lucerà Saracenorum « che i Guelfi avavan dato in ispregio alla
città stata sempre fedele a Federico II.
Pel vecchio castello che aveva albergato, al dire di alcuni sto-
rici, oltre ventimila Arabi fatti venire dalla nativa Sicilia da re Fe-
derico, era ormai sonata l'ora della fine ; la giornata di Benevento,
in cui era caduto il biondo e bello Manfredi, doveva essere fatale a
due città : a Lucerà, la città fedele agli Svevi , a Manfredonia, la
città che il figlio di Federico faceva sorgere, destinandola a degna
capitale delle Puglie.
Carlo I volle finirla coll'assedio di Lucerà che, già da sei mesi,
durava. Nell'agosto del 1269 i Saraceni finalmente si arresero. I su-
perstiti furono sparsi per tutte le provincio del Regno di Napoli, ma
i Cristiani che vi si trovarono non furono risparmiati dai vincitori, elio
li passarono a fil di spada. Dopo allora si pensò a ripopolare Lucerà
e i suoi dintorni e re Carlo pensa di farvi venire dei Provenzali.
Egli olVriva agli immigranti non pochi vantaggi: » Dabimus ve-
nientibus de Provincia cum uxoribus et familiis, de terris eminatae
- 49 —
massiliensis suo seminando frumento et hordeo quadraginta quinque ad
mensuram Massiliae; de quibus 54 eminatis seminabuntiir anno quo-
libet 30, et reliquae quindecim remanebunt seminando anno sequenti... " .
E, oltre i 8 ettari e 60 are di terra da lavoro, e 24 are per le
vigne, eran concessi a coloro che venivano a Lucerà senza moglie e
famiglia, trenta emine di terreno, con certi obblighi ; poi legna secca
per il loro uso, legna verde per le case da costruirsi nel bosco di Al-
berona (lungo due leghe), ed avean pure pascoli ed acqua pei loro ani-
mali, e, per essi e loro famiglie, buon'acqua di pozzo, ecc. ecc.
Furono anche date ai Provenzali delle casette speciali nel Castello
saraceno, ristaurato in seguito.
Ora vediamo come siano state fondate Faeto e Celle. Il Gallucci,
ne' suoi Cenni storici dà per certo che questi due paesi vennero fon-
dati dai Provenzali di Lucerà. Dice che tutti questi coloni, mal sop-
portando i grandi calori delle Puglie, già pensavano di far ritorno alla
loro Provenza, se non che le forti spese del viaggio loro impedivano
di effettuare il loro progetto.
Allora pensarono di rifugiarsi sul dorso della montagna che tro-
vasi a destra del torrente Celone e che va scendendo verso Troia ('),
località che a causa dei numerosi faggi di cui era coperta chiamavasi
già Faeto o Faggeto. Una parte dei Provenzali fabbricarono il grosso
paese che prese il nome di Faeto, e un'altra parte, in numero molto
minore, fabbricarono Celle, a due kilom. di distanza dal primo paese
e che già aveva un convento di frati.
È positivo che già prima che venissero dalla Provenza tutte queste
famiglie, tratte a Lucerà dall'editto di Carlo I d'Angiò, esistevano a
Crepacore dugento soldati provenzali, mandativi da detto re per difen-
dere quel castello dalle frequenti razzie dei Saraceni. A questi soldati,
re Carlo I aveva dato terre ed aveva fatto diverse concessioni, specie
de' terreni di S. Bartolomeo in Caldo, grosso comune ove esiste ancor
oggi una via detta dei Provenzali. Uno storico incerino dice che i
pochi abitanti di casal Crepacore accolsero come fratelli i 200 Pro-
venzali e si unificarono talmente ai nuovi venuti, da adottarne usi,
costumi e linguaggio.
È dunque presumibile che molti di questi abbiano concorso ad
edificare e ad abitare Faeto e Celle, tanto più se si pensa che il
castello di Crepacore, essendo presso la Via Appia, trovavasi troppo
(«) Elevazione ili circa S50 metri sul livello ilei mare, e contrafforte ilei
Monte Perazzoli clic appartiene alla catena dell'Appennino Pugliese.
Seziono 111. — Storia delle Letlertiture. "*
— ÓO
esposto agli attacchi dei ladroui s^aiaceui che infestavano quelle con-
trade, in gran numero ancora.
Il panorama che godesi da Faeto e Celle è veramente imponente.
L'occhio abbraccia quasi tutto il ridente vallone sotto cui scorrono le
acque (poco abbondanti però nella stagione estiva) del Gelone, valle
tutta coltivata a biade e a vigne e qua e colà vestita di folti boschetti.
In lontananza scorgersi la grande muraglia del Gargano, che va a finire
quasi a picco nell'Adriatico.
La tradizioni ci fa sapere che le prime famiglie Provenzali, che
andarono ad abitare quelle pittoresche alture, vissero sempre in un
invidiabile accordo; gli uomini di Faeto e Colle si distinguevano fra
i vicini per il loro valore personale e per una certa libertà di spirito,
linoni agricoltori, di terreni incolti e di boschi quasi selvaggi, fecero
diventare quei luoghi ricchi di pascoli, campi fertili, vigne stupende.
Insomma, in pochi anni, tutto si trasformò colassìi; i due villaggi
in«aandirono e s'ebbero vie abbastanza spaziose e belle nell'interno e
strade che li riunivano a Troja ed a Lucem, toccando Castelluccio.
I Provenzali di Faeto e Celle, come i Greci e gli Albanesi delle
diverse colonie sparse nel Napoletano, hanno conservato 1" idioma dei
loro padri. Non voglio però con questo dire che l'antico linguaggio sia
rimasto incorrotto. Ciò sarebbe impossibile: molti vocaboli e molte frasi
proprie dei dialetti dei paesi circonvicini e della lingua italiana devono
per forza penetrare in queste isole etnologiche ; i dialetti di Faeto e Celle
ha però conservato abbastanza 1" impronta del linguaggio dei soldati
e dei coloni dell'epoca angioina.
Fra i soldati e gli altri coloni di Lucerà, di S. Bartolomeo in
Galdo e di Ariano stessa, dove parecchie lamiglie provenzali pure si
stabilirono, v'era gente non solo della vera Provenza, la quale esten-
desi da Nizza a Marsiglia o poco più ad ovest, ma eziandio soldati
di paesi centrali di Francia o del DeUinato i quali non potevano par-
lare il provenzale di Folchetto o di Bertrand de Born.
I loro nomi pervennero in parte fino a noi. C'erano in Lucerà e
suoi dintorni dei Gualterio, degli Angioini, dei Guillaume de Bly, dei
Jean Maréchal d'Arles, un Simon de Langrcs. un Guglielmo Pelart, im
Toriac, un Tournoy, un de Carbin. un d'Artois, un Kicliardo de Koiné,
dei De Noercio, degli Exalarno, dui Picard, dei Burcier, ecc. ecc.
Ancora oggi in Faeto abbiamo i seguenti casati evidentemente
italianiz/.ati : Perua, Gualtiero, Frichione, Petitto o Pettiti, Girardo,
Motta, ecc.
]•: specialmente nello parole più domestiche e nei numerali che
— 51 —
il dialetto di Faeto e Celle rivela chiaramente le sue origini proven-
zali. Per contare da 1 a 20 si dice colassù: un (quasi pron. oung),
do, traie, catte, sink, scie, sett, uit, nuv, dis, iunz, duz, katorz, chienz,
sez, diciasett, dicciuitt, dicianuv, vini (pronunziando la cons. finale
come se fosse seguita da un'e semimuta) 30 = treBt; 40=karant;
50 = secant ; 60 = sessant ; 70 = settant ; 80 = uttant ; 90 = nuvant ;
100 = sènt; 1000 = mil.
Per dire donna = fènne ; la testa = la téte ; la fronte = lou frount ;
gli occhi =: les iie (e semimuta); le orecchie = les auregli^; la bocca =
la boucle ; la lingua = la lènghe ; il collo = lon cou ; il braccio =
lou bras ; la mano = la man ; il dito = lou dai ; gli ossi = los ci ; il
sangue =^ lou sang; la camicia = la cemisg; il cappello := lon ciap-
pèe ; i pantaloni = lou cauzoun, ecc. ecc.
Chiuderò questi pochi cenni filologici con un brano della bella
traduzione della novella IX, giornata prima del Decameron, trad.
■dovuta al già lodato Frane. Ferrini e pubblicata (come dicemmo sopra)
nel libro del Puccianti. — Teniamo l'ortografia italiana, e indichiamo
Ve semimuta colla dieresi = 6":
« Gè disce dune che a lu tèn de lu prèmié ràie de Cipri*, doppoi
che i fi pràie la Tèra Sante da Guttéfré de Buglione, avvénit che na
gintilé fènnft de Guascogne illatté pilliriné a lu Subbulche, discii
turnan, arrèva che i fitte a Cipre, da parale ma 'mmuen i fit nammuor
tri bri 'ngirià: pessù igl' ne pregnittè tan e tan delàue, ca i pensa
d'alia a recuorré a lu liàje i me cacun le discitté c'aièvé tèn perdi,
pècche ìé gliève de cuor tri petitte e tri pabbìin, tan che nun sulam-
mèn i pregnivé pà dò iustisé la vinnittè de lo 'ngiurie de los ate, me
selle tri 'nnamuor che i fascivant a ìé, se la prignivé cu tan vie
vituperie; tan lu vàie che tutt sellò che i tenevant, de dir cache
ciuòsè de ìe, i sfugavant pe le déuà déspacìé e pe lu sbruignìé».
Certo il dialetto di Faeto e Celle ha subito delle modificazioni
certo la pronunzia non è più precisamente quella dei Provenzali del-
l'epoca di Carlo I d'Angiò ; molti vocaboli pugliesi o napoletani si sono
introdotti nel parlare di quei bravi discendenti dei Provenzali del 30U;
ma è però incontestabile sempre che questo fenomeno di conservare il
carattere d'un linguaggio e d'un popolo per un così lungo lasso di
tempo, cioè por circa seicento anni, è cosa meravigliosa.
Io mi limito ad indicare questo fenomeno a voi, illustri signori,
che colla vostra presenza tanto mi onorate. Esso è non troppo dissi-
mile da quello che verificasi nei paesi del Basso Danubio colonizzato
<lai soldati di Trajano, otto secoli prima della venuta dei Provenzali
- 52 -
a Lucerà. I Rumeni, fratelli d' Italia, i Rumeni che in Oriente fanno
il giusto pendant di quella Italia d'Occidente cbo è l'Argentina, con-
seryano ancora una forte impronta dell'idioma delle legioni romane, e
coir idioma ossi conservano in petto l'amore all'antica e gloriosa patria
dei loro progenitori. Elibene, anche i miei Provenzali della verde mon-
tagna della Vallo del Gelone, si gloriano ancora dello loro origini, del
valore de' loro antenati del trecento ed oggi ancora amano essere chia-
mati Provenzali.
0 nobile linguaggio del grande poeta di Maillane, o dolce idioma
dei trovatori, nop isdegnare l'umile vernacolo che lassù, a 800 metri
sul livello del vicino Adriatico, fra gente di stirpe greco-latÌQa, lassù
ai contini del Sannio, è ancora oggi parlato.
VII.
SULL'AUTENTICITÀ DEI CODICI D'ARBOREA.
Comunicazione del prof. VV'. Foerster (').
Dal 1845 in poi, a Cagliari, un frate Cosimo Manca vendeva, per
r intromissione di un impiegato dell'Archivio di Stato, pergamene,
carte, fogli cartacei, che salgono forse ad una cinquantina di numeri,
de' quali la più gran parte fu pubblicata ed illustrata dal Martini,
uomo pieno di zelo e di buona fede. Le spese, per la maggior parte,
le sostenne il conte Baudi, di Vesme, un vero gentiluomo e galan-
tuomo senza taccia. Tutti questi codici derivano da una unica fonte,
ed hanno le medesime particolarità: l'uno si appoggia sempre all'altro,
costituendo, fra loro, un tutto coerente. Questi codici, della provenienza
de' quali non si è mai potuto saper nulla di sicuro — perchè frate
Manca, quando le accuse di falsificazioni sorséi-o d'ogni parte, fu man-
dato sul continente — attribuiscono all' isola una coltura e uno splen-
dore in letteratura, storia, arte e antichità sarde, superiori al continente
italiano. Essi offrono lo strano spettacolo di un Diez sardo nel sec. XII,
il quale scopre le leggi fondamentali della discendenza delle lingue
neo-latine dal latino, e — cosa ancora più bella — svela una ricca e
rigogliosa lirica sul principio di quel medesimo secolo, la quale ne'
suoi nonetti e canzoni mostra già l'aspirazione ad un' Italia unita.
Nacquero poscia dubbi ne' dotti di tutti i paesi, naturalmente
prima in Italia. Allora il Bandi, pieno di fiducia nella autenticità
de' detti codici, ne inviò diversi saggi all'Accademia delle scienze di
Berlino, la quale si limitò a mandarli in esame ad alcuni de' propri
(') Il prof. Foerster lui avvertito che sta preparando suU'argomento una
speciale o ampia pubblicazione. Kiforiamu qm il breve riassunto della coniuniea-
zione, quale fu redatto dallo stesso autore.
— 54 —
soci più competenti in materia. Questi pubblicarono una Relazione,
nella quale eranvi prove irrefragabili che i codici erano falsificati,
tanto per ragioni esteriori (paleografiche) come per ragioni intrin-
seche (di lingua, storia, ecc.). Basterà un esempio: le poesie ita-
liane sarde mostrano già tutti i provenzalismi e francesismi dei
codici continentali {bealtate, lausor. sambra): cosa impossibile in
Sardegna, mentre nel continente due secoli più tardi la cosa è natu-
rale, la lirica italiana essendo derivata dalla provenzale. Ancora più
strano è il fatto che i testi sardi mostrano giìi il perfetto moderno
{cantesi), mentre gli statuti di Sassari (autentici), che sono posteriori
di parecchi secoli, hanno ancora lantico perfetto latino (canta{v)i).
La condanna, pertanto, pronunziata contro l'autenticità de* codici
di Arborea è irrevocabile. Perchè dunque venire qui al Congresso in-
ternazionale storico di Roma a trattare di nuovo una questione già
risoluta? a riferirvi ancora sopra una rcs judicata?
Fu il caso clie mi fece vedere nell'aprile 1886 i famosi codici
arboreani. Rimasi allora subito stupito dalla paleogi-afia in tutto me-
schina, mal fatta, ed ho facilmente compreso che quasi tutti, senza
eccezione, appartenevano ad una sola e medesima mano. Di primo
aspetto mi avvidi che le pergamene erano state staccate da copertine
di registri ; si scorgevano ancora le pieghe, il dorso, i buchi, le cor-
dicelle; il lato esteriore, grasso per essere stato maneggiato dai let-
tori, è vuoto, perchè l' inchiostro non si fissa sopra il grasso, la scrit-
tura è strana, ignota al continente, come il sistema di abbreviazioni,
tutte estranee al continente. Il corsivo, dopo alcune pagine, diventa
per il più una specie di stenografia, illeggibile non soltanto a lettori
estranei alle falsificazioni, ma anco a colui stesso che tracciò quei ca-
ratteri, se egli non ne avesse serbata una minuta leggibile.
Trattandosi, secondo il mio giudizio, unicamente di questione
paleografica, avevo escluso appositamente, nel mio esame, il contenuto
de' testi. Sfogliando così, numero per numero, m' imbattei in un co-
dicetto clie porta il N. 13, il quale, tutto intiero, mi parve autentico
per la sua scrittura; la stessa cosa mi accadde col seguente n. 14:
tra r uno e l'altro, tali due codici comprendono una cinquantina di
pagine, più alcune altre, che, bianche in origine, furono poi dal fal-
sificatore riempiute.
In seguito a questa scoperta, che finora non era stata fatta da
altri, mi posi a studiare anco il contenuto di quo' due codici, e mi
persuasi, con grande mia soddisfazione, che in essi anche la lingua
e il contenuto erano assolutamente inappuntabili e inoppugnabili. 11
codice n. 13 contiene le norme doganali di Castelsardo del 1438 in
lingua sarda, ed il n. 14 è il protocollo di un notaio, contenente con-
tratti ed obbligazioni di privati, anche questo di tarda età.
Siffatto esame mi condusse ad un nuovo risultato: la scrittura
e le abbreviazioni di quei due codicetti sardi autentici sono total-
mente identiche a quelle de' codici del continente, sia d' Italia, che
di Francia, di Germania, ecc. Dall'altro lato, i codici sospettati, o,
meglio, condannati, hanno tutti scrittura e abbreviazioni, che sono
assolutamente estranee a quelle del continente. Per rendere la mia
argomentazione decisiva, mi accinsi a fare una controinchiesta. Mi
procurai, cioè, fotografie di tutti i codici insulari da me non ancora
veduti : e così, avendone già prima studiato un rilevante numero, feci
questa nuova scoperta: tutti i codici insulari, che non hanno niente
che fare con i codici arboreani sospetti, sono in tutto uguali ai codici
continentali.
E così risalta con certezza matematica che tutti i codici arbo-
reani sono di piena necessità falsificati. E, poiché il loro contenuto
è in contraddizione assoluta con tutto quello che sappiamo delle
altre fonti continentali ed insulari, in contraddizione eziandio con la
coltura e la storia e lo sviluppo di que' tempi, non mi parve in nessun
modo più possibile né ammissibile il minimo dubbio.
Senonchè, non contento di ciò, volli fare ancora un ultimo ten-
tativo.
Esistono ancora due codici continentali con poesie italiane, conte-
nenti i medesimi testi o nuovi analoghi alle arboreane; uno conser-
vato nell'Archivio di Stato di Firenze, e l'altro nella Biblioteca co-
munale di Siena. La loro provenienza è molto sospetta. Nel 1S60 ne
fu spedito uno, e tre anni dopo fu spedito l'altro da un anonimo, a
mezzo della posta, da Palermo.
Comprende ognuno di leggieri che era per me di somma impor-
tanza l'accertarne la paleografia. I difensori de' codici arboreani ne
avevano levato sempre grande rumore, pretendendo che questi due
codici non avessero niente a far coll'ambiente arboreauo. L'amico conte
prof. Pullè me ne fece egli stesso le fotografie ; con una sola occhiata
riconobbi subito l' impossibile corsivo de' codici arboreani falsificati. E,
pertanto, eccomi all' ultimo risultato da me raggiunto : anco i due
codici di Firenze e Siena sono scritti dalla medesima mano; dunque
anch'essi, entrambi, sono arboreani e falsificati.
« Giacché ne ho propizia l'occasione, ringrazio i molti amici sardi
e continentali che m' hanno aiutato in tali e altre mie ricerche, e rivolgo
— 56 —
un saluto affettuoso all'isola superba e bella, alla cara Sardigna, la quale
non ha bisogno di lalsitìcazioni per aumentare la sua gloria, essa che
sarà sempre un gioiello della Corona d' Italia, preclara per la sua
popolazione forte, tenace, laboriosa, di acuto ingegno; essa che ha
dato al Piemonte o all' Italia tanti uomini illustri nelle scienze, nella
storia, nella magistratura, nelle armi. AH' isola bene amata... vadano
dunque i miei migliori auguri di prosperità e di benessere!"
vili.
NOTE SUR LA GENÈSE
DES QUATRE P^POPÉES CHRÉTIENNES.
Comunicazione del dott. E. Hallberg.
On est généralement d'accord pour reconnaitre qiie l'epopee mo-
derne, — l'epopèe savaiite oii classique, bien entendu, — s'est réglée,
au moins à ses débuts, sur l'epopee grecque et romaiiie. Je crois que
l'on peut aller plus loin encore, et dire que les quatre épopées chré-
tiennes, malgre' l'inspiratioii religieuse qui les anime au fond, ne sont
que des imitations plus ou moins lieureuses d'Homère et de Virgile,
et que c'est l'Italie qui, par ses deux tentatives, heureuses en somme,
a entrainé l'Angleterre et l'AUemagne dans la méme voie. Dante et le
Tasse ont marche sur les traces des Grecs et des Latins ; Milton et
Klopstock n'ont fait que suivre, directement ou indirectement, l'impul-
sion donnée par la Renaissance italienne, — et l'on peut considerar
Dante comme le ve'ritable promoteur de cotte Renaissance. Je me bor-
nerai ici à donner les conclusions auxquelles on arrive forcément après
une étude approfondie de cette catégorie de poèmes.
C'est bien Homère, on peut l'affirmer, qui, dans les littératures
classiques, modernes aussi bien qu'anciennes, incarne le genie de l'epo-
pee et a inspiré les grands poèmes épiqnes, quels que soieut leurs sujets
et leurs caractères distinctifs.
Et quand ce n'est pas lui qui les inspiro diiectement, c'est Vir-
gile, son imitateur le plus heureux et son héritier le plus incontesté,
qui leur a servi de modèle ou dinitiateur, qui a été le uiédiateur entre
l'antiquité et les temps modernes. Donc c'est encore Homère qui a
provoqué ces tentatives i,a-aiidioses et qui semble projeter son ombro
colossale sur les plus illustres poètes des àges suivants.
En ce qui concerne l'epopee cbrétienne, la seule qui morite, par
la perfection de sa forme, de tìxer notre attention et de représenter
aussi complètement que possiblo le genie ópique de l'àge classique
moderne, la preuve nous paraìt irréfutable. La Divina Commedi a, la
- 58 -
Gerusalemme liberata, le Paradise lost et le Messias ne sont, en
réalité, que des échos plus ou nioins heureux du gt'nie <,n-éco-latin, des
adaptatioos modernes de l'anivre d'Hoiiière et de Virgile; et, malgié
la ditféreiice de la matière, des idées et des inanirs, elles ne font que
consacrer la souveraineté du maitre primitif et démontrer l'impossibi-
lité de réussir autrement qu'en maichant sur ses traces.
Pour Dante, la démoustiation a été faite depuis longtemps, et le
poòte lui-méme a pris soin de nous y aidei". Yirgile est son parrain et
son guide, et, à travers Virgile, c'est Homère, qu'il ne connaissait pas,
mais qui règne néanmoiiis, invisible et présent, sur son ceuvre entière.
Le Tasse, plus verse que lui dans la connaissance des lettres an-
ciennes, n'a guère protité de cet avantage pour remonter i\ la source,
et s'est contente de puiser plus largement au flenve ou aux ruisseaux
qui en découlent, c'est à dire à Virgile et il ses iniitateurs. Les rémi-
niscences et les imitations de ce poète ou de ses émules romains abon-
dent dans son poème, et sautent aux yeux.
11 paraìt plus diltlcile, au premier abord, de retrouver l'imitation
houK'rique ou virgilienne chez Milton et chez Klopstock: mais le lec-
teur attentif n'a pas de peiue à la découvrir aussi chez ces deux poètes,
et, lìi encore, c'est Homère ou Virgile qui est le principal inspirateur
de l'oeuvre moderne.
L'histoire est là, du reste, pour nous dire que Milton, dans sa
jeunesse, s'était nourri de la poesie grecque et romaine, qu'il savait
Homère par coeur, et que Klopstock, fort instruit, lui aussi, dans les
lettres anciennes, avait fixé son regard, dès l'origine, sur les deux gran-
des t'popc'es que nous a léguées l'aiitiquité.
D'ailleurs, un fait s'impose, qui, à lui seni, sufììrait pour établir
clairement la genèse greco-latine du Paradis perda et du Messie: le
poète auglais, et, après lui, le poète allemand se sont inspires des deux
grands maìtres italiens, et, à ce titre, ils doivent leur inspiration pre-
mière aui modèles que ces maìtres avaient suivis ; en cherchant à re-
faire, sur d'autres donnóes, les poèmes chrótiens de l'Italie, sans pou-
voir les surpasser ni méme les atteindre, ils out consacré la paternità
non moins que la gioire de leurs devanciers.
Si, de ces considérations gc'nrrales, nous passons au dt'tail de l'exé-
cution, nous remarquerons d'abord que la marche et l'allure des quatre
poèmes, leurs divisions, l'enchaìnement des épisodes, les procédés em-
ployós, jusquaii ton méme de la langue épique, aux invocations du
déhut, il la mise en scène des personnagos, aux comparaisons et aux
alK'gories, aux descriptions, à l'abus méme des discours, — tout fait
pensar aux modèles que les auteurs s'étaient, sciemment ou non, proposés.
- Ó9 -
Les deiix poètes italiens se sont, il est vrai, écartés de ces mo-
dèles polir le lythme eraployé : le tercet de Dante et Y ottava rima
du Tasse ne rappelleut guère les hexamòtres d'Homère ou de Virgile ;
et pourtant ne doit-on pas y recoiinaìtre, presque toujours, le soufflé et
la niajesté du lythme homérique et virgilien? Ils ont le style épique,
et ce style est bien celui des anciens.
Quant à Milton et à Klopstock, ils ont adopté, autant qu'il était
en eux, ce rythrae lui-méme, l'un avec ses vers héroiques non riraés,
aussi voisins que possible du vers hexamètre, l'autre avec ses hexamè-
tres péniblement calqués sur ceux d'Homère.
Il reste à montrer comment l'intervention du christianisme n'a pu
que modifier superficiellement le caractère vraiment greco-latin de ces
poèmes.
Un fait incontestable, c'est que l'idée chrétienne a subi des évo-
lutions importantes de Dante à Klopstock; cbacuu des quatre poètes
s'inspire évidemment de sa foi religieuse et en fait la pierre angulaire
de son oeuvre: mais chez Dante, au moins dans son Inferno, la partie
capitale ou la plus populaire de son poème, l'élément mythologique et
pa'ien semble contre-balancer les données du christianisme; chez le
Tasse, il y a la chevalerie et la féerie qui viennent diminuer le role
de cet élément, et l'idée chrétienne refoule assez souvent la mythologie
grecque, sans pourtant la faire disparaìtre entièrement; chez Milton,
les héros et les moeurs, malgré leur couleur moderne et surtout poli-
tique, malgré le sentiment chrétien ou biblique qui les anime, con-
servent le plus souvent ancore quelque chose de la vigueur antique et
du caractère paìen; chez Klopstock, eufìn, l'idéalisme, j'oserai presque
dire la métaphysique de la religion chrétienne, còtoie sans cesse les
fictions anciennes plus ou moins démarquées ou défigurées, mais recon
naissables tout de méme. Ya\ sorte que la poesie, ou, si l'on aime mieux.
la poesie primitive va en s'effarant ou en se modifiant peu il peu. de
Dante au Tasse, du Tasse à Milton, de Milton ìi Klopstock, et semble
se refroidir graduellement au soullie des idées modernes.
Et pourtant, si l'on va au fond des choses, quoi de plus antique,
dans le sens littéraire du mot, que les personnages surnaturels, anges
ou démons, — et Dieu lui-méme, — ; de Milton et do Klopstock? Il
ne faudrait pas creuser longtemps pour retrouver, sous ces enveloppes
chrétiennes, les divinités de l'Olympo ou du Tartare, telles que Dante
les avait oinpruntées i\ Virgile. Remarquous pourtant, ìi la gioire do
Dante, que jamais poeto n'a donno do la divinitó une imago plus gran-
diose, plus ideale et plus vraiment poétique, que celle qu'il nous on
— tJO —
présente <ians son Paradiso: là il est origiual, et aucim poèta posté-
lieur n'a méme essayé de l'imiter.
Gomme conclusion à ces quelqiies remarques, nous dirons doDC
qii'Homtre, soit par lui-raéme, soit par Virgile, est le principal, ou
méme ruiiique initiateur de l'épopóe chrótieime ; et qiie, après lui et
Virgile, Dante, en agissaut il distance sur le Tasse, sur Milton et sur
Klopstock, qui tous trois, à des degrés différents, procòdent de lui, peut
revendiquer la gioire d'avoir suscité trois oeuvres grandioses, imparfaites
il coup sur, iuférieures à la sienne, mais sutfisantes encore pour illus-
tror les littératures modernes.
IX.
DE L'EXPANSION DE LA LANGUE FRAN^AISE EN ITALIE
PENDANT LE MOYEN-AGE.
Comunicazione del prof. Paul Meyer
1. Les langues européennes qui ont actuellement le caractère na-
tioDal furent anciennement des idiomes locaux, parlés, à l'origine, sur
un territoire peu étendu, qui, gràce à des circonstances diverses, ga-
gnèrent du terrain, parvenant peu à peu à se substituer dans l'usage
littéraire et dans l'emploi officici, sinon dans la conversation, à d'autres
idiomes moins favorisés des circonstances. L'espagnol n'est autre chose
quele castillan devena la langue officielle de l'Espagne entière; l'italien
est, à proprement parler, le toscan ; le fran9ais est la langue du pays
aui limites flottantes qu'on appelait Trance au XIP siede, et qui
s'étendait vers le nord jusqu'au Beauvaisis, vers l'ouest jusqu'à la Nor-
man die, vers le sud-ouest et le sud jusqu'à la Touraine et à l'Orléa-
nais, vers l'est jusqu'à la Champagne. L'emploi du mot i^ franyais " ,
corame désignation d'une certaine variété du langage roman, n'est ce-
pendant pas, méme au XIP siècle, strictement confine à ces limites:
la langue de Chrétien de Troies est distinctement qualitìéo de franyaise,
et il ne semble pas que champenois ait jamais été applique à l'idiome
qu'on parlait en Champagne. Peu à peu, par l'effet d'intluences litté-
raires, aidées do l'effort administratif, le franyais se répandit au delà
de ses limites naturelles, et, à la fin du XV^ siècle, il était devenu
la langue comraune, dans les choses de la littérature et du gouverne-
ment, de toutes les provinces soumises à l'autorité du roi de France.
Au XIIP siècle il so rópandait dans le nord de l'Italie, eu un temps
oìi son action commen^ait ìi peine à se manifester en Bourgogne, c'est
à dire en un pays qui sóparait précisément l'Italie soptentrionale do
la rógion proprement franc^aise. La langue de Chrétion do Troies et do
Villehardouin avait franchi d'un bond une largo zone de terrain.
2. Avaut d'ótudier le développement du fran(;ais en Italie. Mijoi
du prósent mémoire, il est i\ propos de distinguer les conditious dans
- G2 —
lesquelles un idiome peiit se piopager au détriment d'autres idiomes.
Oes conditions peuvent se ramener à trois.
A. Transport de populations. C'est il la suite d'un transport
de populations, d'une éraigration, si l'on veut, qua le breton s'est im-
planté. vers le milieu du V'' siècle, daus l'extrémité occidentale de la
iìaule. C'est par l'atllui des émigrants venus, non seulemeut de la
Normandie, mais encore de diverses parties de la France, à partir de
106G, que le franyais a pris pied eu Grande Bretagne au point d'y
devenir, dès le XIP siècle, la langue de la littérature, la langue de
la classe noble et mOme de la classe bourgeoise. Des émigrations en-
core ont trausporté, à diverses époques du moyen-àge et des temps
modernes, un dialecte allemand en certains districts du nord de l'Italie
(les Sept communes et les Treize communes), le grec vulgaire et l'al-
banais dans le sud de l'Italie et en Sicile, et le catalan dans la Sar-
daigne occidentale. L'italien s'établit actuellement de la méme manière
en diverses parties de l'Amérique.
B. Propagalioìi par vote Ultéraire ou administrative. C'est
le mode le plus fréquent. L'usage littéraire précède ordinairement l'usage
administratif. Le toscan a pris, dans la littérature de l'Italie, dòs le
XIV'" siècle, une prépondérance marquée: il n'a été employé que bien
plus tard dans les actes publics et privés, qu'on écrivait de préférence
en latin; c'est seulement au XVP siècle que, sans entente préalable,
par suite d'une sorte d'accord tacite, il a commencé d'Otre employé
comme langue de gouvernement par tous les états de la Péninsule.
C. Propagatioìi par l'usage orai. Ce mode de propagation, qui
est ordinairement tardif, ne s'observe guère que pour les idiomes qui
ont accompli, dans l'usage littéraire et administratif, d'importants pro-
grès. Cependaut on le constate parfois à l'occasion d'idiomes qui n'out
qu'une faible culture littéraire et qui n'ont jamais eu d'existence ollì-
cielle. C'est notamment le cas du piémontais de Turin qui s'est étendu
jnsque dans certaines vallées alpines, se substituaut plus ou moins aux
patois locaux.
11 ne faut pas perdre de vue que, jusque dans le courant du
XIX" siècle, la propagation des idiomes s'est opérée, si l'on pcut ainsi
parler, par voie naturelle, sans intervention d'ordre gouvenemental. Le
franyais progressait en France et dans certains états voisins (Belgique,
Suisso, Savoie, Piémont) par le simple développement do l'instructiou,
pénétrant peu à peu les diverses couches de la population. De méme
«,'n Italie, et, en dehors des états italiens, au nord et à l'est do l'Adria-
tique: le toscan gagnait peu ;i peu non seulement sur les patois ro-
- G3 —
mans, mais méme sur les idiomes slaves de l'Istrie et de la Dalmatie.
La lutte des langues, qui fait rage en Belgique et sur la rive orientale
de l'Adi'iatique, était inconnue. L'autorité administrative u'intervenait
pas pour imposer une langue au détriment d'une autre. C'est seule-
ment sous le second empire, aux environs de 18G0, que l'on a com-
mencé à considérer la langue comme étant le signe visible de la na-
tionalité; c'est depuis cette epoque que les gouvernements ont pris les
mesures nécessaires pour faire prédominer une langue unique par tout
le territoire sur lequel s'étendait leur autorité, en méme temps que -le
service mìlitaire et l'instruction primaire obligatoire répandaient dans
toutes les classes la connaissance de l'idiome littéraire du pays.
Il ne semble pas qu'en aucun cas et à aucun moment la valeur,
réelle ou supposée, de l'idiome soit entrée en ligne de compte. Certains
idiomes ont pu Otre regardés comme plus parfaits que d'autres, mais
cette opinion, fondée ou non, ne paraìt pas avoir eu d'intluence sur leur
progrès. Q'a été l'erreur de liivarol, en son célèbre discours sur l'uni-
versalité de la langue fran9aise (1784), erreiir dont on trouve encore
la trace chez certains écrivains, de croire que la grande eitension de
la langue fran^aise dans les derniers siècles était due à des qualités
inhérentes à cette variété du langage roman. Ces qualités appartiennent
aux écrivains plutot qu'à l'idiome. Les écrivains contribuent certaiiie-
ment h augmenter la richesse du vocabulaire, à donner au style la clarté et
l'élégance, mais il n'est pas douteux que tous les idiomes d'une méme
famille sont susceptibles à un degré égal d'acquérir ces raérites.
3. Dans notre Europe occidentale tous les idiomes qui se sont
propagés en dehors de lenrs limites originaires ont eu à lutter contro
d'autres idiomes dont la force de résistance a été très variable. Et
d'abord contre le latin. A une epoque où, par toute la France, la lit-
térature vulgaire, surtout en sa forme poétique, était en pleine vigueur,
le latin restait non seulement la langue de l'Eglise, et par conséquent
celle de toute science, mais encore il était partout la langue des gou-
vernements, des corps administratifs comme des assemblées proviuciales
ou municipales. Là méme où on délibérait en langue vulgaire, on rédi-
geait les délibérations en latin. Toute personne qui savait lire et écrire
possédait nécessairemeut une certaine connaissance du latin, puisque
«'était dans des livres latins qu'on apprenait i\ lire. La France est, de
tous les pays romans, colui où la langue vulgaire arriva le plus tòt ìi
se faire uno place à, coté du latin. Elle s"y tìt une placo ìi part, ne se
substituant pas à la lauguo savante qui restait réservée aux études
— (;4 —
poursuivies dans les monastères, daus les écoles épiscopales, dans les
universités, mais servant d'expression ìi une littératiire d'agrément,
d'éditìcatioD, parfois d'enseigneinent clémeutaire, à l'usage de ceux qui
n'enteodaient pas le latin. Elle fut la lumière nouvelle, le soleil nou-
veau de ceux pour qui, selon la forte expression de Dante, le soleil
ancien (le latin) no luisait pas.
4. Les idionies qui ont franchi leurs limites propres, ont eu aussi
à lutter coutre ceux des pays oìi ils tendaient à se répandre. La ré-
sistance des idiomes locaux, ainsi envahis sur leur propre terrain, est
plus ou moins forte, selon le degré de culture qu'ils ont atteint. Cast
ainsi qu'il fallut plus de temps au langage du Latium pour conquérir
l'Italie centrale et meridionale qiie pour s'implanter en Espagne, en
Gaule. dans l'Afrique septentrionale. Sur le territoire de l'ancienne
Gaule, le progrès du franyais de Paris et d'Orléans fut assez lent.
C'est, naturellement, dans la littérature que ce progrès se manifeste
d'abord, et dans ce domaine, il commence à acquérir une certaine su-
périorité dès la tìn du XIP siècle. Mais en Normandie, en Picardie»
en Artois, en Lorraine, en Bourgogne, il y avait dès lors des foyers
littéraii-es d'une certaine intensité, qui maintenaient l'usage des idio-
mes locaux, et il faut attendre au moins le milieu du XIIl'' siècle
pour que la suprématie du franyais propre apparaisse clairement. Daus
le midi, où, depuis l'onzième siècle, la poesie vulgaire jetait un vif éclat,
Vadmission du franyais, comme idiome littéraire et administratif, fut
beaucoup plus tardive.
En Italie, la résistance du latin à l'emploi du roman comme lan-
gue écrite avait été très forte. Au XIP siècle, lorsque le franyais com-
raenra à s'introduire dans les pays subalpins, aucune partie de la
péninsule n'avait de littérature vulgaire, et cette circonstance favorisa
grandement la propagation, h l'est et au sud des Alpes, des idiomes
venus de France. Le franyais et le provenyal, importés par les jongleurs
du nord et du midi, occupèrent un terrain vacant. Le provenyal s'étei-
gnit de lui-méme, à la fin du XI II'' siècle, à uno epoque où sa litté-
rature était en ploino décadence dans son pays d'origine. La brillante
poesie à laquelle il avait servi d'expression se continua et se doveloppa
sous formo italienne. Lo franyais resista mieux, surtout en Lombardie,
en Vénótio, on Emilie. Il no fut détrónó qu"à la fin du XIV' siècle
par la poussée de la littérature toscane. Il se maintint plus longtomps
on Piémont où l'inlluence toscane fut tardive, et où la concurrence du
dialecto locai avait été nulle.
— 65 -
5. Cherchons maintenant à déterminer les voies par lesquelles 1"
frau^ais et sa littératiire pénétrèrent en Italie.
Il n'est pas douteux que les Normands, établis en Sicile et dans
l'Italie meridionale au XP siècle, y introduisirent une certaine con-
naissance de la poesie francaise. C'est à eux que l'on doit rapporter
les souvenirs de l'epopee Carolingienne et méme du cycle breton que
l'on trouve localisés en diverses parties de la région qu'ils ont habi-
tée ('). Mais il ne s'agit ici que d'une influence passagère dont les
traces n'apparaissent à nos yeux que bien effacées (-).
Il faut attribuer une action plus puissante et plus durable à l'af-
fluence des pèlerins venant de France, et se rendant en Italie, soit par
la vallee de l'Isòre, le Petit Saint-Bernard et le Val d'Aoste, soit par
la vallee de l'Are, le Mout Cenis et la vallee de la Dora riparia. Les
voyageurs originaires des parties méridionales passaient plus au sud
par le mont Genèvre, par le col de Larche, par le col de Tende, par
la rive de mer (Menton et Vintimille). Les jongleurs accompagnaient
volontiers les pèlerins. Ils abondaient dans tous les lieux consacrés : au
Puy-Notre-Dame, à Saint-Gilles, à Saint-Jacques de Galice. Ils fré-
quentaient la voie de Rome et y faisaient de nombreuses stations {^).
C'est par eux que les héros carolingiens et arthuriens devinrent popu-
laires en Italie, dès la première moitié du XIP siècle, et c'est d'Italie,
en compensation, qu'ils rapportèrent les notions géographiques plus ou
(») Voir G. Paris, La Sicile dans la littérature franfaise du moyen-àge,
dans Romania, V, 110.
(^) On adraet cependant que les rapports entre la France septentrionale et
les Normands de la Pouille et de la Sicile durent se continue! (voir Michele Ca-
talano, La venuta dei Normanni in Sicilia nella poesia e nella leggenda, Ca-
tania, 1903, p. 36), mais nous ne voyons pas claireraent si ces rapports eurent
quelqne effet sur Tusage du fran(;ais dans cette région. Nous voyons plus distincte-
ment se manifester une certaine iiitiuence de la littérature fran^aise au temps de
Frédéric II. L'action de l'art fran(;ais est plus visible encore.
(3) On en a un téinoignage dans lo niiracle du « Voult de Lucques n (i7 santo
volto de Danto, /«/". XXI, 48). On cuntait qu'un jongleur ayant elianto devant un
auditoire qui ne lui avait rien donno, l'image sacrée lui avait en compensation
jetó son soulier, qui était d'argent et qu'il avait fallu ensuite racheter à un haut
prix. Il est question de ce niiracle en certains manuscrits du poème à''Aliscans:
voir édit. Guessard et iMontaiglon, p. 209-301. Le troubadour Peire d'Auvergne
dans sa pièce Dieus vera vida y fait une allusion qui n'a pas étó comprise. On a
cru, au moyen-àge, que ce jongleur était un certain (ìeneys. En effet, dans le
chansonnier provon<;al 85G de la Bibliotbqòue nationale on lit (fol. 3G0 verso), en
tète de la pièce Deus verays, a vos mi ren, une rubrique ainsi conine: (ìeneys,
lojoglars a cuy lo votiti de Lucas donet lo sotlar (cf. la table du commencemcnt.
fol. 15 verso).
Seziono III. — Storia delle Letterature. «^
- 66 -
raoins eiactes qu'ils firent entrer en divers poèmes, par exemple dans
Ogier et daus le Couronnemenl de Louis. A l'année 1131 ou eiiviron
remonte la célèbre charte lapidaire de Nepi, qui raenace du sort de
Ganelon ceux qui manqueraient au sermeiit par lequel sont liés les
nobles et les cousuls de la cité. Il n"y a pas lieu dinsister sur ce
précieux docuiueat, signalé à l'attention depuis trois quarts de siècle
et si richement commentò de nos jours par M. llajna ('), qui, à l'eipli-
cation du monument, a joint des recherclies approfondies sur les che-
mins que les pèlerius suivaient pour se rendre il Kome.
Au XIP siècle encore, et, selon tonte apparence, ;ì une période
ancienne de ce siècle, appartient le portali septentrional de la cathédrale
de Modène sur lequel se voient, eu bas reliefs, des personnages appar-
tenaut à l'epopèe bretonne: Isdernus (Ider), Artus de Brelania, Dar-
maltm (Durmart), Winloge (Guenloie). Mardoc, Carrado (Caradoc),
GalDagiìius (Gauvain), Galivariinn, Che (Kai, le sénéchal) (-).
Il est à peine besoin de rappeler les statues de Roland et d'Oli-
vier, il la cathédrale de Verone, qui sont du XIP siècle {^). D'autres
témoiguages, figurés ou écrits, sur l'epopèe carolingienno en Italie, ont
été recueillis par Eug. Miintz (') et par MM. d'Ancona et Monaci (^).
Dans le méme ordre de recherches M. Kajna a montré combien étaient
fréquents eu Italie, dès le XIP siècle, les noms empruntés aux romans
bretons ("). On con90Ìt que les romans du cycle carolingien ont dù aussi
fournir leur contingent de noms ìi l'onomastique italienne, encore bien.
comme l'a justemont remarqué M. Rajna ("), qu'ici la part de l'in-
(') Un^ iscrizione nepesina del 11.31, dans VArchivio storico italiano de 1887.
(*) B. Golfi, Di una recente interpretazione data alle sculture delVarchi-
vollo nella porta settentrionale del duomo di Modena (Modena, Vincenzi, 1900;
cf. G. Paris, Romania, XXIX, 485.
('*) Gravées dans la Chanson de Roland, de L. Gautier, ódition classique,
2^ éclaircisseinent (7^ (ódition, ISSO, p. 3S1).
(■*) La legende de Charlemaipie dans l'art, dans Romania, XIV, 321 et suiv.
(5) D'Ancona et Monaci, Una leggenda araldica e l'epopea carolingia nel-
V Umbria (Imola, 1880, ;)er nos^e Meyer-Blackburn e); D'Ancona, Tradizioni caro-
lingie in Italia, dans les Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, ci. di se.
morali, storiche e filolofjicbe, 17 mars 1889; Ecidi, Una leggenda carolingia
nelle Marche, dans le Bull, della Soc. filol. rom , III (1902), 31.
C^) Romania, XVII, 161, 335. — Que les romans bretons aient penetrò en
Italie dès le XII« siècle, c'est à dire vers le tcmps mC'ine oìi ils fnrent composés,
c'cst ce qui ne .saurait t'tre Conteste, mais qu'ils y aient dté portt^s par les trou-
badours comiiie le suppose M. Grak (Giorn. star, della Ictt. italiana, V, 81-2)
c'est ce dnnt il est perinis de douter.
C) Romania, XVIII, 2.
- 67 -
fluence fran9aise soit diffìcile à faire, puisque beaucoiip des noms qui
ont pu étre portés au sud des Alpes par les jongleurs fran^-ais exis-
taient déjà en Italie. Diverses localités aussi ont re9u des noms qui
rappellent des souvenirs de l'epopèe fran^aise (^).
6. Mais, dira-t-on, tous ces faits prouvent que des créations de l'ima-
gination franyaise circulaient en Italie. Prouvent-ils au méme degré
que la langue dans laquelle ces créations avaient trouvé leur expres-
sion était comprise par le peuple, ou au moins par certaines classes de
la société? Non pas absolument. Il est possible quo, dès le XIP siècle,
des cantastorie italiens, ayant une certaine connaissance du fran9ais,
aient répandu parmi leurs compatriotes, en se servant de leur dialecte
propre, les gestes des héros carolingiens ou bretons. Il n'est peut-étre
pas téméraire de supposer l'existence d'une période en quelque sorte
préhistorique de la littérature italienne où ces fabuleux récits, plus ou
moins admis comme réels, auraient circulé en italien par voie orale.
Attendons le XIIP siècle. Alors, sinon plus tòt, nous trouvons des
preuves évidentes d'une connaissance réelle du langage (ou des langa-
ges) de Franco en diverses parties de l'Italie. Il ne s'agit plus seule-
ment de troupes de pèlerins ou de jongleurs fran9ais parcourant ù petites
journées le « chemin romain » et faisant des stations plus ou moins
prolongées dans les villes de la ronte. Dès la fin du XII* siècle il
s'était forme en Ligurie, en Lombardie, en Vénétie, dans les cours-
seigneuriales, dans certaines cités, des centres favorables au développe-
ment de la poesie et de la littérature de passe-temps. Les cours de
Montferrat et d'Este, et tonte la Marche Trevisane devinrent un pays
d'élection pour les troubadours, surtout à partir de l'epoque où les con-
ditions politiques qui résultèrent de la croisade albigeoise forcèrent un
grand norabre d'entro eux à s'expatrier. Pendant le Xlir siècle la
poesie provengale, cultivée non seulemeut par les troubadours fugitifs
mais aussi par les Italiens, fut plus tlorissante dans l'Italie septentrio-
nale que dans son paj^s d'origine. C'est dans cette région. probablement
dans la Marche Trevisane, que, aux environs de 1250, fut composée la
grammaire connue sous le nom Je Donat proensal à la domande de
deux seignours italiens. Plus tard, peu avant 1300, Terramaguino de
Pise paraphrasait ou vers provon^aux les Rajos de trobar de Raimon
Vidal do Bosaudun, et nous savous que, vors lo memo tomps ou peu
après, Danto non soulomont lisait les troubadours, mais pouvait ócriro
(') Voir les ócrits cités thins la note Ò ile la paije prócodeiito.
— 68 —
en leni" langue. Eufin, et c'est l'uue des plus t'ortes preuves qiie l'on
piiisse apporter du succòs de la poesie provourale en Italie, la majeure
partie des anthologies qui nous oat conserve ce qui uous est parvenu
des coinpositions des troubadours a été écrite par des copistes italiens.
Mais on ne se propose pas ici d'étudier lo mouvement proven^al
en Italie, sujet sur lequel il eiiste déjà de nombreux travaui : c'est
de l'eipausiou du franyais que nous avons à nous occuper.
7. Le développenient de la littérature fraiu;aise en Italie est pa-
rallèle à celui de la littérature provengale. Toutefois il paraìt coni-
mencer un peu plus tard et se poursuit assurément plus longtemps:
jusqu'au début du XV'' siècle. Une autre ditférence est quii ne se ma-
nifeste pas dans les memes geures littéraires. L'eraploi du jìrovenyal
est à peu près limite à la poesie krique, cliansons, sirventés, ballades ;
les compositions destinées à étre lues ou réoitées, comrae le Tesaxr
de Sordel. sont assez rares, et plus rares encore les écrits en prose.
La langue fran(,'aise péuòtre en Italie avec des poèmes variés: chan-
sons de geste, romans d'aventure, légendes de saints, et avec des écrits
en prose de divers genres. C'est une littérature moins limitée dans son
objet, plus généralement accessible par son earactòre, et capable de se
répandre en dehors d'un petit cercle de lettrés.
Il y a lieu ici de passer en revue trois ordres de preuves, qui
nous sont fournies: 1° par les témoignages des contemporains sur la
connaissance du franyais et de sa littérature ; 2° par les transcriptions
d'oeuvres fran9aises faites en Italie; 3" par les oeuvres fran9aises qui
ont pour auteurs des Italiens.
Le plus précieux des témoignages sur l'usage du franyais en
Italie serait assurément, si on pouvait lui accorder une entière con-
fiance, celui que le premier biographe de Francois d'Assise, Thomas
de Celano, nous a laissé sur son héros, qui, nous dit-il, chantait les
louanges du Seigneur «lingua fraucigeua " . Bien que cette assertion
ait été répétée par d'anciens biographes et qu'elle paraisse acceptée
par les modernes ('), j'avoue qu'elle m'inspire des doutes. Car, dans
la partie de l'Italie oìi vivait saint Francois, la langue l'ranyaise n'a
jamais été fort répandue, surtout à, la fin du Xll" siècle et dans les
premières années du XIII", et d'autre part le fait que le pére de Fran-
cois voyageait souvent en Franco ne prouve pas que le tìls ait su rimer
(') Della tiiovANNx, S. Francesco d'Assisi, c/iullare, dans Giorn. stor. della
kit. ital, XX V (1895), 2.
- 60 -
en fran9ais. Si Francois avait vécu dans l'Italie septentrionale on pour-
rait se montrer moins défiant à l'égard de biographes dont la véracité
n'est nuUement au dessus de tonte contestatiou.
A Bologne le jurisconsiilte Odofiedo (7 1265), qui professait au
milieu du XIIP siècle, nous offre un témoignage plus siir, quoique
moins précis. Ce maitre se plaisait — on l'a remarqué depuis long-
temps (•) — à introduire dans ses commentaires sur le Code et sur
le Digeste, l'espression de ses sentiments personnels sur les hommes
et sur les choses de son temps. Il nous parie des joculatores qui lu-
dunt in publico causa mercedis, des orbi qui vadunt in curia com-
mu/iis Bono aie et cantant de domino Rolando et Oliverio (-). Il
n'est pas dit que ces joiigleurs, aveugles ou non, fussent franrais, mais
il n'est pas téméraire de le supposer, si on considero que vingt-cinq
ou trente ans plus tard les magistrats de Bologne fiirent obligés d'in-
tervenir par un bando célèbre pour défendre les attroupements causés
par les jongleurs franyais.
En certains cas il se peut que les circonstances politiques soient
venues en aide à l'influence littéraire. Nous verrons quii y eut à Na-
ples, à la tin du XIIl siècle, un faible mouvement littéraire dans le
sens fran9ais, qui. assurément, ne se serait pas produit sans l'occupa-
tion du pays par Charles d'Anjou. A Florence toutefois, l'occupation
tVan9aise, qui fut, à la vérité, très courte (1267), n'eut pas un effet
appréciable sur la propagation du franyais.
8. Le fait que nous possédons encore maintenant de nombreux
manuscrits fran^ais qui ont été exécutés en Italie pour le public italien
conduit à des conclusions plus précises et plus sùres. Quand, dans un
pays, on recherche les livres composés en une langue étrangère. quand
ou s'applique à en multiplier les copies. on peut atìirmer que celta
langue y est répandue, au moins dans une certaine classe de la société.
Si d'ailleurs l'idiome locai ne s'écrit point ou s'écrit peu, on peut in-
duire de cette circonstance que c'est l'idiome étranger qui tend ù pren-
dre le rang de langue littéraire. Au XIII"* siècle, bien des ceuvres
fran^aises ont été goùtées, imitées, tinduites en Espagne ou sur les
bords du Rliin. Il ne paraìt pas que dans les mòiues pays ou en ait
fait des copies. La littératuro fraiiyaise y avait péiiétré dans une me-
sure variable: elle ne s'y était pas implantée. Au contraire, TAugleterre
(') TiKABOscHi, Stor. della lett. ituL, édit. du Milan, IV. -tOiì.
(*) Voir N. Tamassia, Odofredo, studio storico ifiuridico (Bolotrna. 1S94),
dans les Atti e memorie della R. Deputasione di storia patria per le provtHCte
di Romagna, S""" sèrie, t. XI et XII.
- 70 -
toiit d'abord, l'Italie septentrionale et les pays de langue flamande à un
moindre degré, ont été, pendant une période plus ou nioins lougue, au point
de vile de la littérature, cornine im prolongement de la terre franyaise.
Il est impossible. dans l'état aetuel de nos connaissances, de dres-
ser une liste taut soit peu complète des livres lVan9ais qui ont été
écrits par la niain de copistes italiens. Non qu'il soit difficile à un
paléogiaplie expérinienté de reconnaitre le pays d'origine d'un manu-
scrit: la forme des lettres et des abréviations, le caractère de l'orne-
mentation fournissent des indices auxquels on ne peut se méprendre;
mais il est rare qiie ces indices aient été relevés dans les catalogues,
et les manuscrits eux-mOmes, dispersés par tonte l'Europe, écliappent
facilemeut aux investigations. Toutefois, une liste, meme iùiparfaite,
peut ótre de quelque utilité en nous montrant quels sont les ouvrages
qui ont été le plus goùtés au sud des Alpes. Nous placerons en pre-
mier lieu les poemes et ensuite les écrits en prose.
Les cliansons de geste, principalement celles du cycle de Charle-
magne, ont été particulièrement appréciées, ce que pouvaient d'ailleurs
faire presumer les témoignages rappelés plus haut. Plusieurs des ma-
nuscrits que nous aurons à mentionner proviennent de la célèbre bi-
bliothèque des Gonzagues, dont le catalogue, pour la partie fran9aise,
a été publié ('). Nous ne donnerons pas le dépouillement de ce cata-
logue, non plus que des anciens inventaires de la bibliothèque des
d'Este, oìi sont enregistrcs beaucoup de livres fran^ais : nous nous bor-
nerons à mentionner les livres qui existent encore et dont il a été, par
suite, possible de vérifier l'origine italienne.
Roland. Le plus ancien et le plus célèbre de nos poèmes épiques
paraìt avoir été copie fréquemment en Italie. Trois de ces copies nous
sont parvenues. Toutes trois viennent des Gonzagues: 1° Venise, San
Marco, fr. IV, e' est, pour une partie, la rédactiou ancienne (-) ; 2° San
Marco, Vili (3); 8° Bibl. de Chateauroux (').
(') Par W. Braghirolli, Romania. IX, 197 et suiv., avec comincntaires \yàx
les éditeurs de ce pcriodique. Ce catalogue est de 1407. Cf. Fr. Novati, / codici
francesi de' Gonzaga secondo nuovi documenti, dans le ménie recucii, XIX, IGl. —
Oh croit que la collectiou etait entière vers 1G25, lorsque plusieurs volumes pas-
sèrent, par acquisition, à Turin. Le palais ducal des Gonzagues fut mie à sac en
1630; voir les Atti de l'Académie des sciences de Turin, XIX, 756. Beaucoup dos
livres de la bibliothèque durent se jìerdre. Ce qui restait fut mis en vente ìi Ve-
nise en 1708 (Romania, IX, 4i)9).
(*) Catal. de 1107, n° 41; Romania, IX, •'ili. C'est le teste imprimé par
Kclbing en 1877.
(3) Catal. de 1407, n" 43; Romania, ibid.
(<) Catal. de 1407, n° 51; Romania, IX, 513.
— 71 —
Aspremont. Cinq des seize manusci-its complets ou incomplets,
qu'on possedè de ce poèma ont été faits en Italie. Voir Romania, XIX,
201-3. Deux viennent de la bibliothèque des Gonzagues (').
Ogier le Danois. Tours 938; vient de la collection Lesdiguières. On
n'a pas, jusqu'à présent, reconnii ce ras. corame italiea. Le caractère
de l'écriture rend cette origine très probable. Ou sait d'ailleurs qii Ogier
a eu beaucoup de succès en Italie (-).
Aliscaiis. Venise, San Marco, fr. VIII {^).
Fouque de Candie. Venise, San Marco, fr. XIX et XX {*).
Aie d'Avignoii. Deux feiiillets isolés ayant appartenu aii raérae
raanuscrit, et conservés l'un à Venise, l'autre à Bruxelles. Voir Ro-
mania, XXX, 490.
Gui de Nanteuil. Il y a un ras. de ce poèrae, suite àH Aie d'Avi-
gnon, à Venise, San Marco, fr. X (•''). Ce ras. contient un prologue
compose en fran^ais par im italien du nom de T'enat. Voir raon édi-
tion de Gui de Nanteuil (l^^Gl), p. xxxiij.
Il n'est peut étre pas hors de propos de raentionner ici le Girart
de Roussilloìi d'Oxford C'), quoique ce poème, redige en Liraousin, n'ap-
partienne pas proprement à la littérature franyaise.
Les poòmes du cycle Arthurien ont certainement été très lus et
ont du étre souvent copiés en Italie. Cependant il nous en est parvenu
bien peu de copies où l'on puisse reconnaìtre une raain italienne. Les
Gonzagues avaient un Perceval de Chrétien de Troies, avec les conti-
nuations (''), qui paraìt perdu. Les seigneurs de la maison d'Este, qui
possédaient tant de roraans de la Table ronde en prose, n'avaient, seni-
ble-t-il, aucun roraan en vors de la raérae classe (^). Notons toutefois
qu'on a trouvé à Florence un fragraent du Cligès de Chrétien de
Troies (^). Le ms. de Perceval, qui est conserve à la Riccardiana, ne
doit pas étre cité ici, étant de raain franyaise.
(i) Catal. de 1407, n"" 41 et 42.
(*) Voir Rajna, Uggeri il danese nella lett. romanzesca degli Italiani (Ro-
mania, II, 155; III, 31; IV, 398).
(3) Gonzaf^ue, .Catal. de 1107, n" 47; Romania, IX, 512.
(■*) Gonzague, Oatal. de 1107, n»» 45 et 49; Romania, ibid.
{^) Gonzague, Catal. de 1407, n" 51; Romania, IX, 513.
(^) Bodleienne, Canonici mise. G3, provenant des Gonzagues (n° 4S du Catal.
de 1407), Romania, IX, 512.
C) Catal. do 1407, art. 39; Romania, IX, 510.
(*) Voy. les extraits des catalogues de la bibliothì-quo d'Este publiés par
M. Rajna, Romania, II, 50 et suiv.
(») Romania, VIII, 266; Zeitschr. f. rem. Phd., Ili 31 1.
— rj —
Entre Ics romans d'aventiire, il en est un qui semble avoir été
particiilièrement recherché: c'est le romau de Florimont, compose par
Aimes de Vareunes en 1188, dont nous possédoQS trois copies écrites
par des Italiens: uu ;\ Paris, Bibl. nat. tV. l'ilol; un à Venise, San
Marco, fr. 22; un à Monza ('). .Te considero comme étant aussi d'ori-
gine italienne le ms. uniquo du roman do Joufroy (-) qui est conserve
à Copeuiiague. .Te u'ai pas vu ce manuscrit, mais je remarque dans le
teite des particularités de graphie qui ne peuvent venir qùe d'un ita-
lien. L'un des mauuscrits de Parteuopeus de lilois (Paris, Bibl. nat.
nouv. acq. fr. 7516) est aussi de main italienne. Il vient des Gon-
zagues (•^).
Il était naturel que, dans le pays qui fiit le berceau de l'huma-
nisme, on attachàt un pris particulier aux compositious poétiques re-
latives à l'antiquité. Aussi ne sommes-nous pas surpris de constater
que sii des copies du Roman de Troie, par Benoìt de Sainte More,
sont de main italienne : Milan, Ambrosiana, D 55 ; Naples, Biblioteca
nazionale, XIII. C. 38; Paris, Bibl. nat., nouvelles acquisitions fran-
(,'aises 6774 {^)\ Rome. Vat., Reg. 1506; Venise, San Marco, fr. XVII,
et XVIII {■'). Nous aurons a fournir plus loin d'autres preuves de la
popularité de ce romau en Italie. Du Roman d' Alexandre nous con-
naissons aussi trois copies qui ont la méme origine: Parme, Bibl. R.
1206 CO; Venise, Musée Correr, B. 5. 8, manuscrit qui présente une
rédaction toute particulière (") ; Lugo, fragment qui appartieni à
la branche du Faerre de Gadres (^). Le ras. de l'Arseual, qui con-
tient la méme rédaction que le ms. du Musée Correr, peut aussi étre
mentionné ici, parce que deux de ses feuillets, qui, par une cause quel-
(') Viiir le mémoire de M. Fr. Novati sur ce ms., Revue des langues ro-
manes, 4" sèrie, t. V, p. 482.
(*) Joufrois, altfranzosisches Rittergedicht, hgg. von K. Ilofinanii unJ
Fr. Muncker. Halle, 1880.
(3) Catal. de 1407, n° 30; Romania, IX, 509. Il a été achetd par la Biblio-
thèque nationale en 1899 à l'une des veiites de la collection Asliburiihain.
(*) Romania, XXVIII, 574.
(5) Les deux mss. de Venise ont fait partie de la Bibliotlàquc Gonzague,
n°* 28 et 29 du catal. de 1407; Romania, IX, 509.
(6) Romania, XI, 258.
C) Romania, XI, 249. J'ai donne de ce manuscrit une dcscription dótaillée
et de copieux extraits dans mon livre sur Alexandre le Grand dans la litlér. du
moyen-df/e, I, 237 et suiv.
(*) Romania, XI, 319; reproduit en facsimile dans \es Facsimili di antichi
manoscritti de M. Monaci, planches 29-32.
— 73 —
conque, avaient disparu, ont été rétablis, au XIV^ siede, par une mairi
italienne (').
En dehors des chansons de geste et des romans, aii sens oìi nous
entendoDS ce mot, il y eut en France, au XIP siede et siirtout au XIIP,
une puissante iioraison de poésies religieuses, morales, satiriques, dont
beaucoup pénétròrent en Italie, celles particulièrement qui présen-
taient un intérét general. La plus ancienne copie de la première tra-
duction en vers du lapidaire de Marbode, le ms. 14470 du fonds latin
de la Bibliotìièque nationale, proveuant de l'abbaye de Saint-Victor,
est, à mon avis, due à une main italienne. Le ms. 584 de Lyon, qui
renferme outre un poème religieux en italien dialectal compose ou du
moins écrit à Verone {■), divers {.oèmes fran9ais (une passion du Christ,
l'Assomption de la Vierge par Wace, etc.) a certainement été écrit en
Lombardie ou en Vénétie. Il est curieux de constater que ce ms. est
de la main qui a écrit le poème de Florimont mentionné plus haut
(Bibl. nat. fr. 15101) et un des manuscrits de \ Aspremo at {^). M. Mus-
satìa {'^) a signalé un manuscrit de la Bibliothèque de l'Arsenal
(n" 3645) contenant : P une longue prière en tirades monorimes ; 2° un
poème sur l'Antéchrist et le Jugement dernier; 3° une vie de sainte
Catherine, en fran^ais. Ce recueil a été indubitablement écrit en Italie.
L'écriture peut étre de la première moitié du XIV'^ siede, mais le poème
sur l'Antéchrist a siirement été copie d'après un manuscrit exécuté à
Verone en 1251; car on lit à la fin de ce poème (fol. 24 y°) la note
suivante: ExpUcit liber de Antechrist. Alc^um est ìioc .m.cc.lj .,
die Jovis \_posr\ festum sancii Thomei apostoli, super carcere Po-
lonim in contrada (sic) de Montecalis {^) in Verona.
Il est digne de remarque que le public lettre de Tltalie. à qui
nous devons la conservation d'un si grand nombre de poésies des trou-
badours, semble avoir fait peu de cas de celles des trouvères. Entre
nos chansonniers franyais, ou n'en connaìt qu'un seul qui a été écrit
en Italie: c'est celui qui est compris dans les feuillets 218 à 238 du
célèbre recueil de poésies proven9ales conserve à, Modène, et qui ren-
(!) Romania, XI, 2t0.
(«) Publio par M. W. F(Krster, Giornale di filologia romanza, I, 41. CW Ro-
mania, IX, 162.
(3) Et en outre un des deus mss. du roinan provens'al de Jaufré.
(*) /iur Katharinenle(/eniìf, dans les Coinptes-rendus de IWcadémìe- des
sciences de Vienne, classe de pliil. it d'iiist., LXX\ , 248.
(5) Montechi.
— 74 —
ferme beancoiip de piècos uniqiies ('). Par contre, à une epoque oìi la
poesie des troiivèros franyais était partout bien oubliée, c'est à dire du
XV* au XVII"-" siede, nous voyons, non sans surprise, la poesie de l'école
de Machaut et d'Eustache Deschamps (ballades, rondels, virelais, etc),
et aussi des cbansons ;i forme populaire, recevoir au sud des Alpes
l'accueil le plus favoralde et prendro place à coté de pièces proprement
italiennes dans des recueils notes eu musique (-). Il est bien vraisera-
blable que ce retour vers la poesie franyaise, oii plutùt vers un des
geures de cette poesie, fut cause par la laveur dont jouissait la mu-
sique qui l'acconipagnait, et so fortifia par suite des contacts fréquents
avecles Franyais au XV*" siècle et au XVT. Nous devons savoir gre
aux Italiens de la Renaissance de nous avoir conserve beaucoup de poé-
sies que nous ne retrouvous plus dans les recueils d'origine franyaise
qui nous sont parvenus.
9. Si nous passons en revue les ouvrages en prose franyaise dont
nous possédons des copies de main italienne, nous nous contìrmerons
dans la pensée que les lecteurs à qui étaient destinés ces écrits étaient
des personnes éclairées, apparteuant aux classes nobles ou bourgeoises,
et qui, sans dédaigner les oeuvres de passe-temps, goiìtaieut particuliè-
rement la littérature sérieuse du temps. Cette littérature n'était cer-
tainement pas toujours originale. Elle se composait, pour une grande
part, de traductions. Mais ces traductions, qui jouissaieut en Franco
d'un succès considérable, ne sont pas sans intérét, parce que, indépen-
damment de leur valeur comme textes de langue, elles nous font con-
naìtre le goùt des laiques instruits d'alors. Les oeuvres destinées à
l'instruction religieuse et à l'édification paraissent avoir été les plus
répandues. Citons des recueils de vies des saints (^), des récits concer-
(') Voir Revue des langues romanes, 4*^ serie, V, 33G (art. de M. Camus),
et IX, 241 (art. de M. Jeanroy).
(*) Voir Romania, Vili, 73 (poésies d'un ms. de Florence p. p. Stickncy);
XXVII, 138 (pièces tirées d'nn ms. de Vicence, date de 14 IG, par M. Novati);
Miscellanea Caia:- Cantilo, p. 271 (R. Renier, Un mazzetto di poesie musicali
francesi, d'après deux mss. de Cortone; cf. Zeitschr. f. rem. Phil. XI, 371); Bul-
letin de la SociiHé des anciens textes francais, 1882, p. 09 (extraits d'un ms. du
Mus^e britannique fait en Italie) etc.
(3) Trois manuscrits exf^cutés en Italie, et conservés respectivement à Lyon,
à Tours et à Modène, renferment un recueil forme d'une quinzaiiies de vies de
saints en francais. Deux d'entre eux ont joint à ce recueil un choix de lógendcs
emprunt<5es à une traduction fran^aise, d'ailleurs inconnue, de la Legenda aurea
de Jacques de Varazze. Voir sur ces manuscrits le BuUetin de la Società des
anciens textes franrais, annécs 1888, 1897, 1902.
- 75 -
nant les Pères du désert, et tirés de \ Historia monaehorum de
Rufin e) et des Verba seniornm attribués au diacre Pélage (2), les
vies de Paul l'ermite, du moine Malchus, de Fronton, de Fran90is
d'Assise, le Dialogue du pape saint Grégoire (^) ; l'Histoire de Barlaam
et de Josaphat, en prose ( ') ; les Sermons de lévéque de Paris Maurice
de Sully, dont on conserve à Pise une copie faite, en 1288, par un
certain Taddeo, « in carcere Januenlium » (^) ; la traduction du Mo-
ralium dogma philosophorum, de Guillaume de Conches (^'). Parrai
les écrits proprement didactiques, on peut mentionner le Trésor de
Brunetto Latini, qui devait bientót reparaìtre en version italienne. et
un lapidaire en prose ('). Une oeuvre de littérature courtoise, l'Arrière-
ban, ou Bestiaire, de Richard de Fournival, a été appréciée en Italie,
où nous en trouvons deux copies (^). Les romans de la Table ronde,
si souvent traduits ou imités en Italie, y ont d'abord pénétré sous leur
forme originale. Nous possédons encore des copies italiennes du Tristan
en prose, du Saint Graào^ ""e Merlin (") et d'autres romans apparte-
nant à la matière de Bretagne ('"). Il existe un abrégé en prose du
Roman de Troie par Benoìt de Sainte More, qui n'offrirait guère d'in-
térét, s'il n'était précède d'une très curieuse introduction sur les pays
où l'on parlait grec au temps où vivait l'abbréviateur, c'est à dire vers
{}) Livre III des Vitae patrum de Rosweide (Anvers, 1628).
(*) Livre V du mème ouvrage.
(3) Ces divers écrits sont réunis dans les manuscrits fran^ais 430 et 9760 de
la Bibl. nat. de Paris, faits en Italie.
('') Paris, Bibl. nat., fr. 187. Ce ms. a appartenu à Bianche de Savoie, qui
épousa en 1350 le due de Milan Galéas Visconti, et a probablement été fait pnur elle.
(^) Romania, XXIII, 18-1. Le ms. 187 mentionné à la note précédente reH-
ferme aussi les mémes sermons.
(6) Mss. à la Laurentienne, Plut. XLI, 42, et LXXVI, 79 (Bulletin de la
Société des anciens texLes francais, 1879, p. 73). Pour l'attribution de l'originai
latin à Guillaume de Conches, voir Hauréau, Notices et extraits de quelques mss.
latins de la Bibl. nat., I, 108.
C) Laurentienne, LXXVI, 79 {Bulletin cité, 1879, p. 79).
(8) Meme manuscrit [Bulletin, pp. 74 et 83), et Ashburnham-Libri 123. à
la Laurentienne [Indici e cataloghi. I Codici Ashburnhamiani della Bibl. medie.
Laur., I, 71).
(9) Bibl. Riccardiana, 2759; Ashbarnham, labri 123.
(•0) La bibliothòque des Gonzagues (Catal. de 1407, n"» 60 à 67) contenait
plusieurs mss. de Tristan en prose (soit celui de Luce du Gast, soit celni d'Holie
de Borron), dont queli]aes-uns nous ont sans doute été conservés, quoiqu'on ne
les ait pas encore identifiés. Il y avait aussi des mss. de Lancelot, du Saint Ornai.
de Merlin, dans la Bibliothòque d'Este (Romania, II, 50 et suiv.).
- 76 -
le milieu du XIIP siècle. L'iin des mss. de cet abrégé (Bibl. de Gre-
noble, n" 8G1) a été fait par un certain -Johannes de Stennis » de
Padoue, en 1298, dans la prison de Padoue où il était détenu, pour
le podestat de cette cité, « Huugarus de Hodis. de Perusio » . C'est
l'année mSme où Marco Polo dictait dans la prison de Génes, ses
vovages à Uusticien de Pise. L'liii>toire n'était pas moins en honneur
que la tìction. On possedè deux voluinineuses compilations fran^aises.
l'une qui résumé l'histoire profane jusqu'à Cesar, l'autre qui est une
vie de Cesar d'après Salliiste, Cesar lui-méme, Ijucain et Suétone. La
première a été rédigée vers 1230, la seconde est un peu postérieure.
De ces deui ouvrages, qui ont été diversement abrégés et traduits en
italien {'), nous avons de très nombreuses copies entre lesquelles plu-
sieurs ont été faites en Italie (-). L'histoire d'Alexandre en prose fran-
^aise, traduite de Y Historia de praeliis, au XIIP siècle, ligure au
catalogne Gonzague (n° 26). Cette copie, d'une ócriture visiblement
italienne. est maintenant à Berlin (coUection Hamilton). N"oublions
pas non plus que deux des meilleurs manuscrits de Villehardouin, tous
deux parfaitement identiques, ayaut été transcrits d'après le méme ori-
ginai, nous viennent de Venise (^).
10. Si l'on met à part les chansonniers musicaux dont il a été
question plus haut, il ne paraìt pas qu'aucun des manuscrits faits en
Italie qui ont été cités dans les pages qui précèdent soit plus récent
que les preraières années du XV° siècle, ni plus ancien que le milieu
du Xlir ; d'oìi il semblerait légitime de conclure que la période pen-
dant laquelle le franrais a été à la mode dans l'Italie septentrionale
n'a pas dure beaucoup plus d'un siècle et demi. Il convient cependant
(') Romania, XIV, 31, 63; Parodi, Studi di filologia romanza, II, 166.
(*) Venise, fr. 2 et 3 (Gonzague); voir ^t)»iflnia, XIV, 3, note 0; 51, note 5;
Londres, Musée brit.. roy. 20 D I; voir Romania, XIV, 50; Paris, Bibl. nat.
fr. 1386, ibid.; Dijon, 323, ibid. 4!). — L'iin des mss. de l'histoire de Cesar
(maintenant à Oxford, Bodléienne, Canonici mise. 4.'»0) date de 1384, contieni un
exidioit ainsi con(,u: « Ex])licit liistoria .Tuli! Cesaris, domini Lodovici comitis de
Porcilia, lionorabilis capitanei civitatis Vincentio, prò magnifico Antonio do la Scala,
Verone et Vincentie imperiali vicario generali. Et dictum opus expletum fuit per
magistrum Benedictum, scriptorem Verone, de millesimo CCC octuagesimo quarto,
VII ind., in die Vcneris, priniu Ai)rilisn. Au. Bartoli, / viaggi di Marco Polo,
p. Ixxij, a cru que ce Lodovico di Torcia (Stait raulcur du livre, tandis qu'il n'en élait
quo le possesseur. Il a rectifió plus tard Cctte erreur, [primi due Secoli, ctc. p. 108.
(3) Paris, Bibl. nat. fr. 4972; Oxford, Bodléienne, Laud mise. 587: voir ódition
N. de Wailiy, p. xiv.
de l'étendre un peu dans les deux sens, car d'une part il est prouvé
par d'irrécusables témoignages que la poesie fran^aise avait pénétré en
Italie dès la première moitié du XIP siècle, et d'autre part les élé-
ments d'oìi nous tirons nos inforraations sont trop incomplets pour per-
mettre des coaclusions d'une rigiieur absolue.
Et à ce propos, il y a lieu de faire une remarque qui aidera à
préeiser un peu les limites du territoire auquel peuvent s'appliquer nos
conclusions. Les témoignages que nous avons recueillis, se rapportent
généralement à la Lombardie, à la Véuétie, à l'Emilie. Les manuscrits
fran9ais où nous avons reconnu une main italienne proviennent, pour
la plupart, des mémes provinces. Est-ce à dire qu'en Piémont on se
soit montré réfractaire à l'emploi du fran9ais? Bien au contraire: le
Piémont est, de toutes les régions de l'Italie celle où le fran9ais s'est
implanté de la fa9on la plus durable et où le toscan a pénétré le plus
tardivement. Seulement il est vrai qu'au XIV" siècle la littérature
laique y était moins en vogue que dans les provinces situées plus
à l'est. D'autre part l'indice paléographique dont nous nous sommes
servis pour déterminer l'origine italienne de certains manuscrits nous
fait ici défaut. En etì'et, l'écriture usitée en Piémont au moyen-àge se
rapproche beaucoup plus de l'écriture fran9aise que de l'écriture lom-
barde, vénitienne ou bolonaise; de sorte que, en l'absence d'indica-
tions précises, qui sont rarement fournies par les copistes, on est exposé
à considérer comme écrits en France ou en Savoie des livres écrits en
Piémont. L'iiistoire de la pénétration du fran9ais en Piémont demande
à étre traitée à part.
Nous arriverons à compléter et à préeiser les notions résumées dans
les pages qui précèdent en étudiant les oeuvres fran9aises non plus
seulement transcrites, mais composées en Italie. Cette étude, nécessai-
rement très sommaire, n'aura nuUement le caractère d'une histoire lit-
téraire, notre but étant simplement de tixer les conditions de temps
et de lieu dans lesquelles le fran9ais a été employé.
Quand a-t-on commencé, au sud des Alpes, à composer en fran-
9ais? Il est ditiicile de le dire: les dates mauqueut, et probablement
aussi les premiers essais. Tout ce qu'on peut aflirmer, e' est que les
premiers documents connus de la littérature fi-anco-italienne ne sont
pas de beaucoup autérieurs au milieu du XIII" siècle. Il ne serait pas
moins malaisé de décider si l'emploi du i'raii9ais a commencé par les
vers ou par la prose. Cette recherche aurait, du reste, assez peu d'iu-
téròt. Il est bien évident que les Italiens ont dù adopter lusage fran-
yais tei quii existait de leur temps, c'est à dire qu'ils ont, selou les
— 78 —
sujets, emplojé soit la prose, soit les vers, comme on faisait en France.
Toutefois, si on considero qua la langiie au d"au delà des Alpes a penetrò
en Italie avec les récits en vers colportés par les jongleurs, on incli-
nerà peut-étre à pensar que l'idiome importa flit plus probablement,
à l'origine, applique à des compositions poétiques.
Seulement, s'il en fut ainsi, il faut reconnaìtro que ces premières
compositions poétiques ne nous sont pas parvenues, ou que nous ne
sommes pas en état de les distinguer et de les rapporter à leur date,
car, dans l'état de uos connaissances, il paraìt bien que les plus an-
ciens écrits franyais dùs à des Italiens sont des écrits en prose. C'est
dono par ceux-là que nous allons commencer.
11. Le plus ancien écrit franyais dù à un Italien et date qui nous
soit parvenu paraìt etra la traduction de deux traités de fauconnerie
faite par un certain Daniel de Crémone pour le fils naturel de l'eni-
perem- Frédéric II, Enzio, roi de Sardaigne (1238-1249). Le manuscrit
de cetta traduction est à Venise, San Marco, CIV, 7. On lit dans le
prologue que les originaux de ces daux traités ont été écrits en hé-
bren par « Moamyn " et par « Mestre Tariph de Perse » ('), qu'ils
furent translatés d'hébreu en latin par maitre Théodore, par le com-
mandement de l'empereur Frédéric IL Daniel de Crémone, qui sa dé-
clare modestement « de povre lectreiire et de povre science », s'excuse
d'avoir entrepris ce travail, bien qu il soit, dit-il, « greveuse chose à
ma langue protl'ere le di'oit franceis, por ce que Lombard sui". Sa
langue. cependant, autant qua nous en pouvons juger par le peu que
nous connaissons de sa traduction (-), est assez correcte.
Un autre traité compose pour Frédéric II est le Liber marescal-
cice de Jordanus Rufus, calabrais (^), qui l'ut tiaduit en franyais, en pro-
vanyal. en italien. 11 en existe au moins trois traductions franyaises (^),
(') Voir sur ces deux écrivains et sur les traductions qu'on possedè de leurs
a'uvres, Zeitschr. f. rom. P/iilolo(jie, XII, 171-8.
(«) Voir D. CiAMi'OLi, / codici francesi della R. Bibl. naz. di S. Marco »m
Venezia descritti e illustrati, Venezia, 1897, pp. 112-4. Les extraits cités dans
cet ouvraj^e sont imprimds d'une manière très fautive.
(3) Voir pour les éditions du texte latin et des versions italiennes le Manuel
du libraire de Brunet, sous Rukkus, et Zamhrini, Le opere vohjari a stampa
dei sec. XIII e XIV, sous Russo. On en a trouvò rt'ceminent une version sicilienno
sur laquellc M. le prof. Do Gregorio va publier une noticc.
(*) Voir Romania, XXIII, 355, et la notice de M. E. Langlois sur le ms.
Vat. Re^'. 1212, dans les Notices et extraits des manuscrits, XXXIII, 2^ partic, p. 100.
— 79 —
dont l'ime nous est parvenue par une copie eiécutée en Italie à la
fin du XIIP siècle ou au commencement du XIV*. Elle est en assez
bon fran9ais : toutefois certaines expressions plutót italiennes que fran-
9aises me portent à croire qii'elle a été non seiilement copiée mais
encore composée en Italie ('). Mais, jusqu'à présent, tout indice de la
date nous manque.
11 paraìt légitime de piacer vers le milieu du XIIP siècle une
compilation medicale en quatre livres, rédigée en franr-ais par un mé-
decin Horentin ou siennois appelé Aldebrand ou Hallebraadin. Les ma-
nuscrits ne sont d'accord ni sur le nom de l'auteur, ni sur le titre de
l'ouvrage, ni sur les circonstances dans lesquelles il fut compose. Si
on laisse de coté diverses copies qui n'ont ni titre ni prologue, on
trouve d'abord quatre manuscrits pourvus d'un prologue où il est dit
que n Maistre Alebrans de Florence " fit ce livre en 1256, à la re-
quéte de Béatrix de Savoie, femme de Raimon Bérenger IV corate de
Province, mère de Marguerite femme de saint Louis, d'Eléonore femme
de Henri III d'Angleterre, de Sancia femme de Richard d'Angleterre,
corate de Cornouailles, et de Béatrix femme de Charles d'Anjou (*).
Ce sont là des renseignements précis et qui paraissent digues de con-
fiance, d'autant plus que les manuscrits qui contiennent ce prologue
sont de la fin du XIIP siècle ou du coraraencement du XIV^. Une
autre copie (■') porte que le traité fut traduit du latin par ordre de
la reine Bianche, mère de saint Louis, ce qui ne contredit pas Tindi-
cation donnée par les quatre copies précitées. Le ms. Bibl. nat. fr. 2022
appelle l'auteur « médecin du roi de Franco « , ce qui est d'accord avec
l'ancienne édition citée plus bas. Le roi de France ne peut ètre que
le tìls de la reine Bianche, saint Louis. D'autre part deux raanuscrits,
qui ne sont à la vérité que du XV*" siècle, ont un prologue entière-
ment ditférent, et qui ne peut éraaner de l'auteur, où il est dit que
Frédéric, «■ qui fu jadis eraperieres de Rome et fut puis coudampnez
a Lyon sur le Rosne de pape Innocent en concile general .... tist cest
present livre translater de grec en latin et de latin en franyois, et le
translata raaistre Halebrandis de Seenne; et fut taicte ceste transla-
(') Lo débnt de cotto version est publié dans la Romania, X.XllI, o5G.
(2) Paris, Bibl. nat. fr. 2021 ; Arsenal, 2814; Rome, Vat., Ro^». 1451: Ashburn-
ham, coUection Barrois n° 2G5, venda en 1901 (n° G du cataloiruo de vente). —
Ce prolof^jue a été publié d'aprì-s le premier de ces niss. par .Vd. B.xrtoh. I primi
due secoli della letteratura italiana, p. 91 ; cf. Storia della leti, itai, III, l'J.
(3) Paris, Arsenal, 2039. fol. 179.
— so —
tion en l'an de l'incarnation Nostre Seigneur Jhesu Christ mcc xxxiii»(')-
EutÌD, CD téte du ms. Sloane 2435 du Miist'^e britaunique, on lit: « Chi
comence li livres pour la sante garder de toiit le cors ensemble et de
cascim membro par sol, ke maistre Aldobrandins de Sieune tìst por
Benoit de Florenclie " (-). Le nom d'Alebrandin do Sionne pourrait
eucore s'autorisor de lancionue ver^iioii italienue de Zucchero Beuci-
venni. dont plusieurs extraits oiit été publiés (^). Mais ici la variété
du nom est insignitìante ; la memo porsonne poiivait tirer son siirnom
de deiix villes ditférentes ('). La ditteronce des titres, <• livre de phj-
siqiie ", « regime de sante », etc, est aiissi déniiée d'importance: ce
que nous désirerions savoir, c'est si l'ouvrage flit compose en 1256 ou
en 1284. poiir Fródóric II ou pour la reine de France Marguerite, ou
pour Bianche do Oastille, la belle-mère de coUe-ci. La balauce poncho
sensiblement en faveur de la première attribution. En ce cas, le traité
aurait été vraisemblablement compose en France, ce qui expliquerait
la qualité de " médecin du roi de France " donne à l'autour par un
des manuscrits et par l'ancienne ódition. Toutefois il n'est peut-étre
pas impossible de concilier ces divergences. Il se pourrait que, com-
pose d'abord à la demando de Frédéric li, le traité ait ensuite été
présente, avec le prologue special qui manque en beaucoup de maiius-
crit, à Marguerite de Provence et à Bianche de Castille. Peut-étre
móme a-t-il été offort aussi à ce Benoit de Florence inconnu, men-
tionné en un de nos manuscrits. Notons en passant que nous avons à
Paris (Arsenal 2511) une copie faite en Italie au XIV siede. Elle est
dépourvue de prologue {•').
(>) Lìttró, dans VHistoire litléraire de la France, XXI, 416, d'apròs le iiis.
de la Bibl. nat. de Paris, fr. 1288. Antro ms. avec le mème prologue, Vatican,
Reg. 1334.
(*) C'est à peu près (sauf la fin) le titre de l'ancienne óditinn (vers 1480,
voir Bru.net, Manuel, sous Aldebrandin): «Le livre poor la sante du corps
garder et de chascun nienibre pour sui garder et conserver la sante », et à la fin:
« Ci finist le livre que maistre Aldobrandin fist a la requeste du roy de France
pour la conservation de la sante du corps huinain «.
(3) Voir Zambhim, Le opere volgari a stampa, sous Ai.dourandino da Siena.
{*) Il n'y a aucun compte à tenir de l'attribution à Ricbard de Fouruival
fi'urnie ])ar une copie écrite en .\iigleterre à la fin du XIV^ siede (Musée bril.,
Sloane 280G).
(^) Sur l'identité possible, mais nullement demontrt'e, du médecin Aldcbran de
Sienne ou de Florence avec un « .Mdobrando da Siena ", dont quelques poesies
italienncs sont conservc'es dans un ms. des Archivos d'Etat de Florence, voir Ad.
Uartoli, / viaj/f/i di Marco Polo, ]>. l.\ij-lxv.
— 81 -
Entre les Lombards, comme on disait jadis, qui, avant le milieu
du Xlir- siècle, firent usage de la langue franyaise, et tout au pre-
mier rang, tapt pour l'importance historique que pour le mérite litté-
raire, il faut mettre un écrivain qui fut bon guerrier, bon légiste, et
diplomate habile, qui eut une valeur réelle comme historien et comme
moraliste, qui peut méme prétendre au renom de poète. Je veux parler
de ce Philippe de Novare qui, né vers 1195, écrivit, entre 1243 et
1247, l'histoire de la guerre de Frédéric II et de Jean d'Ibelin, sei-
gneur de Baruth ('), plus tard le Traile de forme de "plaid et des us
et eouslumes des Assises d'Oulremer et de Jherusalem et de Cypre (-),
et enfio, dans sa vieillesse, vers 1265, l'aimable livre des Quatre lemps
de l'àge de l'homme (•^), sans parler de nombreuses poésies dont quel-
ques-unes seulement nous sont parvenues. Longtemps on l'avait con-
sidéré comme franyais, l'erreur d'un copiste ayant déguisé sa personna-
lité sous le nom de Philippe de Navarre: c'est à Gaston Paris qu'ap-
partient le mérite d'avoir rétabli son surnom de Novare, et de lui avoir
rendu sa nationalité (''). Disons cependant que, pour étre né en Lom-
bardie, Philippe de Novare n'en appartient pas moins à la littérature
franyaise, puisqu'il passa presque tonte sa vie en Terre Sainte et en
Chypre, dans un milieu franyais, et qu'il fait assez voir, par les cita-
tions et les allusions littéraires qui abondent en certains de ses écrits,
que son éducation avait été purement franyaise.
Brunetto Latini, dont on cite ordinairement le Trésor comme une
preuve de l'usage du francais par les Italiens, ne doit pas étre allégué
ici, car, si la phrase célèbre « por ce que la parleiire est plus delitable
et plus commune a toutes gens » prouve l'estime en laquelle on teuait
notre langue, elle ne prouve rien en particulier pour l'Italie, d'autant
que l'auteur a bien soin d'ajouter un autre motif pour justifier le choii
du franyais: c'est qu'il écrit en France. Martino da Canale a pour notre
recherche une bien autre importance. 11 était véuitien; il écrivait sa
Chronique des Vénitiens (vers 1275) à Veuise, pour ses compatriotes,
et il n'hésita pas à l'écrire en franyais, répétant, avec une légère va-
(') Fait partie de la compilation publiée par M. G. Raynaud sous le titrf
(le Gesles des Chiprois. Genève, 1887, Socifté de l'Orient latin.
(*) Imprimé par Beugnot dans les Assiscs de Jt'rusaU'in (in fol , li?-ll, pu-
blication de l'Académie dos Inscriptions et BcUes-lcttres).
(3) Piiblié en 1888, par la Società dos aiicions textos francais par M. M.irocl
de Fróville.
(♦) Romania, XIX, 00; ci", nne autre etude du nu-nie, intitulée Les mémoires
de Philippe de Xouare, dans la Revue de VOrient latin, IX. lOJ.
Sezione III. — Storia delle LetleralHi't "
— 82 -
riante, la parole de son contemporaiu Brunetto Latini: ^ por ce que la
len«,'ue franceise cort parmi le monde et est (la) plus delitable a lire
et a oir que nule autre " . Sa langue est du reste rolativemeut pure.
Si l'on met à part Brunetto, vivant ìi Paris, et Philippe de Novare,
qui passa la plus grando partie de son existeiico panni des gens de
FrancL', on peut dire quo Martin da Canale lìit, entro los Italions qui
écrivirent en fraujais, l'un de ceux dont la langue est la plus cor-
recte. Il ne se contentait pas d'écrire en prose; il se luélait aussi de
». trouver » en vers: sa prióre h saint Marc, patron de Venise, est d'une
bonne facture, et les fautes qu'on 3' peut relever peuvent ótre avec
probabilité attribuées à l'iuattention du copiste qui nous a conserve
l'uniquo copie de la Clironique des Vénitiens.
Od peut classer ici uno sorte d'euseigneuiont inorai quo nous a
conserve un ms. de Vienne date de 1287. L'auteur, un cortain ^ Enan-
cliet » ou " Annanchot " (car le nom se trouve écrit des deux fa^ons),
sur lequel nous n'avons aucune Information, s'adresse à son tils, à qui,
dans une première partie, il donne de sages instructions. La seconde
partie. qui forme peut-étre un ouvrage distinct, est intitulé « la doc-
trine d'amor ", et n'est qu'une traductiou partielle du célèbre Tractalus
amor/s d'André le Cliapolain. Cortainos particularités du langage don-
nent à croire que l'auteur était lombard ou vénitieu (').
Vénitien aussi était Marco Polo qui, en 1298, dieta dans la pri-
son de Génes ses merveilleux voyagos à Kusticien de Pise. La rédaction
appartient visiblcmeut à ce dernier qui, dans le prologue où il se
nomme a reproduit la forme méme du préambule que vingt-cinq ans
plus tot il avait mis en tote d'un abrégé de certains roraans de la
Table ronde fait apparemmont pour Edouard I d'Angleterre, au temps
(1270-1271) où celui-ci, non encore roi, se rendit à la Croisade (-).
La langue de cet abrégé, qui commenco par l'histoire de Méliadus et
de Guiron le courtois, paraìt sans doute fort ditì'érente de celle des
Voyages de Marco Polo. Mais il n'y a lù, qu'une simple apparence.
Les Voyages de Marco Polo nous sont parvenus par un uuiiiuscrit ita-
(') Voir Ad. Mi ssakia., daiis Comptes-rendus de VAcad. de Vienne, ci. de
jihil. et d'hist., XXXIX, 546-53 (1862); Wolk, Memoires do la muine Acadéniie,
XIII, l'-'-'^ jiartie, p. 178; Rajna, Studi di FU. rom., V, 208. — Il y a cnviron
25 ans, M. MussaJia avait coiinm'iicé riiiipression ile l'opusculo d'Eiianclict. Il Ta
interroinpu à la requéte d'un collòfjue qui se réserve d'en faire un jour l'édifioii.
(*) Voir Ad. BARTOi.t, / viaggi di Marco Polo, ]>. Ivj. Cf. P. I'akis, JI/o-
nuscrits franfois de la Bill, roy., TI, 356. et Wakd, Calai, of romances in the
drp. of mss. in the British Afuseum, l, 367.
- 83 -
lien (') et dans la forme méme (sauf qnelques détails d'écriture) que
leur a donnée Rusticien, tandis que les fragments qu'on a publiés de
MeLiadus sont tirés de manuscrits exécutés en Franca et où la lan-
gue de l'auteur a été plus ou moins corrigée. Que l'on prenne un ma-
nuscrit fait en Italie, et on verrà la ditìérence disparaitre (-'). Nous
savons peu de chose de l'histoire de Kusticien. Nous pouvons supposer,
toutefois, quii avait séjourné dans le nord de l'Italie et peut-étre en
France, car qe nest vraisemblablement pas à Pise, en pays toscan,
qu'il eùt pu se familiariser avec la langue francyaise.
Si nous avons peu de renseignements sur Rusticien de Pise, nous
n'en avons aucun sur l'écrivain italien qui mit en fran9ais, pour un
cointe de « Militrée » , qu'on n'a pas encore réussi à identitier, la chro-
nique d'Isidoro, celles d'Eutrope et de Paul Diacre, et entin la chro-
nique, perdue en originai, d'Aimé, moine du Mont-Cassin, sur les Nor-
mands d'Italie, jusqu'en 1078 (^). Cotte traduction a peut-étre été faite
dans le rovaume de Naples, qu'elle devait intéresser particulièrement.
Elle est d'un style très lourd et d'une langue très incorrecte. On peut
l'attribuer à la seconde moitié du XIIP siècle.
(') Paris, Bibl, nat. fr. 1116, public en 1824 par la Société de géo^aphie;
■extraits dans l'appendice aux Viaggi di Marco Polo, édition Bartoli.
(*) Voici, come preuve, le prologue de Meliadus d'après un ms. (Bibl. nat.
fr. 1463) exécuté en Italie et probablement à Génes. L'écriture parait ótre de la
fin du XlIJe siècle : « Seingneur, enperaor et rois et princes et dux et quens et baronz,
civalier et vauvasor et borgiois, et tous le preudome de ce monde que avés talenz
de delitier voz en romainz, ci prenés ceste et le feites lire de chief en chief; »i
i troverés toutes lez granz aventures qui avindrent entre li chevaliers herrant don
tenz li roi Huterpandragon jusque au tenz li roi Artus son fis, et des compains
de la table reonde. Et sachiez tot voirement que cestu romainz fu treslaités dou
livre monseingneur Odoard li roi d'Engleterre a celui tenz qu'il passe houtre la
mer en servise nostre sire Damedeu pour conquister le Saint sepoucre, et maistro
RusTiciANS de Pise, liquels est imaginés desoure, compilé ceste romainz, car il en
treslaité toutes les tres mervillieuse novelles qu'il truevé en celui livre et traitcra
tot sonmeoinant de toutes les granz aventures dou monde ; mais si sachiez qu'il
traitera plus de monseingneur Lanselotli o dou Lac et de monseingneur Tristam. le
fiz au roi Meliadus de Lconois que de nul autre, por ce que san faille il furent
li meillor chevaliers que fussent a lour'tenz en terre. Et li maistre dira de ci>t
deus plusor choses et plusor battailles que furent entr'aus que ne trueverés escrit
en trestous Ics autres livres, pour ce que li maistre le truevé escrit en livre dou
roi d'Engleterre...
(3) Ce dernier ouvrage a été publié deux fi>is: en dernier lieu par Tabi»-
Delarc, Ystore de li Normant par Aitné, évéque et moine au .ì/ont-Cassin,
Kouen, 1892.
— 84 -
Cesi à la luéme epoque, et à l'Italie septentrionale qu'il convient
de rapporter une petite composition franvaise, qui n'a étó jusqu'à pré-
seiit sigiialée qu'en passant, ilaiis uu opuscule de circoiistauce ('), et
qui n'est pas sans intérét pour l'histoire de la littórature toscane du
XI IT' siècle. A la fin de ce siècle appartient le cnrieux lecueil de
coates rouiauesques enipiuntés Ji des sources frauyaisos et proven^ales
en partie perdues (-), que Fanfani a publiés en 1851 sous le titre de
Coiiti di antichi cavalieri, d'après un nis. de la faniille Martelli.
Depuis lors, une édition plus exacte a été faite du nióme texte par
M. Pasquale Papa (•'), et un deuxiènie ms.. assez sensiblement diffé-
rent du précédent, a été découvert à la Hibl. nat. de Florence ("').
Or il existe de plusieurs de ces contes un texte franyais, assurément
redige dans l'Italie septentrionale. Ce sont les contes numérotés, dans
Pédition de Fanfani, XVI (Cesar), XVII (Regulus), XVIII (Brutus),
I-IX (Saladin et le jeune roi), XIX (Bruner). Ce n'est pas ici le lieu
de discuter les questions que soulève cet opuscule: je me contenterai
d'eu donner en note un court échantillon {•').
11 a pii arri ver que le mtMue écrivain se soit servi de la laugue
fran9aise ou de son dialecte propre, selon les personnes pour qui il écri-
(') Compose^ en proven<;^al et tiri' à liG cxemplaires, à l'occasion du premier
inariage de <J. Paris, en 1885.
(*) Quelqnes-uns de ces contes, relatifs à l'histoire romainc, ont une source
latine. Vi>y. E. Monaci, Sul u Liòer ystoriarum Romanorum n , dans Archivio
della li. Società Romana di Storia patria, XII (1889), 176.
(') Giorn. stor. della lett. ital, III. 102.
(*) Ibid., Vili, 487.
(^) Je choisis le chap. VI de Fanfani:
liibl. nat., fr. 686, fol. 247. Giorn. stor., Ili, 202.
Un 9or, deniorant le roi Jólians con Un di, stando el re giovene con altri
autres cevaliers, [vint] dcvant suen pier ; cavaliere, venne donante al padre, ed
il cstoit jovne, orni clic il n'fstoit ancor era anelli giovene, si che cavalieri non
chevalier. Un chevalier molt cremose- era. Uno cavalieri venne denan^e al
ment demanda un don ao roi. Le roi padre e temorosamentc li domandò un
ne respondoit, ond le chevalier, aten- dono. El re non respondendo, ci cava-
dant la response, se vergogna davant liere molto temorosainente la risposta
lui. E li chevaliers che estoient au roi aspectando stava avaiite lui. K cavalieri
Johans li distrt-nt tous ensamble: « Voir ch'erano collo re gioveiie l'ora dissero
est che la gregnor vergogne don monde tucti: « Vero ò che la majure vergogna
est a chcrir l'autrui ». Le rois Johans rh'al mondo sia è da dimandare l'al-
rcspondi: « fìrcgnor vergogne est a non Imi n. El re giovcnc rispuse: « Magiur
doner a cui hesogne ». vergogna ì- a cui bisongna non dar lo n.
— 85 —
vait. Le ms. fr. 821 de la Bibliothèque nationale de Paris, écrit dans
le nord de l'Italie aiix environs de l'an 1300, renferrae, entre autres
opuscules, une traduction en prose de la Consolation de Boéce dont
l'auteur s'exprime ainsi dans son préambule : «et por ce lai translaté
en vulgar fran90is, si come autrefois l'ai rais (na vulgar latin » . Evi-
demment le « vulgar latin » désigne un dialecte italien (').
12. Bien que les póèmes franco-italiens aient été l'objet de plu-
sieurs bons travaux, il n'en est pas moins vrai qu'il est difficile, en
certains cas impossible, d'en fixer la succession dans l'ordre des temps.
L'état de la langue n'est pas ici un indice sur, puisqu'il dépend sur-
tout du degré d'instruction des écrivains, et par conséquent peut va-
rier considérablement à la méme epoque et dans le mérae pays. Es-
sayons cependant de ranger ces poèmes dans l'ordre de leur apparition.
Le ras. 3645 de la Bibliothèque de l'Arsenal, dont nous avons
parie plus haut (§ 8), renferrae trois poèraes en franyais : 1° une prióre
à Jésus-Christ, à la Vierge et à saint Michel, en tirades raonorimes
coraposées de vers alexandrins ; 2° un poèma sur l'Antéchrist et le
Jugement dernier en vers octosyllabiques; 3° une vie de sainte Cathe-
rine dans la méme forme. Le premier article n'appartient certainement
pas à la littérature franco-italienne : c'estune poesie composée en France
et transcrite par un italien. Pour le second poènie, il y a doute. La
langue en est fort correcte. Ce qui pourrait conduire à y voir l'oeuvre
d'un italien, c'est qu'il est précède d'un court prologue dont l'auteur
s'excuse en quelque sorte d'eraployer le fran9ais, en disant qu'il lui
semblerait étrange de ne pas se servir de cotte langue qu'il a apprise
en son enfance. Quelque opinion qu'ou adopte sur l'origine du poème,
dont nous ne connaissons aucune autre copie, ce prologue merita d'etra
imprimé ici :
l'or ce que je say le franfois
Et que je soy parler aiifois
Franchois que nul altre lengaje,
Si me samble straii<je e sauvaje
De ce que j'apris eii enfanve (*)
Laiser, car lo Iaugai,'cs de Fraiive
Est (3) tels, qi en primer l'aprent
Ja n'i pora mais autremeiit
(') Om peut voir sur cotte version P. Paris, Manuscriti frvncois, V. 344-»^
et L. \)Ei.isLE,Biòlioth. de VEcole des eh., X\\l\ (1873), 16-7.
(*) Le ms. porto De ce que je ai pris en enfrance.
(3) Ms. <-«.
— 86 —
Parler ne aiitre lan^ue aprendre.
Por ce ne me doit nus reprendre
Qui m'oie parler en franfois
Que j'apris [a] parler anchois.
Ces vers, un peu pónibles, sont bien d'un italien. Le poeinu qui
suit a-t-il la mèiue oritj^ine, quoique d'un lueilleur style? Il le semble
bieo, puisque l'auteur du prologue se donne aussi pour l'auteur du
poèma. Kn outre dès le premier vers, le poète insiste sur l'idée qu'il
f'crit en franyais:
Or vos voil en fran(;ois rctraliire
'i'el cliouse qe moni pora faire
Grant bien a ceus qi l'entendront
Et qi en memoire tcndront
L'istoire qe j'ai en talcnt
A dire por Deu solement.
Et plus loin, indiquant sommairement les sources latines oìi il a puisé,
le poète dit :
E sai ce que Sebile eii dit
En un libre qui est escrit
A Rome o je l'ai bien veti.
Ce qui donne à catte composition un intérét particulier, c'est que uous
savons qu'elle est antérieure à 1251. A la suite, en etfet, se trouve
l'explicit transerit plus haut, qui vient óvidemment d'un ms. antérieur,
la copie de l'Arsenal étant des dernières années du XIIP siècle ou du
commencement du XIV''. Evidemment cet eiplicit a été copie d'après
le ms. qui sarvait de modèle.
La vie de sainte Catherine qui suit est-elle du méme auteur? Je
n'oserais l'anirmer; toutcfois l'origine italienne n'en saurait étre mise
en doute. L'auteur avait trouvé à Rome, dans un « passionai », la ma-
tière de son récit :
Je vi a gan Silvestre, a Rome,
En un passionai escrite
La passion tota e la vite . . .
En col tens que Ten vos a dit,
Si com je trovai escrit
El libre que je vi a Rome ...
Jc 'ii'en dirai pas plus sur catte vie de sainte Catherine, dont on a
publié des fragments ('), et je passe à des poòmes dont la langue est
plus mélangée de formes italiennes.
(') M. le ])r<'f. iMi)ss.\FiA, dans son mémoirc Xur A'alkarinenlegende (ComitteB'
rcndas de TAc. deu scienccs de Vienin-, class, de i>liil. et d'iiist., !-X\V, )>. 219),
- 87 —
Le ms. Bibl. nat. fr. 821, déjà citò dans les pages précédentes,
renferme (fol. 52 et suiv.) un poème sur la passion du Christ que pré-
cède cette rubrique : « Ceste est la ystoire dou nostre seignor Jhesu
n Crist, et coment il soufri passion et torment et mort por sauvement
« de la humaine generation, et por gieter les armes liors dou limbe
« d'enfer qui estoient en tenebres". Les vers sont, en principe, octo-
sj'llabiques, mais, en fait, beaucoup dépassent cette mesure. Les rimes
manifestent souvent des incorrections dont il n'est pas pemnis de char-
ger le copiste. Une courte citation, prise du commencement, donnera
une idée du style et de la langue de l'auteur, et nous fera savoir
qu'il a entrepris cette composition en l'honneur de sa dame :
Celi qe sa qe tot est nient
Se no a servir au roi omnipotent,
M'a fait garder en ma raemoire,
Tant ai eslit toutes les ystoire,
La plus veraie et la meilor :
Ce est celle dou nostre seitrnor
Jhesu Crist, le douz fil Marie,
Qi a dou tout sa seignorie ;
Et jou por li espanderoie
Avant ce que je savroie.
Por ce qe tuit poissent anprendre.
Se il vuelent garder et entendre ;
Et se il ne vuelent je n'en pois mais,
Estier tant qe je prierais
Le douz Seignor por sa merce,
Lequel est mais que nuls hom ne ere
Pleins de dou^or et de fin amor.
Aisi coni l'ai apris en la scriture,
L'ai mis en roman tout a droiture
Por la meiiibrance d'une pucele
Qi est franche, cortoise et belle:
Ce est ma dame, de cui hom sui,
Ca ne vois, la sage, et por cui
Avront les buens joie et confort
De garentir ses armes (s'armc?) de mort.
Les derniers vers sont obscurs. Que signitie ca ne vois? Faut-il lire
[(/<?] CancDois (le vers serait trop long, mais ici co n"est pas une
où il a monfn'' que cette vie (Vanco-italicnne ctait la source d'une rédaction ita-
lienne l'aite au XIV» siede. Et depuis on oii a Iruuve un uutre rifacimento en
italien {Stutlj di filologia romanza, VIL 1).
objection), et faut-il siipposer que la « pucelle » dont l'auteur se dé-
clare le vassal était dame du Canat^ese? Noiis sijrnalous ce petit pro-
Meme Il l'attention des érudits corapétents. Bornous-nous à dire que
le poèma ne peut guère étre postérieur ani dernières années du XIIP sie-
de, le mauuscrit étant visiblement du commoiieement du XIV,
Nous connaistious deux autres poèmes franco-italiens sur la Pas-
siou du Christ: l'un par Nicolas de Verone sera mentionné plus loin;
il appartient vraisemblablement au milieu du XIV'^ siècle; l'autre, qui
paraìt étre du méme temps ou un peu postérieur, est en vers de dii
syllabes (sauf nombreuses irrégularités). Il est parsemé de citations
latines et la langue en est très barbare. Le ms. est date de 1371 (').
Nous avous maiiitenant ù énumérer quelques OMivres profanes qui,
au point de vue de l'bistoire littéraire, ollVent plus d'intérét que les
compositions religieuses.
Nous avons vu plus baut que le Roman de Troie, par Benoit de
Sainte More, avait été fort répandu eu Italie. C'est comme une sorte
d'appendice à ce célèbre poème que fut compose, apparamment dans
la seconde moitié du XII I" siècle, et siìrement en Lombardie ou en
Vénétie. un roman en vers octosyllabiques qui peut étre intitulé indif-
féremment roman d'Hector ou roman d'Hercule. On en trouve des co-
pies à Venise (-), à Florence (3), à Paris ('), à Oxford (•'). La langue
en est peu correcte: elle l'est cependant plus que celle de la plupart
des poèmes que nous allons passer en revue.
L'epopèe carolingienne, de bonne heure importée de France, avait
trop vivement frappé l'imagination des Italiens, pour qu'on n'essayàt
pas en Lombardie et en Vénétie de composer de nouveaux poèmes sur
la matière de Franco, et, uaturellement, on les composa d'al»ord en
(') Venise, San Marco, fr. VI. Vient des Gonzague (n" 42 du catal. de 1407).
Ad. Keller en a public une centaine de vers dans sou Romvart, pp. 23-26 et
BoucHERiE en a donne le teste entier, d'apròs une copie fournie par l'abbé Va-
lentinelli, le conservateur de la Marciana, dans lo t. I de la Revue des lanques
rornanes.
Ci San Marco, fr. XVIII. Vient de la Bibliotliì-que des Gonzagnes (catal.
de 1407, n" 29); cf. Romania, IX, 509. Le poènie a Oté piibli<^ d'après ce ms.
par A. Bartoli, [codici francesi della Bibl. Marciana, p. 11 (Extrait de V Ar-
chivio veneto, t. HI). Cf. Gorra, Testi inediti di Storia Troiana, p. 204.
(3) Riccardiana, 2433.
(*) Bibl. nat., fr. 821.
(*) Bodli'icnnc, Canonici mii^c. 450; vi'ir 1'. Mkyer, Documents mss. de Vane,
littér. de la France conserot^s dans les Ihòliothèqucs de la Grande Bretagne,
pp. 159 et 245.
- 89 -
fran9ais. Mais les « troiiveurs » de ces pays, qui imitèrent de plus oii
moins loin nos chansous de geste, avaient, pour la pliipart, peu de ta-
lent, et ne possédaient du franyais qu'une connaissance bien superfi-
cielle. Après tout leur languc fortement imprégnée d'italien devait étre
plus intelligible à leurs compatriotes que le pur fran^ais; il se peut
raérae que ce jargon liybride ait contribué au succès de ces médiocres
compositions (').
On peut distinguer ici deux classes: 1" les poèmes qui suivent de
plus ou moins près les modèles franyais, qui en reproduisent la sub-
stance sous une autre forme; 2° les poèmes originaux qui, bien qu'in-
spirés des ceuvres franyaises, ne sont cependant pas dépourvus d'inven-
tion (-). Dans la première classe prend place le ms. fr. XIII de Venise
(première moitié du XIV" siècle), maintes fois étudié et dont on a
publié ou analysé d'importauts morceaux: Beuve cV Haastone (•"'), Berle
au grand pied (^), Karlelo ("'), Berte et Milon ('•), Ogier le Danois ("),
Macaire (^). Dans la clasee des poèmes yéritablement originaux il faut
(') Dans certains poèmes la proportion do l'italien (il s'a^'it bien entendu
de l'italien du nord, non du toscan) est notablement plus forte que celle du fran^ais.
Telle est la langue de certains poèmes religieux publiés par M. Ml'SSafia dans
ses Monumenti antichi di dialetti italiani (1864, Académìe de Vienne).
(*) Voir GijESSARD, dans la Bibl. de VEcole des Charles, 4« sèrie, t. Ili,
p. 393. La description donnée par Guessard doit ètre complétée par les observations
de G. Paris, Ilist. poétique de Charlemagne, p. 166 et suiv.
(3) G, Paris i,Hist. poét. de Charl., p, 166) croyait que ce poèrae était la
transcription d'une chanson de geste franfaise, mais M. Rajna a mentre que c'était
le remanienient très libre d'une ancienne rédaction fran(;ai&e, et non une copie.
{Rivista filolof/ico-letteraria, t. II, p. 65 et suiv.; Ricerche intorno ai Reali di
Filanda, I, 141). Des frusjments d'une autre rédaction franco-italienne ont été
trouvés à Udine et à Florence (le fragment de Florence est plus italien que celui
d'Udine) et ont été publiés par M. Rajna, Zeitschr. /'. rom. PhiL, XI, 152 et suiv.
(*) Poème publié par M. Mussafia, Romania, III, 339.
(*) Remanienient d'un poème francjais de Mainet dont nous n'avons plus que
des fragments. Voir G. Paris, Ilist. poét. de Charl., p. 169. et Romania, IV, 307.
Le Karleto a étó analysé en détail par M. Rajna, dans un article {La leggenda
della gioventù di Carlo Magno) de la Rivista filologico-letteraria, II (1872), 65.
(«) G. Paris, Ilist. poH. de Charl., p. 170.
(^) Voir Rajna, Romania, II, 153 et suiv.
(*) Poènie publié ])ar ]\I. Missakia {Altfranzhsisehc Gedichte aus ]'ene-sia-
ìiischen //andschriften,]W"ìen, ISdl) et par Gukssakd, dans le Re--ued des anciens
poHes de la France, t. IX, 1866. Guessard croyait que le teste do Venise était
simplement la copie dénatnrée d'un poème franrais, et il en a en conséquence
tenté la restitution en regard du texte l'ranco-it..lien; mais cette restitution inème,
qui contieni dos rimes tout à fait inadniissibles, prouve que la le«,'on de Venise
était un remanienient très libre ot non dépourvu d'originalité.
— 90 —
ranger Y Entrée de Spagne, par un padouan anonyme ('^, et sa conti-
Duation, la Prise de Pampeluiie, par Nicolas de Verone (-'). Ce Nicolas
est, entre les aiiteurs de poèmes franco-italiens, celui sur lequel nous
possédons le plus de renseignements précis. Nous savons qu'il composa
un poème sur la passion dn Christ, au début duquel il fait une vague
allusion à de précédents oiivrages coniposés par Ini en tVanyais :
Seignour, je vous ai ja, pour vers e pour sentance,
Contié maintes istoires en la lingue de foranee (•'').
Mais il a compose un troisième poème, la Pharsale (■*), oìi il a eu le
bon esprit de nous donner des détails circonstanciés sur lui-mOme. Il
(') Poòme analysé par L. Gautier, BiblwthPque de VEcole des Charles,
4*= sèrie, t. IV, p. 217. Une <5dition de cet ouvrage sera publiée. prochainement
par la Sociétó des anciens textes fran<;ais. L'unique nis. qui en subsisto est le ms.
fr. XXI de San Marco qui vient des Gonzagues (catal. de 1407, n° 63). Les Gon-
zagues possédaient deus autres mss. du méme poème (u°^ 54-57) que nous n'avons
plus. Les n°s 54-56 (dans l'ordre suivant: 56, 55, 54) formaient un seul exemplaire.
Voir A. Thomas, Nouvelles recherches sur VEntrée de Spagne, Paris, 1882, p. 34.
(*) Venise, San Marco, fr. V, ms. Gonzague (catal. de 1407, n" 58). G. Paris
a crii que ce i)ocuie et VEntrée de Spagne, étaient du méme auteur qu'il appelait
Nicolas de Padoue [Hist. poét. de CliarL, pp. 173-4), se fondant sur une identite
du langage qui est purenient imaginaire. Cette opinion fut aussitòt contestée par
des arguments dócisifs (P. Meyer, Recherches sur Vépopée francaise dans la BibL
de VEcole des Charles, 6*^ sèrie, t. Ili, p. 312-015). Dcpuis, M. Thomas a prouvé
définitivement ([ue les deus j)oèmes sont de deu-v autturs bien distincts; le poeto
de Entrée d' Espagne était de Padoue et a gardé l'anonyme ; le poète de la Prise
de Pampelune était Nicolas de Verone {Nouvelles recherches, etc, p. 15 et suiv.;
cf. le compte-rendu de ce mémoire par G. Paris, Romania, XI, 147).
(3) Le manuscrit unique de cette Passion vient des Gonzagues (n" 8 du catal.
de 1407). A la suite de vicissitudes qui ne nous sont pas conuues, il était entrò
dans la Hibliothéque de feu Rouard, conservateur de la Bibliothéque Méjanes, à
Aix en Provence. Je l'eus quelques jours entre les mains lors de la vente des
Jivres de Rouard en 1879 (n° 1479 du catalogue de vente, chez Morgand et Fatout)
et j'en copiai les 195 premiers vers que M. Thomas a ])ubliés dans ses Nouvelles
recherches sur VEntrée de Spagne, p. 23 et suiv. Il a été achcté en 1893 par la
Marciana, voir Ciampi-i, / rodici francesi della R. liiblioteca di San Marco, p. 172.
(■♦) Le inanu.scrit ajipartient à la Bibliothéque de Genève. Il avait autrefois
fait partie de la collection des Gonzagues (n° li). Voìr Die Pharsale des Nicolas
von Verona, von H. Wahle, Marburg, 1888, et cf. A. Thomas, Romania, XVIII, 104.
La publication de la Pharsale a été. pour M. le prof. V. Crescini, l'occasion de
nouvelles recherches sur Nicolas de Verone. D'un document publié par ce savant
il résulte que cct écrivain était « legum doctor « et faisait partie du collège des
juristes de Padoue (Di Nicolo da Verona, dans les Atti delVlstiluto Veneto di
scienze, lettere ed arti, 7« sèrie, t. VIII).
- 91 -
noiis apprend en effet qu'il a compose la Pharsale en 1343 poiir son
seigneur Nicolas d'Este (f 1345). Il écrivait donc dans la première
moitié du XIV® siècle, et par suite nous devons admettre qua V En-
trée de Spagne, qu'il a entrepris de continuer, devait étre quelque peu
antérieure.
En 1358, quinze ans après l'epoque où Nicolas de Verone dédiait
sa Pharsale à un prince de la maison d'Este, un autre Nicolas, ce-
lui-ci surnommé de Casola, notaire bolonais, otfrait à Aldobrandino III
d'Este son vaste poèma d'Attila, en un franyais étrangement corrompa,
connu jusqu'à présent par de courts extraits. mais sur lequel M. Giulio
Bertoni, de Modène, annonce une publication prochaine (').
Il est, dans l'état actuel de nos connaissances, assez difficile de
classer le poème de Huon d'Auvergne (ou de Ugo d'Alvergna) dont
il nous est parvenu deux rédactions franco-italiennes. La première est
conservée en deux mss. : l'un, le plus ancien (il est date de 1341) et
le meilleur, fait partie de la coUection Hamilton à Berlin (-), l'autre
appartient à la Bibliothèque nationale de Turin (^). Ces deux mss. iie
renferment que la seconde partie de l'ouvrage. L'autre rédaction est
représentée par un ms. de Padoue (^). Assurémeut ce poème est imité
d'un originai fran9ais, sur lequel nous possédons divers témoignages.
Il y a plus: le remanieur italien cite l'auteur de cet originai, un cer-
tain Odinel (•'■), mais dans quelle mesure a-t-il imité, dans quelle
mesure a-t-il fait oeuvre personnelle, nous ne pouvons le savoir, puisque
le poème fran9ais est perdu.
(■) La Biblioteca Estense e la coltura ferrarese ai tempi del duca Ercole I,
Torino, 1903, p. 5, note 3. Signalé au XVIIP siècle par Quadrio, Storia e ra-
gione crogni poesia, IV, 588, puis par Tiraboschi, ed. de Milan, V 700, le ms.
unique de ce poème, qui appartient à la Bibliothèque d'Este, à Modène, a étt-
décrit par P. Heyse, Romanische inedita aus italicnischen Bibliotheken, Berlin,
1856, p. 163; et par M. J. Camus, Revue des lani/ues romanes, 4*= serie, t. IV,
p. 185. Un épisode en a été public par M. Fr. d'Ovidio, // pad i(/l ione di Foresto,
dall'Attila flagellum Dei, poema di Niccolò da Casola, bolognese. Imola, 1S71,
per nozze d' Ancona-Nissim.
(2) C'est un ms. Gonzague: n" 21 du catal. de 1407 (Roviania.W, b08). Il
a été l'objet d'une nutice par M. Tobler, Oomptes-rendus de l'Ac. de Berlin, classe
de phil. et d'hist., sé:uice du 29 mai, 1884. Ci". Rajna, Zeitschr. f. rom. Phtl. XI,
157, note 1.
(=•) Etudié par M. C.rap, Giornale di filologia romanza, 1, 92, à une epoque
où le ms Hamilton n'avait pas encore été signalé. Cf. Ci. Pari.^. Romania, VII, 626.
{*) Voir Crescim, Propuijnatore, XIII, 2. Une édition de lluon dWuveriint-,
par M. Crescini, a été aniioncóe jadis, Giorn. stor. della letterat. italiana, III. t75.
(5) Tohler, Ménioire cité, p. 617 (p. 13 du tirage i\ part).
- 92 —
La méme questiou se pose pour le lìainaldo e Liseìigrino public
par M. Teza, d'apròs un ms. Canonici de la Bodléienne (Pise, 1869),
et dont une autre rédactiou a été publiée, eu 1879, par M. Putelli,
d'après uu ins. d'Udine ('). Le premier de ces textes est déjà à peu
près aussi italien que franyais: le second, qui a conserve plus ou nioins
modifiés beaucoup de vers du premier, est presque totalement italien,
ou, pour parler avec plus de précision, vénitien. Nous avons là un curieux
exemple (et ce n'est pas le seul) du peu de stabilite de ces textes
franco-italiens, que les copistes tendaient à rapprocher de plus en plus
du diak'cte locai. Il est certaiu que ces deux rédactions reproduisent
pour la teneur generale du récit, l'un des plus anciens contes de
Renart, celui de la branche I de l'éditioii Martin. Mais ils n'en dé-
rivent pas: ils en représentent un état plus ancien. Si on admet
l'opinion de M. Martin, selon laquelle ce récit aurait pénétré en Italie
par voio orale ('), il faudra accorder au rimeur italien auteur de la
rédaction la plus ancienne (celle qu'a publiée M. Teza), une assez
grand part d'originalité.
Beaucouj/ des poèmes que nous yenons de passer en revue u'exis-
tent plus que dans un ms. unique : leur conservation à travers des
àges où on les lisait plus est due à des circonstances fortuites: à la
beante des miniatures qui les ornaient, au goùt pour les livres qu'avaient
certains seigneurs. Il y avait de nombreuses chances pour qu'ils fiissent
depecés et utilisés par les relieurs — tei a été le cas de plusieurs ma-
nuscrits dont nous n'avons plus que des fragments — ou pour qu'ils
disparussent sans laisser de traces. Ceux qui ont subsisté sout évi-
demment le petit nombre. La publication des anciens catalogues a
montré que des bibliothèques des Gonzagues, des seigneurs de Milau
et d'Este, nous n'avons plus que la moindre partie, et pourtant ces
collections princiòres furent longtemps entourées de soins. Quo penser
des collections inoins importantes ou des manuscrits isolés ! Plus on
étudie ce qui nous reste de la littérature franco-italienne, plus on y
reconnaìt de lacunes (•'). Toutefois les éléments dont nous disposons
{') Giornale di /ììolof/ia romanza, II, 153. Les deux textes ont éte róinipriinés
en regjirrl l'nn de l'autre par M. E. Martin dans son edition du Roman de Renart,
I, 358 et suiv.
(*) Observations sur le Roman de Renart, Strasbourg et Paris, 1887, p. 99.
Cette opinion a été contestée par M. h^rouK, Les xources du Roman de Renart,
Paris, 180.'3, pp. 91-2.
(3) Voir, par exemple, Rajna, Propugnatore, III, 1'" jiartie, p. 213, et suiv.,
2*^ partie, p. 58 et suiv.
— 93 -
sufifisieiit à dólimiter ù peu près la ptniode oìi cette littératui-e flit
florissante.
L'examen des ouvrages composés ou simplement remaniés par des
écrivains italiens nous amène à lixer approximativ^ement entre les années
1230 et 1350 Tépoque où le franfais fut langue littéraire poiir l'Italie
septentrionale. C'est la conclusion à laquelle nous étions déjà parvenus
en chei'chant à déterminer le temps où avaient été exécutés les raa-
nuscrits franfais dont l'écriture trahit une main italienne. Ainsi l'his-
toire et la paléograpliie coiidiiisent aux niémes résultats. Et déjà, en-
1332, le témoignage du juriste padoiiaii Antonio da Tempo attestait
que la langue toscane n était plus appropriée à la littérature que les
autres langues " ('), où il faut sous-entendre « en Italie ". Mais toutes
les armées ont leurs traìnards; tous les genres littéraires ont leurs
tidèles attardés. Au temps de Molière certains faisaient encore des
ballades, et le XIX^ siècle a vu paraitre bien des poèmes épiques en
douze chants. De méme en Italie. En 1379 un certaiu Raphael Mar-
mora, que l'on suppose avoir^été véronais, entreprit, vraisemblablement
pour sa satisfaction personnelle, car l'uiiique manuscrit de son anivre
ne porte aucune dédicace, un vaste roman en prose, dont le héros était
Aquilon de Bavière, fils du due Naime. Il le donne comme traduit
d'un écrit « in lingue africhane " et de Turpin. En fait c'est une
oeuvre de pure imagination, fort mediocre comme invention et comme
style, curieuse seulement par les allusions très nombreuses qui y sont
faites à des ceuvres franyaises ou franco-italiennes, dont beaucoup ne
sont pas parvenues jusqu'à nous. Il n'apporta pas une grande activité
à la rédaction de son roman, car il ne la termina qu'en l4o7. M. Ant.
Thomas, qui a découvert ce singulier ouvrage et l'a fait connaitre par
ime analyse très précise, accompagnée de savantes remarques (-), l'a
judicieuseraent apprécié. Il y voit avec raison la fin d'une littérature.
Au temps meme où Raphael Marmora écrivait, les compositions fran-
^aises n'étaient plus à la mode. On se délectait encore à entendre
l'histoire romanesque de Charlemagne et de ses héroìques compagnons
d'armes, mais déjà on la contait en pur toscan, soit en prose, soit en
vers. Marmora n'a pu l'ignorer, puisque, par une concession au nouvel
usage, il a ajouté ù, son oeuvre un prologue et un épilogue en octaves
italieimes.
(') « Liiig;na tusca magis apta est ad littoram .sivo literaturam quam aliae
lingaae n. Delle rime volgari, ed. Grion, p. 171. Il fuut diro qu'Antonio da Tempo
avait surtout on vuo les poésies à forme strcphique.
(*) Romania, XI, 538. Lo ms. est au Vatican, fonds Urbinas, n" 881.
04 —
13. Toutes les oeuvres que nous avons passées en revue appar-
tienneut à l'Italie du Nord ('), sauf peut-Oti-e la traduction de la Chro-
iiique du ]\Ioiit-Cassin sur l'origine de laquelle nous sommes mal ren-
seignés, et qu'on ne serait pas éloigné, en raison du sujet, d'attribuer
à l'Italie meridionale. Nous avons dit próeódemnient que l'établissement
des Angevins à Naples ne paraissait pas avoir eu pour résultat la
formation d'un centre littéraire franyais bien actif daus la régiou ua-
politaine. Cependant il y faut revenir atìu de résiinier le peu que nous
savons de l'emploi du frau(,niis ìi la cour de (Charles d'Anjou et de
ses successeurs.
A partir de 1205 l'immigration franyaise fut considérable dans
l'Italie meridionale. Ecoutons M. Durrieu, luu des hommes qui ont le
plus et le niieux étudié les archives des Angevins, à Naples. <- Le
- succès de lentreprise de Charles d'Anjou n'a pas seulement eu pour
« résultat d'amener un cliaiigement de dyuastie, de substituer, sur le
• tróne de Naples, des Capétiens aui princes de la maison de Souabe ;
<* il a encore determinò un véritable essai di colonisation par les Fran^ais
^ des provinces méridionales de l'Italie. Une fois vainqueur, le frère
u de Saint Louis s'est efìbrcé, par ses largesses, de fixer aupròs de lui,
fc dans ses nouveaux états, tous ces compagnons darmes qui l'avaieut
u si vaillamment seconde. Plus tard, il n'a jamais laissé échapper l'oc-
** casion d'augmenter le chiffre de ces immigrés, comblant do dons et
« d'honneurs les chevaliers qui venaient le rejoindre dans la Péninsule,
u faisaut transporter en bloc, de Provence, des groupes de familles
« bourgeoises destinées à peupler Lucerà (•'), ou encore adressant des
.. circulaires aux étudiants de Paris et d'Orléans, atin d'essayer de les
" attirer à Naples « (^).
(') Xotons en passaiit (|Uf Tusage de composer en fran^ais ne senible pas
s'ètre établi en Toscane (Rusticien de Pise parait avoir vécu dans l'Italie du nord),
de sorte .|ue la fière invective de Dante {Conv., 1, xi) contre les «malvagi uomini
d'Italia, che commendono lo volgare altrui e lo proprio dispregiano», ne s'adresse
j)a8 il oes compatriotes.
(«) A l'appui de cette assertion de M. l>inrii.u «'ii peut rappeler que deux
villagcs de la province de Foggia, à savoir Faeto et Celle, conservent encore l'u-
sage d'un dialecte certainement importò de France au temps de Charles I®"". Voir
MoKOSi, Jl Jialetlo franco-jirovenznlc di Faeto e Celle nell'Italia 7neridionale
(Arch. aioit., XII, 33).
(3) P. DiiRRiEf , Les Archives atKjevines de Naples. Etude sur Ics registres
du roi Charles /"•, 1265-1285 (in-8", 2 volumes, Biòliothf'que des Ikoles fran^aises
dWthfncs et de Rome, fa.sc. 16 et 51), t. II, p. 217.
— f)3 —
Ainsi s'exprime M. Durrieii, et son second volume, dont une grande
partie est occupée par des listes de Fran9ais établis, à des titres divers,
dans le royaume de Sicile sous Charles P"", montre quelle extension
prit l'occupation franyaise.
Le gouvernement étant en des mains fran9aises, il ne faut pas
s'étonner si la langue des conquérants fut emplovée pour l'usage admi-
nistratif dans la méme mesure qu'en Prance. Le latin restali la langue
des actes solennels et des correspondances officielles, mais les comptes,
les simples mandements, les quittances étaient rédigés en fran9ais (J).
Ce n'est pas là une preuve de l'expansion du fran9ais, car les écrivains
de qui émanent ces documents avaient été araenés de France, comme
on peut le véritier par les fac-similés de deux pages de comptes joints
par M. Durrieu à sa publication {-). On trouverait un argument plus sur
de l'emploi du fran9ais comme langue officielle dans le fait que lorsque,
au milieu du XIV'" siècle, à une epoque oìi la dynastie angevine était
pour ainsi dire devenue italienne, fut fonde par Louis d'Anjou, prince
de Tarente, époux de la reine Jeanne, l'ordre du Saint-Espiit, e' est
en frau9ais que les Statuts fnrent rédigés (■^). Toutefois, c'est là un
témoignage bien isole, car, sous Charles II déjà, dans les dernières
années du XIII'' siècle, beaucoup de familles fran9aises s'étaient éteintes
ou avaient quitte le pays, et le fran9ais était de moins en moins em-
ployé dans l'usage administratif {*).
Il ne parait pas, du reste, que les princes de la maison d"Anjou
aieat exercé dans le sud de l'Italie aucune influence littéraire. Je n'ai
trouvé jusqu'à présent qu'un seul ouvrage fian9ais compose dans le
royaume de Naples: c'est une traduction des lettres de Sénèque, faite
(') P. Durrieu, Notice sur les ref/istres anc/evins en langue francaise con-
servés dans ìes archives de Naples, (dans les Mélanges d'archeologie et d^histoire
p. p. VEcole francaise de Rome, i. III). Cf. le mème Arch. angev. de, Xaples, II, 8.
(2) Arch. angev. de Naples, plaiiches IV et V du t. II.
(3) Statuls de Vordre du Saint-Esprit, inslitué à Naples en 13Ò'J par Louis
d'Anjou, roi de Naples et de Jérusalem; maiiuscrit du milieu du XIV'' siècle con-
serve au Louvre, dans le Musée des Souveraiiis fraiivais, reproduction fac-simile en
or et en couleurs. avec uno notice sur la pcinture des niiiiiatures et de la des-
cription du manuscrit, par le comte Horace dk Vielcastel, Paris, 185:>, in M.
Le Musée des souverains, création éphéinère du second empire, fut supprimo en
1872 et le ms. des Statuts fut rendu à la Uibliotlàque nationale, d'oìi il avait
été enlcvé, lors de la crealion du Musée. (."est le n" 1271 du fonds franvai.<.
L'écriture et l'ornemention sunt italiennes.
(*) Voir les dernières pages de la notice de M. Purrieu sur les rtgistres
angevins en langiie francaise.
— 06 —
par un italien à la (iemande de - Bartholoniy Sygoilfe, de Njiples, comte
de Caserta et graut chambellau du roiaume de Sezille «. Ce personuage
n'est poiut incoDuu, et il est par suite facile de déterrainer, avec uue
approximation suftìsante, la date de la traductiou. Bartolomeo Sigiuulto
appartenait à une grande fainille. Il était frère de Sergio Siginulfo qui
fui grand auiiral de mai l'.M)b jusqu'à sa mort, eu juin 130(3 ('). Il
parait méme avoir étó titulaire, pendant quelques mois, de catte méme
charge sans toHtcfois en exercor les fonctions (-'). Il possédait en effet,
un autre office: celili de grand chambrier, siipprimé à la mort du der-
nier titulaire. Jean de Monfort {V décemhre 1300), mais rétabli pour
lui en 1302 (•').
Ce Siginulfo eut une carrière agilf'e. iii-on Cadier résumé aiusi
qu'il suit son hi^toire, d'après les travaux de Camera {AanaU delle
due Sicilie), Tutini {Degli ammiranti), Minieri Riccio (Saggio di
codice diplomatico, De' grandi u/flziali, etc): - Bartolomeo Siginulfo
- était d'abord entré dans les ordres et avait obtenu un canonicat à
« la cathédrale de Naples, puis avait été nommé abbé de S. Andrea
i. di Capua. Ayant quitte l'état ecclésiastique, il fut nommé valet de
« la chambre du roi Charles IL II avait été élové par le roi comme
« son propre tìls et avait été l'objet de ses faveurs spéciales, et le
• prince Philippe avait servi de parrain ù ses enfants. Accuse d'adul-
" tère avec Thamar, première femme du prince de 'Parente, il avait
» réiissi à se disculper. Mais, après la mort du roi Charles II, il fut
« convaincu d'avoir tenté de faire assassiner le prince da Tarante, c^-
« pitaine general du royaume, et, cité à comparaìtre devant la cour,
« il se réfugia dans son chfiteau de Saint Angelo, près de Pouzzoles,
« fut déclaré contumace, et condamné au banuissement et à 2000 onces
« d'amende (30 décembre 1310). Ses biens furent confisqués. B. Si-
li ginulfo se réfugia en Sicile auprès <lii roi Frédéric et mourut
« vers 131G « (^).
Dans le prologue cité plus haut, il est qualitié de comte da
Caserta et de grand charaboUan du royaume. Il faut donc que la
traduction des lettres da Sénèque lui ait été présentée entre le 30 sep-
Cj L. Caimkr, Esani sur ì'aJinuiislrdiitin du rtnjaHmc de Sicile sous
Charles 1'"' et. Charles II cCAnjou (1801, Bibliolhì'que des Ecoles fran{-aises
d'Alhì'nes et de Rome, fase. \A\). j.p. 180 .'t, 102.
{*) L. Cii.lier, 1». 102.
(») L. Cadi.r, pj). 22:J-4.
(*) L. Cadier, j.. 221.
— 97 —
tembre 1308, jour où il obtint le comté de Caserte (') et décembre 1310,
epoque de sa disgrace. Le fait qii'il est qualifié de grand chambellan
et non de grand chambrier n'a pas d'importance: il était en fait grand
chambellan à l'epoque où l'office de grand chambrier, momentanément
supprimé en 1300, avait été rétabli pour lui eu 1302 (-). Il est
probable qu'on le désignait indifféremment sous l'un ou l'autre de
ces titres.
Il ne sera pas inopportun de transcrire ici le prologue et les
premières lignes de cette version. Nous en avons deux mss., l'un à
Paris, l'autre a Londres, tout à fait pareilsf'*). Je fais usage du ms.
de Paris.
Seneques fu un sages hons, disciples d'un phylosofe qui ot a num Photion,
de la sucte des stuciens, qui disoit que verta est soverain bien et que nul ne pùet
estre beneiirés sans vertu. Et neporquant il met sovent entre scs dis les sentences
d'un phylosofe qui ot num Epycurus, qui disoit que delit estoit soverain bien,
ensint totevoies que ce tornast a honeste. Et si fu ciz Epicurus hons de trés grant
abstinence, et le plus de sa vie ne menjoit que pain et ève et herbes crues. Ciz
Seneques fu nez d'Espaigne, d'une cité qui s'apele Cordube, et fu onclez de Lucain
le poste, et fu home de haute letreiire et de grant abstinence, et raestres de Neron
le cruel empereor de Rome, qui le fist ocirre. Cil avoit un trés chier ami qui avoit
a num Lucilie, qui fu nez d'une contrée qui lors s'appeloit Champaigne, qui main-
tenant est appelée terre de Labour, d'une cité qui a num Pompeii, seant assés
pròs de Naples, laquele abissa, si comme Seneques meismes le raconte ou livre
des Questions natureles. Ciz Lucilie estoit procureor du senat et du pueple de
Rome en l'isle de Sedile, a cui Seneques transraist pluseurs epistres plaines de
bons ensengnemens, lesqueles s'ensivent ci desous, translatées de latin en fran^ois.
Et por ce que cil qui les translata ne fu pas de la langue fran^oise ne de si hant
enging ne de si parfonde science come a la matiere afiert, il s'escuse a tous ceulz
qui l'uevre verront, que il ne le blasment, se il a fallii en aucune part de la pro-
prieté de la langue ou aus sentences de l'aucteur, et leur prie humblement que,
par leur bonté et par leur fraiichise l'en vueillent corrigier et amender en l'un et
en l'autre, car il confesse bien que ce fu trop grant presumption d'emprendre si
haute chose a translater. Mès il ne le fist pas de son gre, car misire Bartho-
lomy Singnilerfe de Naples, conte de Caserte et grant chambellenc du roiaume de
Cezile, l'en pria et li commanda. Et por ce que il le tenoit a son seignor, il ne
l'osa refuser, ains emprist a fere chose contre son pooir et contre sa force.
En téte do chacune des lettres est placò un court argument suivi
des premiers mots du latin. Ainsi pour la première lettre :
(!) L. Cadier, p. 22t, n. 7.
(2) Paris. Bibl. nat. ir. 122;?r) (cf. P. Paris. Manuscrits francois, III, 305):
Musée britannique, Addit. 1.M31.
(3) L. Cadier, p. 221.
Sezione III. — Storia delti Ltlterature. <
- 08 —
Qiie Ten doit recuillir et rctenir la fin du tens, et que cil n'est pas povres a
cai poi de chose soufit. et que l'en doit le tens dilijaumeut garder, lequel se pert
et . iij . manieres
Ita fac, mi Lucilli, etc.
Ensi fai. mon ami Lucilie: recuevre toi a toi ineVsnics et recueill et garde
le tens qui <;& en arrieres t'estoit tolu ou emblé ou te eschapoit par ta folie, et
croi inoi que il est ensint cornine je t'escri : aucun tens nos est tolu. aucun tens
nos est erabló. aucun nos eschapc, incs seur tous est lionteus le domage du tens
que nos perdons par nostre negligence . . .
Il est intóressant de romarqner que catte tradiiction des lettres
de Sóuèque fut. au XV^ siede, tradiiite en catalan ('). Nous ne savons
ni en quellfs circonstauces ni en quel lieu w travail fut exécuté; fut-ce
on Italie, après rotablissemeut des Aragonais dans le royaume de
Naples? Est-ce dans le royame de Valence, oìi quelque exeraplaire de la
version faite pour Bartolomeo Siginulfo peut avoir ótó porte? Nous
l'ignorons. Toujours est-il que, à partir de Toccupation du royaume de
Naples par Alphonse d'Aragon, la connaissance du fran^ais et de sa
littérature dut baisser singulièrement. La riche bibliothèque formée
par Alphonse P"" et ses successeurs Ferdinand P"' et Alpliouse II nous
est bien connue. Elle a óté l'objet de recherches approfondies, et beau-
coup des livres qui s'y trouvaient nous ont été conservés (-) : on n'y
voit pas figuror de manuscrits franjais.
14. En Piémont Tusage du fran9.ais a commencé dans de tout
autres conditions que dans le reste de la Haute Italie et s'est con-
tinue beaucoup plus tard. En Lombardie, en Vénétie, en Emilie, le
tìanvais a ('tt' porte par inlluencc littéraire. A Naples il s'établit avec
une dynastie franyaise, donc par immigration. En Piémont il se pro-
page lentement, à titre d'idiome litU-raire, absolument cornine en Dau-
phiné et en Savoie. Le Piémont, à cet égard, est comme un prolonge-
(') « Lo libre de Seneca, do les epistoles que el tranios a Lucili, transladades
de lati en frances e puys de Irancs en cathala ». Bibl. nat., n" 8'2 du Catalogne
des manuscrits espagnols de M. Morel-Fatio.
(«) L. Delisi-e. Le cabinet des manuscrits de la Bibliothèque imperiale,
1.217; IH, 357. - Mazzati.vti, La Biblioteca dei re d'Aragona in Napoli, 1897.—
l'ERCoi'o. Rassegna critica della letteratura italiana, \897, lì, 120.— Omont, Z-a
Bibliothhiue d\Angilberto del Balzo, due de Nardo et comte d'ilgento, au royaume
de Naples, dans la Bibl. de VEcole des chartes, t. LXIL — Certains niss. des
rois Aragonais de Naples sont passés à la Biblintbòque de Valence où jc les ai
VHS jadis: aucun n'est francais.
— 99 —
ment de la France, et si l'établisseinent du fran9ais n'y a pas e'té
de'fìnitif, sauf en quelques valle'es des Alpes, c'est qu'il a eu à subir,
à partir du XV^ siècle, la concurrence du toscan. L'histoire de la con-
currence (car il y eut concurrence et non pas lutte) du fran^ais et du
toscan dans la valle'e du Po et dans les vallées adjacentes, serait un
bieo intéressant sujet d'études, si ou voulait la poursuivre jusqu'à notre
epoque. On verrait que le pays qui, au milieu du XIX® siècle, fut pro-
prement le fondement de l'unito italienne, a été de toutes les régions
de l'Italie celle qui, dans l'usage littéraire comme dans l'usage coù-
rant, resista le plus longtemps à la poussée du toscan. Meme à l'epoque
présente on ne peut pas dire que la résistance ait cesse partout, puis-
que la vallee d'Aoste était, il y a peu d'anne'es, ofiiciellement de langue
fran9aise et l'est encore de fait actuellement.
Je n'ai pas l'intention de traiter ce sujet, qui demanderait tout
un livre. Outre que beaucoup de documents me feraient défaut, je dé-
sire, comme dans les parties précédentes de ce méuioire, limiter mes
observations à la période du moyen-age. Or il se trouve que, pour cette
période, les inforraations dont nous disposons sont fort rares. Je serai
donc force'ment très bref.
Le Piémont fut, durant le moyen-àge, une terre sterile pour la
littérature vulgaire. Celle-ci n'y apparaìt guère que vers le XV® siècle,
et elle ne jaillit pas du sol: elle vient de France et de Toscane. Le
Piémont est le terrain où le tran9ais et le toscan se rencontrent, et co-
existent longtemps sur un pied d'égalité, le franfais ayant décidément
l'avantage dans les hautes vallées. Le dialecte locai n'entre pas en
ligne de compte. On ne l'écrit pas, ou du moins on l'écrit si peu que
son ròle, dans l'usage soit littéraire soit administratif, est à peu près
nul. On cite comme une grande curiosité les statuts de l'hospice de
Chieri, datés de 1321, qui, signalés en 1788 par Maurice Pipino dans
sa grammaire piémontaise, fureiit publiés en entier par L. Cibrario
dans le second volume de son histoire de Chieri (1827). Mais la date
de 1321 est celle de l'originai qui était fort probablement en latin,
et il ne paraìt pas probable quo la traduction soit antérieuro au
XV® siècle. Plus intéressant, parce que la date en est plus sùre, est
le court poème (24 vers) en assonnances sur la priso de Pancalieri (').
Enfin, comme testo di lingua on peut mettro au premier rang une
(1) Plusieurs t'ois juiblié, on deniier lieu, par le baron de Saint-Pierre, Ai'ch.
star, ital., i" serie, II (1878), 379, et par le comte Niora, Romania, XIII, Ut';
cf. XIV, 135.
— 100 -
senteoce assez longue (elle occupe daus riniprimé une centaine de
lignes) datée de 1446, et piibliée par le suriuteiidaut des archives
piÓLUontaises, barou de SaiutPicrre ('). L'emploi do la laugue viilgaire
dans uu dociimeut de ce gonre, est bien exceptionnel, Tusage Constant,
jiisqu'à une epoque avancée du XVI® siede, ótant de rediger en latin
les actes judiciaires. Vient ensuite dans l'ordre des temps une " la-
mentation ^ sur la passion du Ciirist, en quatrains de vers décasylla-
biques, forme visibleinent l'origine fran9aise, conservée dans une copie
de l'an 1517. à Chieri (-). Au XV1« siede et au XVIIP les docu-
ments littóraires vont se multipliant, mais ce n'est guère qu'au XIX"
que la littérature dialectale prend en Piémont un développement de
quelque importance {^}.
L'intìuence toscane se manifeste dès les dernières années du
XIV® siede par des Laudi, composées en toscan imprégné de pié-
montais ("'). A la fin du XV®, la Passione di Gesù Cristo, jouée à Re-
vello, dans le marquisat de Saluces (^), et e'crite en un italien où les
formes du pionioutais font de fréquentes apparitions, attesto le progrès
du toscan, puisqu'on pouvait employer cette langue dans des représenta-
tions destinées au peuple. Mais il faut ici se garder de conci iisions exa-
gerées, car, d'une part, ce mystère, envisagé au point de vue de la
composition, a tout à fait le caractère fran9ais, corame l'a monlré
G. Paris (^), et d'autre part l'auteur, qui n'était sans doute pas ori-
ginaire du marquisat de Saluces (car il eùt écrit en fran9ais), avoue
lui-méme que la langue dont il se sert est « da noi poco usitata ",
et il s'excuse pour les incorrections qu'il a pu laisser échapper (").
(') Arch. stor. Hai, voi. cité, p. 380-2.
(2) C. S.\LvioNi, Lamentazione metrica sulla passione di N. S., in antico
dialetto pedemontano, Torino, tip. Vinc. Bona. Nel 25° anniversario cattedratico di
G. I. Ascoli, 25 nov. 1886.
(') Voir entre autres ouvrages qu'on puurniit citer, Delkino Orsi, // teatro
tn dialetto piemontese, Milano, 1890.
{*) D. Orsi, ouvra<,'e cito, p. 10 e suiv.
['•>) La Passione di Gesù Cristo, rappresentazione sarra in Piemonte nel
sec. XV, edita da V. Promis, Torino, 1888.
(8) Journal des savants, 1888, p. 522.
C) V^ers 2373 et suiv. Sur la lanfjue de cotte Passion, qui n'e.st ci-rtainenicnt
pas le pur toscan, on pout voir les observatioiis de M. d'.VNCONA, Oiorn. stor. della
leti, itai, XIV, 180. — Je sais bien qu'on invoque, pnur appuyer l'idée que l'italien
aurait penetri- dès la seconde moitié du XV« siùcle dans le marquisat de Saluces,
le commentaire de la Divine Coinédie publié (jiar Promis et Negmni, 18>C) s ais
le nom de Stefano Talice, iiatif de Riculdone (province d'Acqui), qui serait le re-
- 101 —
D'ailleurs on sait bien que des représentations dramatiques en fran^-ais
eurent lieu en certaines parties dii Piémont, notamment dans les vallées
alpines, pendant le XVP siècle et méme jusqu'au commencement
du XIX^ ('). Il ne pouvait giière en étre autreraent, si on considère
combien les repre'sentations de ce genre ont e'té fréquentes en Dauphiné
et en Savoie au XV® siècle et au XVI®.
En dehors des mystères, on n'a guère de te'moignages sur la pro-
pagation de la littérature fran9aise en Piémont, ni sur l'usage de com-
poser en fran^ais. Les princes de la maison de Savoie avaient une riehe
collection de manuscrits fran9ais dont nous avons des inventaires de-
puis 1479 ("-) et dont beaucoup sont conservés à Turin (•'). mais ces
livres avaient e'té, pour la plupart, recueillis en Trance. Farmi les nom-
breux manuscrits fran9ais que j'ai vus à la Bibliothèque nationale de
Turin, je ne me souviens pas d'en avoir remarqué aucun qui alt été
fait en Piémont. Mais cela ne veut pas dire qu'il n'y en ait pas.
D'ouvrages franfais que l'on sacbe pertinemmeiit avoir été com-
posés en Piémont pendant le moyen-àge. il n'y en a guère, mais n'ou-
blions pas qu'on en pourrait dire autant de la Savoie, du Dauphiné
et d'autres provinces encore où indubitablement la langue littéraire et,
jusqu'à un certain point oflfìcielle, a été, dès le XV® siècle, le fran^ais.
En Piémont pourtant nous trouvons le poème, d'environ 700 vers, sur
la bataille de Gamenario (1315), compose, selon tonte apparence, à
sultat de lectures sur Dante faites à Lagnasco, dans la province de Saluces. Mais
la question est précisément de savoir si Stefano Talice est bien l'auteur de ce
corainentaire. Il semble probable qu'il n'en ait été que le copisto. Voir sur ce point
les travaux cités dans le Giorn. stor. della lett. ital., XXI, 462.
//(') Voir l'appendice (p. 225 et suiv.) de la publication, par M. R. Remer,
du Gelindo, dranie mi-parti de piémontais et de toscan (Il Gelindo. dramma sacro
piemontese della Natività di Cristo, edito con illustrazioni linguistiche e letterarie
da Rod. Renier. Segue un'appendice sulle reliquie del dramma sacro in Piemonte.
Torino, 1896). — Je ne sais si la farce fran(,\aise des trois commères que j'ai
publiée en 1881 d'apròs un ms. de Turin {Romania, X, 533) a été composée en
Piémont, je la crois plutòt d'origine savoyarde ou dauphinoise, mais il est certain
que le manuscrit dans lequel elle a pris place à la fin da XV"-" siècle a été exo-
cuté dans la Haute Italie.
(*) Voir l'inventaire (1479-1482) des livres et objets précieus conservés à
Moncalieri, publié par le Baron de Saint-Pierre, dans la Miscellanea di storia
italiana, 2» sèrie, t. VII, et les inventaires des chùteaux de Chambéry, Turin et
Pont-d'Ain, publiés par M. P. Vayr.\ dans le moine volume. Ci. F. Iìabotto, Lo
stato Sabaudo da Amedeo Vili ad Emmanude Filiberto, III, 240 et suiv.
(^) Il scrait malheureusement plus exact de dire u étaient conservés •», depuis
le funeste incendie de la Hibliothèque nationale de Turin.
102 —
Moutferrat, aiissitòt après les événements qui y sont relatés ('). La
laugue en est géuéralement correcte, sauf quelques riiues qui n'auraient
saus doute pas été admises par un fraiiyais. A la fin du XIV*' siècle,
eiactement en 1395 (-), fut écrit à Turin un ronian qui, malgrc tous
ses dófauts, mèrito d'occuper une place importante dans la littérature
franyaise, le Checalier crraat, partie en vers t-t parile en prose.
Ce n'est qua partir de 1577 que l'italien reyut en Piémont une
sorte de consécratiou otìicielle. Voici en quelles circonstauces. En 1560,
le due Emmanuel Philibert, dans un édit contìrmaut l'érection du sé-
nat de Savoie, ordonna que « tant en nostre dit sénat de Savoye qu'en
. tous autres tribunaux et jurisdictions de nos pays, tous procès et
. procódures, enquestes, sentences et arrests, en toutes matieres civiles
« et criminelles, seront faittes et prononcées en langage vulgaire et le
« plus clairement que faire se pourra « (•'). Par le » langage vulgaire « .
il faut ici entendre le franvais. En 1577, dans un édit redige en ita-
lien, Emmanuel Philibert reproduit les mémes dispositions : - Ancora
- che. doppo la felice restitutione de' nostri stati, havessimo ordinalo
« per editto publico et perpetuo che tutti li processi si dovessero fare
*. in lingua volgare, accioche le parti potessero intendere ogni cosa et
« ridur'a memoria li loro avvocati et procuratori, se facevano alcuna
•^ omissione nelle narrationi del fatto, nondimeno siamo informati che
« li avvocati et procuratori, litigando, in voce narrano il fatto princi-
<. pale et il sopra più de li processi in lingua latina, il che è stato
« et è contra la mente et l'intentione nostra imperò c'è parso
^ di stabilire et ordinare . . . che d'hor'inanti tutti li avvocati et pro-
« curatori, li quali litigaranno si avanti il senato et camera de' conti
« come avanti li prefetti, giudici ordinarli et d'appellatione o delegati
« et arbitri, haveranno da esplicarsi, tanto in voce come in scritto, in
- lingua volgare, massime nelle narrationi del fatto, senza tramezzarvi
« parole latine, eccetto nelle allegationi de dottori et recitationi delle
« leggi, sotto pena a chi contraverrà di scuti cinque cento per ogni
- uno et ogni volta che contrafarà, applicabili al nostro fisco " (')•
(>) Ce poèmc est instare, à sa date, dans rHistuirc de Moutferrat par ben-
venuto di S. Georgio, Muratori, Scriptorcs rcr. Ita!., XXIII, 4<8 et siiiv. Ilé.-dité
à part dans les Atti della Società ligure di storia patria, 2» sèrie, t. XVII, 1886.
(«) N. JoRGA, Thomas III, marquis de Saluces, 1893, p. 83; cf. (iabotto,
Oiorn. star, della lett. ital., XXIV, 282-3.
(3) Kicc, 11 février ]r)GO (ano. st). 'l'urin, Archivio di Stato, Materie giu-
ridiche, mazzo 1, n" 2 (Senato di Savoia).
(*) Turin, Tj décembre 1577. Arcliivio di Stato, Editti, mazzo 3, n" 37.
Kiemplairo imprimé.
— 103 —
La <» lingua volgare " n'est pas spécifiée, non plus que dans l'édit
en fran9ais de 1560, mais, dans la plus grande partie du Piémont, on
entendit qu'il s'agissait de l'italien (toscan), qui dès lors devint langue
officielle, sauf dans les hautes vallees ('). Les édits précités n'avaient
en vue que les actes judiciaires, mais on leur donna peu à peu une
extension plus grande. La méme conséquence s'était produite en France
à la suite de l'édit de Villers-Cotteret (1539) qui contient une dispo-
sition en faveur de l'emploi du fran^ais dans les cours de justice: dès
l'année suivante on vit en plusieurs provinces (notamment en Dauphiné)
le fran9ais se substituer au latin pour la rédaction de documents qui
n'avaient nuUement le caractère judiciaire.
Mais, si, à partir de 1577 environ. l'italien est devenu la langue
administrative de la capitale et de la presque totalite' du Piémont, le
fran9ais est reste beaucoup plus tard la langue de la société. Uva
einquante ans on parlait au moins autant franyais qu'italien à Turin
— à vrai dire, méme dans les hautes classes, on parlait surtout pié-
montais — et les Autografi dei principi sovrani della Casa di Savoia
(1248-1859), publiés par P. Vayra {-), qui se terminent par une lettre
en fran9ais de Victor-Emmanuel à Cavour, ne contiennent que trois
lettres en italien (1574, 1610, 1631). Les mémoires de l'Académie
des Sciences de Turin renferment, jusque vers le milieu du XIX'^ sie-
de, mais surtout au XVIIP, une assez forte proportion de mémoires
fran9ais. Ceux mémes qui aspiraient à l'unite de l'Italie ne se crojaient
(1) Pour la persistance de l'usage du francais dans les vallées, on peut voir
H. Gaidoz, Les vallées francaises du Piémont {Annales de VEcole libre des
Sciences politiques, année 1887, cf. mes observations dans la Romania, XVI, 632);
et Paul Melon, Le francais dans les vallées vaudoises du Piémont {Reiue chré-
tienne, 1900. — Dans la vallee de la Dora Riparia (Cezanne, Oulx, etc), le francais
est reste lansfue officielle jusqu'en 1860. Je suppose bien que les conseillers mu-
nicipaux, déliberaient, conime ils le font encore maintenant, en patois, mais les
registres étaient rédit^és en francais. On sait que cette vallèe, dans sa partie haute,
a fait partie du Dauphiné jusqu'en 1713, epoque où elle l'ut échangée avec le roi
de Sardaigne pour la valle'e de Barcelonnette. Le Val d'Aoste a resisto plus long-
temps (jusqu'en 1882), à l'intrusion de l'italien, et il y a déployé une grande
energie. Voir la brochure du chanoiuo Bék\rd (f 8 février 1889), intitulée La
langue franf-aise dans le Val d'Aoste. Réponse d M. le cheva'.ier Vegessi-Ruscalla,
Aoste, impr. Liboz, 1862; Paul Mklo.n, Le francais dans la Vallèe d'Aoste, at-
tachement des Valdótains à leur lanyue maternelle {Nouvelle Revue, 1901). Il
existe une carte du dópartement du Po, dressée en 1S07, où sont raarquées d'un
signe special les communes de langue fran(;aiso. Ce sont les cominunes de la partie
occidentale des arrondissenients de Suse et de Pignerol.
(*) Fratelli Bocca. Konia, Torino. Firenze, 1883.
— 104 —
pas obligés de préférer Titalien au franjais. Ce n'est giièie qiie depuis
une cinquantaine d'années qiie, reprenant inconscieniment l'idée de
Dante, on a commencé à considérer la laugue coiume le signe de la
nationalité.
Le présent mémoiio u'a nullement prétention d'épuiser un siijet
dont on est encore loin d'avoir réuni tous les éléraents. Mon biit prin-
cipal a été de groiiper métiiodiqiiement les faits connus. et de tracer
un cadre dans lequel viendront so classer de uouveaui témoignages,
de noiiveaux matériaux, que des recherches ultérieures ne manqueront
pas de faire apparaitre à la lumière.
X.
LA LETTERATURA POLACCA CONTEMPORANEA.
Comunicazione di W. Jablonowski.
Non si è ancora « scoperta ' nell'Europa occidentale la letteratui-a
ideila Polonia contemporanea, come è avvenuto per la letteratura russa
» scoperta " da poco tempo da Melchior de Vogùé nella sua opera ca-
pitale: // romanzo russo. Ma nell'Europa occidentale ci se n'occupa
ora più sistematicamente di prima : si traducono in tutte le lingue
del mondo civile i libri degli scrittori polacchi ; si possono citare anche,
fra i rappresentanti più autorevoli della vita letteraria contemporanea,
Antonio Fogazzaro, Georges Brandes, G. Sarazin, e molti altri che ri-
conoscono l'alto valore di alcune qualità e tratti caratteristici del
nostro genio creatore. In ogni caso, son persuaso che quello che dovrò
dire ai miei ascoltatori non sarà loro affatto sconosciuto. Io non farò una
lunga enumerazione di nomi di autori e delle loro opere, ciò sarebbe
superfluo: alcuni sono in parte conosciuti, altri, forse, non lo saranno
mai. Preferisco fare un rapido quadro dei tratti generali della lette-
ratura polacca, del suo carattere, delle sue principali tendenze.
Gli avvenimenti, come l' insurrezione del 18(33, e tutte le cala-
mità che ne derivarono, svegliarono nella società polacca, in cerca di
vie di adattamento al nuovo regime sociale e politico, delle disposi-
zioni diametralmente opposte agli sforzi sfrenati della immaginazione,
alle eccitazioni febbrili del sentimento che hanno caratterizzato il pe-
riodo precedente della nostra vita nazionale, l'epoca del romanticismo.
Fu allora il regno del sentimento, il disprezzo della fredda ra-
gione, che non si occupava se non di cose volgari. Dopo la crisi del 1863'
dopo tanti disinganni e delusioni, sotto l' influenza delle più dure ne-
cessità della vita, si finì per denigrare il valore del sentimento nella
lotta per l'esistenza e si proclamò la ragione pratica come la più si-
cura guida nel dominio della vita nazionale. La società polacca inscrisse
allora nel suo stendardo una formula magica espressa da queste due
parole; «lavoro organico", con hi qualo essa entra nel nuovo periodo
della vita sociale, che si chiama da noi il periodo positivista utilitario.
- 106 —
Le correnti delle idee filosoficlie, allora in voga in tutta l'Europa
occidentale, dettero un forte appoggio a queste tendenze nato dopo gli
avvenimenti del 18G3. Erano delle idee evocate dall'ingrandimento
del dominio scientifico, dall'applicazione del metodo sperimentale per
gli studi sullo spirito e sulla materia.
La nostra vita intellettuale d'allora fu impregnata dalle idee filo-
sofiche del Darwin, dello Spencer, del Taine, di Claude Bernard, del
Biichner, del Moleschott, dell'Ardigò e di tanti altri eminenti inve-
stigatori e pensatori che fornirono argomenti nuovi alla lotta con l'an-
tico regime e con tutto ciò che si opponeva a fondare la vita su delle
verità scientificamente provate. La nostra letteratura segue questo mo-
vimento d' idee e lo riflette nelle sue opere ; essa puro diviene posi-
tivista e critica: gli storici combattono le tradizioni dei complotti
politici; la stampa proclama il principio della rinascenza nazionale
per l'accumulazione dei beni materiali ; la poesia rinnega il flutto tu-
multuoso dell' immaginazione ed i libri divengono circospetti nell'espres-
sione dei sentimenti; il romanzo finalmente non s'interessa che alle
cose della realtà immediata e procura di esaminarle strettamente. Il
movimento letterario che si produsse in Polonia fra il 1870 e il 1880,
sotto r influenza della tìlosofia positiva e dell' ideale sociale espresso
con queste due parole : ^ lavoro organico " , ha molta analogia col mo-
vimento letterario dell'Europa occidentale. I nostri poeti di quell'epoca
hanno una certa rassomiglianza con i *. parnasiani « francesi e con i
poeti italiani della scuola di Bologna; i nostri romanzieri ricordano,
sotto molti rapporti, gli scrittori naturalisti francesi, oppure i veristi
italiani. L'arte polacca, come l'arto occidentale, provava allora il prin-
cipio dell'obbiettivismo artistico e si sforzava di riprodurre imparzial-
mente le realtà esteriori. Il suo ideale sociale è democratico, in fatto
di religione è libero pensatore; il suo ideale filosofico si basa sul culto
delle verità relative conquistate dall'esperienza e dallo spirito anali-
tico. Esso ha però tendenze più decise che l'arte occidentale; è più
utilitario, tutto preoccupato delle deliberazioni da prendersi riguardo
alle questioni che la vita stessa nel nostro paese pone all'ordine del
giorno.
Da ciò proviene il suo carattere più sociale che artistico, e noi
a ciò dobbiamo il carattere particolare che l'elemento sentimentale che
si voleva per principio sostituire con la ragione logica, cerca spesso
ricovero sotto la maschera di una tendenza voluta. Ed ecco perchè i
nostri scrittori di quel periodo, malgrado i principi ammessi dal rea-
lismo estetico, non poterono elevarsi a quell'obbiettivismo artistico che
— 107 —
riproduce indifferentemente ogni realtà ; essi non ebbero per il mondo
esterno l' indifferenza di molti naturalisti francesi e non credettero mai
che tutto nella natura fosse degno della loro arte. La letteratura di
questo periodo positivo e realista presenta una lista di autori come:
Asnyk, Madame Konopnicka, Swietochowski, B. Prus, H. Sienkiewich e
molti altri. Essi incarnano le idee correnti dell'epoca; nelle loro opere
sono concentrate tutte le aspirazioni di questa generazione che detro-
nizza r immaginazione esuberante e l'ardito sentimento per porre al
loro posto la ragione. Il culto per la scienza esatta, la fede nello spi-
rito liberato da ogni pregiudizio legato dalle generazioni precedenti,
l'amore della vita immediata, dei sogni che non vanno al di là del
presente, la critica del passato e delle tradizioni nazionali, l'ebbrezza
prodotta dall' idea del progresso e finalmente un sentimentalismo de-
mocratico attirante l'attenzione sulle classi diseredate: ecco ciò che
si trova nell'opera di questi scrittori.
Il loro grande ingegno che sdegnava le rigidezze dottrinali, e più
ancora lo sviluppo ulteriore della vita nazionale, salvaguardarono questi
autori dai pericoli dell'obbiettivismo artistico preso troppo alla lettera
e non permisero loro di rinchiudersi esclusivamente nella sfera del-
l' ideale più sopra menzionato, di frenare troppo gli slanci del pen-
siero e le aspirazioni del sentimento. Quelli che da noi proclamarono
il programma del « lavoro organico " e che desiderarono la rinascenza
della nazione per mezzo dello spirito calmo e freddo, secondato dalla
scienza esatta dell'universo, quelli s' ingannavano nobilmente nella loro
fede ; essi pensavano che si poteva — in grazia dei principi già indi-
cati — aumentare all' infinito tutte le « possibilità " d'una esistenza
migliore e in grazia dell'allargamento della sfera degl' interessi mate-
riali, esser felici almeno in casa propria, nella piccola cellula perso-
nale, qualunque fossero le condizioni della vita generale della nazione!
Ma da noi è impossibile lasciarsi lungamente cullare da simili illu-
sioni. La vita sociale e nazionale provava ogni giorno che queste « pos-
sibilità » d'nn'osistenza più completa si dileguano troppo presto; essa
dimostrava che la felicità individuale di ognuno è infinitamente dimi-
nuita e ristretta dall'andamento generale delle cose nel paese, che infine
la vita fondata solamente sulla ragione, sulle astrazioni aventi lo stesso
valore per tutto e sempre, respinge spesso l' individuo al di là della
sfera d'azione del gruppo etnico e nazionale al quale appartiene e di
cui egli deve dividere la sorte secondo le leggi del fatalismo storico.
Per non soccombere definitivamente bisognerebbe lottare contro di esso,
non solamente con la forza della fredda ragione, ma anche con la pò-
— 108 —
tenza più viva dell'anima: col sentimeuto, con la passione, con l'emo-
zione del cuore.
Ecco ciò che la società polacca comincia a comprendei'e, ecco clie
<riunge lora della reazione contro la prepotenza della ragione e del
<» lavoro or<:janico " che si nobilita con la presentazione di un ideale
più elevato che oltrepassa il confine della sfera del benessere mate-
riale. Fu dopo l'anno 1880 che questa reazione comparve nella lette-
ratura polacca; essa è servita in patria dalla penna di quelli stessi
che brillarono per il loro ingegno nell'epoca precedente del positivismo
utilitario. I romanzi storici del Sieukiewich danno un esempio splen-
dido di questa inversione d'idee.
Il passato della nazione, già così severamente criticato, è ora evo-
cato dalla nuova immaginazione, dall'emozione del cuore. Se l'autore
riattacca cosi il passato al presente, non è allo scopo di venerare senza
restrizioni tutto ciò che ha servito a formare la trama della storia
nazionale, ma per dimostrare come nelle epoche d'abbassamento e di
decomposizione morale della repubblica nuove forze vi nascevano e
salvavano la patria in pericolo.
Non è soltanto il riflesso della gloria nazionale — che si con-
templa con tanta soddisfazione nei giorni di sventura — che ci danno
i romanzi del Sienkiewich, essi hanno per noi altre qualità: prima di
tutto essi ci danno una incarnazione palpitante delle virtù attive che
aumentano la vitalità della nazione, e un <. memento " sfolgoreggiante,
poiché le corde che vibravano prima così potentemente debbano vibrare
ancora con la stessa forza in altre condizioni dell'esistenza nazionale.
Altri scrittori, contemporanei del Sieukiewich, trattano lo stesso
soggetto in altra maniera. B. Prus, nel suo eccellente romanzo La ve-
detta, dimostra come l' istinto irragionevole dell'amore del suolo nativo
presso il popolo può essere una forza potente nella lotta per la vita
nazionale. In un altro romanzo celebre. La bambola, lo stesso autore
contrappone ai rappresentanti d'una società egoista degli uomini di
cuore ardente e disinteressati; egli vi sottolinea molto chiaramente
due qualità dell'anima polacca: il rimpianto profondo lasciato dall'epoca
eroica d'altri tempi ed il potere di far sacritizio dei vantaggi del tempo
presente in favore di un ideale incerto dell'avvenire. Altri scrittori
ancora, come Mme Orzeszkowa et Mine Konopnicka si sforzano a con-
ciliare le aspirazioni contrarie della nostra vita intellettuale, le ten-
denze positive dell'epoca con la vita spontanea e disinteressata del cuore.
Verso l'anno 1890 una nuova serio di giovani autori apparve a
lato degli scrittori della generazione precedente. Questi spingono più
— 109 —
lontano la reazione cominciata. (Qui ben inteso ho in vista, non la
reazione retrograda, sinonima dell' ignoranza che acclama con gioia
a il fallimento della scienza », ma quella che vorrebbe muovere le ric-
chezze della ragione con la forza del cuore). L'entrata dei giovani
nell'agone letterario fa vibrare i più disinteressati sentimenti ed i più
ardenti desideri di sacrifizio; il sogno ingrandisce l'orizzonte di con-
cezioni creatrici, anche se qualche cosa d" imprevisto apparisce alla
ragione calcolatrice. Questa gioventù entrava in lizza, già piena essa
stessa di delusioni, di scoraggiamenti cagionati da questo lavoro di
formiche ragionevoli, lavoro il cui risultato dava troppo poco alla so-
cietà ed invece arricchiva spesso oltre misura l'individuo particolare;
ed essa era pure meno equilibrata della generazione precedente dei
« positivisti 1 , più snervata per la disproporzione che esiste da noi fra
la vitalità degl'individui sensibili ed ardenti e la strettezza della loro
sfera d'azione.
Le opere « dei giovani » denotano la coscienza della loro impotenza
personale di fronte alla fatalità della sorte, il desiderio ardente d'ab-
battere l'ostacolo che loro sbarra la via e diminuisce il loro ì; io ». Un
lamento sordo d'anime bramose d'azione, palpitanti pel desiderio di
una vita sbarazzata da ogni pastoia, riempie le opere loro. Esse riflet-
tono inoltre una grande e dolorosa sensibilità svegliata da tutte le cause
che disorganizzano la vita della comunità che impedisce loro di span-
dersi secondo i propri istinti e la concezione delle forme più perfette
della vita sociale.
Ecco le disposizioni di spirito che caratterizzano la maggior parte
dei giovani poeti, come Kasprowich, Tetmajer, Lange, Xowicki,
Wyspiaiiski ; romanzieri come Szymanski, Zerowski, Reymont Se-
roszewski, Weyssenhof e molti altri che formano la gloriosa pleiade
della letteratura polacca dell'ora presente. I loro sforzi hanno vinto il
razionalismo positivista e l'opportunismo nelle idee che da noi hanno
dato la vita alla rassegnazione e al calcolo gioioso del benessere am-
massato dai particolari, benessere che doveva reintegrare la nazione
delle sue perdite, del dominio della vita civile, della mancanza di
coudizioni favorevoli allo sviluppo della sua propria personalità morale.
La nostra letteratura presente non- si erige più a campione d'una
sola classe qualunque della società, lo sue aspirazioni abbracciano di
nuovo ii le generazioni passate e future della nazione » come diceva il
capo della nostra scuola romantica, il poeta A. Mickiewich.
T nostri scrittori contemporanei realizzano questa sintesi per vie
differenti: gli uni vanno tliritti allo scopo, gli altri vi i,Mungono por
— 110 —
ogni sorta di giri. Si trovano fra essi dei soggettivisti appassionati
che ricercano il più alto ideale di felicità personale, ma essi non sono
che il riflesso, la cristallizzazione delle aspirazioni generali e più vaste.
Gli acri pessimisti non mancano: essi esprimono la loro dispera-
zione, il loro dolore estremo cagionato dalla miseria dell'esistenza, ma
ciò non è che l'eco sonora, chiusa nei limiti di una sola anima, del
dolore che pesa sulle anime che la circondano. Noi alibiamo degli al-
truisti evangelici che portano il perdono a tutti : questi sono gli apo-
stoli della fraternità universale. Ma quest'altruismo è semplicemente
l'espansione delle anime che vedono nell'amore universale la loro spe-
ranza suprema di diminuire il male più prossimo. Altri infine hanno
una fede profonda nella vitalità e nella potenza elementare della loro
razza; su questa base essi costruiscono l'avvenire benedetto dal sogno
di una vita migliore.
In seguito a simili influenze tutti i generi letterari si trasformano.
La poesia lirica, negletta particolarmente durante il regno del^iositi-
vismo, rifulse di nuovo con una forza e ricchezza di sentimento da
ricordare il tempo del romanticismo. Nel romanzo il genere psicolo-
gico, poco coltivato da noi, acquista un certo sviluppo; il romanzo
realista, descrittivo, abbraccia non solamente i fenomeni esteriori che
colpiscono principalmente i sensi elementari, ma procura pure di pe-
netrare fino a quelle forze profonde che sono la causa della vita. Il
dramma cessa d'essere un'arte ritraente il volgare tran tran dell'esi-
stenza e si sforza di combinare insieme situazioni più tragiche del-
l'anima individuale e dell'anima nazionale. Il fiume della vita lette-
raria ha ora correnti estremamente eterogenee ; il suo lotto diventa
più tortuoso che durante l'epoca precedente; vi è più libertà nella
scelta dei mezzi artistici e meno prescrizioni dottrinali. Le dottrine
esistono sempre, ma sono meno categoriche, meno monotone di prima.
Si fa spesso sentire nella nostra letteratura contemporanea la nota del
misticismo, il quale non e' imbarazza atfatto perchè non è un prodotto
artificiale.
I nostri grandi poeti dell'epoca romantica, Mickiewich, Slowacki
ed altri ancora, erano mistici nel più alto significato della parola:
essi si elevavano al disopra delle cose della vita temporanea colla
forza dello spirito liberato dagli elementi terrestri; essi desideravano
conquistare un mondo migliore per il loro prossimo. Per essi il mi-
stero dell'esistenza ora l'avvenire della nazione. Il nostro misticismo
attualo sgorga dalle stesse sorgenti. Esso non è una paura inferma
del cuore scosso nelle sue credenze, non è nemmeno religione senza
- Ili -
fede, come ha detto J. Lemaitre, caratterizzando il misticismo del suo
paese. Si tratta del rinascimento idealista dell'arte: i nostri artisti
son di parere che si può raggiungerlo col desiderio sincero di riavvi-
■ cinarsi all' Inconoscibile, cioè a dire a tutto quello che ci è nascosto
dalle apparenze ordinarie della vita esteriore. Il simbolismo ha pure
trovato alcuni ardenti adepti fra i nostri autori ; esso è ancora un se-
guito delle tradizioni della nostra grande arte dell'epoca romantica,
Non vi è dunque niente di straordinario che coloro i quali ai nostri
giorni reagiscono contro l'arte troppo oggettiva, non approvando chei
mezzi diretti d'espressione, accettino i simboli, ossia i segni e le ima-
gini soggettive, dando indirettamente con le idee la concezione delle cose.
La questione dell' ^ arte per arte ^ era spesso combattuta nella
nostra letteratura contemporanea. Gli uni sognano un'arte che si oc-
cupi della vita immediata, un'arte che serva di strumento ai moralisti
per raggiungere i loro scopi particolari; altri tentano di liberarla da
ogni preoccupazione passeggera, quotidiana e d' impiegarla alla crea-
zione del bello assoluto. Spesso non è che una vana lotta di parole
fra differenti temperamenti artistici che non possono reciprocamente
comprendersi. Del resto si comincia a intendere che il settarismo este-
tico da noi è dannoso all'arte e il pubblico adotta a poco a poco questa
opinione che i deboli e gì' infecondi fanno della teoria oggetto di di-
scussione, mentre che i forti, pieni di vita, producono e conseguono il
bello assoluto nelle forme proprie ad ogni individualità artistica. Nei
paesi dove, come da noi, l'atmosfera morale divenendo qualche volta
troppo pesante, indebolisce la volontà e addormenta il sentimento, che
vi è da meravigliarsi se questa debolezza, questo deviamento del senso
della vita come l'ipertrofia dell'io umano dia uscita a ciò che si cliiama
la « decadenza » nell'arte? Ma questi non sono che flutti passeggeri
che si dileguano presto nelle correnti delle tendenze potenti, eroiclie
provenienti dall'amore di patria e dalla forza congenita della razza.
Grazie a queste disposizioni di spirito l' insieme della nostra let-
teratura presenta un aspetto molto complicato ; i i^ tutti d'un pezzo "
vi sono più rari che or non è molto e vi si vedono ora più elementi
eterogenei; lo spiritualismo come il naturalismo, il soggettivismo e
l'oggettivismo si sono amalgamati, perdio l'uomo contemporaneo da
noi, come nell'occidente, ama già — come l'ha osservato il Taino —
il bello dove si trova e non vuole con dello ripulse o dei bandi ar-
tificiali imbruttire la natura.
Sotto questo rapporto, come io ho già detto, è lo stesso da noi
come nell'Europa occidentale. Qual" è dunque il rapporto fra la lotto-
112 —
ratura occidentale e la nostra? Da secoli noi siamo in buoni rapporti
con essa, anzi richiamerò qui il fatto che nel XVI e XVI l secolo nella
città eterna s' incoronavano già i nostri poeti, a quanto pare, a causa
dellaffinità di cultura, e questi legami non hanno cessato di esistere.
Allorché si formava in occidente un nuovo centro di vita intellettuale
od artistica o qualche nuovo astro illuminava le vie dell'avvenire, noi
lo salutavamo con gioia e senza prevenzioni. E sopratutto noi non pre-
stiamo fede alla decadenza latina atìermata pertanto qua e là; noi non
pensiamo che la razza e la civiltà dei popoli latini non possano darci
Itili niente ed abbiano detto la loro ultima parola. Noi non sappiamo
qual gruppo dell'umanità ci darà la formula magica della rinascenza
futura; in ogni caso noi non vediamo ancora in nessuna parte questo
gruppo così predestinato da farci già dimenticare le nostre antiche
simpatie e trasportare le nostre speranze non si sa in qual luogo e in
qual direzione. Noi non ci difendiamo cosi energicamente contro le
influenze delle letterature straniere come si fa qualche volta in occi-
dente per timore delle invasioni delle letterature del nord, perchè noi
abbiamo fede che sul tronco solido della letteratura nazionale si svi-
lupperanno soltanto quegl' innesti stranieri capaci di coprirlo più abbon-
dantemente di fronde. E forse gì' Italiani non sanno quanti traduttori
abbian trovato presso di noi il loro Dante e il loro Petrarca, a qual
punto è presso noi popolare il loro Leopardi, qual rispetto e' incuta l'arte
di Giosuè Carducci così originale d'idee, così nobile di forma, o quanto
noi sappiamo stimare nel suo giusto valore Taristocratismo estetico di
Gabriele d'Annunzio. Né sanno forse i Francesi quanto le loro teorie
estetiche e la loro critica letteraria ci abbian giovato, né i Belgi quale
impressione abbia fatto su noi il dramma di M. Maeterlinck, ... e
così di seguito.
Ma io avevo invece il dovere, sia pure meno gradito, di parlare
di noi; dovere al quale non mi potrò sottrarre: e ben venga quel
giorno, se non quando 1' Europa occidentale avrà scoperto la letteratura
polacca contemporanea. E con tale augurio pongo Hne a questa ras-
segna, tanto più che non si tratta soltanto della scoperta di belle
forme artistiche, ma puranchc della vita di una nazione che sa vivere
nella beltà, nonostante le incertezze della sua sorte.
XI.
PER LA STORIA DELLA CRITICA
E STORIOGRAFIA LETTERARIA.
Comunicazione di Benedetto Croce.
I.
Le trattazioni e i saggi a me noti di storia della Critica lette-
raria, italiani e stranieri, mi sembrano in genere, pel modo in cui
sono condotti e malgrado gli ottimi particolari di cui abbondano, poco
soddisfacenti. Senza entrare in un esame minuto di quelle opere, io
desidero qui accennare sommariamente quale deve essere, a mio parere,
il contenuto proprio di una « storia della Critica letteraria ", e da
quali pericoli bisogna più attentamente guardarsi e quali avvertenze
usare, perchè il lavoro riceva il suo adeguato svolgimento.
Accade spesso che la storia della Critica letteraria venga sca.-n-
biata, 0 inesattamente connessa, con la Storia delle teorie critiche e
letterarie. È evidente tuttavia, sol che vi si rifletta un momento,
che altro è la storia della Critica, altro quella delle teorie sulla
Critica. La seconda è un capitolo della storia della Poetica, ossia del-
l'p]stetica, e trova in questa i suoi fondamenti e le sue ragioni: la
storia della Critica, invece, deve concernere la critica in atto, non la
coscienza teorica dell'atto: dev'essere la storia della produzione effet-
tiva dello spirito critico nella sua vita concreta. La diversità delle
due materie può essere illustrata da due esempì estremi. S'immagini
uno storico eccellente della letteratura, che alla sua opera, ricca di
sapere e buon gusto, premetta un'introdu/ione sugli uffici del critico,
del tutto sbagliata e alla quale l'opera sua oontradica col fatto, senza
ch'egli se ne accorga. Il caso si è dato più volte. E non meno fre-
quente è l'altro caso di uno storico che faccia professione di ottimi e
ben ragionati principi critici, e nel fatto si contradica per deticienvia
di attitudine, o perchè ceda a latenti proconcetti politici e filosotici. o
per fretta e superticialitìi, o per altra cagione. I due scrittori dellipo-
Sezione 111. — Storia delle LetUraturt. 8
- 114 -
tesi sarebbero ciascuno giudicabile a volta a volta in due sedi diverse:
il primo sarebbe segnato di cattiva nota in una storia dell' Estetica,
dove l'altro avrebbe un bel posto; mentre poi, in una storia della Cri-
tica in atto, il giudizio dovrebbe esattamente invertirsi.
Come la funzione della poesia e dell'arte in genere nasce prima
della teoria della poesia e dell'arte, cos'i anche la funzione della Cri-
tica letteraria ed artistica nasce prima della teorica della Critica
(Estetica). Perciò, le due storie sono intimamente distinte. Ma, fissata
la distinzione, non bisogna poi trascurare la grande efficacia che lo
svolgersi della teoria ha sulla stessa funzione critica.
— 0 come mai? — si dirà. — Non si è or ora asserito che il
fatto nasce prima della teoria, e che perciò la teoria non è in grado
di generare il fatto? — Ciò è sempre verissimo: ma, se la teoria non
ha nessun potere a rendere artista chi non ha disposizione artistica,
e critico d'arte chi non ha disposizione di critico d'arte, ha un grande
potere nello scacciare dalle menti teorie erronee e pregiudizi, che so-
gliono essere di grave inciampo e all'artista e al critico. Essa opera non
già direttamente sulla funzione artistica o critica, ma sulle circostanze
esterne, per cos'i dire, di entrambe. Un artista o un critico, ben dotati
da natura, e rimasti in quello stato di verginità, che nel primo si
chiama spontaneità e nel secondo immediatezza o spregiudicatezza, po-
tranno certamente far di meno d'ogni teorica; ma, quando l'artista e
il critico si son messi a filosofare ed hanno accolto, o si son formati,
idee storte sull'arte e sulla critica, per loro non c'è salute se non in uno
di questi due partiti : o che gettino a mare senz'altro tutto il loro far-
dello filosofico e si lascino guidare dall' ispirazione; ovvero che laborio-
samente, sciolgano e depurino quel fardello, criticando con miglior filosofia
ciò che con una meno buona hanno accettato o costruito. E vi ha chi ha
abbracciato il primo partito e chi il secondo; e più spesso il primo,
ma solo a mezzo : onde il miscuglio di artificio e di genialità che si
trova in molti artisti, di pregiudizi e di buon senso, cl\e si trova in
molti critici.
Pregiudizi e lotta contro i pregiudizi accompagnano ad ogni passo
la storia della produzione critica: non sono rari episodi, sono insidie
e lotte giornaliere, che, ai tempi nostri, in tanto progresso di studi,
non son peranco cessate. Di qui la grande importanza che ha, in una
storia della Critica, l'esposizione dell' inlluenza delle teorie sulla pra-
tica (clvi) poi in fondo, come abbiamo mostrato, infiuenza dello teorie
sulle teorie). Essa corrisponde a quella parte che nella storia della
letteratura si dedica alle idee teoriche dei poeti ; non essendo possi-
— 115 —
bile esporre lo svolgersi dello spirito poetico di Dante o di Manzoni
senza tener conto delle loro idee intorno alla poesia ed all'arte, quando
non restarono già relegate in una lontana regione del loro cervello, ma
furono in essi incitamento, o, meglio, impedimento, a percorrere la
loro via artistica. Ma come non perciò la storia della letteratura si
annette inorganicamente una storia dell'Estetica, cosi nella storia della
Critica l'esposizione delle idee teoriche va fatta soltanto riguardo alla
loro injiueiua sulla pratica, e quindi la prospettiva (cioè, la scelta
del materiale e l'ampiezza) dell'esposizione è affatto diversa da quella
che sarebbe in una storia dell'Estetica: qui, argomento principale;
colà, trattazione sussidiaria.
Per tal modo la sturia delle teorie non resta qualcosa di estrin-
seco 0 di somministrato per grazia, ma viene intrinsecamente connessa
con l'oggetto proprio della storia della Critica, eh' è, come abbiamo
detto, lo spirito critico in atto. Ma con questo non abbiamo eliminato
tutti i pericoli di confusione e di scambi. Noi sappiamo che ogni
lavoro critico si distingue in tre momenti successivi: 1° erudizione sto-
rica, occorrente all' intendimento di un'opera d'arte (di uno scrittore,
di un'epoca, di una letteratura); 2° riproduzione fantastica dell'opera
d'arte (giudizio e compiacimento estetico); 3° rappresentazione riflessa
di quest'opera d'arte quale essa è (critica, e storiografia artistica e
letteraria) e ). Ora la storia della Critica studierà parallelamente questi
tre momenti? 0 alcuni d'essi si ed altri no? E come? — Alle quali
domande ci sembra dover rispendere: che l'oggetto della storia della
Critica non è la somma, ma il insultalo dei tre momenti, ossia il
terzo momento, che comprende in sé i due precedenti. Chi tratta i due
primi, 0 uno dei due primi soltanto, isolandoli del terzo, esce fuori
dalla storia vera e propria della Critica.
Infatti, una storia dell'erudizione letterarie per sé pres:i imvn la
sua forma naturale in una bibliografia che sia ragionata, cioè non
arida e non consistente in soli titoli di libri. Una storia del gustò
per sé preso non può essere se non una storia delle vici'nde delle opere
letterarie, come se ne hanno saggi per la fortuna e sfortuna di Dante :
si tratta di fermare quali opere letterarie *sieno piaciute e quali di-
spiaciute in una data epoca, e d'investigar le cause psicologiche e
sociali del favore e del disfavore. E si risolvo quindi in un contributo
e) Vedi sul proposito la mia Estetica, parto i>rimu. capp. X\ I e XVU. Ni-
nno precedente libretto sulla Critica letteraria (1805) i tre mouienti non erano
sempre ben definiti, nò se ne stabiliva conesattozza la connessione e saccessiiinP.
— IIG —
a ciò che modernamente, e alla tedesca, si denomina Cultiirgeschlchte ;
ossia a quella investigazione più minuta ed intima della storia dei
popoli, prima guardata, di solito, soltanto nella parte che si dice più
strettamente politica.
Pure, se il progresso dell'erudizione e le vicende del gusto non
sono direttamente oggetto della storia della Critica, in questa non si
può non tenerne conto, al modo stesso in cui si deve tener conto dello
svolgimento delle teorie; ossia noi rispetto dell'efììcacia che erudizione
e gusto possono esercitare sulla vita della Critica. Abbiamo visto che
un giudizio erroneo di un'opera d'arte può aver la sua causa in uu
pregiudizio teorico. Egualmente, altri errori possono trovare origine nelle
condizioni dell'erudizione, nella manchevole conoscenza dell'ambiente
storico in cui sorsero le opere d'arte che si esaminano. Così e Omero
e Dante e Shakespeare furono nel secolo XVIII tacciati di sconcezza
e di barbarie, perchè non riusciva ai lettori di allora di trasportarsi
nelle condizioni psicologiclie dell' p]lhide primitiva, del medioevo, e del-
l'Inghilterra del rinascimento; e la ben diversa stima che si fece poi
di quei grandi si devo in non piccola parte al progresso degli studi
storici del secolo XIX. Finalmente, per intendere alcuni giudizi, che
parrebbero strani, non si può trascurare il fatto che il compiacimento
estetico esiste assai spesso disgiunto dalla sua adeguata forma riflessa
e critica. Coloro che pel passato adducevano come ragione del valore
da essi attribuito a Dante la sua grande erudizione e il suo profondo
pensiero teologico e cristiano; o che dell'Ariosto poeta lodavano le
qualità estrinseche, riprovandone la leggerezza ed immoralità del con-
tenuto ; erano in preda, assai sovente, ad una illusione. La molla del
loro entusiasmo scattava realmente innanzi all'intima virtù poetica del-
l'uno e dell'altro; ma di questa non sapendosi rendere conto, cerca-
vano in cose estranee le ragioni dell'entusiasmo. E la riprova di ciò
si ila nel fatto che quegli stessi non si risolvevano poi ad ammirare
con la stessa forza, o non ammiravano punto, scrittori eruditi e cri-
stiani quanto Dante, ma sforniti di virtù poetica; verseggiatori abili
quanto l'Ariosto, ma privi della sua potenza fantastica e della sua
genialità.
A tutte queste diflìcoltà bisogna aver l'occhio perchè una storia
della Critica letteraria non degeneri : 1° in una mera storia di dot-
trine estetiche astratte; 2° in un catalogo bibliografico; 3° in una rac-
colta di aneddoti sulla varietà dei gusti; o, infine, 4° in un aggregato
inorganico di (jueste tre storie disparate. Il suo oggetto è invece ripe-
tiamo, la storia della produzione critica concreta, considerata negli
- 117 —
impedimenti e nelle facilitazioni che a volta a volta le son venuti e
dallo stato delle teorie filosofiche e da quello dell'erudizione e del
<^usto. Estetica, erudizione, gusto c'entrano, sì, ma solo nel modo
indicato: come condizioni e presupposti da tener continuamente pre-
senti, ma che non debbono soverchiare e celare l'oggetto principale e
proprio (').
IL
•Chiarito così il compito di una storia della Critica letteraria, sog-
giungerò che la trattazione di essa abbraccia, a mio parere, tre parti
ed importa tre ordini di ricerche.
La prima parte concerne le vicende e il progresso deìV attitudine
0 metodo critico in genere ; la seconda, i risultati particolari raggiunti ;
la terza, Y organamento di questi in un quadro più o meno vasto, ossia
la costruzione della storia letteraria. Mi sia lecito spiegare questi tre
punti, ed esemplificarli brevemente con qualche accenno alla storia
della critica letteraria italiana.
Sul primo punto è da notare clie la critica estetica è, fra i lavori
della mente umana, di quelli che più tardi raggiungono la loro vera
natura e perfezione; e ciò per le considerazioni stesse accennate di
sopra: per le complesse condizioni di conoscenza e penetrazione sto-
rica, e di assenza di pregiudizi teorici, ch'essa presuppone. Lo abbiamo
già detto : altro è gustare un'opera d'arte, e altro rendersi conto delle
ragioni del gustarla: questo « rendersi conto " è il difficile, ed è la
critica. Salvo alcune eccezioni, può dirsi che la critica estetica non si
presenti davvero nella sua compiutezza prima del secolo XIX.
(1) La recente opera del Saintsbury: A history of Criticism and literary
Tante in Europe (Edimburgo e Londra, 1900 e segg.), per proposito dichiarato
dell'autore, non vuol essere una storia delle teorie sul bello e della Estetica ; ma
non indovina l'altra via, per la quale si sarebbe potuta restringere a una storia
della critica letteraria, con riguardo alle idee filosofiche e alle altre cose soprac-
cennate. Nel fatto, l'opera del Saintsbury ò riuscita un'incompleta Storia dell'Este-
tica, ed un' incompleta Storia della Critica letteraria concreta. Cfr. ciò che ne
ho detto in Estetica, p. 519, ed un'eccellente recensione dello Spingarn, nella
Nation di New-York, 15 gennaio 1903. « A great task — scrive lo Spingarn —
without a detcrminate goal or an e.xact delimitation of its scope, is in danger of
ending in confusion. Tliat this is not the case {ndVopera del S.) is due to practi-
sed literary craftsmanship, and to the cxternal aid of such devices as the oha-
racteric interchapters. 15ut no e.\trancous devico can givo internai unity; and a
philosophic conception of literary criticism is essential to the architectonic of
such a history ».
- 118 -
Analisi estetiche profonde non si trovano nei critici dell'antichità
fjreco-ioinana, nemmeno presso i maggiori, Aristotile, Cicerone, Quin-
tiliano 0 Longino. Mancavano criteri sicuri ; e le osservazioni non
oltrepassavano per lo più la superticie. Le comparazioni, così spesso
istituite, fra due poeti o tra due oratori, tra Sofocle ed Euripide, o tra
Demostene e Cicerone, non uscivano, piìi o meno, dall'arbitrario. Del
resto, le scuole letterarie dell'antichità erano volte piuttosto verso la
pratica, verso l'istruzione occorrente per parlare e scrivere bene, che
non verso la comprensione pura e semplice delle opere d'arte del passato.
E sarebbe vano cercare un progresso, per questa parte, nelle scuole del
medioevo. Anche il De vidgari eloquenlia dantesco, per tanti rispetti
notevole, ha grande importanza come sintomo concomitante della nuova
letteratura romanza, che si accorge della propria forza; non già per le
idee estetiche che contiene o per la qualità dei giudizi critici (').
Vj un giusto sentimento del problema critico non si trova neppure
nei letterarati del rinascimento tino a quelli de secolo XVIIL Lo sto-
rico futuro descriverà le figure di critici come il Varchi e il Castel-
vetro, il Salviati e lo Scaligero, lo Speroni e Torquato Tasso, il Tas-
soni e il Tesauio, via via fino al Muratori e al Gravina. E non
dimenticherà gli eterocliti, i quali, peraltro, ribellandosi contro le
regole e le pedanterie, di rado colpivano nel segno, e spesso sostituivano
soltanto arbitri ad arbitri.
Il secolo XVIII si apri in Italia con la filosofia estetica del Vico,
dalla quale si sarebbero potute desumere importanti formule di cri-
tica, da suscitare un profondo rinnovamento in questo campo. Più o
meno esplicitamente, il Vico insegnava che l'opera letteraria è da giu-
dicare con criteri non intellettualistici, e mettendola in relazione coi
tempi e le condizioni storiche che la produssero. È risaputo che il Vico
non fece scuola e non generò gli effetti che potenzialmente la sua opera
conteneva. Se non che, a me sembra che non bisogni esagerare in
questa affermazione. Per quanto cliiusa e soffocata, la luce che si spri-
gionava da quella filosofia era cosi viva che molti raggi pur ne sfug-
girono : e lo storico della critica italiana potrà, io credo, rintracciare
una piccola tradizione critica vichiana {^).
(') Per la storia della critica antica si può vedere l'EGGEn, Essai sur la cri-
tique chez le Grecs, 2" ediz., Parijji, 188G; e per quella di'll'antica e della me-
dievale, il primo volume dell'opera citata del Saintsbury; della quale è anche uscito
un secondo volume che pinnpe sino alla fine del secolo XVIII. Cfr. mia recen-
siono nella rivista La Critica, II, 59-G3.
(•) Vedi Apjicndice.
— 119 -
Il secolo XVIII è anche periodo assai importante a cagione del-
l'allargamento della cerchia delle idee mediante lo scambio con gli scrit-
tori stranieri, e del bisogno che si fa vivo di uscire dalla considerazione
scolastica ed accademica delle opere letterarie. Sono ben noti il Bet-
tinelli, il Denina, il Baretti, il Cesarotti, il Bertola. Il motto d'ordine
era: filoso fta. Si aspirava a guardare nelle cose della letteratura con
maggior filosofia che non si fosse fatto pel passato.
Un critico assai ragguardevole dello scorcio del secolo XVIII e
del principio del XIX è Francesco Torti di Bevagna, autore del
Prospetto del Parnaso italiano (1806-1812); e su di lui è stata op-
portunamente ricliiamata negli ultimi anni l'attenzione ('). Il Monti lo
preconizzava nel 1793 « il massimo dei critici «, e della sua opera
ora citata diceva il Niccoli ni essere « la meglio pensata che abbia
l'Italia in fatto di critica » (-) : grandi lodi, ma non date a vuoto. Il
Torti si dichiarava avverso alla critica di vecchio tipo. « Se voi —
egli diceva — volete acquistarvi delle idee false, frivole, meschine e
pedantesche del Parnaso italiano, non avete che ad aprire i pesanti
tomi di Landino, Vellutello, Gesualdo, Mazzoni, Fornari, Pellegrini,
Salviati, Quadrio, Crescimbeni, Tiraboschi. In questo immenso pelago
di commenti, di storie, di erudizioni ammassate e di contese crram-
maticali, voi vi troverete perduti, smarriti » . Egli voleva « allontanare
il pedantismo e l'erudizione dal santuario delle muse ", i^ consultare
il gusto e il sentimento nazionale « , valersi anche, per maggior cau-
tela e controllo, dei giudizi e delle impressioni degli stranieri : sepa-
rare, infine, le opere del genio dalle opere mediocri dell'imitazione,
con le quali andavano confuse {^). Il suo modo di giudicare Dante,
Ariosto, i lirici italiani del secolo XVII, i poeti berneschi, i ditiram-
bici, e così via, può dirsi per gran parte davvero moderno {*).
Più fortunato innovatore fu il Foscolo, il quale anche giudicò con
rigore i critici precedenti. La Storia letteraria del Tiraboschi si sarebbe
dovuta, secondo lui, chiamar più propriamente: Archivio ordinato e
(') Per merito del dott. Ciro Trabalza, che lo ha fatto oggetto di una
buona monografia, Della vita e delle opere di F. T. di Bevat/na, Bevagna, 1896: vedi
anche il fascicolo, tutto dedicato al Torti, della rivista La Favilla di Perugia
(a. XXI, n. 10, aprile 1902).
(2) Trabalza, op. cit., pp. 21, 30.
P) Parnaso italiano, ed. di Firenze. 1S28. Vedi avvert. al 1" voi., e il primo
capitolo in cui esamina i giudizi del Bettinelli e dell'inglese Sherluk.
(■•ì Vedi riassunti i suoi principali giudizi sulla letteratura italiana dal Tra-
balza, op. cit., e. 2, pp. 47-78.
- 120 —
ragionato di materiali, cronologie, documenti e disquisizioni per ser-
vire alla storia letteraria d' Italia ('). ^ Gli egregi lavori del genio
(loiruorao — così formula il suo metodo critico — non saranno mai
probabilmente stimati da chi guarda il genio diviso dall'uomo, e l'uomo
dalle fortune della vita e de' tempi. I moti dell' intelletto sono con-
nessi a quelle passioni che di e notte, e dora in ora, e di minuto in
minuto, alterate da nuovi accidenti esterni, provocano, frenano e per-
turbano il vigore d" azione e di volontà in tutti i viventi »('-). " Le
vite dei letterali — dice anche — non possono esser mai onestamente-
narrate da accademici né da frati ''('^).
Opposizione Herissima contro la vecchia critica fu mossa dai ro-
mantici, come può vedersi, tra l'altro, dagli articoli del Berchet nel
Conciliatore. Nell'articolo scritto a proposito dell'opera del Bouterweck,
il Berchet rimproverava ai critici italiani di considerare « i libri dei
poeti e de' prosatori più come semplici azioni individuali che come
espressioni della qualità de' secoli, più come un lusso lodevole delle
nazioni che come un bisogno perpetuo dell'uomo sociale «; e di aver
preteso di rintracciare il bello « quasi sempre negli accidenti esteriori
della spiegazione dei concetti e della dizione, fermandosi, per cosi dire,
sul limitare di un editicio a dar giudizio critico di tutto il complesso
della sua bontà " . Le opere del Crescimbeni, del Quadrio, del Fonta-
nini, erano « congerie di notizie pressoché nude d'ogni filosofia " . Mi-
gliore stima meritavano Muratori, Gravina e Cesarotti, quest'ultimo
ingegno filosofico non comune. Il Baretti era spesso superficiale. Al
Tiraboschi mancava perfino quella filosofia che i tempi potevano dargli.
Il recentissimo Ginguené lodava le opere di bella e di buona « senza
mai arriccliirci il capo d'una nuova idea, che ci faccia sentire la ra-
gion delle sue lodi "('). Il Coruiani era meno minuzioso del Tiraboschi,
ma non più filosofo. « Valutò egli V influenza delle passioni individuali,
dello spirito de' tempi, dell' indole de' principati italiani, e del genio
nazionale sull'ingegno e sul carattere di tanti nostri scrittori, che si
sono succeduti nel giro di vari secoli? Additò egli viceversa l'im-
pronta, che il genio individuale di questi scrittori e la tanta potenza
delle loro opere segnò a poco a poco sul carattere del popolo italiano? «.
(') Opere, ed. Lemonnier, IV, 270.
(«) Disrorso sul testo del poema di Dante, § 24 (in Opere, III, 147).
(3) Sulla <TÌtica tlcl Foscolo cfr. il Kiudizii; del De Sanctis in Nuovi sa(](ji
critici, pp. 1 02- 164.
(*) Opere, Milano, 1863, pp. 312-322. Sul Tiraboschi, vedi anche i Due ar-
ticoli di G. Berchet, Firenze, 1002 (ristampati dal Mazzoni).
— 121 —
D'altra parte, il Berchet lodava e mostrava ad esempio opere critiche
straniere, come quelle della Staèl, del Sismondi, degli Schlegel. « Queste
viste — egli diceva, — che vengono di giorno in giorno applicate nelle
opere migliori de' grandi uomini d' Inghilterra, di Francia e di Ger-
mania, sono ancora un voto fra noi. Non sarà certamente per difetto
d' ingegno ; sarà, com' io credo, per difetto di buoni principi teorici e
di buoni studi. Sarà probabilmente anche per colpa dell'angusto oriz-
zonte in cui ci collochiamo ..."(').
I giudizi degli scrittori stranieri intorno alla nostra letteratura
(ed ai già menzionati si aggiungano lo Schelling, 1' Hegel, lo Schlosser,
lo Schmidt, il Ranke, il Rosenkranz, il Gervinus, il Ruth, ecc.) (-),
contribuirono a slargare l'angusto orizzonte, a trasportare le questioni
letterarie dall'afa delle scuole indigene di retorica a piìi spirabil
aere. — Ma la ribellione dei romantici, specialmente lombardi, e
r influenza degli scrittori stranieri dettero il loro migliore frutto nella
scuola critica che intorno al 1840 si venne formando nell'Italia me-
ridionale. Questa scuola, che prende il nome dal De Sanctis, è vera-
mente il risultato felice di una lunga incubazione storica; ed è in
essa, che, a mio parere, giunse a perfezione il metodo critico moderno.
Luigi La Vista, scolaro del De Sanctis, scriveva nel 1847 : » Se
potessi insegnare, professare un corso, farei una storia della lettera-
tura italiana. Tiraboschi, Andres, Sismondi, Ginguené, Corniani, Ugoni,
Maffei, Villemain, chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. Una storia della
letteratura italiana sarebbe una storia d' Italia. Che studi, che ricerche,
che novità! y>{^). E il maestro, nelle sue memorie, ha lasciato parecchi
giudizi, quasi sempre diminutivi e negativi, dei critici italiani (^) : e
già prima del 1848 teneva un corso sulla storia della Critica, soddisfa-
cendo al bisogno di dare una base storica al metodo da lui profes-
sato e di giustificarlo con lo svolgimento e i tentativi e gli errori an-
(•) Da un articolo sul Conciliatore, del quale cita un luniro brano il Canti"',
Il Conciliatore e i Carbonari, Milano, 1878, pp,' .32-33 «. — Vedi anche 0. Tbnca,
A proposito di una Storia della letteratura italiana, nel Crepuscolo del 1852
(ristamp. in Prose e poesie scelte, Milano, 1888, I, 361-110).
(•) Altri possono vedersi ricordati nell'opera di A. Rku.mont, Bibliografia
dei lavori pubblicati in Germania sulla storia d'Italia, Berlino, 1863.
(3) Scritti, ed. Villari, pp. 182-3.
(*) La giovinezza di F. de S., Napoli. 1889. Nei Nuovi saggi critici,
p. 251 :« Tiraboschi, Andres, Ginguené sono sintesi del passato». Anche molti
critici stranieri giudicò severamente: vedi le raccolte dei Saggi e Nuovi Saggt,
e degli Scritti vari.
- 122 —
tecedentiC). — Tra i meriti dell'indirizzo critico del De Sanctis è
da porre anche la polemica condotta contro i preconcetti politici e mo-
ralistici, che presero varia forma in Italia durante il secolo XIX nelle
storie dell'Emiliani Giudici, del Cantù, del Settembrini e di altri (-).
La critica letteraria ha avuto, nella seconda metà del secolo XIX,
nuovi pericoli e nuovi nemici, dei quali i due principali sono stati
l'esclusivismo erudito, e il positivismo naturalistico. A cagion del
primo si è perso sovente di vista il vero problema critico-letterario od
estetico, sostituendovisi la ricerca meramente biografica e storica, ossia
trattando l'opera letteraria come mezzo e non come fine, come do-
cumento e non come soggetto proprio dello studio; e più spesso non
si è fatto neppur questo, ma si è messo insieme, soltanto, del mate-
riale informe e dell'erudizione. Al positivismo naturalistico risale poi la
grossolana confusione tra la funzione estetica dello spirito e le fun-
zioni fisiologiche dell'organismo. La punta estrema di esso è la cosid-
detta critica sciealifica della letteratura, la quale critica sembra pro-
fessare che, per ben comprendere la letteratura, bisogna non lasciarsi
allettare dalle sue lusinghe, bisogna starne lontano ed ignorarla! Per
valutare l'opera letteraria, si studia non l'opera letteraria, ma il modo
in cui funzionavano i vari organi del corpo tìsico dell'autore dell'opera!
E questa sarebbe — la scienza.
Nonostante le esagerazioni dell'erudizione e gli allegri spropositi
(bisogna chiamarli cosi, perchè tali sono) dei fisiologi-letterati, l'ul-
tima metà del secolo XIX lia dato anche in Italia molti saggi di sana
critica. I vecchi pregiudizi scolastici non hanno più ormai alcuna
presa sui cervelli, e si dica lo stesso dei preconcetti moralistici e po-
litici. È diventata massima comune che, per giudicare un'opera let-
(!) Vedi Scritti vari. ed. Croce, II, 275, 286. Il corso abbracciava una
Storia della critica da Aristotile ad Hegel, e fu raccolto in <rran parte da un
suo scolaro. Alcuni quaderni sono stati di recente ritrovati e verranno pubblicati
a cura del prof. V. Spinazzola. — La Storta della letteratura contiene copiose
osservazioni sullo svolfjimento della critica letteraria italiana.
(*) .\ proposito del fiorire den:li studi di storia letteraria italiana dopo il 1850.
Della Storia della poesia tedesca del (Jervinus dice lo Scherer (Gesch. d. deut-
schen Liter., 'ì" ediz., Berlino, 1885, p. 632), che essa, cominciata tre anni dopo
la morte del Goetbe, rappresenta repiloj,ro ed insieme la necridotria della moderna
poesia tedesca. — Lo. stesso, sentimento esprimeva Vittorio Imbria.ni, nel suo
volumetto: Dell'organismo poetico, Napoli, 186G, circa l'opportunità di lavorare
ad una storia. della letteratura italiana, in quegli anni in cui la letteratura ita-
liana sembrava aver chiuso il suo ciclo.
— 123 —
teraria, bisogna leggerla seaza preoccupazioni estranee, e cercar di
simpatizzare con l'autore, mettendosi dal suo punto di vista e nel suo
ambiente storico.
III.
Questa, appena abbozzata e saltuariamente accennata, è la storia
del successivo formarsi e svolgersi del metodo critico in Italia. Dise-
gnare accuratamente e colorire questo quadro è lavoro assai difficile,
ma insieme molto importante ed attraente. Non meno difficile ed im-
portante è la seconda parte, da me indicata, che concerne i risultati
critici raggiunti.
Una storia della Critica non può restringersi a ritrarre, così in
generale, il metodo critico eh' è stato seguito nei vari tempi. Essa deve
esporre, più o meno largamente, lo stato e il progresso dei principali
problemi critici concreti. La storia della Critica letteraria italiana, ad
esempio, passerà in rassegna il contributo che l' Italia ha portato alla
comprensione delle letterature classiche e delle straniere, e, principal-
mente, della letteratura nazionale. Conterrà, per conseguenza, capitoli
0 paragrafi sulla critica omerica e virgiliana ed oraziana, e su quella
dantesca, petrarchesca, ariostesca, leopardiana, e cosi via, estendendosi
ai minori problemi letterari secondo il diseguo piìi o meno vasto col
quale il libro sarà concepito.
Prendiamo, ad esempio, l'Ariosto. Noi moderni abbiamo sull'Ariosto
un giudizio, che si può brevemente esprimere così: — L'Ariosto è
poeta genialissimo. Egli rappresenta l'atteggiamento della coltura ita-
liana della rinascenza rispetto al mondo cavalleresco e medievale, eh' è
in lui diventato pura materia di evocazione fantastica, non senza una
leggera punta scherzosa, ma insieme non senza affetto e passionalità.
Queste varie corde sono armonizzate da un' intonazione semplice e bo-
naria, che rende possibile il passaggio dall'uno all'altro sentimento,
senza permettere però mai né l' irrisione e la caricatura, né la tragi-
cità e lo strazio. Nell'Ariosto sono inv:oluti e temperati Cervantes e
Tasso, la satira dell'uno e W pathos dell'altro. La perfezione artistica
è curata nei minimi particolari, appunto perchè il valore dell'opera
è. tutto nella finezza della fantasia dell'artista. — Or donde ci viene
questo giudizio? Come esso si è, a pezzo a pezzo, formato? Ecco il
compito di chi scriverà il capitolo, o paragrafo, della storia doUa cri-
tica ariostesca.
Alcune tappe di essa storia si può indicarle sin da ora, e senza
troppo studio 0 speciale preparazione. Noi secolo decimosesto Y i^>-'., , i.^
- 1-2-1 —
furioso desta un'ammirazione quasi incontrastata; e della forza di
quella poesia si ha una riprova nell'avere i critici in ossequio ad essa
moditicato i canoni della poetica da tutti riverita (Pigna, Giraldi). Ma
le ragioni che si adducevano per motivare l'ammirazione erano affatto
estrinseche, come i pregi di stile e lingua, l'abilità dell' imitazione
classica, ed altri particolari. Infiniti confronti s' istituirono dall'Ariosto
con gli altri autori di poemi, e specie dell'Ariosto col Tasso. Fra queste
dispute scolastiche ed accademiche si cercherebbe vanamente un' idea
precisa dell'indole del poema ariostesco: nel miglior caso, si hanno
buone osservazioni di particolari, come nelle finissime postille e con-
siderazioni del Galilei. Nella Ragion poetica del Gravina, — eh' è dei
principi del secolo XVIII, — si nota la varietà dei sentimenti, dei per-
sonaggi, dei pensieri, rappresentati dall'Ariosto, e l' innalzarsi ed ab-
bassarsi del suo stile che consente alle cose, e il descrivere minuto e
particolare; alle quali virtù si contrappongono come vizi l' interruzione
delle narrazioni, la scurrilità sparsa anche dentro le cose più serie, la
sconvenevolezza di parole e, di quando in quando, di sentimenti, le
forme plebee, le digressioni oziose. E si conclude che l'Ariosto si fa
perdonare questi vizi con la grazia naturale, con la spontaneità delle
rime e con altri pregi ('). Come si vede, non si esce dal generico:
virtù 0 vizii non vengono dedotti dall'atteggiamento dello spirito poe-
tico dell'Ariosto. Un avviamento migliore si trova nel giudizio, che dà
dell'Ariosto il gesuita spagnuolo Andrès: il quale osserva che, se
l'Ariosto non ubbidisce alle leggi del poema epico, sarà da togliere
del novero dei poeti epici, ma non cesserà di essere un poeta eccel-
lente ; e, pur facendo il solito bilancio di pregi e difetti, mette in ri-
lievo come cosa caratteristica Varia confidenziale, che l'Ariosto usa
continuamente {^). Il Torti stima un colpo di genio l'avere l'Ariosto
riconosciuto che, per l' indole della materia, la sua epopea non doveva
sottoporsi alle regole tradizionali: doveva presentare il quadro dell'en-
tusiasmo, dell' impetuosità, della follia cavalleresca, ed essere viva,
disordinata e bizzarra, come il carattere degli eroi di cui celebrava
le imprese. Meglio ancora dell'Andrès, nota « quell'amabile franchezza,
quel tono di famigliarità, quella dolce ineguaglianza di stile che regna
si spesso nel poema, e che sarebbe un difetto per ogni altro, ed è un
pregio caratteristico ed una vera bellezza per lui ». Scopre nell'Ariosto
un 1. nuovo patetico ". Ma, d'altra parto, il Torti si mostra ancora affetto
di qualche pregiudizio, non solo nei rimproveri che muove all'Ariosto
(') Ragion poetica (in Prose italiane, Napoli, 1839), libro li, § 16.
(*) DeWorvjine, progresso e stato attuale di ogni letteratura (eiliz, di Na-
poli, 183G), Tol. II, cap. II, § r,2.
— 125 —
per la soverchia moltitudine dei personaggi e delle figure secondarie
e delle azioni simili ed isolate che turbano ed imbarazzano, e per le
violazioni della morale, ma specialmente nell'osservazione che l'avere
l'Ariosto scelto la materia cavalleresca fu un errore del suo tempo, che
egli seguì ('). Insomma, non si è ancora, neppure dal Torti, compresa
pienamente la posizione storica della poesia ariostesca. Anche il Fo-
scolo fa lode all'Ariosto della « divinità dello stile " nel raccontare le
meraviglie celebrate dai novellatori plebei e ricantate nei barbari poemi;
egli scrisse « in guisa da lasciare allo posterità modelli di dizione mi-
rabile, e che vive immortale » (-). Il merito di aver cominciato a met-
in rilievo il significato dell'Ariosto nella storia spetta forse alla critica
romantica straniera. Se il Boileau non aveva saputo scorgere nel Furioso
altro che una raccolta di fables comiques e un mostro poetico; e il
Voltaire, variando spesso giudizio, aveva finito con l'accettare ed am-
mirare l'Ariosto specialmente a cagione dei suoi tratti satirici e della
sua grazia (^); se in Germania il Gottsched. echeggiando il Boileau, lo
diceva autore di buffonate, e il Sulzer lo considerava come il poeta
delle avventure, del giuoco della fantasia a semplice fin di diletto, non
guidata dalla ragione (^); se anche ai principi del secolo XIX Fede-
rico Schlegel lo dichiarava inferiore al Camoens per la mancanza di
nazioaalità nell'argomento da lui trattato ('■), e Valentino Schmidt gli
preferiva il Boiardo come più serio, biasimandone gli scherzi, l'allegria,
la malizia C") : altri giudizi si cominciarono a fare strada. L" Hegel, nelle
sue lezioni di estetica, studiava le fasi successive della dissoluzione
del mondo cavalleresco nelle opere dell'Ariosto e del Cervantes ("):
il Uoseukranz, scolaro dell'Hegel, si opponeva allo Schmidt, osservando
che sarebbe tanto strano cercar la cosiddetta unità dell'azione del Fu-
(') Parnaso italiano, cap. 7.
(«) Opere, IV, 229-:-;6; X. 181-201.
(3) G. Carducci, L'Ariosto e il Voltaire, in Opere, X, 12v)-117. — L. Do-
nati, L'Ariosto e il Tasso giudicati dal Voltaire, Hiille a. S. 1889.
(*) AUg. Theorie d. schónen A'ùnste, 2" ediz., Lipsia. 1892. sotto la parala
Abenteuerlich, e passim. Pei giudizi del Goethe, dello Schiller e di altri te-
deschi intorno air.\riosto, veli il sa^i^^io di Erich Schmidt, Ariosi in Deulschland,
in Charakteristiken, Berlino, 188G, pp 15-62.
(^) Storia della letteratura antica e moderna, trad. di F. Ambrosoli (ediz.
di Napoli, 1838), cap. XI.
(^) Ueber die italienischen Heldeniedichte, Berlino, 1820.
['') Vorles. ùòer Aesthetik, II, sez. 3. e. 3, III, e. 3. .\. 3. Molto imj'ortante
è anche il s'indizio dello Schelling sullVpojf roinuitico, rappresentato dallWriosto,
nella Pkilosophie der A'unst (1802-3\ pubblicata postuma: vedi StìmmClick«
ll'erke, voi. V (Stuttgart-.Vujjsburp. 1859), pp. 009-0)73. Debili studi del Fem»w
sull'Ariosto discorrerà il Do.vati, in un suo lavoro di prossima pubblicazione.
— 12G -
rioso quanto il cercarla nel Don Juan del Byroii ('). Il Gioberti, nel
Primato, considerò il poema ariostesco con una larghezza di vedute
presso di noi insolita; chiamò Dante il poeta della metafisica e l'Ariosto
quello della fisica; riconobbe nel Furioso la mancanza di scopo so-
ciale, perchè il comico è interruzione di teleologia; disse che, nel
trattar della cavalleria, lAriosto teneva il mezzo fra il Tasso e il Cer-
vantes (■-). Io non ho bisogno qui di ripetere che questi sparsi elementi
di verità critica vennero raccolti ed integrati nelle lezioni suU' Orlando
che il De Sanctis fece a Napoli prima del 1848, e poi a Zurigo
nel 1858, e in ciò ch'egli scrisse nel capitolo relativo della sua storia
letteraria, e nelle pagine del suo saggio intorno alla storia del Cantù (3).
Altri intanto s'affaticavano a scoprire nell'Ariosto intenzioni e meriti
patriottici, in modo conforme ai sentimenti politici degli Italiani del
secolo XIX!
Rispetto alla critica posteriore, noterò che, anche per ciò che ri-
guarda l'Ariosto, la considerazione erudita ha prodotto qualche effetto non
lodevole. Così il Rajna nelle sue Fonti del Furioso, osservava che, « se
messer Ludovico avesse inventato da sé il moltissimo che ebbe da altri,
alla corona della sua gloria se ne aggiungerebbe più che una foglia
d'alloro» (^); giudizio, eh' è stato spesso ripetuto e rinforzato (■') Ma
l'uomo non inventa mai la materia, sibbene soltanto la fonna delle
cose; onde l'Ariosto non poteva acquistare un merito, che era sempli-
cemente impossil»ile e per lui e per ogni altro ('')•
(') C. RosENKUANZ, Manuale della storia generale della Poesia (1832-33).
Due volumi di quest'opera furono tradotti dal De Sanctis, ^Napoli, 1853: cfr. in
essa traduzione li, 224 «.
{«) Il notissimo brano del /^rimato si lef?<re anclie innanzi all'edizione del
Furioso, del Lemonnier.
(3) La giovinezza di F. d. S., pp. 325-327 ; Scritti vari inediti o rari,
I, 217-376, cfr. ivi prefaz. xviii-xx; Saggi c?-t7 (Vi, pp. 308-320; Storia della let-
Icratura, voi. II, e. XIII.
(*) Le fonti dell'Orlando Furioso, 1» cdiz., p. 530.
(^) Specie dal D' Ovidio, in un articolo eli' è ristampato in Antol. d. critica
letteraria, del Morandi, 1' cdiz., pp. 427-8. A siffatto errore contrasta piustamenle
il Cesarko, La fantasia dell'Ariosto (a proposito della 2* cdiz. del libro del
Hajna), in Nuova Antologia, 16 novembre 1900.
(«) L'esclusivismo erudito è tuttavia sempre preferibile alla falsa ricerca ideo-
logica, al falso acume, clie portò, per esempio, il Canello ad affermare clie il con-
cetto animatore del poema ariostesco ò la condanna della passion d'amore, causa
della decadenza della vita pubblica nell'Italia del cinquecento! — Vedi la sua
recensione dell'opera del Kajna, nella Zeitschrift fùr roman. Philologie, I, 1877.
pp. 125-130, e il cap. IV, § I, della sua Storia della letteratura italiana ìiel se-
colo decimosesto, Milano, 1880.
- 127 -
IV.
Ci resta a toccare della terza parte che una storia della Critica
letteraria dovrebbe contenere, cioè della costruzioae della storia let-
teraria. In fondo, critica e storia letteraria sono la stessa cosa. Cri-
ticare è comprendere, e dire come si è compresa, una data opera ar-
tistica, 0 un dato scrittore, o un dato gruppo di opere e di scrittori,
E chi fa ciò, chi dà la fisonomia di quell'opera, di quello scrittore,
di quel gruppo d' opere e di scrittori, ne fa insieme la storia, li
ritrae quali sono stati nella loro storica verità. Se noi qui usiamo
distinte le due espressioni di «critica» e di «storia letteraria",
gli è che mettiamo fra esse una dirterenza meramente quantitativa,
intendendo per « storia letteraria » la critica che si estende a un' in-
tera epoca, 0 alla produzione letteraria di im' intera nazione, e simile.
È chiaro che questo secondo genere di lavoro, sebbene sia della stessa
indole del precedente, presenta, per la sua estensione e complicazione,
maggiori difficoltà.
Se una vera critica letteraria è conquista di un tempo non molto
remoto da noi, una vera storia letteraria non può esser se non poste-
riore a quella conquista. L'antichità non ebbe storia letteraria, non
potendosi dar questo nome ai cenni sugli oratori che si leggono nelle
opere retoriche di Cicerone, o a quelli sui poeti contenuti nel libro X di
Quintiliano. Ateneo. Aulo Gelilo, Macrobio raccolgono varia erudizione,
ma non concepiscono neppure da lontano la storia letteraria; né ad
essa può riferirsi U produzione erudita e critica bizantina, come la
Biblioteca di Fozio. Il rinascimento e il cinquecento ebbero, come
l'antichità, biogratìe di poeti, saggi di bibliografia, raccolte di ragguagli
storici su opere letterarie; ftuanche un tentativo di storia universale
della poesia nella Deca istoriale (1586) della Poetica di Francesco
Patrizio. Bacone, nel De dignitate et augmentis scientiarum, distin-
guendo le varie classi di storia, ne assegnava una alla storia lette-
raria, dichiarando: « Nobis vero ea videtur literaruui et artium dignitas
ut iis Historia propria seorsum attribuì deboat, quam sub Historia ci-
vili... compreiieiidi intelligimus « .('). Ma con ciò era anch'agli ben
lontano dall' idea della letteratura come attività estetica che moriti
una storia distinta da quella della scienza, o da quella delle inven-
zioni tecniche, e dell'erudizione, e delle scoperte geogratìche. In Italia
(') De dignitate, ecc., II, e. 2; cfr. e. 1.
— 128 —
si vennero accumulando, durante il seicento e nel secolo seguente, mol-
tissime opere conteneuti notizie sulle scienze, le arti, la letteratura,
la coltura: si pubblicarono anche biblioteche e storie regionali, e si
tentò, dal Mazzuchelli, il gran dizionario di tutti gli scrittori italiani.
Questa produzione si presenta in due forme esteriori : nella prima s'in-
tende per Letteratura l'intera produzione dell'uomo, volta al bello,
al comodo, al diletto o alla conoscenza del vero, nella seconda, la si
prende nel senso, più ristretto, di Poesia. Ma, nella prima forma come
nella seconda, il concetto proprio di Letteratura resta indeterminato:
le opere, che si limitano alla poesia, non hanno sulle altre vantaggio
alcuno di maggior precisione, giacché esse scambiano la poesia con la
veriiitìcazione o con altro carattere estrinseco.
Come principali rappresentanti della prima forma possono contarsi
il Gimma, ilTiraboschi, l'Andrès. L'opera del Gimma, pubblicata il 1723,
sorse, come protesta contro lo scredito nel quale, in quel tempo,
erano cadute la scienza e la letteratura italiana presso gli stranieri:
r Italia era vissuta di riputazione durante gran parte del seicento, e
tinalmente gli stranieri si erano accorti della sua decadenza intellet-
tuale, proprio forse quando questa non era più tanto grande e comin-
ciava un certo risveglio. Il titolo dell'opera del Gimma basta ad in-
dicarne il disegno : « Idea della storia dell'Italia letterata esposta col-
l'or dine cronologico dal suo principio fino all'ultimo secolo, colla
dotisia delle storie particolari di ciascheduna Scienza, e delle Arti
nobili: di molte Invenzioni, degli Scrittori più celebri, e dei loro
Libri: e di alcuiie memorie della storia civile e rf^//' ecclesiastica :
delle Religioni, delle Accademie e delle Controversie m varj tempi
accadute: e colla difesa dalle Censure, con cui oscurarla hanno alcuni
stranieri creduto . . . « .
Il Gimma si vantava di essere stato il primo a tentare per l'Italia
un' opera silìatta. E certamente, per quanto superiore di dottrina, di
ampiezza e di ordine sia quella del Tiraboschi, nel piano, come nel
risalire cronologicamente agli Etruschi, essa seguo l'esempio del Gimma.
11 Tiraboschi si prefisse di scrivere la « Storia della Letteratura ita-
liana... cioè la storia dell'origine e de'progressi delle Sciense tutte
in Italia". Egli tratta sempre, in una prima parte, dei mezzi adope-
rati a promuovere gli studi, come i favori e le munificenze dei prin-
cipi, le università e le scuole, le biblioteche, le scoperte di antichità,
e così via; e poi, in tanti libri e capitoli, degli studi sacri, della
filosofia e matematica, della medicina, della giurisprudenza civile ed
ecclesi:i.>tira. della storia, delle lingue straniere, della poesia italiana.
— 129 -
della latina, delle grammatiche e retoriche, dell'eloquenza, e delle
arti liberali. Acconciamente il Signorelli, adottando il piano del Ti-
raboschi per una storia che si riferiva in particolare alle due Sicilie,
intitolò il suo libro: Vicende della coltura delle due Sicilie (1784).
L'Andrès applicò questo concetto alla letteratura universale, scri-
vendo « una filosofica storia generale di tutte le letterature » . Esaminata
la classificazione dello scibile fatta da Bacone col criterio della divi-
sione delle facoltà umane (classificazione adottata anche AoìV Eaciclo-
pedia), la stimava poco adatta all' intento della sua storia, e preferiva
dividere la letteratura in belle lettere e sciense e queste in naturali
ed ecclesiastiche, con molteplici suddivisioni. Ma la natura dell'argo-
mento Io spingeva a trattare più ampiamente della Poesia, ed egli se
ne scusava non solo adducendo gli esempii dei predecessori, ma con
ragionamenti curiosi, come questi : « Uomini e donne, giovani e vecchi,
colti ed incolti, tutti amano la poesia . . . Essa è la Venere della bella
letteratura, che tutti amano di conoscere e di vagheggiare; e clie, a
giudizio di tutti, si dovrà presentare distinta con onorevole preferenza
e distesa con maggior agio ed ampiezza ». Cosicché il buon gesuita,
per contentar la gente, si faceva ad esibire — la dea Venere! (').
Dell'altro tipo, dei libri cioè che si restringevano alla sola Poesia,
possono valere come principali rappresentanti \ Istoria della volgar
poesia del Crescimbeni (1698) coi relativi Comentart, e la Storia
e ragione d'ogni Poesia del Quadrio (1739).
Né migliorarono gran fatto tali trattazioni da bibliotecari gli
scrittori filosofi del secolo XVIII. Questi curano l'esterno : scelgono,
alleggeriscono, espongono con miglior garbo. Insistono poi (specialmente
per l'efficacia su di essi esercitata dal noto libro del Du Bos) nella ri-
cerca delle cause sociali del fiorire e del decadere delle letterature (-).
Osservazioni acute ha, a questo proposito, specialmente il Denina nelle
sue Vicende della letteratura (1761) {^). Tuttavia, occorre notare che
per la storia letteraria in quanto tale la ricerca delle cause, geogra-
(') Sull'opera dell'Andrès, come su altri libri di critica e storia letteraria
del secolo XVIII, si veda l'importante memoria di Vittorio Gian, L'immigrasione
dei gesuiti spaglinoli letterati in Italia, Torino, 1895.
(*) Del resto, un'indagine di tal g^enere è indicata anche nel Oimma (vedi
introd. alla sua opera), il quale cita una dissertazione di Benedetto Averani, pro-
fessore a Pisa, sulle cause che fanno fiorire o mancare •,'li uomini dotti.
(3) Vedi ciiS che dice suirintlucnza della relii,'ione, I, 27-30 (dell' odiz. di
Torino 1792-3); e sulla decadenza delle belle lettere nei tempi di molta coltura
e di fine spirito, III, 229-30.
Sezione III. — Storni deìle LetUi-alnre. 9
— loO -
fiche, etniche o politiclie, è cosa secondaria. Essa ricerca propriamente
le cause letterarie, come la storia della tìlosotìa ricerca le cause filo-
sotìche; ossia le ragioni iaterac, la qualità caratteristica dell'opera
letteraria e del pensiero filosofico. Le altre ricerche, rigorosamente par-
lando, non concernono la letteratura in sé stessa, ma le circostanze
esterne che dispongono gli spiriti alla produzione artistica e che ren-
dono possibile di coltivarla con maggiore o minore agio ed abbondanza,
0 infine, tutt'al più, che fanno prevalere uno o un altro contenuto di
sentimenti (').
Nello stesso periodo romantico si ha poco più che un presenti-
mento di ciò che deve essere una storia letteraria ('). Ma il disegno
di tali opere restava ancora incerto, perchè incerto era il concetto di
letteratura, che avrebbe dovuto servir da bussola ed orientare nel
caos dei fatti ammucchiati alla rinfusa. Federico Schlegel, nella sua
Storia della letteratura antica e moderna, dava alla letteratura
questo largo senso: «Appartiene a ciò innanzi tutto la poesia, e con
essa la storia narrativa e rappresentativa, la meditazione e l'alta filo-
sofia, in quanto essa ha per oggetto la vita e l'uomo ed opera su l'una
e su l'altro: l'oratoria finalmente e ciò che chiamasi spirito, quando
i loro effetti non trapassano solamente in parlati e fuggitivi dialoghi,
ma costituiscono durevoli opere scritte e rappresentate. Tutto ciò ab-
braccia quasi l'intera vita dell'uomo « (^). Il Berchet si restringeva a
notare che letteratura in senso stretto comprende le belle lettere, in
jseiiso ampio anche le scienze ('). Coscienziosamente si travagliò su
tal punto l'Emiliani Giudici, il quale, noli' imprendere a scrivere il
suo libro (■''), riconosceva che il nuovo movimento critico doveva por-
tare per conseguenza una nuova storia letteraria. Gli scrittori prece-
denti gli sembravano, « anziché veri storici, raccontatori della storia
della letteratura». Essi non avevano avuto « un'idea netta, determinata
(') Il Kociologisnid moderno, che tende a «i^iiardar l'esteriorità della lettera-
tura, dà di nuovo inijiortanza esajrcrata a simili indagini. Un esteta-sociolog'»,
K. Grosse, nell'introd. alla sua opera, Die Anfànge der Kunst, Freiburg. B.,
1894, cita appunto tra i suoi precursori il Du Bos.
(2) Sullo svolgimento della storia letteraria in Germania vedi Erich Schmiut,
ÌVe//e und Zicle der deutscheii Littcraturijeschichte, in Charaklcristiken, Berlino,
1880, pp. 480-498; e cfr. anche E. Gothein, Die Aufyaòen der Kultargeschichte,
Lipsia, 1889, p. .3«J.
(') Stara della letteratura antica e moderna, trad. <it., inlrod.
(<) Opere, p. .314/».
(*) Storia ddle belle lettere in Italia, Firenze, 1844. Vedi l'introduzione^
non ristampata nelle edizioni e rimaneggiamenti ulteriori della sua opera.
— 131 —
ed uguale » di ciò che fosse lelleratura, " imperciocché taluno esten-
devala a tutto lo scibile, tal altro alle opere d'immaginazione unica-
mente, tal poi l'assumeva non dall' indole delle materie, ma solo dalla
qualità dello stile, e chiamava egualmente letterato l'Ariosto e il Ga-
lilei, l'Altieri e il Volta " . Onde la superficialità dei loro lavori, che,
toccando delle singole discipline, non contentavano mai i conoscitori
Al esse. L' Emiliani Giudici disegnava di non parlare punto della
storia delle scienze, che segue tutt'altro ritmo da quella delle let-
tere, e di limitarsi alle ultime sole, ossia alle arti della parola ;
e dava al suo libro per titolo: Storia delle belle lettere in Italia (').
Tali almeno i propositi: qui non possiamo esaminare il modo tenuto
neir esecuzione.
Oltre questo problema della contenenza (ch'era da risolvere ser-
vendosi come d" istrumeuto del concetto preciso dell'attività letteraria),
altri più particolari problemi presenta la costruzione della storiai et-
teraria. Molti critici della letteratura adoperano la partizione dei ge-
Jieri letterari: già il Crescimbeni divideva la trattazione in lirica,
dramma, epica, e « varie altre maniere di volgar poesia "; e l'Andrès,
in epica, didascalica, dramma, lirica, generi vari e romanzi. Il pro-
gresso sta nel rompere queste partizioni arbitrarie, e seguire il mo-
vimento reale dello spirito degli artisti, che va sempre fuori ed oltre
Ai esse. — Difficile riesce anche l' indovinare il legame e la propor-
zione che debbono esservi tra i cenni di storia generale e le notizie
biografiche degli autori da una parte, e dall'altra l'esame delle opere,
■cli'è l'argomento proprio della storia letteraria. Anche su questo punto
l'Emiliani Giudici espone criteri sennatissimi. Criticando il Ginguené,
dice : « Trovai, non nego (nell'opera di lui), dei tratti storici premessi
XI taluni capitoli — e n'aveva veduti con più metodo inserti nei
volumi del Ti rabeschi — , ma in entrambi mi parvero quaderni di
opere diverse cuciti a caso in un tomo di storia letteraria, la quale
poteva senz'essi o con essi andare di egual movimento. Soltanto dalla
fusione di ambe le parti può ottenersi il risultato della spiegazione
politica della letteratura ". E intorno all'elemento biografico dichiara:
li Non lo esclusi affatto, anzi quel tanto ne introdussi, che paivemi
necessario a spiegare lo sviluppo mentalo degli autori, e massime di
-quelli che grandeggiarono nell'epoca, e ne ressero i destini • (-).
E, finalmente, nn altro problema è costituito dalla divisione in epoche
(') Vedi specialmente pp. 17, 52, 58-68.
(9) Op. cit., pp. 9, 30-10, Ul.
— 132 —
0 periodi, dalla Periodisierung (come dicono i Tedeschi) della storia
letteraria. Alla tradizionale partizione per secoli portò una curiosa ed
inijegnosa correzicne il Salti, il quale, osservando che le grandi mu-
tazioni nella storia della letteratura italiana ebbero luogo uell' ultimo
quarto di ciascun secolo, divise la sua storia in secoli che vanno dal-
l'anno 75 all'anno 75, come dal 1275 al 1375, dal 1375 al 1475, e
e cosi via! ('). Ma ogni partizione, che si ritrae da un criterio nu-
merico, è artificiale: la divisione e le pause debbono sorgere in modo
affatto naturale dallo stesso svolgimento organico dell'argomento.
Così lo storico della Critica letteraria, dopo avere esposto le vi-
cende del metodo critico e dei giudizi sui principali autori ed opere,
esporrà anche le vicende del modo di costruire la storia letteraria.
E, in ciò che si è detto, troverà il criterio per misurare, anche in
questo campo, i progressi e i regressi. Forse (per tenerci sempre al-
l' Italia) un regresso si dovrà, per gli ultimi tempi, constatare nella
costruzione della storia letteraria, almeno rispetto al geniale libro del
De Sanctis: le superficiali divisioni per generi e per secoli, l'unione
incoerente della parte storica e biografica con la parte letteraria, il
miscuglio di notizie riguardanti opere letterarie con quelle di opere
scientifiche, filosofiche, politiche, critiche, storiche, erudite; questi ed
altri difetti infestano, più o meno, tutte le ultime trattazioni di storia
letteraria, che si sono pubblicate presso di noi ('-). Sembra ormai ne-
(') Salpi, Ristretto della storia della letteratura italiana (ediz. di Firenze,
1848) pref. : «... è precisamente ad una tale epoca che la letteratura italiana
prende sempre una direzione ed un carattere affatto differente. In tal modo, il
periodo di Dante, Petrarca e Boccaccio comincia il 1275, e non oltrepassa punto
il 1375, epoca nella quale un genere totalmente diverso di studi, s'introdusse in
Italia. Nel modo istesso non è che dopo il 1475 che, in grazia specialmente ai
Medici, la letteratura italiana spiccò quel volo novello che produsse il brillante
secolo XV'I. Questo secolo medesimo prende un differente aspetto circa l'anno 1575
o si vede sin d'allora brillare quel falso spirito da cui il Tasso stesso non seppe
interamente preservarsi e che preparò la scuola del Marino e la corruzione del
secolo susseguente. Finalmente la riforma del gusto non si mostra che circa il
1675, per gli sforzi di quei letterati che riuscirono a sostituire l'Arcadia romana
alla scuola del Marino. Da quel tempo questa letteratura ha seguito più o meno
lentamente un andamento più regolare, ed a misura che si ò avanzata verso la
fine d'"ir ultimo secolo, ha ricevuto un nuovo grado di energia, che sembra an-
nunziare un carattere più solido e più profondo. I fatti e le circostanze, che farò
notare, proveranno che questa divisione non è gratuita n.
(') Un editore lombardo, dopo avere pubblicato una storia letteraria d'Italia
per secoli, ne annunzia ora un'altra per generi letterari. Per fortuna, nella serie
dei volumi annunziati è compresa una Storia della Filosofia, una Storia della
— 133 -
cessano dopo avere accumulato taate ricerche minute, di rinvigorire
il concetto stesso di le tler atura, e di rinnovare col sussidio di esso i
vecchi schemi di costruzione, che si sogliono accettare per pigrizia:
per evitare cioè le difficoltà che occorrerebbfì superare quando si vo-
lesse far meglio. Curato il corpo, bisogna curare un po' anche lo
spirito.
APPENDICE
SULLA TRADIZIONE V1CHL4.NA NELLA CRITICA LETTERARIA
ITALIANA.
Chi farà la ricerca, consigliata di sopra (p. 118) dell'influenza
esercitata dal Vico sulla critica letteraria italiana, darà importanza
al Cesarotti, che, e nella questione omerica, e nello studio delle varie
forme dello stile, e in altri suoi lavori ed abbozzi di lavori, mostra
l'impulso ricevuto dalle opere del pensatore napoletano ('). E gli sarà
facile di riattaccare al Vico Mario Pagano, che nei suoi scritti estetici
ha anche qualche non dispregevole tentativo di storia letteraria (-).
A me pare che alla medesima catena si leghi Francesco Torti,
del quale si è toccato sopra. Scolaro del Cesarotti, forse pel tramite
di costui conol)be e studiò l'opera del Vico, che nel suo Parnaso
italiano non cita esplicitamente, ma cita invece invece in altra sua
scrittura (•'). Se non che, nel Parnaso egli fa assai meglio che ci-
tarlo: ne applica giudiziosamente le idee in vari casi, e, in primo
luogo, dove tratta della natura del seicentismo. Il Torti si propone
la questione perchè mai, mentre le metafore dei poeti orientali e
di Ossian piacciono, quelle dei secentisti ributtano; e risponde, vi-
Storiofjra/ì'a, ed una Storia della Critica letteraria, che potranno avere mi or-
ganismo, appunto perdio non sono ifeneri lettexari. La Storia della Critica ò
afliJata all'egieij^io prof. Orazio Bacci, ed io esprimo i miei migliori auguri per
un lavoro, eh' è veramente desiderato. Quanto agli altri volumi sul'a lirica, sul-
Tepopea, sulla poesia religiosa, sulla burlesca, sulla satirica, sul poema roman-
zesco, ecc., compiango sinceramente i valenti autori che si son tolti il carico di
elaborarli. Essi sono stati messi su tormentosi letti di l'rocuste; e dovranno aiu-
tarsi con gli espedienti per salvare al possibile, con l'esecuzione buona delle parti,
un disegno cattivo.
(') Per questa parte, non soddisfa il noto libro dcU'.VLEMANM sul Cesarotti.
(*) Vedi nel saggio Del gusto e delle delle arti, i capitoli 10-22.
(^) Dante rivendicato, ed. Trabalza, Città di Castello, IPOI, p. 11".
— VM —
chianamente, che « le metafore de' seicentisti non hanno inai per og-
getto l'espressione del sentimento o l'enerjjia dell'immaginazione:
essi non cercano che di briUare all' ingegno e di sorprendere lo spi-
rito " . laddove quelle della poesia orientale « provengono quasi
sempre da un cuore bollente e da una fantasia esaltata dalla forza
della passione e dall'entusiasmo » (')• Anche nel bel capitolo sulla
poesia burlesca, e in quello suU' indole della poesia lirica, alita la
spirito dell'autore deUa Scienza nuova. Il Torti mostra che la poesia
burlesca è estranea alla società primitiva: « le cure della sussistenza,
l'amore della famiglia, quello della patria, il culto, il governo, la
guerra, ecco gli oggetti, che occupano lungamente i primi cittadini
riuniti dalle leggi: la gaiezza, lo spirito, le grazie, il ridicolo non si
sviluppano che più tardi e in seno delle società raffinate " (-'). Per
contrario, l'alta lirica è propria dei popoli primitivi, rispondendo alla
loro robusta maniera di sentire e al loro entusiasmo, e nei tempi mo-
derni diventa artificiosa: donde il Torti ricava eccellenti critiche degli
imitatori di Pindaro, che abbondarono nel freddo seicento italiano (^).
Lo stesso osserva a proposito del ditirambo, essendo quello celebre
del Redi « impertinenza di un gusto grossolano ", in cui si tira in
iscena un dio Bacco, eh' è « un nume da taverna » ('). 11 Torti mette
a confronto Omero e Danto, i due grandi poeti origiiiali di-ir uma-
nità, che appaiono alla distanza 1' un dall'altro di ventidue secoli (•'■).
Se il Torti è restato poco noto, notissima è invece l' influenza
del Vico sul pensiero critico di Ugo Foscolo. Ma per la parte lette-
raria questa influenza non Itisogna tanto cercarla, come si fa d'ordi-
nario, nel Discorso inaugurale del 1805, quanto negli scritti critici
posteriori. Così nel Discorso sul testo del jioema di Dante, eh' è del
1825, si legge: « La poesia primitiva sgorgava spontanea da quelle
epoche singolari insieme e brevissime, e più meritevoli d'osservazione,
nelle quali i fantasmi dell'immaginazione erano immedesimati nelle
anime, nella religione, nella storia, e in tutte le imprese, e por lo
più nella vita giornaliera dei popoli ». Del poeta primitivo il Foscolo
dice: « La facoltà di sentire, di osservare e d'immaginare vivevano
in lui fortissime ed indivise: né si raffreddava a spiare le cause delle
suo impressioni; bensì, affrettandosi a rappresentarne gli oggetti in-
(') l'urniiso ilttliano, vi>l. II, cap. 2, iip. 7'J-l,
(-) Ivi, ca|). 3, pp. 75-7.
(3) Ivi, cap. rj-8; cfr. spccialiiiciite ]•]>. 111. 118.
{*) Ivi. cap. n.
H Voi. I, e. 2, ],]>. .'50-7.
- 135 -
granditi dalla sua fantasia calda di meraviglia, ne moltiplicava i ma-
gici effetti, imitandoli; e le illusioni improvvise che ne risultavano,
e le passioni ch'ei vi trasfondeva, le provava senz'affettarle ; però le
sue rappresentazioni sembrano natura insieme ideale e vivente » . Fa
il confronto di Dante con Omero. « La Commedia di Dante è im-
medesimata nella patria, nella religione, nella filosofìa, nelle passioni,
nell'indole dell'autore; e nel passato e nel presente e nell'avvenire
de' tempi in che visse; ed in questa civiltà dell' Europa che originava
con esso, se non da esso, e ne vediamo i progressi narrati in mille
scrittori da padre in figlio. A ogni modo era secolo eroico. . . ■' (').
Dal Foscolo deriva l' Emiliani Giudici, il quale, nel notevole
discorso preliminare alla prima edizione della sua storia letteraria,
ch'è del 1844, discorrendo delle vicende della critica letteraria ita-
liana, si accorge, tra i primissimi, dell' importanza che anche per questo
riguardo aveva la Scienza nuova. Ma l'opera del Vico — egli os-
serva — it rimase circoscritta entro un ristretto cerchio di spiriti su-
blimi, le vite de' quali, tronche dalla scure del carnefice, fallirono
alla missione di quelle alte dottrine " (^).
Molto lesse e citò Vico il Tommaseo, che però non ne trasse vital
nutrimento; e lo stesso si dica di parecchi altri che lo conobbero, ma
non penetrarono oltre la scorza del suo libro. È noto poi che il De
Sanctis, nel periodo di formazione del suo metodo critico, risentì l' in-
flusso del Vico, non meno che quello dell'estetica egheliana (•').
Questi accenni valgano a mostrare non infondata la nostra asser-
zione: che Vico, il tenebroso e l'obliato Vico, pure una qualche effi-
cacia esercitò sulle sorti della nostra critica letteraria. Cesarotti, Pa-
gano, Torti, Foscolo, Emiliani Giudici, De Sanctis : non sono molti, ma
sono bei nomi di scolari.
(') Discorso, ecc., §§ 5-8 {Opere, III, Vl\-h).
(*) Storia delle belle lettere in Italia, ed. cit.. pj>. 28-0, 56-7 n.
(3) Vedi passim il citato volume autobiografico, e cfr. la parte storica della
mia Estetica, pp. 381, 3S3-81. "*
XII.
NOTE ARIOSTESCHE.
Comunicazione del prof. Giuseppe Listo.
LA PRIMA E L'ULTIMA ISPIRAZIONE DELL' a ORLANDO FURIOSO n
I. In che amio il Furioso fu incominciato ?
Ogni capolavoro sembra terreno adatto perchè vi germogli e fiorisca
su la leggenda.
Cosi, dell' Orlando Furioso, G- B. Giraldi Cintio affermò « che ben
più di trent'anni » l'Ariosto vi lavorasse: il che dal 1532 ci farebbe
risalire fin quasi al 1500, di botto. Ma Simon Fòrnari favoleggiò che
l'Ariosto s' inducesse a comporlo, incitato dalle dame e dai signori
della corte estense, vaghi di estetico diletto : e Girolamo Ruscelli ma-
lignò, che il poeta vi fosse punto dall' invidia per i trionfi riportati da
Niccolò degli Agostini. Altri, mirando ad una superficiale tessitura
quasi sovrapposta alla solida stoffa, gli attribuirono unico fine, primo
movente, l'esaltazione della casa estense. E tutte codeste dicerie col-
locherebbero persino il primo momento dell'ispirazione, quale dopo
il 1506, quando l'Agostini ebbe dato alla luce l'infelice parto di quel
primo canto che seguitava davvero la materia del Boiardo; quale, con
più discrezione, dopo il 1508, dopo che messer Ludovico era entrato
a' servizi del cardinale Ippolito, e questi lo veniva più utilmente
trasmutando di poeta in cavallaro.
Ma la critica del Settecento non ascoltò queste voci leggendarie, e
si attenne soltanto a quello elio le risultava dai documenti. Il Tiniboschi,
per il primo, mise in rilievo una lettera d' Isabella d' Este. marchesa
di Mantova, al fratello Ippolito, scritta il 3 febbraio del 1507. La colta
principessa lo ringrazia di averle mandato, per rallegrarsi seco lei del
felice parto, L. Ariosto, che per due giorni l'aveva intrattenuta sul
— KH -
nuovo Orlando. E il Tiraboschi, e dopo di lui il Barotti e il Baruf-
faliii — quelli che meglio e più largamente studiarono le vicende
Ariostesche — dovettero, per simile testimonianza, porre la prima con-
cezione del poema alla tine del 1505 o, al più tardi, al 1500.
Questa data approssimativa divenne poi corrente per lo storie let-
terarie, e più ancora a' tempi nostri, dopo che il Carducci con il noto
studio Sui carmi Ialini e su la gioventù dell'Ariosto, intese a dimo-
strare che la giovinezza di lui « fu tutta latina % e la massima parte
dei carmi attribuì con certezza agli anni che corsero tra il 1498 ed
il 15(ia. e la massima parte delle rime e delle altre composizioni vol-
gari ai:li anni tardi o maturi. Saremmo già verso il 1508.
Tutto parve rinsaldato dalle imitazioni, o semplici somiglianze,
viste e dal Hajna e dal Cimegotto. che intercedono tra alcuni motivi
poetici dei primi canti e il canto dell'Agostini uscito nel 1506 e il
Mamhriniw di Francesco Cieco da Ferrara uscito nel 1509. Così si
potrebbe quasi credere che dopo questo anno l'Ariosto pensasse ai primi
episodi. Di recente (1902), il prof. Stefano Fermi, in un articolo com-
parso su Y Ateneo veneto, dopo aver dimostrato con sicurezza che l'unica
ecloga ariostosca rimastaci fu scritta tra il 20 luglio e il 12 settembre
del 1506, notando che un passo dell'ecloga appare imitato nel canto Vili
del Furioso, e tre versi sono addirittura riprodotti nel canto XIII (XI
della prima redaz.), venne a conchindere. che, prima dell'estate del 150(5,
l'autore non doveva aver composto del poaraa più in là che il canto settimo.
La critica degli ultimi tempi non ha dunque portato la luce di
alcun nuovo documento: ha proceduto per indizi e per congetture, assai
fragili e gli uni e le altre.
Non v'ò di fatto nessuna legge divina od umana che vieti ad un
genio di cominciare a manifestarsi nell'opera sua massima — ed' in-
dole romanzesca narrativa specialmente — in un tempo più giovanile
che non sia l'età « epica " dei trentatrè anni; né io conosco alcun osta-
colo che impedisca ad uno di concepir bene anche in volgare, se pure
senza Hiiitezza di forma, quello che egli sa assai bene concepire ed
esprimere in latino. Così, non possiamo ritenere tanto sicure le imita-
zioni dal Cieco di Ferrara o dall'Agostini, che se ne debba dedurre
alcun dato storico. Sono vaghe somiglianze, massime per i primi canti;
e le sorgenti delle così dette fonti, per que' canti, si possono rintracciare
anche più in alto, nei romanzi cavallereschi o nei poemi classici. In fine,
l'indizio che si può trarre dall'ecloga riesco fallace per chi consideri
.'ho l'Ariostf) può aver imitato se stosso, tant-^ nella poesia epica, quanto,
viceversa, nella jioesia pastorale.
— 139 —
Del resto, simili indizi d' imitazione devono ancor meno dar luogo
a congetture di date; poiché il modo di composizione seguito dal-
l'Ariosto, non era quale volgarmente s'imagina. Esso era tale, che anche
gì" indizi interni, quelli cioè di fatti storici cui accenna, non ci per-
mettono di [issare il tempo per altro, che per quel verso o per quella
ottava. Il canto III, ad esempio, canta senza equivoci il tradimento
di don Giulio e don Ferrante d' Està, la vittoria del cardinal Ippolito
sui Veneziani, la battaglia di Ravenna. Dovremmo dunque inferirne che
egli non fosse giunto a comporre il canto III, non dico dopo il ìóOG,
non dopo il 1509, ma perfino dopo il 1512? E che tra il '12 e il '15,
(quando incominciò la stampa) egli buttasse giù in fretta e in furia
tutto il poema, sia pure in soli quaranta canti, in una forma non tinita Y
Ma se nella stanza seconda del canto primo si accenna (dicono
i commentatori) alla Benucci, alla pazzia amorosa svoltasi nel cuore
del poeta non prima del 1513!
L'Ariosto concepiva ed eseguiva saltuariamente, frammentariamente.
Una lettera di lui al marchese di Mantova, che gli chiedeva già di
leggere il poema, ce ne rivela lo stato materiale qual'era nel 1512:
n Oltre che il libro non sia limato né fornito ancora, come quello che
» è grande et ha bisogno di grande opera, è ancora scritto per modo,
« con infinite chiose e liture, e trasportato di qua e di là, che fora
« impossibile che altro che io lo leggessi ».
Meglio ancora ci dimostrano tal disordine le carte autografe, delle
parti aggiunte nell' ultima edizione, che si conservano nella biblioteca
di Ferrara. Anche lì son tante le liture e i ir asportarne iiti l Questa
abitudine nel comporre io non so se attribuire ali" indole del poeta,
ovvero al carattere episodico del poema non saldamente unito ed or-
ganico, od anche alla costituzione dell'ottava, unità metrica perfetta
e chiusa in sé, ben diversa dalla terribile terzina incatenata.
Noi dunque, per venire ad alcuna conchiusione più vicina alla
verità o per lo meno assai probabile, dovremo attenerci ai documenti
ed alle affermazioni dell'autore medesimo; ^, dove tutto ciò non basti,
ricorreremo alle congetture, ma deducendole nel modo più razionale
che sia possibile da essi documenti, da esse affermazioni.
Il punto più sicuro di partenza rimane sempre la l«ìttera citata
d'Isabella al cardinale Ippolito (3 febbraio 1507). Secondo la testi-
monianza del Tiraboschi, essa si conservava a Modena, tra i documenti
del - Vecchio ducale Archivio segreto -^r e vi si legge: « Cussi la rin-
«i grazio de la visitazione, et particolarmente di avermi mandato il
— 140
6 dicto luesser Ludovico, perchè, ultra che mi sia stato acetto, repre-
u sentando la persona della S. V. lima, lui anche, per conto suo, mi
- ha addutto gran satislazione, avendomi cum la narratioue dell'opera
« che compone, facto passar questi due giorni non solura senza fastidio,
- ma cum piacer grandissimo -. Contiamo pure che i due giorni di
piacere non siiranno stati né di ventiquattro nò di dodici ore, ma di
alquante ore; e crediamo pure che per la « narratione dell'opera "
s'intenda l'intreccio delle avventure ed anche si indiclìi la lettura
di qualche canto: certo apparo di qui, che nei primi del 1507 la com-
posizione del poema doveva esser ben innanzi.
i; altra lettera, pur citata, dell'Ariosto medesimo al marchese di
Mantova, afferma die il libro, nel 1512, non era nò limato né fornito,
sebbene alcune parti giìi limate egli stesso ci dica d'aver lette alla
Marchesana pochi giorni innanzi. Or questo dimostra che al poema
difettavano alcune particolarità e la pulitura esteriore, nient' altro, una
volta che il Gonzaga poteva già chiedergli il libro, credendolo per
fama compiuto. Ma quello che m.i sembra più degno di nota si è
un'altra affermazione dell'A. : e lo notò anche il Cappelli.
Il 25 dicembre del 1509 l'Ariosto, da Roma, al cardinale Ippolito,
che tre giorni innanzi aveva rotta l'armata veneta sul Po, scriveva
queste precise parole: « me ne sono allegrato, cliè oltra l'util pubblico
« [la mia Musa] averà istoria da dipingere nel padiglione del mio
u [Ruggero a nuova la]ude di V. S. «. Il padiglione di Ruggero è de-
scritto nell'ultimo canto, e serve alle nozze di lui e di Bradamante. con le
quali il disegno generale si conchiude. Nel 1509, adunque, con assai
probabilità, il poema era tutto concepito, secondo la prima redazione,
e doveva essere in gran parte anche eseguito. E si rilletta clie gli anni
più agitati, gli anni delle più varie cure vòlte alla politica, al teatro,
tino alla guerra, dei più diversi viaggi, gli anni insomma in cui, se-
condo una sua frase, era più che mai « oppresso dal giogo del car-
dinale ", più che mai *. cavallaro ", cadono appunto tra il 1507 e il
1512 o'i:^; quando appunto avrebbe dovuto concepire ed eseguire la
maggior parte del poema. Il che non mi sembra probabile.
Diamo un rapido sguardo alla cronologia degli scritti ariosteschi.
Le prime Commedie sono del 1508 e '9: le altre degli anni ultimi di
sua vita. Le Salire incominciano di sicuro ad esser composte dopo
il 1518. Le Rime, nella massima parte composte per Alessandra 13e-
nucci ovvero per personaggi ed occasioni posteriori al 1513, apparten-
gono quasi tutte all'età meno giovanile del poeta.
- ni -
Premesso questo, quali testimonianze indirette intorno al tempo
della composizione prima del Furioso ci lasciò l'Ariosto? A mio pa-
rere, due, e ben sicure e precise, se pure non ben limitanti il tempo
entro stretti contini. La prima ci è offerta dal passo assai noto della
Satira IV: dove, lamentandosi col cugino Malaguzzo dei luoghi aspri
di Garfagnana, chiusi tra monti malinconici, malissimo atti ad ispirar
versi, egli ritorna alle memorie della miglior giovinezza, ed esce in un
impeto di poesia, la cui fluida vena contende di felicità con le ottave
migliori del Furioso.
Già mi fùr dolci inviti a empir le carte
Li luoghi ameni, di che il nostro Reggio
E '1 natio nido mio n' ha la sua parte.
Il tuo Maurician sempre vagheggio,
La bella stanza, il Rodano vicino,
De le Naiade amato ombroso seggio,
Il lucido vivaio, onde il giardino
Si cinge intorno, il fresco rio, che corre
Rigando l'erbe, ove poi fa il molino.
Non mi si può de la memoria tórre
Le vigne e i solchi del fecondo laco.
La valle e il colle e la ben posta torre.
Cercando or questo ed or quel loco opaco,
Quivi, in più d'una lingua e in più d'un stile,
Rivi traea sin dal Gorgoneo laco.
Erano allora gli anni miei fra aprile
E maggio, belli, ch'or l'ottobre dietro
Si lasciano, e non pur luglio e sestile.
Si noti : la dimora cui accenna l'A. nei dintorni di Reggio, nel
Mauriziano, in Albinea (Monte laco), non può essere nessuna delle
fugaci gite, dei brevi riposi, fatti colà o poco prima del '500 o du-
rante il servizio del cardinale tra il 1507 e il 1509, come volle il
Fòrnari, contro cui ben ragionò il Barotti. Tanto più che gli anni suoi
belli correvano tra Y aprile e il maggio di s»ia vita : così scriveva sui
quarantanove anni, quando veniva passando Vottobre. Così che, la lunga
dimora nel Reggiano va collocata (anche pe^' molte altre testimonianze)
tra il 1502 e il 1503, quando egli fioriva sui veitotto o ventinove anni.
E questo tempo si potrebbe precisare anche meglio, contando che il ti di
aprile del 1502 la Camera di Roggio pagò lo stipendio a Ludovico Ariosto
come capitano di Canossa: e così durante l'anno medesimo e l'anno
appresso; e il 18 luglio 1503 (una nuova data che io aggiungo alhi
vita del poeta) si trovava a Rivalta. ameno paesello pur nel Reggiano;
- ir: -
come risulta da una lettera autografa, inedita, credo, che esiste nel-
l'Ambrosiana. Sulla fine di luglio egli non era entrato ancora al ser-
vizio del cardinale.
Ora mi domando: di che l'Ariosto empì le carte in più d'una
lingua e in più d'un -stile, se a quel tempo, di circa un anno e
mezzo d'ozio, noi non possiamo riportare elio la massima parte dei
carmi latini e la minima delle rime volgari?
Poiché il passo della satira non si può riferire ad esercitazioni
poetiche, a versi buttati via: i carmi latini che componeva e l'età che
aveva ci fanno supporre in lui la capacità di pensare a cosa seria.
L'empir le carte e in più d'ud stile, non soltanto lirico adunque, a
me sembra accennare alla prima stesura degli episodi cavallereschi. E
quella frase rimaneggiata di su Properzio, dal gorgoneo laco, dalla
fonte pegasea, sarebbe una frase iunoeentissima, se il verso non suo-
nasse proprio così: « Rivi traea sin dal gorgoneo laco ". Accenna quindi
senza dubbio ad una fonte di alta ispirazione poetica.
Se questa testimonianza è da me interpretata in tal senso la
prima volta, credo, ad un'altra dell'Ariosto medesimo non si è neppur
badato sino ad ora.
Vi lia un carme latino dal titolo che varia nelle stampe tra De
diversis amoribus e De sua ipsius mobilitale. E uno de' frutti più
vaghi e saporiti della sua musa latina. L'Ariosto, in un congegno di
composizione mirabilmente ordinato, vi espone liricamente la vicenda
ed il fluttuar della mente tra diverse donne e diverse aspirazioni.
Pare scritto circa il 1509: fino a questo tempo almeno si spingono gli
accenni alla sua vita.
Il succedersi degli anni e delle aspirazioni vi è esposto con or-
dine quasi matematico. Quando egli ha detto di aver creduto prima di
raggiungere onori e ricchezze studiando verbosas leges, subito appresso
aggiunge che la mente gli si era già volta alle Muse, alla poesia in ge-
nerale; e subito dopo:
lainque acies, jam facta ducuin, jam fnrtia Martis
Concipit aetcrna bella candida tubi.
Al canto epico, senza dubbio, accenna questo distico. E dopo egli
aggiunge:
Ecce iteruin male sana ini(iuit : (niid imitile tento
Hoc studiun»? vati jiriuinia nulla nianent.
Meqnc aulac e(»fjit doniinain tentare jiotentuin
l'nrtiinain obseqnio, servitioque jjravi.
- li:; -
L'Ariosto dunque dichiara che dopo, soltanto dopo, pensò al ser-
vizio delle Corti.
Raccogliendo in breve il mio ragionamento, pur concedendo che
l'espressione poetica non può riuscir precisa tanto, da stringere il ri-
cordo e il tempo de' fatti accennati entro la morsa di una tanaglia ;
poiché la prima concezione del poema dovette essere di non pochi anni
anteriore al 1509, quando il disegno totale era compiuto; poiché prima
del 1507 buona parte doveva esser composta ; poiché la testimonianza
dell'Ariosto accenna alla dimora reggiana, come ad una delle più felici
e feconde di varia poesia latina e volgare, e nessuu'altra opera volgare
potè, per quel che sappiamo, essere allora tentata da lui ; poiché infine
egli ci confessa di aver preso a sonare l'epica tromba innanzi di
entrare al servizio delle corti (fine del 1503); io non dubito di collo-
care il primo spuntar del Furioso al 1502 e 'c5, appena egli si fu ri-
posato dalle spinose cure domestiche, dopo la morte del padre, appena
in tempo per gioire di quella gaia libertà che la gioventù e la sine-
cura del capitanato di Canossa allora gli concessero, e l'aspro servizio
del cardinale ben presto gli tolse.
A ricercar l'anno o i primi anni in cui l'Ariosto pensò al Furioso,
non son mosso né dalla legittima, ma spesso vana soddisfazione di
contraddire all'opinione corrente, né dalla semplice curiosità storica,
che rimanga chiusa in sé sola. Io miro più alto, a fine più degno di
storia: a determinare, se mi riesce, quella specie di evoluzione psico-
logica che, a me pare, si venne maturando nell'Ariosto durante la
lunga composizione e il non meno lungo rifacimento del poema.
Questa evoluzione mi sembra comprovata dal predominio ora di
un dato contenuto ora di un altro: che la materia, dal principio alla
fine, non prende solo colorazione diversa appariscente ; ella va mutando
neir intimo di sua natura, nella sua essenza, chi ben guardi.
Felicissima età questa del poeta! quando egli, ancora nella piena
giovinezza, lontano dai pensieri crucciosi che più tardi doveva susci-
targli l'esperienza del male nella vita pubblica e privata, alternava il
bel vivere non ancora - sommerso » per lui, con gli studi, con i mol-
teplici amori, gai e birichini, dalle lievi scottature, non di quelli
che destano l'alto pathos dell'animo, e tra i liberi espandimenti della
sua natura fantastica « cercando or questo ed or quel luogo opaco '
egli, il sublime smemorato, « con l'alta fronte e l'occhio tardo pieno
dello stupore dei grandi sogni " come lo rappresentava lo sventurato
amico suo. Ercole Strozzi.
- Ii4 —
E che mirabile rispondenza tra l'anibieiite in cui egli vive tal
vita e la natura della poesia che gli sgorga beata, di vena, nei canti
primi del Furioso! A leggerli, se ne togli la rivista estense di parte
del canto III (che dovè comporre assai più tardi), in noi si ridestano
quelle medesime impressioni psicologiche, sotto la cui efficacia dal-
l'animo gli dovè sgorgare tanta gioconda poesia. Che fresco respiro di
campi e di boschi, e che viste amene di ville e di giardini incantati
lungo la fuga di Angelica, traverso le avventure di lei e di Bradamante,
e durante il viaggio e la dimora di Ruggero nell'isola di Alcina!
Calte pianure e delicati colli
Chiari- aoque ombrose ripe e ])rati molli,
con tutto quel che segue, formano, appena reso più vago dalla fan-
tasia, il paesaggio medesimo del Reggiano cantato nella Satira.
Sacripante che si apparecchia al poco onorevole assalto di Angelica*
entro la selva, e poi viene disturbato inopportunamente; Rinaldo che
con i santi monaci ragiona di Da linda, e conchiude che ella dovrebbe
ottener premio e non pena per aver accontentato 1' amante, e monaci
e guerrieri che si accordano nel dire che le donne poi in amore non
dovrebbero esser considerate diverse dagli uomini ; Ruggero che vola
via da Bradamante in cerca di nuovi paesi e si piega capriccioso a
nuovi amori e fin di Angelica da lui difesa e protetta vorrebbe mal pro-
fittare — e come si rammarica quando ella gli sfugge in sul più bello ! —
la presta conchiusione tra il guerriero ed Alcina per mezzo dell' elo-
quenza de' piedi sotto la tavola; intìne quel santo romito che tenta
la nota impresa che non gli riesce; personaggi ed azioni, luoghi ed
invenzioni, tutto ci rivela una delle più felici disposizioni di capo
scarico, vorrei dire, e nel tempo stesso di giovane ormai scozzonato
alle più varie imprese di amore.
Stando alla prima stesura del poema, a me pare che, quando Orlando
è fatto entrare direttamente in scena, al canto IX, e meglio ancora
al canto XIII e XIV (XI e XII della prima redazione), quando si
apre l'assedio di Parigi e si combattono le prime vere battaglie fra
cristiani e mori; gli episodi, il tono della narrazione, la natura del
contenuto, si vanno a poco a poco colorando di una tinta più scura,
e qualche sospiro di dolore che prima era mormorato ora risuona
profondo ; e non ostante alcuna sguaiata e sboccata interruzione, come
di uomo maturo che si ritulfa nell'orgia per dimenticare, tuttavia la
serietà va sciuitre crescendo, e la musa ariostesca salo talvolta alle
— 145 —
altezze civili, tenta gareggiare di nobiltà e dignità con l'epica musa
latina.
Il poeta aveva già provato come sa di sale il pane altrui ; si eia
spinto fuor del natio nido, tra cure aspre e gravi, per quasi tutta
Italia; aveva esperimentato contro il suo signore e la sua patria la
mala politica degli stranieri e della curia romana; e tutto questo non
aveva scavato di certo abissi profondi in quel cuore di natura mite;
non lo avea di certo straziato; ma, senza dubbio, di qualche lieve
solco gli aveva pur segnato l'alta fronte pensosa, già tanto serena. Il
che non potrei dire, se non avessi distinto questo primo nucleo di
episodi, questo primo momento di gaia ispirazione.
E lascio stare che il Rajna già osservò e provò come su' primi
canti r influsso del Bojardo e degli altri romanzatori ebbe il predominio.
Si capisce bene: eran queste le fonti cui ])evea più volentieri alloia
■e che dovevano riuscirgli le più gustose in quella gioventù tuttora
tiorente.
II. Perchè alle « Stanze su la storia d' Italia »
fu sostituito il canto XXXII H
Dai primi anni della composizione HqW Orlando luriow passiamo
agli ultimi ; a quelli in cui il capolavoro del llinascimento venne
prendendo la stabile e più complessa tessitura e la faccia sua più ^ po-
lita e bella ».
In una lettera dell'ottobre 1519 l'Ariosto dichiarava a Mario
Equicola: « è vero ch'io faccio nn poco di giunta 2X\ Orlando Fu-
rioso, cioè io l'ho cominciata " ma alcune contese col duca e
col cardinale gli avevano già ^^ messo altra voglia che di pensare a favole " .
E conchiude : " Pur non resta per questo che io non segua, facendo spesso
" qualche cosetta ". Se egli accennasse alle giunte che ingrossarono di
sei canti il poema, io non so dir preciso. "E più facile per altro che
con quelle parole egli intendesse le poche ottave che gli occorreva di
interporre nel primo rifacimento formale del 1521, pur coA importante.
Anche se l'Ariosto intese dire realmente degli intrecci episodici di
nuovo complicati, quelle parole rivelano meglio l' intenzione che l'ese-
cuzione, e, al più, alludono a qualche cosetta. Quando noi, al tempo
che corse dalla prima stampa del 151(3 sino al 1525, avessimo asse-
gnato e i nuovi servigi e i viaggi per il duca Alfonso e l'edizione
seconda e la maggior parte delle elegie, dei capitoli, delle satire e il
Se^ioMu 111. — Storia di-lle Letlenilure. 10
- 1-J6 -
rifacimento in Tersi della Cassarla e dei Suppositi, ed il Negromante,
aijcjiiintevi le cure minuziose, assorbenti, del fjoverno della Garfa-
gnana; noi avremmo mef^lio che riempita la vita civile e letteraria
dell'Ariosto. Sì che non poteva avervi luogo, o difficilmente, l'ultimo
lavoro attorno al poema.
Uno studio di Luigi BonoUo sui Cinque Canti, condotto con buon
metoJo e con vera intelligenza e novità pur dopo quel che ne discorsero
il Rarotti ed il Gaspary, ci assicura cbe essi furono composti dopo
il 152(), dopo la dimora in Garfagnana: e dovevano formare il séguito
vero e proprio alle nozze di Bradamante con Ruggero, non ancora imagi-
nato we di Bulgaria. « Dal 152() al 1582 " (dice il Bonollo) « Ludovico
Ariosto, nella pace di Ferrara, con lavoro costante curò di allargare e
compire il Furioso. I Cinque Canti sono il frutto della prima parte di
questo periodo di operosità letteraria non sono tuttavia uii primo
abbozzo, ma in tutte le particolarità della loro forma e della loro
costruzione, rivelano un lungo studio, un'opera lunga di preparazione
e di correzione -. Ma, siccome la nuova materia lo trascinava troppo
lungi e fuori del primo disegno, il poeta si volse ad un lavoro più mo-
desto di ampliamento e più coerente all'organismo del romanzo. Nacquero
di qui le giunto vere e proprie, che si accentrano attorno all'episodio di
Olimpia e Bireno, di Cimosco e dell' invenzione del fucile, di Ullania
e de' tre cavalieri nella rocca di Tristano: in fine la serie degli im-
pedimenti insorti alle nozze e delle cortesie tra liuggero e Leone.
Nel febbraio del 1531 egli scriveva al Bembo: " io son per finir
« di riveder il mio Furioso ». Il primo ottobre del *82 era già
stampato.
Codeste parti nuove composte tra il 1520 e il 1532, insieme coi
Cinque Canti, ci rappresentano nella generale gravità e nel frequente ri-
correre de' concetti civili e nella maggiore affinità con 1" idea del poema
eroico-classico, l'ultima evoluzione della mente di Ludovico Ariosto.
Ed egli non appare più giocondo e leggero di cuore. Qualche sorriso
sembra sfuggirgli a pena in quello de' Cinque Canti, dove Ruggero
entro il corpo della balena diventa predicatore di religione, e quasi
chierico adempie a' sacri uffici nel tempio e dinanzi l'altare che sor-
gono quivi.
Tra le parti nuove, quella che riesce cara al nostro cuore d'Ita-
liani, è senza dubbio quella che va dall'ottava settima all'ottava cin-
quantesima settima del canto XXXIII, ohe io chiamo il canto storico
e naziortale per eccellenza. Io ne parlo qni, non perchè osso canto sia
poco osservato, ma per il precedente che ebbe; la cui storia, studiata
I
- 1(7 —
come merita, ci dimostra un mutamento vero e proprio, almeno esteriore.
nel pensiero politico dell'Ariosto; mutamento non mai notato e che
ne segna o l'ultimo o uno degli ultimi momenti d' ispirazione poetica.
Un frammento epico di 84 ottave, che si apre con il verso " La
gentil donna clie da questa figlia, ecc. » ci appare chiaramente come
il primo tentativo, ci rivela il primo disegno di quel canto.
E innanzi tutto: queste stanze sono di Ludovico Ariosto? Per
crederle di lui non abbiamo prove certe: indizi fortissimi si; tanto
clie ci danno una probabilità assai prossima a verità. Videro la luce,
la prima volta credo, tra le Rime dell'Ariosto stampate ad islantia
di Iacopo Coppa detto il Modenese, uno di quei cerretani girovaghi,
cui il buon poeta dovette esser generoso di propri versi da andar ven-
dendo insieme con le ricette e le boccette miracolose. L'anno stesso
Gabriel Giolito le riprodusse di séguito 2AY Orlando, con una dichia-
razione che sfuggì al diligentissimo Bongi: Vi si legge: « Et quello
" che pensiamo che sommamente vi dovrà esser caro, è che vi ab-
« biamo ancora dato a leggere ottanta e più stanze del medesimo
«autore le quali stanze abbiamo avute dal nobile et virtuoso
« messer Virginio suo figliolo » . Noi sappiamo per altre vie che il Gio-
lito da Virginio ebbe anche altri autografi dell'Ariosto. Non soltanto :
ma Girolamo Kuscelli affermò altrove che egli vide tra le carte di
Galasso Ariosto, fi-atello del poeta, le « stanze su la storia d' Italia « .
E qui il Ruscelli, ritenuto in moltissime occasioni solennissimo men-
titore, non aveva proprio nessuna ragione d' inventare.
GÌ' indizi interiori non contraddicono davvero. L'ordito delle stanze
si riappicca naturalmente all'episodio di Ullania e della rocca di Tristano
per mezzo del filo che porge lo stesso scudo da lei portato a Carlomagno.
Su quello scudo d'oro si fingono scolpite le sventure d' Italia. Suppo-
nendo logicamente che il poeta 'non avesse ancora pensato di dipingerle
lungo le pareti della sala di Tristano, le 84 stanze formavano da
prima il legittimo proseguimento dell'episodio nuovo. L'Ariosto mutò
del tutto il disegno; ma del primo scritto rimaneggiò con abilità al-
cuni tratti ed alcune frasi. Cito due passi più notevoli per simi-
glianza :
Framm., ottava 33*:
Che al vino 0 a' cibi la ponte francesca
Pvi'sa rimali l'umc la ln«"a all'osoa.
- 148 -
Canto XXXIII, ottava li":
Al vin luiiibardo la ^ente francesca
Corre " riman come la lasca all'esca.
Framm., ottava 7(3*:
K qua e là per la città divisi
Li vegga a un suon di vespri tutti uccisi.
Canto XXXIII, ottava 20*:
Di qua e di là per la città divisa
Vedete a un suon di vespro tutta uccisa.
Sono rifacimenti di legittimo padrone che torna a rilavorare ma-
teriali suoi. Né d'altra parte si saprebbe discernere chi nel primo
Cinquecento potè esser capace di concepire l'ardito disegno di chiudere
tutta la storia italiana di dodici secoli in poche stanze, chi potè scrivere
di sèguito tante ottave così piene e rapide, così animate e vivaci pur
ueir enumerazione sommaria di aridi fatti. Non di certo il cantore
molto infelice delle Orrende guerre d' Italia, né il dabbene e pesante
Niccolò degli Agostini autore di una Cronica in ottave.
Quale la storia esterna di questo frammento?
fj semplice e breve. Apparve intero nelle stampe del Coppa e in
quelle giolitine del poema e delle Riìne dal 1546 in poi. Fu mutilato
nell'edizione pur giolitina delle lUme del 1560 e nelle edizioni ita-
liane di poi; ma si serbò intero nelle stampe di Lione; tornò ad ap-
parire senza alcun taglio nelle nostre stampe del '700, quando la
critica e l'anima italiana già si commovevano alle prime aure di
libertà. Le parti soppresse sono le seguenti. Dopo aver cliiamato Roma
la gran villa, UUania segue:
Villa dirò, elio alldr villa divenne
La città che del mondo il scettro tenne.
Dicea la donna: quando ebbe disegno
Costantiu di lasciar Italia e l?oma,
Ne venne in Grecia, e fé' capo del regno
Quella città che ancor da lui si noma.
Molti lo giudicar di poco ingegno
E che avesse il cervel sopra la chioma:
Pur, Come sempre ai gran signori accade,
nii Dsavan poclii dir la veritade.
E discorrendo alcuni sopra questa
]tia.smata volontà, giudicio fero.
Che saria la rovina manifesta
l'rinia di Roma e poi dell'alto impero
1
- 149 —
La Sibilla Cumana avverte Costantino dei mali futuri facendoglieli
vedere tutti scolpiti su degli scudi : dopo di che vengono altre due
ottave soppresse:
Questo intendendo Costantin, fu alquanto
Fra voler ire e rimaner sospeso;
Ma li maligni clierci, che già quanto
Era util lor ch'andasse avean compreso
(Però che quanto egli lasciava, tanto
Da lor sarebbe in pochi giorni preso),
Creder gli fér che tutte illusioni
Erano false, ed opre di demoni ;
I quali, per turbare il ben, la pace.
La maestà e la gloria dell' impero,
S'aveano imaginato con mendace
Spavento di mutarlo di pensiero.
Così l'imperadur dalla fallace
Suasion del tralignato clero,
In Grecia trasferì il seggio romano.
Lasciando i scudi al tempio Laterano.
Tagli di simil genere s'intendono bene, specialmente dopo il 1560,
quando anche in Venezia la reazione veniva stendendo i primi tenta-
coli a soffocare con la libertà di stampa l'anima nostra civile ed artistica.
Quali le ragioni assai probabili che indussero l'Ariosto a sostituire
a quel frammento la prima parte del canto XXXIII tanto diversa nel-
l'assieme? Ve n'è una di natura politica ed una di natura artistica;
e tutt'e due balzano come dal seuo stesso dei due contenuti.
Nel frammento, Dilania ammira la bellezza ed il valore di Brada-
mante, e, a vederla mesta, cerca di riconfortarla, parlandole della sua
bella regina, del paese strano d' Islanda, e sopra tutto dello scudo d'oro.
E incomincia a contarle la leggenda della Sibilla Cumea. Questa, sempre
vigile su Roma sua, per dissuadere Costantino dal trasportare la sede
dell'Impero, avea fatto temprare in una noite sola dodici scudi, in cui
erano scolpite tutte le invasioni, tutte U sventure che per questo ab-
bandono avrebbero a patire Roma e l'Italia; per 1200 anni, dal 300
al 1500, cento anni di storia per ogni scudo. Costantino credette che fosse
opera di demoni, e andando a Bisanzio aprì le porte alle fiumane bar-
bariclie. Ed Ullania seguita a descrivere i rilievi di quello scudo, capi-
tato stranamente in Islanda tra le prede tolte a un re goto ecc. ecc. ;
ma dimentica che gli scudi eran dodici; ed in quello solo accumula
tutta la storia d'Italia tino al l;500.
— 150 —
A questo puuto il poeta si deve essere accorto dell' incongruenza.
E mutò tutto di sana pianta. E andò perduto per lui e per la poesia
il magnifico disegno di presentare in un sol quadro tutta l' immensa
tragedia di dodici secoli (e la tragedia doveva durare tre lunghi secoli
ancorai): come andt^ perduto per il patrimonio poetico nazionale il con-
cetto di porre a capo delle sventure nostre il chiericato temporale, di
coinvolgere in un solo pianto ed in un solo sdegno tutte le sventure
V tutti gli stranieri, ugualmente.
Ne l'infelice per mutar signore
Fa sua condizion però migliore :
irrida l'Ariosto per bocca di Dilania.
]■]. infine, andò perduto per il poema quel sentimento passionato,
leroce, direi, di carità patria, che sembra risonare per decine e decine
di quelle ottave, ripetenti con insistenza, con rabbia, cento volte, i
santi nomi di Roma e d'Italia, d'Italia e di Roma.
Ma nel cauto XXXIII le ottave propriamente storiclu* sono gìh
ridotte d'una trentina; e le scene non sono scolpite su alcuno scudo;
sono dipinte nella sala della Rocca di Tristano. E le mura furono
istoriate non dalla nazionale Sibilla, ma dallo straniero Merlino, e
non per insegnare a Costantino quanto male egli arrecherebbe al-
l' Italia trasferendosi a Bisanzio, ma per dissuadere Fieramente, re dei
Franclii, dallo scender in Italia:
. . . elle a di molti f,'uai
Porrà sua gente, s'entra nella terra
Che Appennin parte e il mar e l'Alpa serra.
Sempre vittoria avranno i Francesi, se difenderanno l'Italia; sempre
sconfitte, se la opprimeranno. E per dimostrar questo, egli accenna a
volo rapido tutte le invasioni francesi, fino alla calata di Carlo Vili. E
si ferma e si allarga con speciale compiacimento su le ultime guerre,
combattute dal 1500 fin quasi al 1528, Francia perdente sempre, ove
non venga a difesa d' Italia; Spagna, ovvero Carlo V, sempre vincente
da ultimo, perchè a difesa d' Italia.
Tutto questo, se nell'assieme e nell'esecuzione particolare artisti-
camente è superiore, politicamente ne riesce assai meno simpatico. E
non voglio gravar la mano su le gonfiate adulazioni agli Spagnoli ed
ai loro partitanti.
Alla ragione morale e politica del mutamento accennò il Gabotto
{Rassegna Emiliana, 1889), dove disse che il frammento fu ^ lasciato
— 151 —
fuori per la sua vigoria di pensiero e veemenza di forma ». Non mi
sembra sia detto tutto, nò che sia tutto vero. Di Here voci e vigorose
risuona frequente contro la Chiesa e contro lo straniero tutto il poema
e lo stesso canto sostituito.
La cagione mi sembra ben altra. 1 Francesi oramai eran vinti;
gli Spagnuoli, la cui parte per strana ironia si chiamava italiana, erano
i vincitori. L' Impero e la Chiesa si erano accordati a beneficio proprio,
a danno di tutti : il trattato di Barcellona e la pace di Cambray, fino
dal 1529, avevano gettato l'Italia in balìa di Carlo V. E lo Stato. di
Ferrara per tali eventi, privo dell'aiuto della Francia, era già abban-
donato alla Chiesa, a Clemente VII. Chi volle allora salvare un bri-
ciolo d' indipendenza, dovette stringersi alla Spagna, come i Medici,
■come i "Savoia, Venezia sola poteva chiudersi nella sua laguna, nella
sua fiera neutralità armata. Alfonso d' Este, il vecchio politico e guer-
riero, fu pronto; gettò l'ultimo dado, si volse alla parte imperiale,
riempiendo di molto denaro la bramose canne spagnole. E tra il '29
e il '80, fu spesso ai fianchi dell'Imperatore, rimise in lui la decisione
della lunga lite colla Chiesa: e al séguito del duca fu quasi sempre
Ludovico Ariosto. Tra il finire del '30 e l'aprirsi del '31, Alfonso aveva
assicurata l' indipendenza reale di Ferrara.
Come non doveva risentire della mutata politica l'Ariosto, il
fedel servitore degli Estensi? Sul poema, il libro dei signori e delle
corti per eccellenza, si appuntavano gli sguardi di tutti. E la neces-
sità materiale si convertiva per il poeta in necessità psicologica. Onde
r intonazione spagnoleggiante, così del nuovo canto, come — e non si
è notato ancora da nessuno — di tutte le ottave aggiunte nel canto XV,
XXVI, XXXVII, per l'esaltazione davvero sperticata di Carlo V e dei
suoi guerrieri e de' suoi partigiani, di Prospero Colonna, del marchese
di Pescara, di Andrea Doria. E il nuovo suggello dovette infine rima-
nere impresso ben forte sull'animo mite dell'Ariosto dal dono magni-
fico, il primo vero dono che un signore gli abbia fatto perchè poeta,
del Davalos Marchese Del Vasto. (V. lettera di Alessandra Strozzi.
Ediz. Cappelli, p. 327). \
Orientamento diverso di idee politiche ci fu dunque, o, per lo
meno, si dovè mostrarlo davanti al pubblica. Io non so se di questo
poco simpatico atteggiamento l'animo dell'Ariosto ebbe a provare lo
stesso cruccio che noi risentiamo tuttavia: ma io so che, dove egli
potè liberamente esprimere il suo pensiero, espandere il suo cuore,
coinvolse in una sola ira tutti gli stranieri senza distinzione, come
nelle Satire non destinate a veder la luce, come nel frammento osa-
— 152 -
minato, come iu una ottava dell' ultimo canto che la prima edizione
del poema recava. Non credo sia noto. L' ultima azione, la sola vera-
mente degna, di Ippolito che l'Ariosto esaltava, era dipinta così nel
padiglione delle nozze:
Vedosi altrove che non pur conserva
Ferrara, mi\ il dominio le proroga,
Assente Alfonso; e quando la proterva
Ilarbarie intorno ogni città soggioga.
Franca la tien fra tutta Italia serva.
La proterva barbarie era rappresentata allora dagli imperiali,
dj^li Spagnoli d'accordo con Giulio IL Lo splendido accenno alla
guerra del 1512. con l'ultimo verso, bellissimo, fu inesorabilmente
soppresso.
Lisieme con la ragione di Stato dovette esercitare su l'Ariosto
l'azione sua moditìcatrice anche la ragion d'arte. Al qnal proposito Pio
Hajna (V. Le Fonti dell' 0. F.) osservò: ^ Fort^e la materia abbracciata
- gli parve troppo sproporzionata per una superficie di qualche piede,
u Poi una così lunga enumerazione di fatti metteva a dura prova la pa-
^ zienza del lettore. Però il nostro poeta provvide alla verosimiglianza
- materiale estendendo lo spazio, all' interesse determinando e limitando
-il soggetto". Giustissimo e verissimo: ma tal ragione vuol essere
svolta ed anche integrata. Senza dubbio, perchè la invenzione riuscisse
più consentanea al tempo e all'ambiente delle corti, e più verosimile, si
doveva abbandonare l' idea virgiliana ed omerica dello scudo, ormai vieta
uè molto felice, e si doveva far sì che la sala di Tristano fosse istoriata
dal mago Merlino non meno che le sale de' palazzi nostri da quei nuovi
e più veri incantatori dell'arte pittorica, quali furono il Mantegna, i due
Dossi, Leonardo, Uatfaello. Senza dubbio, perchè ne' lettori del tempo più
vivo fosse destato l' interesse (la principal fonte dell' impressione este-
tica), la storia antica mal nota doveva essere come aggruppata, concen-
trata in pochi fatti salienti, e quella moderna distesa, analizzata quasi, sui
personaggi e sugli avvenimenti, di cui vibrava ancora tutta 1' Europa,
ed in special modo l'Italia. Donde il poeta stesso si sentiva meglio
ispirato, e come investito dallo spirito della materia ; e creava, tra una
folla di stanze dense di fatti e di imagini, alcune tra le più belle ed
efficaci per rappresentazione storica, come quelle della calata di Carlo
d'Angiò, e di Carlo Vili, della rotta di Ravenna e di Pavia.
Inoltre, nella i)rima composizione, la materia non era variata : da
cima a fondo era tutto un succedersi di nomi, di fatti storici; nella
— 153 —
seconda, noi siamo prima attratti dalle belle ottave che ricordano le
glorie italiane nella pittura d'allora; poi, a mezzo la enumerazione,
riposiamo su lo splendido elogio di Alfonso Davalos.
In fine, l'Ariosto, ripigliando per altra via il suo tema, non so se
coscientemente ovvero perchè ve lo trascinasse la natura sua di grande
artista, dovè obbedire ad un concetto della massima importanza in arte.
La poesia storica, nel senso tutto moderno di accendimento lirico
suscitato da un fatto o da più fatti che al poeta commovono la fantasia e
lo inducono a rappresentarne con vivacità icastica almeno i momenti più
espressivi e più solenni, una poesia simile non si può dire esistesse allora
in Italia. In qualche canzone petrarchesca una simile forma lampeg-
gia a tratti: nelle rime de' mediocri d'ogni tempo, e fino negli spol-
monamenti del Filicaia, con tutti quei i^ ma sento o sentir parme » e
« ma veggio o veder parrae » , fatti e sentimenti sembrano cascare a
pezzi. Soltanto dopo alcune splendide prove di Vincenzo Monti, dopo
quelle altissime liriche che sono i Cori del Manzoni, dopo alcune
Odi del Carducci, la poesia storica di tal genere esiste in Italia
già in pieno sviluppo. Tal forma non poteva creare l'Ariosto, massime
narrando. Egli poteva soltanto tentare di dar forma perfetta al quadro sto-
rico: gli esempi gli erano offerti dal canto VIII dell' Fneide, dal canto VI
del Paradiso. Ora, è legge di composizione, se si vuol creare il pic-
colo capolavoro storico, clie non si debbano già esporre i fatti nudi e
crudi, di séguito — ufficio di cronista o al più di critico che espone —
ma che essi debbano tutti come attorcigliarsi ad un filo conduttore,
che dia loro unità organica. È necessario, insomma, che il lettore abbia
dinanzi a sé il gruppo intero, non le statue sparse del monumento.
Ora, i fatti non si possono aggruppare intorno ad altro che ad un'idea;
e questa non può essere che uoa verità, qualunque sia o si creda tale,
una verità che quei fatti stessi tendano a dimostrare. Quando tutto con-
verge su l'idea, su la verità, il poeta ha vinto, il lettore non è soltanto di-
lettato, ma soddisfatto. Egli intende l'assieme, egli si sente arricchito di
una nuova idea. Dalla storia non si può trarre che una legge storica;
che sia vera o falsa, per la composizione, poco importa; ma è neces-
sario che ci sia, se si vuol comporre. Dante, nel canto VI del Para-
diso, se vuol presentare l'assieme della storia romana dalle origini a
Giustiniano, deve tutto accentrare attorno l' idea imperiale, attorno la
legge, vera per lui, che Roma è destinata dalla provvidenza ad essere
capo del mondo nello spirituale e nel temporale.
Nella prima composizione ariostesca il concetto unificatore c'era,
quello delle sventure italiane ; ma, troppo largo, troppo generico, non
— 154 —
distingueva i fatti, nò impediva che si collocassero come a pezzi luno
di tianco all'altro con uniformità monotona.
Ma nella seconda composiziono egli ha trovato l' idea, la verità
nuova condensatrice; e gli avvenimenti storici tutti vi convergono la
loro luce, e ne sono a lor volta illuminati; e chi legge ed ammirane
è come preso, incatenato dal principio alla tino. Chi legge lo fa por lo
stesso line, per cui Merlino aveva istoriato la sala :
Acciò chi it(ti succederà comprenda
Cile, Come lia d'acquistar vittoria e onore,
Qualor d'Italia la difesa i)renda
Incontra opni altro barbaro furore ;
Cosi, s'avvien ch'a daiinegf^iarla scenda,
Per porle il giogo e farsene signore.
Comprenda, dico, e rendasi ben certo
Ch'oltre a quei monti avrà il sepulcro aperto.
La verità generale, per questa volta, è applicata in particolar
modo ai Francesi ; e, a chi ripensi il nostro risorgimento, semhra una
profezia! E forse questa tìlosotìa della storia dall'Ariosto imaginata,
in senso assoluto, non ha nulla di vero in sé. Non importa. Egli, fis-
sando la luce di quest'idea, ha creato il gruppo marmoreo, ha creato
il breve capolavoro epico-storico, il canto nazionale per eccellenza.
III. Su i rifachnenti dell' Orlando Furioso.
Le brevi note che io vi comunico, e che potrebbero dar luogo cia-
scuna ad ampio discorso, servano di riprova ad una verità trita; che cioè
basta guardare direttamente alle fonti, a' manoscritti o alle stampe prime,
per veder subito, quasi sempre, diverso dagli altri : e giovino anche
a provare una verità, vergognosa per noi Italiani, che cioè su l'opera
del massimo epico nostro rimane ancor molto, se non troppo, da la-
vorare.
Quanti sono i rifacimenti dell' Orlando ? Sono due, generali, estesi
a tutta l'opera, e notissimi; l'edizione principe è del 1516: il primo
rifacimento formale appare nell'edizione del 1521, il secondo, di sostanza e
di forma, in quella del 1532. Ma e de' rifacimenti parziali perchè non
si tiene il debito conto? Di alcuni io posso far nascere in voi il sospetto,
di altri darvi la sicurezza. Tra il 1521 e il 1532. pare che ^qW Orlando
abbian visto la luce ben nove edizioni : questo errano incerte tra la prima
e la seconda stesura del poema; alcune mostrano in sé una specie di con-
i
- 155 —
tamin azione delle due stesure. Può essere che questo abbian fatto edi-
tori 0 ignoranti o dubbiosi o senza gusto: ma qualche stamina uscita
in Ferrara e in Venezia rivela, per molti segni, che l'Ariosto mede-
simo l'abbia, se non altro, approvata.
Da' sospetti, da' dubbi, che un esame attento delle edizioni risol-
verà (e intendo compierlo), passiamo a due fatti sicuri. La biblioteca co-
munale di Ferrara possiede alcune preziosissime carte autografe, dove
l'Ariosto trascrisse in mala copia ed in buona copia la maggior parte
delle cinquecento e più stanze aggiunte nell'edizione del ''62. A queste
si possono aggiungere due frammenti che sembrano strappati dal primo
quaderno, e che esistono nell'Ambrosiana.
Queste carte ci rivelano, non soltanto una prima stesura delle parti
aggiunte, ma perfino alcune differenze, quantunque lievi, tra la buona
copia e l'edizione definitiva. Avremmo quindi altri due rifacimenti par-
ziali.. Non solo: ma quelle preziose carte ci fanno talvolta quasi co-
gliere in sullo sbocciare l' imagine poetica, il verso, l'ottava, e ce la
fanno seguire in tutti i suoi travagliosi trasmutamenti per quattro,
cinque volte di séguito. Peccato che le non siano ancora riprodotte
diplomaticamente! Sarebbero documento mirabile vivente della pazienza
del genio (').
Di un altro fatto posso assicurarvi: che la stessa edizione defi-
nitiva del 1582 mostra, nelle varie copie che ne esistono, entro sé le-
zioni diverse : e sono diversità di questa natura. In un esemplare si legge:
« E promessa in mercede a chi di loro Più quel giorno aiutasse i gigli
■d'oro » ed in un altro: « Per darla all'un de' duo che contro il Moro
Più quel giorno aiutasse i gigli d'oro ». Uno legge: « Stato era in
campo avea veduto quella Quella rotta che dianzi ebbe re Carlo » : e
l'altro: « Stato era in campo, inteso avea di quella Rotta crudel che
dianzi ebbe re Carlo ".
Bastano questi due esempi. 11 fatto degli esemplari diversi della
medesima edizione è noto ai bibliografi: Felice Martini ne diede le
prove riproducendo alcune varianti del i pi-imo canto: ma non è an-
cora determinato ne' limiti, né spiegato nelle cause. Lo farò poco ap-
presso.
Tornando alle due stesure generali, del '21 e del '32, io mi do-
mando: come devono essere valutate? Finché si dice che il rifa-
(') Focili mesi dojto olif qiu'sta nota ora comunicata al Congresso, il dottor
Agnelli, bibliotecari" della Coniunale di Ferrara, saviamente provvedeva a questa
lacuna.
- 156 —
cimento del '21 sia il più importante per il rispetto formale, per-
chè ristretto soltanto. o quasi all'espressione, perchè ci segna come il
punto più vicino alla bellezza formale ultima del poema, tinche si
«lice che l'opera di giunta e di correzione tra il '21 e il '32 ha dato
linalmente al poema « la faccia sua polita e bella », non si esce per
nulla dal vero. Ma guai se volessimo da questa verità inferire quello
che vi sembra inchiuso e che io credo sia nell'opinione corrente! Guai
se volessimo atfermare che, quando l'Ariosto compose la prima volta il
poema, prima del 1516, egli non avesse di già toccato la cima del-
l'arte sua. cos'i per il rispetto psicologico come per quello formale. Le
parti aggiunte non alterano per nulla il primo ordito ; gli episodi nuovi
si accostano a' primi; nient'altro. E il primo ordito rimane saldo nella
sua interezza; come avvenne ne' Promessi Sposi. La facoltà dilettosa
del narrare, la facoltà pensosa dell'osservare e rappresentare i moti
del cuore umano, prima del 1510 era già pienamente svolta e matu-
rata nell'Ariosto.
Non solo; ma io vi posso citare a centinaia le ottave, che, o
rimasero inalterate, pur nell'espressione, o subirono lievissimi muta-
menti. Ne ricordo alcune clie io chiamo le più belle tra le bellissimo
k Fugge tra selve spaventose e scure " o « Pensoso più di un'ora a capo
basso " 0 " La verginella è simile alla rosa " e quasi tutto l'episodio
di Medoro e Cloridano e « Alcun non può saper da chi sia amato " e
k Come ceppo talor che le midolle » e molte ottave del dolore di Fior-
diligi, e cos'i via.
Non è dunque vano, per la storia, poter affermare risolutamente
che l'Ariosto, durante la prima composizione del poema si trovava già
nel pieno possesso anche dell'arte formale. Che se egli non riuscì ad
esplicare di tal virtù tutta la potenzialità, per tutto il poema, questo
.levette a mancanza di agio, di cura, di tempo, non a difetto di gusto
0 di cognizioni. Né poteva avvenire altrimenti, finché nell'aspro ser-
vizio del cardinale faceva più il cavallaro che il poeta.
IV. Sul testo definitivo (/g//' Orlando Furioso.
"Veniamo alla seconda questione. Come si può e si deve rico-
struire il testo critico ^ìqW' Orlando "^ La questione sembra oziosa. Dia-
mine! 0 non c'è il testo definitivo curato dal medesimo autore? Fidati
era un buon uomo; non ti fidare era meglio. Non dobbiamo fidarci
né anche dell'autore, in questo caso; o per meglio dire, bisogna inter-
— 157 —
rogarlo più attentamente, bisogna ascoltare tutte le voci che egli ci ha
tramandato. Sappiamo già da lui stesso e dal fratello Galasso che egli
non era soddisfatto dell'edizione del '32. Egli vi si dìcas' a, assassinalo.
Quando mai un vero artista fu contento ? Ma questa volta aveva proprio
ragione. Il confronto che io parzialmente ho istituito tra la buona copia
delle carte autografe e la stampa, mi dimostra che qualche volta o il
maledetto proto o qualcun'altro, poco attento (che non sia l'Ariosto
stesso?), poco badò alla correttezza della lezione; e il confronto tra la
stampa ultima e la precedente del '21 e del '16 mi dimostra che ver:5Ì
e lezioni, buone da prima, furono riprodotte erratamente da ultimo.
In fine, ripeto, gli esemplari dell'edizione medesima del '82 si scindono
in due gruppi, che io indicherò con il tipo J e il tipo B. Io ho po-
tuto vedere tre esemplari dell'un tipo e tre esemplari dell'altro. Due
dal tipo diverso si trovano fortunatamente insieme in Milano, presso
il marchese Lupo di Soragna ('), la cui signora è erede della famosa
raccolta di stampe de' Melzi.
10 non posso affermare, come fanno i bibliografi con certa legge-
rezza, che da questa disformità di lezione si deve trarre che l'Ariosto,
dopo una prima tiratura di fogli, facesse mutare e tirarli di nuovo.
No: il mutamento mi sembra ristretto ad un foglio solo: al primo:
anzi alle carte Ajjj Ajjjj del foglio A, corrispondente a mezzo foglio
interno de' nostri, e comprendente dall'ottava 38* del canto I all'ot-
tava 13* del canto II. Tutt' assieme, sono un centinaio circa di lezioni
differenti.
11 testo vulgato porta le lezioni del tipo A : le lezioni del tipo IJ
non sono conosciute che parzialmente e dal Martini soltanto: a mio
parere sono le ultime volute dal poeta: le ultime, perchè si diversifi-
cano da quella del 1516 e del 1521, [e le lezioni del tipo A no], le
ultime, perchè sembrano correzioni logiche ed artistiche, le ultime,
perchè si ritrovano soltanto in pochi esemplari in carta speciale, desti-
nati forse ad alcuni Signori italiani ; il cui occhio, se si fosse appun-
tato, com'era facile, specie su le prime carte, avrebbe di subito rilevato
qualche errore vero e proprio ; il cui fine buon gusto avrebbe notato
qualclie espressione poco felice.
Questa ipotesi acquista a' miei occhi valore di certezza, ora che
ho veduto nella Biblioteca vaticana, segnato tra i manoscritti del fondo
Barberini XLV, 36, un esemphire della stessa edizione su pergamena
(') Ringrazio vivamente il colto gentiluomo lomb;irdo della cortese larghezz.i
con cui mi aprì la sua biblioteca.
— 158 —
e con miniature. L'esemplare porta sul tergo miniata l'arma del car-
dinale da Este, cui il poema è dedicato ; e nel primo foglio porta le
lezioni del tipo lì.
Conchiudendo, chi voglia ricostruire criticamente il testo dell' Or-
lando deve innanzi tutto fondarsi sul tipo B duU'odizione del 1532, poi
procedere ad una intelligente e tìnissima comparazione tra essa e le carte
autografe per una parte e le rarissime stampe del 1521 e del 1516
per l'altra. Soltanto così la incontentabile critica potrebbe forse con-
tentare in parte l' incontentabile artista che fu messer Lodovico.
Tavola delle varianti tra le carte Aj;^;, kjjjj del tipo A e quelle del tipo B.
A dimostrazione di quanto ho conchiuso, riporto integralmente le
varianti tratte dalle due copie del tipo A e del tipo B esistenti in
Milano presso la storica biblioteca Melzi.
Qk
lNTO
I.
Tipo
A
Tipo B
Stanza
20
verso
G
pruovi
provi
I»
n
»
7
altrimente
altrimenti
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21
»
5
Ch'il Pagano
Che '1 Pagano
n
23
T>
7
s'flro/stf
s'avvolse
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24
n
1
rivrra
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n
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n
2
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n
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n
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V
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dovevi ?
n
27
n
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n
9
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/'ra ;)oc/ii (^2 <
jittar
Velino
[nel rio
Ciittar fra pochi dì l'elmo nel rio
r»
n
n
5
Fortuna
Fortuna:
n
n
n
7
Non ti turbar
Non ti turbare
n
28
n
5
dui
duo
»
»
»
8
lasciarmelo in
eflfetto
lasciarmi con effetto
«
29
n
2
■,irr\cciosse
arricciossi
"
n
B
3
scolorasse
8Col"rossi
n
n
n
4
ferriiosse
fennossi
n
n
»
f)
nomasse
nomossi
»
n
n
2 saltar
saltare
n
n
n
8
ingqr
fwjìHe.
n
3.3
n
6
di qua e di là
di qua: di là
n
34
n
1
capriole
cai)riuole
B
n
»
•1
e aprirle
0 aprirle
n
n
n
C
fr<?ma
trirnia
n
35
n
o
al fin
al tini'
- ]r,9 —
Canto I.
Tipo A
Tipo R
Stanza 35
verso 4
move
muove
»
»
))
5 dui
duo
n
»
»
6
nove
nuove
»
37
»
2
Di spin
Di prun
n
n
n
8
Ch'el
Che n
n
38
n
1
tener erbette
tenere erbette
»
»
»
4
si scoTca
si corca
))
»
n
7
leva, riuera
lieva, riviera
»
39
n
7
Et in un gran pensier
E in suo gran gran pensier
»
40
»
7
««•Spirando
sospiiando
n
41
»»
8
mi vo
mi vuo'
n
46
n
4
seguito
sequito
r>
»
T>
7
E promessa in mercede
[a chi di loro
Per darla all'un de' duo
1 frhe contro il Moro
n
47
n
1-2
Stato era in campo,
[havea veduta quella
Quella rotta che diami...
Stato era in campo e inteso havea
di quella Rottacrudel chedianzi...
n
51
n
2
allegerir
alleggierir
n
»
n
5
fittione
fintione
»
»
n
7
ch'ai suo bisogno
ch'a quel bisogno
n
53
n
7
e vero angelico
e il vero angelico
V
n
n
8
innante
ìnante
ìì
54
n
7
s'aviva
s'avviva
n
57
n
8 Et eh'
E eh'
n
59
n
5-6
, ch'avea , . . persona :
(ch'avea . . . persona :)
n
61
»
1
appresso
presso
n
62
n
3
Come li dui
Si come i duo
n
n
n
5
a Paltò
all'alto
n
ri
n
8
usberghi
osberghi
n
63
n
5
quel
queir
»
»
n
6
li sproni
gli sproni
n
65
n
2
si lieva
si leva
n
n
»
4
Presso a li morti
Appresso a i morti
)>
66
n
2 braccio s' AaZf/a
braccia s'iiabbi
n
n
»
5
olirà il cader \
jsltre al cader
»
67
»
8
lasciar il rampo è stato ilprimc
) lasciare il campo è etato primo
»
68
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6
con lo scudo
con un scudo
)>
69
n
2
abbatuto
abbattuto
»
70
n
8
avampato
avvampato
»
71
))
3
abbatuto
abbattuto
1)
72
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3
rumor
rumore
)»
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trem i
trieini
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n
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vien
viene
»
74
n
4
al girar
a girar
n
n
n
7
no
ne i
n
75
n
4
dui
duo
Canto I.
- IW -
Tipo A
Tipo B
Stanza 77 verso 3 s'anampa
» 81 n 7 dui
s avvampa
duo
Canto II.
Tipo A
Tipo B
Stanza
1
verso
2 disivi^
desiri
n
n
»
3 ayj>n
avvidi
n
n
n
■i (/«(
duo
n
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fama più
con vero)
(quanto ... per fama) più con vero
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duo
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rabbia
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ribuifato
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6 far . . . Signor
fare . . . Signore
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muover
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n
7 sul . . . et
su '1 . . . e
n
n
n
8 et
e
n
8
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4 s])cloHca ASvimicata
spelunca affumicata:
n
9
n
6 et
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n
10
n
2 s'fliandona
s'abbandona
n
n
n
7 //jaccio
ghiaccio
1»
X,
n
8 lassa
lascia
1
11
n
1 Coffie
Quando
n
n
n
4 s'avicina
s'avvicina
n
12
1)
2
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un' un'
n
13
»
1
e 3 Et Et
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j\T Q _ Le lezioni del tipo A sottolineate si ritrovano tali e quali anche
nella edizione del 1516; la copia di quest'ultima da me esaminata esiste presso
il marchese Lupo di Soragna, erede della Biblioteca Melzi, in Milano.
XIII.
DI ALCUNE INOSSERVATE IMITAZIONI ITALIANE
IN POETI FRANCESI DEL CINQUECENTO.
Comunicazione del prof. F. Flamini.
Chiunque abbia potuto rendersi ben conto della veramente straor-
dinaria efficacia esercitata nel secolo XVI dalla letteratura italiana
sulle altre letterature (in specie sulla francese, suU' inglese e sulla
spagnuola), facilmente intende, come a misurare fino a qual segno
sia da chiamarsi originale l'opera dei poeti e prosatori fioriti in quel-
l'età fuori della nostra penisola, occorra una messe copiosissima di
raffronti non agevoli, che solo mediante indagini lunghe e pazienti
di più e diversi studiosi è lecito sperare possa esser raccolta, in ser-
vigio di chi poi, raunando le fronde sparte, scriverà l'attraentissima
storia di codesta efficacia.
Perciò ogni contributo, per quanto tenue, che si rechi alla cono-
scenza di ciò che debbono all' Italia i cinquecentisti stranieri, non
può non giungere accetto a chi coltivi questo campo di studi. Nel
quale anch' io in addietro ho spigolato, e vengo tuttora spigolando.
Qualche nuova osservazione fatta in proposito mi si conceda di rife-
rire agli insigni e benemeriti studiosi della letteratura comparata
accorsi a questo mondiale convegno.
Fra i poeti francesi della Plèiade, Gfovauni Antonio De Baìf è
senza dubbio uno dei piti fecondi. La bella edizione in cinque volumi,
che ne procurò fra il 1882 e il '90, pei tipi del Lemerre di Parigi,
Carlo Marty-Laveaux, contiene di lui,. oltre al canzoniere {^Les amours)
diviso in tre parti {Amours ile Meline, L'amour de Francine, Di-
verses amours), nove libri di Poémes, diciannove Egloghe, una versione
doìVAntigo/ie di Sofocle, una commedia {Le brave), una traduzione
dell'Eunuco di Terenzio e dei Dialoghi degli Dei di Luciano, cinque
libri di Passelems in versi, e quattro di Mimes, enseignemens et pro-
Sezione III. — Storia dille LetUratHrt. 1»
— IGi
verbes pure in rima, intìne un l>uon manipolo di quei Vers mesurés,
che han qualche importanza per la storia della metrica francese, e
tin dal 1878 furono argomento d' una speciale dissertazione del Nagel.
Questa così copiosa suppellettile poetica merita una disamina
accurata fatta coli' intento di vedere quanto in essa sia derivato dalla
letteratura italiana. In particolar modo il canzoniere, nel quale l' imi-
tazione del Petrarca e dei petrarchisti appare anche a chi soltanto si
contenti di sfogliarlo, Yorrel»be un' investigazione di questo genere,
minuta e, per quanto è possibile, compiuta ('): ed io spero di poterla
fare tra non molto, approfittando della cortese ospitalità offertami
dal Journal of comparative Uterature di Nuova York.
Frattanto, richiamo l'attenzione dei cultori di questi studi su al-
cuni plagi del De Baif da rimatori italiani; plagi non punto diversi
da quelli così famosi di Filippo Desportes. Si tratta di sonetti ita-
liani, che il poeta francese ha tradotti e inseriti senz' altro nel suo
canzoniere, dandoli come propri. Per essi gli resta quindi soltanto il
merito d'aver voltato nella sua lingua l'originale con notevole disin-
voltura. — È chiaro che il nostro idioma gli era familiare: e ci(^
nulla ha di strano; dacché egli era figliuolo di quel Lazzaro de Baif,
che appunto nel suo non Itreve soggiorno fra noi potè assodare ed
allargare la classica cultura eh' è suo vanto. Anzi da Lazzaro Gio.
Antonio nacque proprio in Italia: a Venezia; e questa città, che gli
aveva dato i natali, volle visitare verso il 1503, trovandosi a Trento
per il Concilio:
]\raviiit ime foi.s ('n ma vie
Ics iiionts dcs Alpes repasscr,
))our voir Venise ma iiaissixiic<«.
Une ibis desia dès renfance
on me les avoit fait passer (").
Ma vediamo i plagi ora accennati.
(') L'egregio amico e collega i)rof. GirsEPi'K Vianey, della Facoltà di let-
tere di Montpellier, gentilmente mi fa osservare, die il primo libro degli Amoum
(le Meline s'apre con un'imitazione, e quasi traduzione, della canz. a (iià per
tornar vicino al nostro polo n d'Ottaviano Salvi {Rime diverse ecc.. lib. I. Venezia,
Giolito, 154G, pp. 305-7); che il sonetto « Ny ta fìerté, ecc. » (ed. Marty-Laveaux,
1, ;U) è liberamente imitato da uno del Gesualdo («Né di selvaggio cor, ecc.r;
Rime ora cit., p. 32); che la canz. «Dolci basci soavi" di Gian Francesco Fabri
era senza dubbio presente al De Baif (luand'egli scriveva « Doublé rane de perles
tines, ecc.» (ed. cit., pp. 58-00; cfr. Delle rime di diversi ecc., lib. II, Yen.,
<Jiolito, 1548, ce. r.0-61); che, infin--, nelle Mett'ores, libera imitazione del noto
poema del Pontano, sono similitudini debunte dall'Ariosto (cfr. ed. Marty-La-
veaux, II, 14, e Ori. fur., XIV, '18).
(«) Ed. Marty-Laveaux, II, A-A, e Notice bio'jr., y. xxiij.
— 103 —
Già Francesco Torraca uel suo dotto studio su GL' imitatori stra-
nieri di Jacopo Sannazaro (') ebbe a rilevarne alcuni. Egli osservò
che il sonetto del De Baif che comincia:
Ainsi (Ione va le monde, o estoyles cruelles!
è, " più che semplicemente imitato, tradotto alla lettera » da uno del
Sannazaro (^ Così dunque va '1 mondo, o fere stelle! "). Inoltre, mise
in luce la pedissequa imitazione fatta dal poeta francese e della
prima strofe d' una canzone del napoletano e d' un epigramma latino
del Sannazaro stesso; né gli sfuggi che il sonetto « J'epan des yeui
un Heuve douloureux » è una contaminazione di vari passi delle
egloghe II e Vili deW Arcadia.
Ma quando il Torraca dettava quel suo lavoro, l'edizione com-
pleta delle opere del De Baif procurata dal Marty-Laveaux non era
ancora stata publ)licata. Nessuna maraviglia quindi, se altre imita-
zioni dalle poesie volgari e latine d'Azio Sincero verrà fatto d' incon-
trare neir amplissimo canzoniere di questo rimatore della Pleiade.
Ecco, ad esempio, un sonetto del Sannazaro che il De Baif s' è appro-
priato quasi traducendolo:
0 gelosia, (ramanti orrilnl freno,
ch'in un punto mi volgi e tien si forte;
0 sorella de Tenijiia amara morte,
che con tua vista turbi il ciel sereno;
0 serpente nascosto in dolce seno
di lieti fior, clie mie speranze hai morte,
tra prosperi successi avversa sorte,
tra soavi vivande aspro veneno :
da qual valle internai nel mondo uscisti,
0 crudel mostro, o poste de' mortali,
che fai li giorni miei si oscuri e tristi?
Tornati giti, non raddoppiar miei mali ;
infelice paura, a che venisti ?
or non bastava amor con li suoi strali ?
Udite il De Baif:
Bourrelle des amans, cliagrine ialuusie.
qui, comme le serpent par les belles fleurettea,
te tapis sous les tlonrs des gayes aniourettes,
bourrelle de toy-mesme, o la scjey.r de l'envie;
de quel bourbier d'eiifer, sorcieve, es tu sortie,
a fin d'emiioisonner de tes pestes inlettes,
monstre hidoux infet, les amonrs les plus nettes,
troublant le doux repos de nostro heureuse vie?
Hydro, sale harpie, où tu es renconlrée?
tu obscurcis le iour, et ta puantrf aleine
par où tu vas passant empeste la contrée.
Ketournet'en là bas: iamais do moy n'aproche:
et n'est-ce pas assez, pour me tenir eii p('no,
d'amour, ((ui tous ses traits contro mon coour décoche?(*)
(>) iJoma, Loeschor, 1882 ('2" ediz.ì. pp. J0.||.
(*) Ed. Marty-Laveaux. I. 141.
— 104 —
Al Torraca parve che il sonetto del De Baif: « Songe, qui par
pitie, ecc. " (') derivasse nel principio da uno del Sannazaro: « 0 sonno,
0 requie, ecc.". Ma songc è 'sogno', non 'sonno', e la somiglianza
tra le due quartine del sonetto è più apparente che reale. Quello del
De Baif non proviene dal Sannazaro, bensì dal Bembo. Esso è tradotto
alla lettera dal seguente sonetto del celebratissimo scrittore veneziano :
Sogjno, che dolcemente ni'liai furato
a morte, e del mio mal posto in oblio,
da qual porta del ciel cortese e pio
scendesti a ralleirrare un dolorato?
Qual angel ha là su di me spirato,
che sì movesti al pran bisogno mio?
Scampo a lo stato faticoso e rio
altro eh 'n te non ho, lasso!, trovato.
Beato se', ch'altrui beato fai :
se non ch'usi troppo ale al dipartire,
o' n jioca ora mi tùi quel che mi dai.
Almen ritorna, e pia che '1 cammin sai,
fammi talor di quel piacer sentire
che senza te non spero sentir mai.
Veggasi con che franchezza il De Baif dà come proprio l'altrui!
Songe, qui par pitie m'a réscoux de la mort
et qui m'a mis au coeur de mon mal l'oubliance,
de quel endroit du ciel en ma jjrand' dolcance
m'es-tu venu donner un si doux reconfort?
Quel anpe à pris soucy de moy ia presque mort,
ayant l'oeil sur mon mal hors de tonte esperance?
le n'ai iamais trouve à mon mal allcfreanco,
sontre, sinon en toy en son plus ^rrand effort.
Bien heureux toy qui fais les autres bien heureux,
si l'aisle tu n'avois si pronte au departìr,
nous l'ostant aussi tost que tu donnes la chose.
Au moins revien me voir, moy chetif amoureux :
et me fay quelque fois cette ioye sentir,
que d'ailieurs que de toy me ]>romettro ie n'ose.
Che il figliuolo di Lazzaro De Baif amico e corrispondente del
Bembo (^) ammirasse le rime di questo letterato a cui tutta Italia
s' inchinava con la più viva e più profonda riverenza, è ben naturale.
Non ci sorprenderà, pertanto, di trovare fra le sue poesie anche un
altro sonetto (■'') tradotto, fedelmente quanto... tacitamente, da uno
(») Ed. Marty-Laveaux, I, 183.
(«) Cfr. De Xolhac, P. Bembo et Lazare df- Baif, nella Miscellanea per nozze
Cian-Sappa Flandinet, Bergamo, 1894, pp. 301 segg.
(') Ed. Marfy-Laveaux, I, 303.
— 165 —
di Messer Pietro. E, attesa la ben nota mignardise del cantore di
Trancine, non ci maraviglieremo parimente, che la scelta di lui sia
caduta proprio su quello, galantemente prezioso, in cui il Bembo im-
magina che il proprio cuore voli nel » dolce oro " delle chiome di-
sciolte della sua donna, e vi resti legato quando ella raccoglie « le
trecce al collo sparte ».
Ces cheveux d'or crépu, dont le desir augmente
autant que mes ennuis croissent de leur beauté
comincia la copia. E l'originale:
Di que' bei crin che tanto più sempre amo
quanto maggior mio mal nasce da loro.
L'«or crépu " ('oro crespo'), che qui manca, trovasi nel principio
d'un altro sonetto del Bembo, che certo il De Baif ricordava: « Crin
d'oro crespo e d'ambra tersa e pura».
Se agli esempi ora addotti aggiungiamo un raffronto del profes-
sore Vianey, il quale nel suo articolo su L' A rioste et la Plèiade
(inserito nel Bulletin italien dell'ottobre-dicembre 1901) ha rilevato
r imitazione clie anche il De Baif, come il Du Bellay e il Ronsard,
ha fatto del sonetto di Lodovico Ariosto ^ Madonna, sete bella e
bella tanto » , possiamo formarci un' idea della grande franchezza
con la quale, senza scrupoli di sorta, il cantore di Meline e di Tran-
cine attingeva a piene mani dai modelli che aveva sott'occhio. Fra i
quali, naturalmente, insieme coi petrarchisti del Cinquecento più ri-
nomati, il Petrarca stesso, comune esemplare, occupa luogo cospicuo.
Del glorioso nostro trecentista, ch'egli menzionava insieme con Omero
e con Virgilio ('), il De Baif non solo s' è appropriato soggetti, im-
magini, locuzioni, movenze e atteggiamenti di pensiero e di stile; ma
ha voltato in versi francesi (s' intende, senza avvertircene) alcuni dei
sonetti più noti. Cosi quello che comincia - Mets moy dessus la mer
d'où le soleil se leve " (-') riproduce in tutto, anche nel suo artificioso
schematismo, il petrarchesco « Ponmi ove l Sol occide i fiori e l'erba »;
un altro ('0 è sino all' ultima terzina versione fedele del fiimosissimo
« S'amor non è, che dunque è quel ch'i' sento? - Curioso davvero che
(')> Toucher à ct'st lionneur IV-trarque n'oseroit,
Horaère ny V irgli sufìsant ii'y seroit
^ed. Uartx-LsTe»ux, I, 12J).
Vedi anche la dedica degli Amours al Dnca DWnjou (ivi, p. 8).
(«) Ed. cit.. I, M.
e) Ivi, 102.
— lG(t —
un Francese, in mezzo AÌVengouement che nel secolo XVI aveva in-
vaso i suoi conua/ionali por la lirica del Petrarca, osasse spacciar
come propria questa qiianiiia:
f^i Oc nest pas Aiimur, «iik- .^eiit doiiques inon coeur?
si c'est Amour aussi, pour tlieu, quelle cliose est-ce?
s'elle est bonne. coniineiit iious im't file en detresse?
si mauvaise, qui fait si douce sa rigueur?
Versi cosi fatti doveaii pur ricliiamare sul»ito alla memoria il modello
copiato:
S'Amor non è, che dunque è quel ch'i' sento?
ma s'egli è amor, per dio, che cosa e qnale?
se buona, ond'è l'effetto aspro, mortale?
se ria, ond'è si dolce ogni tormento?
E allo stesso modo, quale lettore che avesse familiare il canzoniere
petrarchesco poteva non ricordarsi del sonetto « 0 passi sparsi, o pen-
sier vaghi e pronti! » nell'udire il De Baif lamentarsi: « 0 pas en
vain perduz! o esperances vaines! (') ecc.? » Un altro celebre sonetto
del cantor di Laura, « Dolci ire, dolci sdegni e dolci paci » , ricom-
pare, ben riconoscibile sotto il travestimento, neW Amour de Fraacine:
M Doux dedain, doux paix, qu'un doux courroux ameine, ecc. « (-). E
le famigerate antitesi di « Pace non trovo e non ho da far guerra « ,
anch.^ nel De Baif empiono da capo a fondo i quattordici versi:
Rien étreindre ne puis, tonte cliose i'enibrasse ;
i'aime bien d'estre serf, et cherche lib'erte ;
ie ne bouge de terre, outre le ciel ie passe;
ie me promé douceur oìi n'y a que fierté, ecc. (3).
Convien dire, che nel Cinquecento si avesse della proprietà lette-
raria un'idea ben diversa da quella che oggi ne abbiamo! E i plagi
del Desportes di cui si è menato quel gran scalpore che ognuno sa
appaiono tanto meno scandalosi, quanto più da indagini come queste
nostre appare generale e dilfuso in tutta Europa, durante i secoli del
Uinascimento, 1" uso di copiare a cuor leggero dagli Italiani. E chiaro,
che allora la copia poteva senza scapitare nell'estimazione del pub-
l)lico esser posta a riscontro dell'originale, quando paresse felicemente
colorita. Più la forma che la sostanza, più lo stile che i soggetti eran
(i) Ed. cit., I. ICO.
(*) Ivi, 1!»3.
(3) Ivi, 100.
- 1G7 -
cura e tormento degli scrittori ; onde pareva non piccola lode per uno
straniero l'aver saputo uguagliare e a volte superare, descrivendo o
immaginando le medesime cose, noi Italiani, eredi legittimi e diretti
della latinità. La bonne gràce, la geatillesse della traduzione, a giu-
dizio di un Estienne, di un Pasquier, facevano dimenticare il testo.
Ciò che sono venuto dicendo può bastare a dar un' idea del modo
come questo rimatore della Pleiade imitava i suoi modelli italiani.
Non mi dilungherò ora, avendo in animo di trattarne (come già dissi)
altrove, sui raffronti che si possono istituire fra i carmi latini dei
nostri umanisti del Cinquecento e certe agili, leggiere, per lo più
lascive, poesiòle del De Ba'if. Neppure m' indugierò a dimostrare,
quanto debbano a quei capitoli ternari di cui il Tebaldeo, Serafino
dell'Aquila, il Calmeta, il Bembo, l'Ariosto, tra la fine del secolo XV
e gl'inizi del XVI, avean divulgato l'uso nella nostra lirica d'amore,
le poesie in terza rima, che occorrono abbastanza frequenti nel can-
zoniere onde fino a qui ho parlato. Più utile stimo il richiamare
l'attenzione dei comparatisti sopra un altro poeta appartenente a
quella che può chiamarsi la seconda fase deWilalianismo d'oltralpe,
al quale l'essere per certi rispetti un continuatore della tradizione
gaidoise del Villon e del Marot non ha impedito di scrivere molti
versi alla maniera italiana, o svolgenti motivi italiani : Giovanni Pas-
serat, nato nel 1534, morto nel 1602.
Anche questo rimatore, come il De Baif, fu in Italia: ci resta
di lui un'ode sull'entrata di Enrico III a Ferrara, che manifestamente
è stata scritta e presentata al re in Ferrara stossa. Degno di nota
mi sembra parimente l'aver egli indirizzato versi a Flaminio Birago
e ad Alfonso Del Bene; due Italiani d'origine, cultori entrambi della
poesia francese, intorno ai quali diffonderà presto la luce della sua
dottrina Emilio Picot, che sol di passata li ricorda nel suo prezioso
scritto Les llaliens en France an XVP siede, saggio di un opera
che farà onore a lui e alla Francia, e della quale è grato a noi tutti
affrettare coi voti il felice compimento. E giova osservare, che nel
sonetto del Passerat in risposta al Del Bene abbondano le remini-
scenze di personaggi ariosteschi. ^ Per trovai* farmaco al tuo male -.
dice il poeta all'amico,
brides, si tu lo peiix, rhippoj^riplu' d'Athviit:
ainsi devoit iadis la vertu de Holand,
non Astolphe en soii lieu, preiidiv aii ciel soii adresse.
— 168 —
E conchiude:
Pren ranneau de Melisse, et pronipt à desloger,
retourne à Lojristille, ainsi que fit Ko^er
délivré du puuvoir de la sorcière Alcine (').
Né meno dei personaggi il Passerai aveva familiari le frasi e le
similitudini del Furioso. Ad ognuno, per esempio, vien subito in
mente la comparazione ariostesca (derivata dalla non meno famosa
di Dante) del tizzo verde arso dall' un dei capi, leggendo questo co-
minciamento di sonetto:
Gomme on oyt rjuelquefois une huraeur enfermde
dedans quelque bois verd, au foyer estenda,
se plaindre et faire un bruit longuement entendu,
qui se resoult en fin cn cendre et en fumee,
ainsi la passion, ecc. (*)
Qui dall'Ariosto; molto più sovente il Passerai attinge dal Petrarca:
sennonché non è sempre agevole distinguere ciò che gli deriva dal co-
mune modello per via diretta, da ciò che ci riconduce a questo attra-
verso a<ir imitatori italiani ed anche francesi. Certo è che molti dei
luoghi comuni del petrarchismo compaiono nelle rime del Passerai;
e che il carattere ch'esso petrarchismo vi presenta è quell' istesso da
me notato recentemente in Pontus de Tyard, i cui versi — dicevo —
*. alaral»iqués et guindés, visent à reproduire tout ce que Pétrarque
a de plus étrange et de plus fade « (^). Pontus de Tyard, ricongiun-
gendosi per questo rispetto al Saint-Gelais, apre la via al Desportes :
Giovanni Passerai a quesi' ultimo s' accompagna, suo fratello d'arte,
ne' sonetti almeno. Quelle esagerazioni del linguaggio tigurato, che,
congiunte agli sdilinquimenti della galanteria, fan tanto somigliare la
maniera poetica di Filippo Desportes a quella del Tehaldeo, del Ca-
nteo, di Serafino, che egli aveva presente ed ammirava, occorrono
talvolta anche nel Passerai, benché in grado minore. Questi non ar-
riva proprio sino in fondo alla china sdrucciolevole delle ingegnoso
deduzioni; come ha fatto l'abate Desportes, il quale là dove dice di
voler innalzare un tempio alla sua donna, non sa tenersi dal soggiun-
gere, che il proprio corpo ne sarà l'altare, l'occhio la lampada votiva,
(') Les poésies francaises de Jean Passerai, con prefaz. e note di P. Blan-
CHEMAiN, Parifji, Lemerre, 1880, I, 175-6.
(«) Ivi, II, 70.
(3) Du fòle de Pontus de Tyard dans le « pétrarquisme » francais, Parigi,
l'.tOl, estr. dalla Revuo. de la Renaissance, ecc., N. S., I, 43-55.
— 169 —
e ch'egli vi canterà l'offizio; e là dove descrive gli occhi della
persona amata (l'uno dolce e l'altro furioso; strabismo di nuovo ge-
nere !), non si perita di affermare addirittura, che n'escon palle capaci
di sterminare gli Ugonotti. Tuttavia il Passerai s'è inoltrato egli pure
non poco per la medesima strada. Cosi, anche i suoi occhi, come quelli
del Desportes ('), servono di lambicco all'amaro liquore (-). Provvi-
denziale tal pianto! Senza di esso il gran fuoco d'Amore avrebbe già
incenerito il poeta (^). Poiché Cupido è un incendiario formidabile:
perfino il mare fa ardere ce petit boutefeu ! ('^). D'altra parte, esso è
vorace come un lupo affamato:
Les trop simples brebis servent de proye aus lous:
entre uous amoureus, trop simples et trop dous,
nous nous faisons brebis, aussi le loup nous mange {^).
In mezzo a stram])erie cosi fatte, fuse nel solito petrarchesco cro-
giuolo insieme colle galanti preziosità di specchi o guanti posseduti
dalla beile rebelle, di eclissi durante i quali ella lia potuto sur-
rogare, nientemeno! il sole C'), non mancano nei sonetti italianeggianti
del Passerai talune arguzie, clie ci fanno ricordare esser egli l'autore
del tanto lodato ed imitato carme in esametri latini in lode del Niente.
Nessuno, eh' io sappia, neppure il diligentissimo prof. A. Salza, il
quale su Francesco Coppetta dei Beccuti die in luce tre anni or sono
un'erudita memoria ("), ha pensato a ravvicinare il bel capitolo giocoso
in terza rima del cinquecentista da Perugia Li lode di Noncovelle
al Nihil del poeta francese. Eppure la parentela tra questi due com-
ponimenti ci par manifesta ed innegabile; e, poiché il ternario comparve
per le stampe fra le rime del Coppetta nel 1580, poiché queste rime
sappiamo esser state lette e imitate in Francia dal Desportes, amico
e corrispondente del Passerai (^), poiché intìno quest' ultimo dettò il
suo carme nel '82 ("), quando il canzoniere del Coppetta doveva essere
(') Cfr. i miei Studi di storia letter. ital. e straniera, Livorno, 1S05, p. 352.
(«) Ed. cit., Il, 13.
(3) Ivi, 12
{*) Ivi, 11.
(5) Ivi, 20.
(«) Ivi, 32, 37, 39, 42.
O Nel Suppl. n. 3 del Giorn. Storico d. letter. italiana.
(«) Cfr. i miei Studi, cit., pp. 358 e -138.
('•>) Cfr. r. Blanchemain, prefaz. allo cit. Poésies frani'aises del Passerat.
pp. xvij-xx (ivi il N^ihil b ristampato jxt intiero).
- 170 —
un libro in voga, tutto induce a credere, che il Francese abbia imi-
tato dall' Italiano e il concetto e qualche particolare di quel suo com-
ponimento ('). Scrive, ad esempio, il Coppetta:
Se in casa avesti ben mille tìorini,
quando ti porti noneovelle (ciò? 'niente') addosso,
non ti bisofjna temer d'assassini
Noneovelle è uno scudo che ripara
i colpi dell'invidia, e ci difende
da la fortuna e da la insidia avara
Noncovel ci assicura in tutti i lati
da fuoclii. da bargelli e da datieri
e da procuratori e da avvocati.
E il Passerai, riassumendo e condensando :
Felix cui nihil est! ... .
non timet insidias; fnres, incendia temnit;
sollicitas sequitur nullo sub judice lites.
Questa così larga imitazione dai nostri poeti in poeti francesi
appartenenti o, come il De Baif, alla generazione del Ronsard, o,
come il Passerat, alla immediatamente successiva del Desportes; stu-
diata a questo modo da vicino, ci aiuta a capire come si sia venuto
l'ormando quel comune patrimonio, non solo lessicale, ma altresì sin-
tattico e stilistico, per cui la Francia e V Italia si sentono vie più
strettamente legate l' una all'altra, a guisa di due sorelle che, oltre
ai vincoli del sangue, abbiano fra loro pur quello d'una intellettuale
parentela in grazia della quale paiono fatte per intendersi e per amarsi.
Studiando lungamente, diligentemente, i modelli squisiti di linguaggio
e di stile poetico, che l' Italia del gran secolo offriva in tanta copia
all'ammirazione degli stranieri; addentrandosi, coli' imitarli e ripro-
durli fedelmente, a quel culto della forma, onde la patria del Pe-
trarca e dell'Ariosto potè educare il sentimento estetico delle genti
europee; i Francesi dei tempi di Francesco I, di Caterina de' Medici,
Cj .Miri jiarticolari jioterono essergli suggeriti dalle tante facezie a cui,
ne' secoli dal XIV al XVI, il signor AV;«o dette argomento in Francia, come
anche in «ìcrinania (cfr. Mo.ntaiglon-Kotschild, Recueil de poi'sies franf., XI,
ÌU3-42; l'icoT, Le monolo(jue dramatique ecc., in Romania, \W [1886], 379 sgg.;
Wattf.nmach, in Anzeifjer f. dcutsch. \'orceit, XIII, .TOl, XIV. '20,'j ecc.).
— 171 —
d' Enrico UT prepararono alla loro letteratura, destinata a tante {glorie e
a tante vittorie negl' incruenti campi del pensiero, destinata a diffondere
tanta luce di scienza e di poesia sulle altre nazioni, il secolo d'oro
del Corneille, del Racine, del Boileau. del Molière. Debiti e crediti,
fra noi Italiani e i nostri vicini d'oltralpe, si equivalgono. Clie se i
Francesi appresero e le grazie della poesia e il magistero dello stile
dalla nazione che liberalmente chiamò le altre al convivio della sa
pienza ereditata dagli avi e per secoli custodita, quando nel Rinasci
mento potè esserne conscia appieno; d'altra parte, nell'età media essi
han somministrato all' Italia la materia epica e romanzesca, le forme
e gli avviamenti della lirica; nell'età moderna le haimo insegnato i
benefizi inestimabili della libertà nel pensiero e nell'arte.
Per questo è così gradito agli studiosi italiani e francesi venire
riandando insieme quanto ebbe di comune in passato la vita intellet-
tuale di due popoli che la barriera delle Alpi divide, ma affratella
r identità di attitudini e d' istinti, di pregi e di difetti, di gusti e
di tendenze artistiche, filosofiche e letterarie.
^-^
XIV.
NOTA PER SERVIRE ALLA STORIA
DEGLI ESULI ITALIANI IN FRANCIA
SOTTO LUIGI FILIPPO.
Comunicazione del prof. Charles Dejob.
Quanto vantaggio risulterebbe per la storia dall'accurato studio
delle relazioni che passarono tra gli esuli italiani e la Francia dal ISi'O
al 1859, ognuno lo vede, ma tuttavia ninno prese finora a trattare
l'argomento. Che, a dimostrare come riuscì loro di conquistare l'opi-
nione pubblica e di preparar l'avvenimento più grande dell'ottocento,
la rism-rezione cioè di un popolo, non basta narrare le sotterenze di
quei martiri, né far rivivere alcuni dei crocchi nei quali si diedero a
conoscere e si fecero ben volere. Bisognerebbe ritrarre la florida vita
parigina dei tempi segnatamente di Luigi Filippo e mostrare come i
loro talenti e le loro virtù offrirono alla Francia il grato e insperato
spettacolo dei pregi clie più apprezzava. Se si fossero rinchiusi nel
silenzio del dolore, alcuni Francesi, generosamente indiscreti, avrebbero
bensì scoperto il segreto delle pudiche lagrime ; ma la moltitudine
avrebbe seguitato a credere che ormai l'anima italiana fosse solo capace
di spensierata gioia o di quei dolori che l'arte di un Bellini converte
in rapimento artistico. Invece nascosero solo i propri patimenti e rive-
larono il loro cuore nel quale la Francia ravvisò il suo. A quella ar-
dente generazione, innamorata di libertà, di scienza filosofica e filan-
tropica, si palesarono partecipi delle medesime passioni. Non per mero
calcolo politico, nò per mera necessità di vita, ma per una spontanea
vocazione, si scliiusero essi tutte le vie che conducevano alla fama:
pubblica istruzione, ricerche erudite, stampa, diplomazia, dappertutto
si fecero strada. Per molti di loro la terra straniera fu più larga di
onorevoli guadagni che non era stata, una volta, la cortesia del gran
Lombardo : se ascesero le scale altrui, le scesero provvisti di lucrosi
impegni, e, quel che più monta, di mezzi atti a mettere in rilievo le
doti del patrio ingegno.
y
- 174 -
YoiTei provare con uu esempio quale cousiderazione, quale libertà
(li parola, anche nelle questioni più delicate, i rifugiati italiani si fos-
sero acquistata. Quell'esempio mi sia lecito chiederlo ad un uomo alla
cui fine si addice ora soltanto, come ha detto il D'Ancona, un pietoso
silenzio, Guglielmo Libri; dappoiché il suo nome non sarà cancellato
dalla storia delle matematiche, nò poterono illustri indagatori dei car-
teggi di quell'epoca cassarlo dalle pagine nelle quali lo rinvennero,
perchè non discorrere apertamente della parte anteriore della sua vita,
se essa è onorevole sì per lui come per l'Italia? Mi dà coraggio, non
che l'esperienza quasi trentenne della Itenevolenza della sua patria
verso di me, ma anche la necessità di sceglierlo come la prova più
evidente dell'autorità di cui un valentuomo italiano potesse godere allora
in Francia. Che la brillante carriera dello stesso Pellegrino Rossi non
ce ne porgerebbe un esempio così lampante. — E come, dirà qualcuno,
se il Rossi insegnò come il Libri nel Collegio di Francia, vinse come
lui un seggio all'Istituto, e per di più sedette nella Camera dei Pari
e fu ambasciatore di Francia? — Certo siffatte funzioni onorano assai
lo straniero che se le merita; ma il Rossi copriva con ingegno impieghi
rilevantissimi a lui affidati; corrispondeva all'aspettativa dei commit-
tenti, la superava talvolta; però si tratteneva negli arringhi che uffi-
cialmente gli si aprivano. E pure il Rossi era molto più attempato e
più celebre che non il Libri quando si trasferì a Parigi. Fu professore
nel Collegio di Francia a quarantasei anni, il Libri a ventinove; fu
eletto all'Accademia delle Scienze morali e politiche a quarantanove
anni, il Libri all'Accademia delle Scienze a trenta. Ma la vera origi-
nalità del Libri fu di saper essere altro in Francia che un forestiere
naturalizzato, che disimpegna certe cariche di oggetto preciso: seppe
farsi accettare come uu genuino Francese che arditamente mette bocca
in tutte le questioni che intorno a lui agitano le passioni. Nò ciò vuol
dire soltanto che aveva l'umore battagliero e che non si peritava di
cimentarsi anche coi più gagliardi avversari: gli attaccabrighe possono
conciliarsi il plauso del volgo, ma il Libri godeva la stima di sapien-
tissimi giudici. L'umore polemico poi del Libri s" ispirava a principi
elevati. Favorito di un ingegno versatile, di una grandissima operosità,
si era munito di svariatissimo cognizioni ben digerite, onde empiva due
dei periodici più celebri di Francia (la lìevue des Deux Mondes e il
Journal des Savants) di articoli di ogni genere ('). Tale erudizione
(') Niin mette conto trascrivere qui i titoli che se ne pos.sono leggere iiogli
indiri delK- suddette Riviste; avremo «iccusiono di citarne parecclii.
— 175 —
coadiuvavano un'argomentazione limpida, una padronanza della lingua
francese che "ti fa stupire. 11 suo stile è piuttosto grave che spiritoso;
ma non tanto gli manca l'acume quanto l'abitudine di ricercar la con-
cisione, madre degli arguti motti. Che, ove conta brevemente un aned-
doto, lo stile diventa subito piacevole. Ecco, per esempio, alcune facete
riflessioni a proposito di un giovanetto francese dalla cui straordinaria
facilità pei calcoli di testa il volgo si aspettava un gran geometra:
- L'Italie se souvient encore de l'enthousiasme qu'excita dans tout le
royaume de Naples l'apparition d'un petit pàtre appelé Zuccaro, qni,
né auprès de Syracuse (le terrain était bien choisi auprès du tombeau
d'Archimede) avait, assurait-on, devine sans maìtres les méthodes de
l'algebre. Toute la Sicile s'ébranla à cette annonce; on improvisa des
milliers de sonnets, on pronon9a des centaines de discours académiques.
et, qui plus est, on vota des fonds et on nomma une commission pour
veiller à l'éducation de ce genie incomparable "; ma presto sorsero due
emuli siciliani, uno dei quali. Mangiamele, si recò a Parigi : « Pour
ne pas induire en erreur nos lecteurs, nous sommes force d'ajouter
qu'actuellement personne ne parie plus en Sicile de M. Zuccaro et que
M. Mangiamele a cesse complètement de faire concurrence à Newton "(').
La prima controversia a cui accenneremo sarà quella che sostenne
contro i Gesuiti. Ben è vero clie, come tanti altri, voleva difendere la
propria libertà con restringere l'altrui : le sue Letlres sur le cLergé et
la liberto d'enseignement miravano a difendere il monopolio dello Stato
in materia di educazione; ma ai lettori del Michelet e del Quinet, per
non dire di Eugenio Sue, non poteva far specie il dipingere i Gesuiti
come larve freddamente insidiatrici che tutto fiutano e spassionatamente
Dotano tinche venga l'ora d'incrudelire: il Cuvillier-Fleury lodava sui
fJcba/s quelle lettere sugose che ognuno ha letto. Per altro, nella spie-
tata lotta, usava il Libri certi riguardi, benché la Chiesa stessa gli
fosse antipatica : un'altra pubblicazione, nella quale denunziava alcune
nuove aberrazioni di casuistica (-) fu da lui prima stampata a pochis-
sime copie e mandata solo a membri delle due Camere, per non dare
scandalo; né si risolvè di tarla di pubblica ragione se non quando gli
sembrò che i suoi discreti avvisi erano stati intercettati; e, con molto
senno, molta fermezza, ammoniva certi colleghi che le digressioni eu:-
cathedra contro i Gesuiti non si avevano da perpetuare (^). Nelle Let-
(') Estratto dal primo articolo che inserì nei Di'bats, 9 giugno 184.*).
{•') Découvertes tVan bibliophile (Strasburgo, 1843).
(') Débats, 0 lujrlio 1845. \. noirurcliivio del Collofrio di Francia ^rli inutili
sforzi deirasscinl>lca dei professori (5 aprilo, 11 nov. 1846, 14 nov. ISlTi |i.>r '<\-
tenere ohe il (.^liiiet bandisse tiiialnìente la ptdeniica dai suoi corsi.
- 170 —
tere sul clero, la discussione, se non imparziale, è accurata, e ogni tanto
briosa, quando scherza sulle signore per cui è tutl'uao o-ffrire i pani
benedelli o ballare la polca, o quando schizza l'abozzo del moderno
prete zelante a cui prudono le mani se gli capita dinanzi una penna
da giornalista (').
NuUadimeno, nel prendersela coi Gesuiti, sapeva bensì di tirarsi
addosso alcune sfuriate (*), ma sapeva eziandio di aver dalla sua il
(Joverno francese e la più parte degli scrittori influenti. Non cosi,
quando ruppe la guerra con Frane. Arago. Forse non era discaro al
Governo che uno scienziato stuzzicasse l'Arago che si professava repub-
blicano e, alla Camera, sedeva all'estrema sinistra. Ma il deputato dei
Pirenei orientali era popolare anche fuori del suo partito: prescindendo
dall'onore che le sue scoperte facevano alla Francia, il suo talento di
parola attraeva un gran concorso di uditori all'Osservatorio, all'Istituto,
e a palesarsegli nemico, ci voleva audacia. Non credo che Libri mo-
vesse dal desiderio di piaggiare il Guizot: oltreché vedremo fra poco
che il piaggiare i superiori non era un vezzo del Libri, un'altra causa
mi sembra averli inimicati. L'Arago aveva patrocinato il Libri nei
primi anni del suo soggiorno in Francia, e si sa che i benefici sono
il 'Cimento più pericoloso delle amicizie. Pure da coloro ai quali non
aveva reso alcun servizio, Arago soleva esigere una deferenza che arieg-
giava all'ubbidienza (•^). Probabilmente si sarà troppo lungo tempo ri-
cordato di aver aiutato il Libri a tirarsi innanzi e quindi il Libri si
sarà troppo presto dimenticato l'aiuto accettato, tanto più che era ca-
gionevole di salute e per ciò, senza dul)bio, irritabile (^). Del resto,
(') " La presse est pour lui le fruit défendu; s'il en mange, il s'enivre. Ecrire
dans les feuilles quotidiennes est devenu pour lui un besoiii impérieux». Aggiun-
geva (delicatissimo omaggio ai nuovi suoi compatriotti) che il Governo francese ha
lungo tempo praticato, verso del clero, l'invito di Fontenoy: « iMessieurs, tirez les
premiers! mot le plus éminemment francais qui ait jamais été ])rononcé; le mépris
de la mort et l'exaltation chevaleresque du moyen-àge, la politesse exquise de la
cour de Versailles se rósuraent en ce mot que les Grecs, si connaisscurs en beauty
morale, nous auraient envió». Quel pronome nom, cosi impiegato, è una delle più
squisite galanterie che la Francia abbia mai ricevute.
(*) \ . Desgarrets. Le Monocole universitaire, pp. 19 e 118 e VUnivers del
28 gennaio 184.5.
P) V. Jos. Bertrand, Arago et sa vie scientifique, Paris, Hetzel, 18G5.
(*) Si fece supplire alla Sorbona dal Despeyrous negli anni 1845-6 e nell'anno
1847-8 dal Lccaplain, al Collegio di Francia dal 1845 al 1848 dall'Amiot. Soffriva
di una malattia dello stomaco. Qual fosse la ferita che il 7 marzo 183G l'impediva
di assistere a un'adunanza dei j)r'>ft'ssori del Collegio di Francia, non saprei dire.
Nemmeno il Libri peccava per soverchia modestia, poiché non disperava di essere
— 177 -
la querela che moveva all'Arago non aveva niente di gretto. Consen-
tiva colla posterità nel giudicar il suo carattere: « L'esprit prompt,
l'imagination vive, la parole facile, beaucoup d'amour propre, un désin-
téressement qui ne s'est jamais dementi, une grande mobilité dans les
idées, plus d'energie que d'activité, une impétuosité de caractère qui
l'entraìne quelquefois trop loin, et avec cela beaucoup d'adresse, de
modération méme quand il ne peut pas emporter une question de haute
lutte, très chaud pour ses amis, implacable et souvent iiijuste pour ses
adversaires » . Ma l'accusava di posporre alla propria boria la pubblica
utilità ; asseriva che Arago, per essere stato eletto troppo presto ai più
alti onori della scienza, per aver troppo presto abbandonato le ricerche
originali, per non essere abbastanza fornito delle cognizioni che da un
segretario perpetuo per le matematiche si richiedono, era stato ad-
dotto a sorreggere con ogni artificio una riputazione brillante più
che solida; quindi, secondo Libri, Arago, negli elogi dei defunti acca-
demici, eludeva destramente l'obbligo di analizzare i loro libri e se la
cavava con un'intarsiatura di aneddoti e di barzellette politiche ; per-
ciò, pure nelle sue indagini, mirava sopra tutto a quelle scoperte che,
anche suggerite dal caso, fanno maravigliare la moltitudine; perciò,
nelle elezioni dell'Istituto, accanitamente osteggiava chiunque non gli
si professava ligio, né la perdonava ai più illustri colleghi, giacché,
secondo il Libri, aveva ridotto il gran Laplace ad ammutolire e Biot
a non lasciarsi più vedere, durante qualche anno, al palazzo Mazzarini.
Siffatte accuse non susurrava a fidi amici, ma strombazzava sulla Revue
des Deux Moades e sui Débats. Solo la prima volta le stampò ano-
nime, per rispetto all'accademica confraternità; ma, avendo Arago fatto
chiedere il nomo dell'autore, gli si rispose clie, se si trattava di una
riparazione per le armi, il nome si spiattellerebbe subito ; se poi si
trattava di semplice curiosità, era inutile rivelare ciò che tutti sape-
vano: infatti gli amici dellArago infuriavano contro il Libri nei loro
giornali. Ribatteva Arago con pubblicare di quando in quando una
lettera colla quale, altra volta, il Libri l'aveva rispettosamente richiesto
di un favore ('). Evidentemente il Libri esagerava i torti di Arago (-).
un giorno un altro Bacone (lettera del 2S agosto 1826, p. 203 del 1° voi. dell'epi-
stolario del Capponi). Mamiaui che si mantenne sempre amico all'Arago o al Li-
bri giudicava sanamente dello loro liti {Lettere deW esilio, Roma, Soc. Danto
Alighieri, ISOlt, pp. 85 e 216 dfl 1" voi. Kingrazio l'amico prof. I l>fl Lungo del-
l'avermi additate quelle lettere).
(') V. il National del 20 giugno 1842 .• i D^'bats dell' 1-2 giugno 18-J6.
(•) Una buona parte dei raggiri di cui l'incdpa muovono dal legittimo de-
Sezione III. — Storia delle LelteratHn. 12
— 178 —
Ma dato e non concesso che il pubblico talvolta sorridesse dei difetti
dell' insifjae tìsico ('), era quasi temerario attaccare lo scienziato più
popolare di Francia, e Libri ebbe questo ardire. La prova che non
attendeva ad adulare il Ministero è che censurava con pari libertà gli
atti delle autorità universitarie. Come si sia portato nelle assemblee
del Colle^no di Francia, non è lacile dirlo, tra perchè i rendiconti di
esse son brevi assai, tra perchè il detto Collegio, per essere più indi-
pendente, viene meno spesso consultato dal Ministro. Ma i rendiconti
meno laconici della Sorbona dimostrano l'umore gelosamente liberale
di lui. Per esempio, quando il ministro Salvandy espresse il desiderio
che gli si partecipasse anticipatamente il programma dei rispettivi corsi,
fu il Libri un di coloro che opposero più resistenza (-') : anche dopo
siderio di conciliar alla scienza la simpatia della moltitudine. Lo stesso Libri con-
fessa che l'ammettere uditori incompetenti alle adunanze deirAccademia delle Scienze
era stato sotto la Restaurazione un mezzo opportuno per protefjgerla contro il Go-
verno. Il rimprovero di tralasciar le indagini scientifiche Arapo l'avrebbe con più
giustizia respinto al Libri che da molti anni abbandonava le matematiche per
oggetti più ameni o le trattava come materia di erudizinne, di critica, non d'in-
venzione. Più si apponeva il Libri al vero quando accusava Arago di voler spa-
droneggiare nelle elezioni accademiche (v. i tentativi d'intimidazione riferiti dal
Libri nella Rev. des Deux Mondes, 15 marzo 1840 e la nota del Buloz in cima
dell'articolo).
(•) La Femme électrique, recitata al Palais-Royal in maggio-giugno 1846, fu
scritta da Clairville e Cordier in occasione di una donna, probabilmente isterica,
esaminata dall'Accademia delle Scienze: « C'est une farce d'une gràce parfaite,
une moquerie à coups de langue et à coups de pied ; c'est vraiment trèe fin
et très brutal, plein de jolis mots et de grandissimes bétises". Co.sì il Janin {A'-
hats, 18 maggio 1846); ma l'essere stato l' Arago un dei componenti la Giunta
accademica che aveva esaminato la donna non prova che gli autori avessero preso
lui di mira.
(*j .\dunanza dei 6 ottobre, 8 e 10 novembre 1837; nella prima di quelle
adunanze, la Facoltà dettò questa dignitosa lettera: " M. le Ministre, Un article
publié dans le Journal de Vinstruction publique a fait connaitre que vous avioz
nomraé une Commission qui avait pour objet de traiter jìlusicurs questions rela-
tives à l'enseignement des Facultés des Sciences, entre autres la question de savoir
si l'on ne devrait pas imposer un programme general aut professeurs des Facultés.
Le public a pu croire que cette mesure était fondée sur l'opinion quo quelqucs-uns
de UdS coura ne paraissaient pas faits avec le soin qu'exige le haut ensoignement
dout nous sommes charg.-s. Cette pensée est sans doute loin de votre esprit. La
Faculté se serait empressée, dans le cas où vous auriez jugé convenablc de la
consulter sur un sujet qui la touche de si près, de vous présenter ses observations
sur Ics améliorations qui pourraient Otre apportóes dans la Faculté d(!S Sciences».
Della gentile comunicazione dei registri della Facoltà delle Scienze e del Col-
legio di Francia, mi jtregio di ringraziare il prof. G. Paris e G. Darboux e i se-
gretari A. Lefranc e Guillet.
— 179 —
che la Facoltà aveva deciso di dare una mezza soddisfazione al Mi-
nistro, egli teneva duro. Siffatte deliberazioni erano segrete ; ma, se
sorgeva una vertenza tra lui e il Ministero, Libri ne chiamava senza
complimenti il pubblico a parte : informino le lettere che stampò sui
Déhals (') perchè il Ministero non aveva con bastante sollecitudine
approvato che si facesse supplire dal Despeyrous : le quali conchiude-
vano niente meno che con rammentare cortesemente al Salvandy i ri-
guardi dovuti a un confratello dell'Istituto. Due anni dopo, gittava il
guanto al Ministero, e insieme al preside della Facoltà delle Scienze
Jean-Baptiste Dumas e a due altri suoi colleghi. Il Salvandy, dietro
a una relazione forse un po' affrettata del Dumas, aveva preso certi
provvedimenti sull'istruzione secondaria; ma ben presto era stato gio-
coforza di lasciar i presidi dei collegi parigini criticar la relazione del
Dumas e di sospendere l'esecuzione dei suddetti provvedimenti, combat-
tuti anche dal chimico Despretz, tardiva prudenza clie il Libri lodava
ironicamente (^).
C'è di più e di meglio. Per quanto fosse amico del Guizot, egli
veementemente sferzava nei periodici un dei principi della così detta
Monarchia di Luglio, l'economia soverchia, meno dannosa, ma non meno
indecorosa della prodigalità. Non dirò che fu l'ispiratore della liberalità
colla quale adesso è trattata in Francia la pubblica istruzione; che
il suo allora fu un predicare nel deserto. Ma il torto fu di chi non
ascoltava l'ardita verità. Il Libri descriveva certe aule buie, umide
della Sorbona nelle quali, quindici anni sono, facevamo ancora gli esami.
Denunziava l'esiguità degli stipendi ; constatava che i ventiquattromila
maestri elementari di Francia riscuotevano meno che non un servo:
« Che autorità morale, esclamava, volete che abbiano sui contadini, se
per vivere sono costretti talvolta a fare i bifolchi mercenari ? - Mo-
strava i più valenti professori di scienze delle scuolf mezzane obbligati
a logorarsi l'ingegno nelle lezioni private e daltra parto ricusando di
entrar nelle Facoltà perchè nei collegi di Parigi coU'aiuto di quelle
lezioni riscuotevano fino a 25,000 L., laddove alla Sorbona ne avreb-
bero avuto allora solo 5000 (^). Paragonava tale eiiiolumouto con quello
(') 25 e 20 nov. 1845.
(") Débats, 27 agosto o 5 settembre 1817; cfr. Desi-ret/, Des Collèges, de
Vinstruction professionnelle, des Facultés, l'aris, .loubert, 1847.
(') Nelle Facoltà di Lettere, ili Medicina, di Diritto die esaminano più nu-
merosi candidati, le propine facevano salire lo stijìondio fino al doppio. Ma alla
Facoltà delle Scienze, il Balard, diceva Libri, jjuadaijnava meno di quel che ?li
avrebbe dato un buono spezialo per mettere alla moda la sua bottesra
- 180 -
(iell'Accademia di Pietrolìurgo che ascendeva a L. 12,000, coi lautis-
sinii gruadaojiii dei musici, magari dei sarti, dei caffettieri. Se la pi-
gliava coir inditVereiiza dei poteri pubblici dai quali la Sorbona uou
aveva neppure ottenuto che si levasse una stazione di omnibus i cui
cavalli nitrivano indiscretamente; se la pigliava sopra tutto coll'indif-
ferenza del pubblico: ^ S'il y a un homme dont la gioire ait été ac-
ceptée généralement sans réclamations, cet homme est Cuvier, et ce-
pendant combien n'a-t-on pas crié contre son équipage ! Combien de
fois n'a-t-on pas fait le calcul, dans Ics jouruaui, des traitements quii
cumulait! On trouvait monstrueux que ce grand naturaliste piìt touchor
40,000 francs par an, et lon ne songeait pas que, s'il avait donne une
autre direction à ses prodigieuscs facultés, la Franco aurait été privée
d'une de ses plus belles gloires et il serait reste à la famille Cuvier
un héritage raoins illustre mais bien plus riche que celui qu'a laissé
cet homme éminent " (').
Nemmeno sono di un adulatore i suoi articoli sulla politica : a
torto alcuni giornali, di qua e di là dalle Alpi, l'accusarono di tradire
l'Italia, taccia che davvero si confà male colla causa per la quale aveva
dovuto lasciar la Toscana, colla sua Histoire des malhématiqiies en
Italie, colla cura costante che si diede di far conoscere in Francia gli
scienziati italiani {-), coi suoi sforzi per alleviare la miseria dei rifu-
giati poveri (3). Ai suoi articoli politici dei Débats (^), a quelli che
.scrisse nella Reviie des Deiix Mondes, il P marzo 1841, su ciò che
poteva essere l' influenza della Francia in Italia, avrebbe pienamente
aderito il Cavour. Sconsigliava nei Débats ai patriotti italiani l'agita-
(') Egli li;i ril):ulito piii volto quei rimproveri, ina vcdansi segnatamente la
Rev. des Deux Mondes del 15 maggio 1810 e i Débats del 23 maggio 1845.
(*j V., p. es., quattro articoli inseriti nella Rev. des Deux Mondes nel 1882-3.
e i rendiconti che faceva sotto il titolo di Revues scienti fiques per vari sullodati
l>eriodici. In dicembre 1846, presentò all' Istituto il risultato di ricerche agrono-
miche del Friddanì (articolo di Leon Foucault nei Débats del 23 dicembre 1846,
nel Journal des Savants (nov. 1839) non mena buono a Gius. Ferrari di aver
•letto che l'Italia dopo Leone X non partorì né un grande scienziato ne un grande
scrittore.
(') V. una sua lettera nei Dcbats, 22 nov. 1815.
(*) Il libro del Centenaire des Débats non li accenna perchè non firmati, ma
dal Libri ,stes.so si sa che sullo scorcio del regno di Luigi Filiiijio dettava per
quel giornale ciò che riguardava l'Italia; interessanti sono gli articoli dei 23 ago-
.sto, 14 e 27 settembre 1847 -, alludendo di certo al congedo che aveva dovuto pren-
dere il Libri al Collegio di Francia e alla Sorbona, il Naiional (27 sett. 1847)
li diceva scritti da un pedante scioperato. Vedasi anche il carteggio del Libri con
<J. f'ajqìoni e con T. Mamiani.
- 181 -
zione sterile, la violenza; faceva assegnamento per l'emancipazione del-
l'Italia sull'accorgimento dei principi riformatori, sul buon senso della
nazione: era quella, lo so, la politica del Guizot, ma anche del Gio-
berti e di Massimo d'Azeglio.
Mentre scartabellavo alcuni periodici per vergare la presente Me-
moria, non so dire quante volte m'imbattei in dotti articoli che pro-
vano la stima colla quale i Francesi osservavano le cose d'Italia. Ognuno
conosce i nomi del Fauriel, dell'Ozanam che tanto si addentrarono nello
studio dell'epoca di Dante ; ma l'epoca moderna, la generazione con-
temporanea erano con uguale amore studiate da molti viaggiatori e
critici, i quali facevano risaltare sì le ingegnose trovate della filantropia
come il risveglio dello spirito pubblico ('). Una gran parte della storia
contemporanea dell' Italia è dispersa nei periodici e archivi francesi :
sarebbe peccato di non andarla a raggranellare. Affido l'idea a quanti
Italiani sapientemente giudicano le indagini sul loro risorgimento esser
fonte insieme di legittima fierezza e di assennata prudenza. E stimerei
di aver recato a questo Congresso e a questa Roma il più prezioso
tributo che fosse nel mio potere, se mettessi la penna in mano a un
nuovo illustratore del riscatto d'Italia.
e) Lasciando stare gli articoli del Libri nel Journ. des Savants, intomo ai
Viaggi in Sardegna di Alb. La Marraora (18.30), alla relazione del Fossombroni
sulle acque della Chiana e dell'Arno (1841), alla Memoria sulla bonificazione
delle Maremme toscane del Tartini (1838), noto in punta di penna le indagini
del Fulchiron, del Cerfbeer, di Hippolyte Combes che Michel Chevalier analizza
nei Débats (9 giugno 1845) e nei quali si discorre della situazione economica
dell'Italia; Hipp. Combes segnatamente {De la médecine en France et en Italie,
Paris, Baillière, 1842) loda l'organizzazione della medicina nella penisola e l'energia
colla quale vi si ò combattuto il vainolo. Ma, anche limitandosi al Journal des
Savants, alla Revue des Deux Mondes e ai Débats e al regno di Luigi Filippo,
si troverebbero molti altri articoli degni di considerazione.
XV.
LESSING E L'ITALIA.
Comunicazione del prof. E. Maddalena.
La notizia dell'assassinio del Winckelman, avvenuto a Trieste
rs giugno del 1768, matura nella mente del Lessing il progetto
d'un viaggio a Roma, anzi di fissarvi dimora. L'impresa del Teatro
Nazionale d'Amburgo, del quale era il drammaturgo e il consulente,
andava a rotoli. Il Lessing si trovava anche una volta — a questi
colpi di fortuna non era nuovo — senza un pane sicuro. I casi della
vita del grande antiquario che, spinto da un desiderio intenso irrefre-
nabile d' Italia, sera recato tra noi e avea trovato i conforti che non
poteva sperare a casa sua, l'eccitano a uu paragone con le peripezie
toccate a lui stesso. Gli pare che meglio non potrebbe togliersi alle
strettezze tino allora patite che seguendo il suo esempio.
In quell'anno appunto scrive all'amico Nicolai : « Nel febbraio ven-
turo parto per l' Italia . . . Quello che cerco a Roma, ve lo scriverò da
Roma. Per ora dirò soltanto eh' io a Roma ho da cercare e da sperare
quanto in un paese qualunque della Germania. Qui non mi bastano a
vivere 800 talleri ; a Roma me ne basteranno 300. Avrò tanto meco
da potervi vivere un anno; poi resterò all'asciutto: e qui non sarebbe
lo stesso? Io per me son certo che a Roma il patir la fame e il pi-
toccare dev'esser cosa assai più allegra che in Germania... Nulla al
inondo varrà a trattenermi qui più a lungo. Da tutto uii sembra che
la mia storia vada assomigliando a quella del gatto di Salomone, che
s'arrischiava ogni giorno un po' più lontano da casa sua. tinche una
bella volta non tornò più •».
Con la vendita de' suoi libri raccoglie un po' di denaro, e per
ragioni d'economia decide di fare il viaggio per maro, da Amburgo
a Livorno.
Un anno dopo ripete allo stesso Nicolai che la sua risoluzione
è immulabile come il destino. Spera di trovare a Roma buone aeoo-
- 184 -
glienze grazie allo scritto ^ Come gli antichi tìgiuarono la morte "• e
grazie al - Laocoonte " che si lusinga di poter ultimare innanzi il
viaggio. Ma sempre nuovi ostacoli l'obbligano a difterire la partenza.
Si sparge intanto la notizia che egli ambisca in Roma, anzi abbia già
conseguito il posto di bibliotecario pontificio. Ma ora, beninteso, una
voce falsa. Carlo, suo fratello, s'affretta a calmare il vecchio padre,
pastore protestante, che già la sola notizia del viaggio aveva turbato
non poco. Gli scrive: - Che cosa speri dall'Italia, io non lo so dav-
vero: ma ci va a cercarvi cognizioni che in Germania non potrebbe
acquistare. Se gli capita una fortuna, che a parer suo sia una fortuna,
non se la lascerà scappare: se no, lascerà l'Italia precisamente come
ora lascia la Germania. Se abbia amici colà? Se non ne ha, ne acqui-
sterà. Io La posso assicurare che qui gli volevano dare ottime com-
mendatizie, e lui non ne volle sapere. Mio fratello saprà raccomandarsi
da se, dico io, e a che servono le commendatizie? Fossero cambiali! •'.
Lungi dal Lessing 1" idea di convertirsi come il Winckelmann e
dipendere da questo o quel cardinale. Pensava tutt'al più, conservando
in tutto la sua libertà personale, di continuarne l'attività scientifica.
Aveva intanto accettato (nel 1770) la direzione della Biblioteca di
Wolfenbiittel, ma accettando s'era garantito il congedo necessario al
viaggio. Viaggio che seguì appena cinque anni dopo, e in circostanze
che non permisero pur troppo al Lessing di trarne quell'utile e quel
godimento che sempre se n'era ripromesso. Si recò, anzi dovette re-
carsi in Italia nell'aprile del 1775 per accompagnarvi il principe Leo-
poldo di Braunschweig, figlio al sovrano, da cui ormai dipendeva. Dunque
non solo, e tutt' altro che libero. S'era fidanzato allora con la vedova
Eva Konig e non aveva il capo ad altro che a migliorare le condi-
zioni finanziarie proprie e della sposa, il cui marito, negoziante in seta,
morto improvvisamente a Venezia, aveva lasciato i suoi a mal partito.
Parte dunque di malavoglia, l'animo poco disposto ad accogliere le
meraviglie della terra da tanti anni desiderata. Aveva quarantasei
anni. Della nostra lingua dovea saperne qualcosa, perchè già da assai
tempo leggeva nell'originale i nostri autori. Il Baedeker di quei giorni
era il libro del Volkmann sull' Italia che servì poi anche al Goethe.
Questo e il volume del Baretti sui Coslumi dc()V Ualiani, tenne il
Lessing a scorta nel viaggio, nò trascurò la lettera polemica con cui
il Vernazza rispose all'opera del Baretti.
Il viaggio cominciatoli 25 aprile durò fino a mezzo dicembre dello
stesso anno. Il Lessing vide quasi tutte lo principali città della penisola
fino a Napoli. A Roma fu due volte. Vide dunque molto e per questo
— 185 —
appunto, dati i mezzi. di comunicazione d'allora, troppo poco. Viaggiava
col principe di una casa regnante. Dappertutto quindi ricevimenti,
pranzi, visite, ossia ore ed ore tolte allo studio dei monumenti, alla
contemplazione delle bellezze della natura, e all'osàervazione della gente
nuova in mezzo alla quale si moveva.
Del viaggio ci serba ricordo un breve Diario, reso di pubblica
ragione in parte dal Guhrauer nel 1854, e integralmente tre anni dopo
dal Maltzahn. È un arido promemoria contenente notizie su dotti il-
lustri ed oscuri da lui conosciuti di fama soltanto o di persona, .os-
servazioni sulla lingua, sugli abitanti, sull'arte, su biblioteche, mano-
scritti e libri. Fanno capolino qua e là, rari naates in gurgile vasto,
nomi celebri come il Goldoni, il Baretti e il Parini. Nello strano zi-
baldone non manca neppure qualche notizia d'indole filologico-culinaria:
una volta dopo aver parlato della parola gnocchi, per spiegarne il
significato e l'etimologia, chiama a soccorso contro la Crusca il fa-
moso commento al Malmanlile. Un'altra volta la parola trincare de-
rivata dal trinken tedesco gli offre occasione a lodare la temperanza
degl'Italiani, nella cui lingua si cerca invano un termine che corri-
sponda al tedesco saufen, ossia bere fuor di misura.
Buona parte delle notizie riguardanti opere erudite, le citazioni
che ne fa, le osservazioni sullo stato della letteratura derivano, come
ebbe a rilevare Franz Muncker, che cura la più recente edizione degli
scritti del Leasing, dalle Effemeridi letterarie di Roma, rivista ebdo-
madaria di buona fama, che il Lessing cita un paio di volte soltanto.
Ne aveva acquistato probabilmente le tre prime annate (s'era comin-
ciata a pubblicare nel 1772) e le portava seco.
Chi, aguzzato il palato alle descrizioni fatte da altri celebri vi-
sitatori del nostro paese e specie a quella del Goethe, ricorra al Diario
del Lessing per vedere come l'arte, la natura, gli uomini, si sieno
manifestati all'esteta innovatore, resta acerbamente deluso. Possiamo
muovergliene rimprovero? In nessun caso. Era un diario fatto per tutto
suo uso. Che, come vuole il fratello, pensasse a trarne partito un
giorno (e quanti bei progetti non sorsero in quella mente vulcanica,
quante opere non ideò quello spirito insofferente d'ozio !) per un lavoro
organico sull'Italia, è ben possibile, e ci conforta a crederlo p. es. il
modo onde qua e là ferma ricordo di qualclie aneddoto o storiella udita
0 letta. Nelle note prese a Roma, in calce a poche linee sulla basilica
di S. Pietro aggiunge: ^ Storiella di quello Svevo clie veduto il ve-
stibolo, credette d'aver visto tutta la cliiesa e tornò felice e contento
a casa sua " . Dell'aneddoto pensava forse di valersi più tardi e svol-
— 186 —
gerlo con maggior ampiezza. Fra le note prese a Napoli v'ha un'ar-
guzia riferita all'abate Galiani. Questi, alle prese con un chiacchie-
rone che, ancor più loquace di lui, non lo lasciava parlare, disse : J'at-
tends le moment, s'il crache, il est perdu.
Le lettere scritte dal Lessing durante il suo soggiorno d'Italia,
delle quali quattro soltanto pervennero fino a noi, non offrono compenso
alla disillusione patita nello scorrere il Diario.
La prima bensì, scritta il 7 maggio al fratello, comincia clie meglio
non si potrebbe : '• Ti dirò in poche parole, che quanto ho visto sinora
ha rinnovato il mio antico pensiero di vivere e morire in Italia; tanto
mi piace tutto ciò che sento e vedo in questo paese ". Son le uniche
parole serene che si leggano in quel troppo breve carteggio. Del resto
lamenti sul suo stato di salute, specie sui suoi poveri occhi che nelle
lunghe corse in vettura soffrivano assai del sole e della polvere e do-
glianze sul poco utile che avrebbe potuto ricavare dal viaggio. Queste
ragioni di malcontento e il desiderio ardente di riunirsi alla donna
amata, lo facevano impaziente del ritorno, che pareva dovesse seguire
nel giugno. Ma il principe — all'epoca fissata — invece di ripigliare
il cammino delle Alpi decide di allungare di molto il suo soggiorno,
e il Lessing sfoga allora la sua collera in una lettera alla fidanzata:
- Ecco ciò che si guadagna a impacciarsi con principi. Con loro non si
può mai far conto di nulla; e quando t'hanno una volta nelle loro
granfie, volere e no, bisogna starci " .
Delle quattro lettere, due furono scritte a Milano, una a Venezia
e la quarta a Firenze, ma delle città, dello cose o persone vedute,
non una parola. Le poche ore libere di cui potava disporre egli le
dedicava — il diario n' è prova — alle biblioteche, e tra gl'Italiani
cercava la compagnia degli eruditi. Conduceva insomma la vita a lui
consueta. Fanciullo, al pittore che voleva ritrarlo con un uccello in
gabbia, aveva detto sdegnato : «^ Ohibò ! con un monte di libri e ben
grande m'avete a fare, se no, meglio niente ". All' ingenua ambizione
del fanciullo corrisponde una vita tutta dedita a studi intensi e se-
veri. Al libro tutto attinge, al libro tutto afhda, e anche tolto al suo
studio, lontano dal suo paese, altro non cerca che scienziati, mano-
scritti e libri.
E un umanista in pieno secolo XVIII. Non gli sembra di poter
fare abbastanza per rinnovare il pensiero in Germania, e, togliendolo
alle pesantezze teologiche, metterlo su basi positive.
Inutile dunque indagare gli etl'etti che il soggiorno d'Italia potè
avere sul Lessing. L'avesse fatto anche solo, quel viaggio non poteva
— 187 —
mai acquistare per lui il signiticato ch'ebbe per il Goethe. Oserei anzi
dire che se vide quanto di bello offerivano i luoghi visitati — e qualche
cosa dovette pur vedere ! — ne va debitore a quel principe per la cui
compagnia ebbe parole tanto anriare!
Più d'uno si domandò: Vide il Lessing a Roma il gruppo del
Laocoonte e che impressione n'ebbe? Che l'abbia visto è assai pro-
bile, che impressione abbia fatto su di lui non si sa. Si sa invece che
questo esteta bibliofilo disse un giorno che su d'una riproduzione in
gesso si poteva studiare il Laocoonte con assai più comodo e vantaggio
che a Roma.
Non dal Diario né dalle lettere è dato rilevare s'egli in Italia
abbia avuto ragione di modificare un giudizio tutt'altro che lusinghiero
sui suoi abitanti, contenuto in una sua favola. Camillo Ugoni fu. se non
erro, il primo a dolersene.
» Distruggeva la putredine il cadavere d'un superbo destriero am-
mazzato sotto il suo ardito cavaliere. Della mina degli uni la natura
si giova per dar vita agli altri. Così uno sciame di giovani vespe si
staccò a volo da quella putrida carogna. E le vespe esclamarono :
« Divina origine è la nostra. Ci generò il superbo cavallo, favorito di
Nettuno!» Ud'i la bizzarra vanteria l'attento favolista e pensò agl'Ita-
liani dei nostri giorni che si figurano di discendere d. gli antichi im-
mortali Romani — nientemeno! — percliè nati sulle loro tombe!»
All'ironia di quest'apologo sarebbe ingiusto attribuire un valore più
che retorico. Gli stranieri, particolarmente i Tedeschi, e nel sec. XVIIl
e ancora nello scorso, vollero sempre ricondurre i fenomeni della nostra
cultura e della nostra vita alle origini, stabilire dunque le relazioni
con l'antichità, creando un'antitesi che, dati i tempi, in nessun modo
poteva riuscire a favor nostro. Per essi l'Italia era Roma, la Roma dei
ruderi gloriosi, la Roma del Pantheon, del Foro, del Colosseo. La vi-
sione di Roma, capitale duo Italia moderna, fiorente di lavoro e fidu-
ciosa d' un grande avvenire, non l'ebbero tra gli stranieri neppure i
pellegrini del romanticismo. Poteva averla, in pieno settecento, il
Lessing ?
Ma tutta l'opera sua, imbevuta del nostro pensiero e della nostra
civiltà, fa ammenda onorevole dell'epigramma lanciato contro gl'Italiani
in un momento di rettorico entusiasmo per Roma. Le testimonianze
non sono poche nò irrilevanti. Un altro viaggio compiuto tra noi dal
Lessing, ma senza togliersi alla sua scrivania. Ne questa volta la pol-
vere — la polvere dei libri — , gli diede noia.
— 188 —
Al saggio del Meinhard sul Carattere e sulle opere de migliori
poeti italiani, libro che a suo tempo ebbe molta importanza, il
Lessing dedicò due delle sue Lettere sulla Letteratura novissima.
Darvi significato soverchio non si può, perchè il critico poco s' inoltra
nel suo argomento. Riassume quasi sempre o cita con assai lode le
parole dell'autore. Nota con lui come la fortuna del Marini in Ger-
mania sia stata tutta a danno del culto dell'Alighieri e del Petrarca. In
uno sguardo generale che il Meinhard dà sulle attitudini delle varie na-
zioni, il Lessing s'acconcia a questa condanna del nostro gusto lette-
rario: agli Inglesi e ai Tedeschi necessaria la sostanza; i Francesi
alla sostanza aggiungono un po' di spirito, ma talvolta si contentano
del solo spirito; gl'Italiani fanno a meno anche dello spirito, basta
loro il suono. Ben s' intende clie giudicati a questa stregua, al Les-
sing non Dante, ma l'Ariosto dovesse sembrare il vero poeta della
nostra gente. Il culto dell'Aligliieri, che più tardi si levò a si mira-
bile volo in Germania, non aveva messo ancora le ali. Non una tra-
duzione dell' intero poema, ma solo le povere versioni in prosa della
Francesca e dell' Ugolino, opera del Bodmer, avevano fatto conoscere
un po' la Commedia. E all' Ugolino il Lessing accenna nel Laocoonle
in termini che pare vogliano relegarlo al di là de' confini del bello
in arte. Del divino poema egli probabilmente non conobbe altro, ma
quali fila avrebbero potuto legare il critico razionalista al filosofo sco-
lastico? Aramii-a l'Ariosto, ma nel Laocoonle contrappone l'efficace par-
simonia omerica e virgiliana nel presentare la bella Elèna o la iml-
chernma Dido alla descrizione troppo lunga e troppo particolareg-
giata che hqW Orlando si dà di Alcina. Il Petrarca e il Tasso vali-
damente difende, quello contio la povera arte d'un misero imitatore,
questo da un poeta che ne diluisce in una piagnucolosa tragedia
l'episodio d'Olindo e Sofronia.
Più che non l'opera dei quattro Poeti poterono sulla mente del
Lessing il Bruno, il Campanella e il Cardano, i filosofi fautori del
libero pensiero, Il panteismo del primo allarga il suo orizzonte intel-
lettuale. Al Cardano dedica tutta una difesa, difesa d'ateismo, soste-
nuta con ragioni più ingegnose che convincenti. All'accusa che fosse
stato un cattivo cristiano egli argutamente oppone ch'era stato in ve-
rità un cristiano troppo buono, perchè si cum Jesuitis, non cum Je-
su itis. Anzi un cristiano nel più nobile significato della parola se
il dialogo De sublililate restò non senza efficacia su Natano il savio
il poema drammatico che al di sopra di tutte le religioni positive
pone l'amore de' propri simili. Altri germi derivanti dalla nostra cui-
- 189 -
tura fecondano e avvivano la mirabile opera. La novella dei tre anelli
che n'è il nocciolo e ne espone la tendenza è tolta al Decamerone,
miniera, avverti il Lessing, di lavori drammatici. Non quella soltanto,
che mentre concepiva il suo dramma egli ebbe presenti tre altre
novelle ancora, come potè dimostrare Bonaventura Zumbini consen-
tendo a indagini fatte in Germania e integrandole. Pur l' intento
umanitario è già palese, più che dapprima non paresse, nel Boccaccio.
Cosi la critica comparata sorta un giorno in verità da principi
ben egoistici, in difesa cioè del genio di ciascuna nazione dall' in-
flusso delle nazioni vicine, unisce, affratella due alte menti di popoli
diversi in una sola nobile idea.
Poco d'italiano, contro ogni apparenza (tant'è: l'abito non fa il
monaco) reca in sé Emilia Galolti, dove il Lessing rinnovò sulla
scena in veste moderna le tragiche peripezie della Virginia romana.
Se non più romana, volle che almeno non lasciasse la penisola e per-
sonaggi e ambiente fece italiani. Il lavoro nella tendenza politica
precorre ad Amore e raggiro dello Schiller, e senza quella leggera
maschera avrebbe suscitato troppe ire contro l'autore, impiegato ap-
punto in una delle tante corti germaniche, che le aguzze sue armi
ferivano. Ma del color locale non si curò niente affatto e italianizzò
p. e. tanto alla buona il nome del suo eroe Hector da non pigliarsi
neanche la noia di togliergli l'acca iniziale che fa di questo Ileltore
un anfibio. La località Dosalo di cui si parla sarà tutt'una cosa con
Dosalo comune del Mantovano. I personaggi, ne' caratteri, ben poco
italiani. 0 forse tali i due sicari Angelo e Pirro o quel Marinelli
consigliere perverso il cui nome e indole arieggiano il Macchiavelli
della leggenda? D'italiano in questa forte tragedia solo due fonti
parziali, una novella del Bandello e — forse — afferma l'Albrecht nel
suo bizzarro centone / plagi del Lessing, \ Adulatore del Goldoni.
Ben più che sul poeta tragico, l'opera del Veneziano potè natu-
ralmente sul commediografo e innanzi tutto su Minna di Jiarnhelm.
il capolavoro classico della commedia tedesca, che tanto nel luogo
dell'azione quanto in singoli episodi richiama alla mente la locanda
di Mirandolina e le gioconde scene che vi si svolgono.
Anche nel porre inscena ulìiciuli e soldati, non più della famiglia
di Capitan Fracassa, il. Goldoni precorse alla Minna. Più che i la-
vori di esclusivo carattere inilitare. quali La guerra. L'amante mi-
litare ed altri, l'opera del Lessing ricorda, nella favola, il Curioso
accidente. Del quale l'orso il Lessing non ebbe notizia. Il lavoro del
Goldoni, recitato nel 1755. non fu impresso che dieci anni dopo quando
— 100 — '
l'opera del Lessing era già finita. Ma il fatto che il Goldoni e il
Lessing a breve distanza l' uno dall'altro, il primo col solo fine di
comporre una lieta e bella commedia, il Lessing inteso ad abbozzare
con vigoroso pennello un quadro della vita nazionale, creano, restando
tanto vicino e nei modi e nelle fila maestre della tela, opere di la-
voro duraturo, merita certo d'essere notato.
La Drammaturgia d'Amburgo ricorda il Goldoni un paio di
volte, di passata soltanto. Eppure non sarebbe mancata al suo esten-
sore l'opportunità di dedicare anche al commediografo italiano qualche
bella pagina densa di pensiero. La compagnia del teatro, sul quale
riferiva il Lessing, esegui ripetutamente commedie del Nostro nel tempo
in cui egli, cogliendo occasione da quelle recite, disseriva tanto ge-
nialmente sull'arte scenica. Ma nella sua rivista la parte del leone toccò
alla tragedia, per la quale ebbe in ogni tempo predilezioni aperte. Del
posto fatto alla commedia il più va a conto del teatro francese e molti
e molti fogli rivendicano a sé gli dei minori, de' quali il freddo e com-
passato Destouches pare la vinca per lui quasi sul Molière! Egli è che
spirito innovatore egli non fu tanto da gettarsi dietro le spalle tutti i
pregiudizi. La correttezza della forma potè innegabilmente su di lui pur
mentre dava a Voltaire la battaglia campale, e, propugnando libere teorie,
abbatteva il dogma anche in fatto di teatro. Del Goldoni aveva notato, in
una sua lettera al Mendelssohn, come non tutte le sue commedie fossero
regolari. Non esercita per questo intorno ad esse il suo critico acume (')'^
In ogni caso giova non dimenticare che al pari di tante altre opere
del Lessing rimase incompleta anche la Drammaturgia. L' Italia vi
è rappresentata dal Matfei e dalla sua Morave, che il Lessing, trat-
tando dell'omonima tragedia del Voltaire esamina con critica minu-
ziosa. A tutte le lodi che ne fa non convien dar fede incondizionata.
La tragedia del Matfei, che il Voltaire saccheggia e dedica poi con
sperticati elogi all'autore derul)ato, mentre sotto altro nome aspra-
mente la censura, olferiva al Lessing troppo bene il destro di ferire
|a vanità letteraria dell'enciclopedista e smascherarne le mene diso-
neste. Non doveva approfittarne?
Il Lessing conobbe in verità il nostro teatro e la sua storia
meglio che la Drammaturgia non provi. Quando l'amico Milius, a lui
collaboratore, in una rivista intitolata: « Contributi alla storia e for-
{') Delle relazicini tra l'opera del Lessinp e quella del Goldoni l'autore di
questa comunicazione tratterà ampiamente in una monografia di prossima pub-
blicazione.
- 191 -
tana del teatro " scrisse in fronte a una traduzione della disia del
Macchiavelli, che il teatro italiano non aveva neanche una sola opera
drammatica di pregio, il Lessing lo rimbeccò energicamente.
« Io mi figuro — disse — che chiunque non sia affatto ignaro
della letteratura italiana, ci griderà: Se conoscete il teatro di tutte
le altre nazioni, come conoscete quello degl' Italiani, ci ripromettiamo
da voi di belle cose ! »
Il periodico ebbe corta vita. Uno dei tanti tentativi del Lessing
andati a male. Se in quello aveva tradotto « L'art du théàtre » di
Francesco Hiccoboni, nella Biblioteca teatrale, che vi successe, com-
pendiò « l'Histoire du théàtre italien « di Luigi Riccoboni e analizzò
ancora la Calaadra, la Sofonisba e la Rosmonda. Argute trovate,
celie salaci e scene intiere talvolta (si veda la Dote del Cecchi e
il Tesoro del Lessing) mostrano specie nei suoi primi tentativi dram-
matici quanto avesse studiato i nostri commediografi del Cinquecento
e la nota Raccolta del Gherardi.
La commedia dell'arte, cui il nascituro teatro tedesco mosse tanta
guerra, e dal quale tanto apprese parve al Lessing in realtà assai
meno pericolosa dell' imitazione del teatro francese, patrocinato dal
Gottsched.
Nell'eroicomica battaglia data in Germania ad Arlecchino, bat-
taglia che si combattè con accanimento da parte degli avversari e
con fine arguzia e buon senso nei fautori, il Lessing è agli avam-
posti. Per compiacere il Gottsched, Carolina Neuber, l'attrice tanto
benemerita delle scene tedesche, consente nel 1737 a dar lo sfratto
ad Arlecchino in pubblico teatro con una cerimonia che il Lessing
qualificò la massima delle arlecchinate. Non però che fossero ban-
dite allora e poi dai repertori le commedie dove agiva Arlecchino.
Avea dovuto mutar nome e vesti, ecco tutto. Hanswurst continuò
ancora un pezzo — sotto mentite spoglie — a divertire il pubblico
con lazzi volgari. Avvertì il Lessing la contraddizione e scrisse : * È
morta la Neuber. È morto Gottsched. 0 che non sarebbe ora di ri-
mettere la giacca ad Arlecchino? In verità se lo tollerate sotto altro
nome, perchè non col suo? Ma dicono: K una creazione forestiera.
Che importa? Io vorrei che i buffoni fossero tutti forestieri. Ha ma-
aiere tutte sue. Così mostra subito quello che è. Ma è assurdo ve-
dere ogai oiorno la stessa figura in commedie differenti. K voi non
lo considerate come un individuo. Ma come tutta una specie! Non
un arlecchino soltanto, ma tanti tanti arlecchini Lo soppor-
tano i Fraucosi, lo sopportano gli Italiani Il parassita dei K'>-
— 192 —
inani, i satiri dei Greci erano foi-se altra cosa? " Così nelle « Lettere
sulla letteratura novissima " e nella <» Drammaturgia - .
Mentre nelle sue polemiche d'arte drammatica egli combatteva
r influsso che veniva di Francia (anche in Germania come a casa
nostra infieriva il morbo gallico più per le librerie che negli spe-
dali), mentre addita ai suoi connazionali come il più alto modello
da seguire Shakespeare, per molti e vari rivi il nostro teatro feconda
intanto la sua produzione, e con essa il teatro moderno tedesco, di cui
egli, più fortunato del suo maestro Diderot, potè non colle teorie sol-
tanto, ma anche coli' esempio essere il fondatore.
E pur tra noi in questa guerra della sana ragione contro i pre-
giudizi che inceppavano tanti campi dello scibile sorge daccanto al
Lessing un fiero alleato in Giuseppe Baretti, e spalanca lui pure porte
e finestre, e inonda di nuova luce e rinfresca d'aria salubre tutto il
paese. Alla " Drammaturgia" e ai tanti scritti polemici del Lessing fauno
degno riscontro la i- Frusta " e il « Discours sur Shakespeare et
sur Monsieur de Voltaire ». Conobbe il Baretti la Drammaturgia,
venuta a luce otto anni innanzi la « Frusta »? Il Morandi con buone
ragioni credette di doverlo negare. E sia. Ma le affinità fortuite sono
appunto quelle che, massime in argomenti di sì largo significato, offrono
all'esame delle letterature comparate i problemi più interessanti a stu-
diare e a risolvere.
La Drammaturgia non ancora, ma le altre principali opere del
Lessing sono tradotte tutte e ciascuna più d'una volta. Delle minori la
commedia Gli Ebrei e le popolarissime Favole delle quali diede
anche di recente uno squisito saggio parziale Giovanni Pascoli.
La prima opera del Lessing nota in Italia fu il dramma lagri-
moso " Miss Sara Sampson » tradotta da Elisabetta Caminer, e « questa
spezie di tragedia urbana del celebre Lessing», come scrive la tradut-
trice nella prefazione, venne anche recitata tra noi. Lo sappiamo da
Carlo Gozzi che la ribattezza in Rosa Sampson. Un lapsus calami,
0 il titolo venne modificato dagli attori?
Assieme ai prodotti del teatro francese e inglese della stessa
classe " Miss Sara Sampson " aiutò dunque il sorgere, anzi il dilagare
del dramma lagrimoso in Italia. E uno degli autori più fecondi del
genere fu quel De Gamerra che tradusse, o meglio sciupò in una sua
riduzione Mi /ina di Barnhelm, di cui encomiava la verità del dialogo.
Ma la sua povera lingua e lo stile affaticato ne restano troppo lontano.
E le traduzioni, alle quali nel secolo XVIII s'attese con tanto
fervore, e i viaggi frequenti impresi da letterati a scopo di studio in
— 193 —
paesi stranieri sono un segno del desiderio, comune allora alle lette-
rature occidentali, d'allargare ciascuna il proprio mondo, compenetrarsi
l'una dell'altra, conoscere quanto al di là dei propri confini sorgeva
ó aveva vita.
Fra noi tutt'una schiera di letterati riferisce sul movimento in-
tellettuale della Germania, e i più furono colà e vi appresero la lingua,
né tutti vi andarono, come scrisse di sé lo Zeno, » per emenda e castigo
dei loro peccati ".
Negli apprezzamenti che dell'opera del Lessing filosofo scettico,
diedero questi letterati, quasi tutti abati e peggio, si sentono domi-
nare troppo forte preoccupazioni religiose. Ne' giudizi del Bertela, del
Corniani, del Bettinelli, dell' Andrès non mancano le censure aperte
0 velate, ma non vi fa difetto neanche la lode. Pure nessun apprez-
zamento, nemmeno quello del Denina che col Lessing ebbe a Torino
consuetudine amichevole e a lui fu avvinto da vicendevole simpatia,
mostra un' intelligenza piena di ciò che l'opera del Lessing fu, non
soltanto per la cultura del suo paese, ma per la letteratura mondiale.
Devesi inferirne questa volta ancora la verità della sentenza barettiana
che « nessun poeta ha mai presso gli stranieri la millesima parte della
reputazione che ha a casa sua »? No. L'opera del Lessing, massime a
mezzo del Goethe e dello Schiller cui l'autore del - Laocoonte - ad-
ditò e preparò le vie, influì assai sul nostro pensiero, e la nuova storia
delle nostre lettere, con stima in tutto pari al suo merito, ne ram-
menta riconoscente il nome.
Ai legami che avvincono la nostra cultura all'opera dell'audace
innovatore m" è parso opportuno — per quanto inadeguate al compito
le forze — almeno fuggevolmente accennare in questa Roma, dove la
nuova Italia s'accentra, e dove ancora troppa parte del mondo depone
oro, incenso e mirra a" piedi di un trono, che solo la scienza — libera
come l'intese Efraimo Lessing — potrà abbattere.
Seziono 111. — Storia delle Lelteratiire. 1'^
XVI.
VICTOR BALAGUER
L'AUTORE DEI « RECUERDOS DE ITALIA »
Comunicazione del prof. Luigi Zuccaro.
Uno de' più grandi amici della nostra Italia — la quale ne conta
tanti, in tutte le parti del mondo, ma specialmente ne* paesi latini —
uno de' poeti più geniali e simpatici, uno degli scrittori più eleganti,
che abbiano amata ed illustrata la nostra terra, fu senza dubbio
Victor Balaguer.
Il senatore spagnuolo Balaguer, come il rumeno senatore Uréchia.
morto or fa un anno, s' innamorò fin dall'adolescenza dell" Italia, della
sua storia, della sua letteratura, e buona parte de' suoi pregevolissimi
e numerosi scritti, in prosa e in verso, parlano, nelle loro più splendide
pagine, delle cose nostre.
Nacque egli a Barcellona, nel 1824, e morì due anni sono a
Madrid, dopo di essere stato parecchie volte ministro di Stato, e circa
vent'anni dopo che egli ebbe fondato la celebre Biblioteca-museo di
Villanueva y Geltrù, presso Barcellona, opera altamente benemerita
della sua terra natale, e delle lettere ed arti di ogni paese.
Io vi parlerò di lui, o illustri Signori, spinto dallo alletto e dal-
l'entusiasmo che m' infiammano il petto ; vi parlerò deir«///mo tro-
vatore, del Mistral della Catalogna, dell'amico di Vittorio Emanuele II
e di Amedeo duca d'Aosta ; vi parlerò di lui specialmente come scrit-
tore di cose che ci riguardano, e vorrei che questo mio entusiasmo mi
sapesse suggerire parole cos'i eloquenti' da poter tare amare anche da
voi il mio Trovatore del Monserrat.
La sua caratteristica, fra tutte le sue virtù, era la bontà. Il sen-
timento più grande del cuore di Balaguer fu l'amor di patria: pro-
gressista impenitente, ei fece del suo amore alla libertà e dolhi sua
adorazione alla patria, un culto che professò coiìie una reliijiono.
— 190 —
Volle morire nella stessa casa ove aveva esalato liilLimo sospii-o
la sua degna consorte, D." Manuela Oarbonell, e lasciò nei suo testa-
mento che K'ii si desse sepoltura in Villauueva, il suo prediletto paese,
« che gli si ponesse a lato, nella tomba, la donna che gli era stata
cosi fedele comi>:igua sia neU'esiglio che in patria, sia nella disgrazia
che nella prosperità.
Juan Valera, commemorando alla II. Accademia Spagnuola il Ba-
lagUv^r disse: ^ Quella bontà danimo che Strabene per il primo pose
quale previa condiicione indispensabile per esser poeta e che, più tardi,
Quintiliano pose qual previa condizione per esser oratore, armava
l'anima e ri.splendeva in tutti gli atti di Lui ".
Bala^uer amò la sua patria nru/i'le, cioè Spagna tutta, con affetto
disinteressato e puro, come pure cosi amò la libertà politica e l'umano
progresso. E solo al di sotto di quest'amore, e subordinatamente ad
esso, amò la sua patria piccola, cioè Catalogna, senza che tale subor-
dinazione intiepidisse il suo affetto, né lo rendesse meno fecondo di
quello di altri calala/listi piii esclusivi.
Ed anche in ciò si può egli paragonare a Fed. Mistral, cioè al
più grande dei poeti proveu/.ali chu ci siano stati dai tempi di Fol-
chetto tino a noi; il quale Mistral fu pure accusato, attaccato cento
volte, sempre ingiustamente, d'esser separatista, mentre né lui né i
suoi felibri bau mai pensato a separazione politica.
Un terzo affetto fu parimenti grande in Balaguer come lo fu
grande in Mistral e nel già lodato rumeno Uréchia, che i Romani ben
devono ricordarsi d'aver conosciuto, quando qui venne, con centinaia
dei suoi connazionali a deporre una corona appiè della colonna di quel
gran Traiano che fondò le colonie romane sulle rive del Danubio.
Voglio dire l'affetto suo per l Italia.
Nessun poeta straniero lo ha forse amato tanto quanto l'Iia amato
lui! Eppure la sua morte, la morte dell'uomo che, dal lbi48 al 1870,
aveva cantata l' Italia, ove era accorso (lo dice egli stesso), due volte:
la prima come ijnasi saldalo (1859), la seconda come quaù re (1870),
allorquando qui venne, con altri eminenti uomini politici di Spagna,
per accompagnare nella sua patria Amedeo di Savoja, duca d'Aosta,
stato eletto re di Spagna dalle Corte, la sua morte passò quasi inos-
dervita da noi I . . .
Signori! da anni parecchi io cerco di far sentire la mia fioca, la
mia debole voce, per le diverse regioni dolla penisola italica, favel-
lando 0 scrivendo di lui, tradiicendo più d una delle sue opere, facendo
non lievi sagrilizi pecuniari per pubblicarle. Ed ora, anche qui, in
— 197 -
mezzo a così nobile CoDgresso, io inneggerò al mio diletto Trovatore
del Monserrat!
Dice il medesimo, nei suoi Recuerdos citati, parte I, a proposito
della prima guerra dell'italica indipendenza (1S48) che: non invano
scorreva sangue latino nelle vene di lui e de' suoi giovani compagni
della Università di Barcellona, i quali seguivano con ansia gli eventi
d' Italia, poiché — dopo tutto — erano essi nepoti di que' prodi che,
chiamati un di dalle campane dei Vespri, eran corsi a riscattare la
Sicilia, ristaurando il suo trono e le sue libertà con quel Pier d'Ara-
gona, detto il Grande, figura cavalleresca, leggendaria, del quale dice
il divino Poeta:
D'ogni valor portò cinta la corda.
Fin da quell'anno 1848 il nostro Balaguer ardeva dal desiderio
di fare un viaggio in Italia. Dalla primavera del 1848 ai primi mesi
del 1859 egli pubblicò una raccolta di poesie dal titolo « Flores del
alma ", una bella tragedia e dei ricordi del Monserrat, meritandosi
l'applauso di tutti i Catalani, che già conoscevano il suo valore di
scrittore storico.
Viene il 1859. Egli allora, che con altri sei giovani letterati
valorosi stava preparando in modo solenne i Giuochi floreali, nella
sua Barcellona, all' imitazione di quelli, già cosi i>plendidamente ini-
ziati in Provenza da Mistral, Koumanille e Aubanel, sentendo clie il
Piemonte si preparava a combattere l'Austria e cacciare lo straniero
fuori d'Italia, si prepara a venire fra noi.
Prima di lasciare la Spagna, scrive entusia>ticamente una poesia
in catalano, l' idioma ch'egli preferiva allo spagnuolo, e nel quale pre-
sente di acquistarsi somma gloria, e contemporaneamente scrive in un
diario barcellonese. alludendo a Vittorio Emanuele:
« Glie aspetti, o coronato rampollo dell' illustre Casa Sabauda? Che
aspetti per aprirti una via al tuo bellicoso entusiasmo, o giovane
nipote dell'eroe di S. Quintino?... Scuoti il tuo sogno, e impugna ri-
soluto la spada del gran Filiberto . . .
« Non esser titubante, o re Vittorio. L'ora è giunta, la libertà
ti chiama, il mondo fissa su te gli occhi, Italia attende. Sii tu il capo
dell'immortale Crociata. Iddio lo vuole! "
Il 19 aprile 1859, il ministro degli all'ari esteri dell'impero
austriaco spedisce a Torino im ullimatunu con cui intimava al Pie-
monte di rinviare i volontari e di disarmare; tempo tre giorni I
— 198 —
Il 25 dello stesso mese, avendo Cavour dato risposta negativa,
gli Austriaci invadono il Piemonte, sotto il comando di Giulay, pas-
sando il Ticino, ed occupando, senza incontrare alcuna resistenza, la
provincia di Novara, sino alla Sesia, la Lomellina e il territorio di
Voghera.
Re Vittorio, aspettando l'arrivo de' Francesi alleati, si agguerrisce
in Alessandria, e il 27 aprile fa pubblicare il suo famoso proclama.
A queste parole del Gran Re, che sarà più tardi soprannominato
il Padre della Patria, Balaguer compone un altro stupendo canto in
catalano: « Alzati, Lazzaro! « poi s'imbarca immediatamente, e prima
della tine dell'aprile, scende a Genova. Egli pone aitine il piede in
queste terra da lui tante volte sognata, in questa Italia nostra della
quale dice:
" Italia, astro de luz! Con las glorias de sus pintores, con las
liras de sus poetas, las virtudes de sus Lucrecias, y las pasiones de
sus Julietas, con la fé de sus màrtires, la grandeza de sus Césares,
la majestad de sus pontitices . . . Italia! donde la gloria es un culto,
el amor una religion, la fé un tempio, la poesia un canto, la belleza
un cielo y el Arte un mundo... ".
Vista Genova, ne rimase così colpito che subito compose altra
poesia catalana che aveva frasi quali queste:
« Sognante feste splendide, vivente in un cielo di fiori, colla
fronte coronata di rose, tutta avvolta nelle sue glorie, accarezzata dalle
brezze che la baciano nel loro passaggio, e col cuore aperto agli amori,
come una ondina voluttuosa che pigra lascia il suo bagno, così vedesi
sorger dal mare Genova... Io l'ho vista tutta vestita a festa. Al suono
di tutte le tue campane, tu salutavi, o Genova, le balde schiede del-
l'esercito alleato . . . " .
Il 29 0 il 30 aprile, Balaguer arrivava a Torino. Egli ebbe su-
bito la fortuna di stringere amicizia col poeta G. Prati, al quale il
provenzale, divino Mistral aveva indirizzato i famosi versi:
Ami, nósti parla soiin tónti dous rouraan;
Poudén nous dire fraire e nous touca la man :
Toun Po, la mieu Duréiifo,
Na touti douB d'un soulet nionnt,
Van abéura, l'un Inu l'iemount
E l'autro la rrouvén9i> . . .
e si trovò pure con altri patrioti e letterati italiani in una famosa
riunione privata, in cui egli declamò l'altra sua composizione t* I Cac-
ciatori delle alpi " .
I
— 199 —
Circa un mese dopo lo sbarco de' Francesi a Genova, già si ve-
niva a battaglia. I Francesi comandati dal generale Forey e coadiuvati
dalle truppe sarde comandate dal generale De Sonnaz, il 20 maggio
sconfiggevano gli Austriaci a Montebello,
Questa vittoria inspirò al giovane poeta barcellonese il primo suo
canto marziale in lingua catalana.
Egli poi assistè, dieci giorni dopo, anche al glorioso combatti-
mento di Palestro, in cui diede prove di grande coraggio e valore
militare re Vittorio, al quale gli zuavi del 3° reggimento testimoni
della sua intrepidezza diedero il giorno appresso il brevetto di loro
Caporale. Questo canto, pure in catalano, come lo sono tutti gli
altri che cantano le vittorie franco-italiane del '59, fu intitolato « Il
primo soldato d' Italia » e finiva con questi versi :
i Avant, Victor Manuel ! Pas han volgut la guerra,
Al pas de ton cabali fez extremir la terra.
Palestro es ton Orient. Lo sol de la Victoria
; Ja ab sos raigs esplendents ton front ha illuminat.
Prosegueix ton camf que va dret a la gloria . . .
Rey eaballer, saluti salut, oh rey soldati...
Quattro giorni dopo il secondo combattimento di Palestro, il ge-
nerale Giulay aspetta con formidale esercito, in Magenta, gli alleati.
Balaguer assiste anche a quella lotta di giganti, e subito dopo com-
pone il terzo suo canto « Magenta! ». Quattro giorni dopo, cioè 1*8 giu-
gno '59 un quarto « Milano, o la festa della Libertà ", inspiratogli
dallo entusiasmo con cui i Milanesi accoglievano le truppe franco-
italiane. Spettacolo che mai si cancellerà dalla memoria di chi ha
avuto la fortuna, come l'ebbi io allora fanciullo, di vederlo.
** Quello che accadeva intorno a me — scrive il Balaguer ne' suoi
Ricordi d'Italia — parevami un sogno. La vittoria, le musiche, i fiori,
le grida, la folla immensa d'un popolo festante, l'entusiasmo, il de-
lirio, tutto concorreva ad inebbriarmi . . . •> .
Anche la battaglia di Solferino, l'ultima di quella guerra, fu l'ar-
gomento d'un canto del giovane bardo catalano, ma allora, ahimè ! la
voce del cantor non era più quella di Palestro e Magenta ! — Questa
sua poesia terminava dicendo: « Tutti coloro che hanno, in Italia, un
cuore, malediranno questa pace (di Villafranca). 0 Cesare di Francia !
la pace! la pace! Ma, e Venezia allora?
— 200 —
Ho detto che il Balaoruer scrisse d'esser egli venuto due volte in
Italia, la prima come quasi soldato, la seconda come quasi re. Della
sua prima venuta e de' suoi primi entusiasmi ho suflicientemento par-
lato ; dirò ora della venuta del dolce poeta in Italia, quando qui venne,
con altri illustri Spagnuoli, ad olìVire la corona spagnuola ad Amedeo,
duca d'Aosta.
E qui sarò ancora più breve.
Victor Balaguer era, sul finire dell'anno 1870, deputato alle
Cortes di Spagna, ed uno de' più distinti oratori politici. Le sue me-
morie di quell'anno pure memorabile, egli le pubblicò vent'anni dopo,
insieme con la prima parte de" suoi Recuerdos de Italia (Guerra de la
iìidipendeacia) ; ed esse portano il titolo di « Exaltacion del Duque
de Aosta al trono de Espaiìa y Viage de la Comission de las Cortes
Constituyentes ».
Voglio anche di questo ottimo libro" riportare qualche squarcio,
tanto per dimostrare che il mio Trovatore del Mouserrat, anche nella
età matura, anche nella vecchiaia, fu sempre caldo amico dell' Italia
nostra.
Descrivo, fra le tante bellezze italiane che lo hanno colpito, pa-
lazzo Pitti, e il ricevimento che la Deputazione spagnuola, di cui
egli faceva parte, si ebbe da Vittorio Emanuele II, dai principi e da
alti personaggi del Governo italiano.
« Erano colà — dice il Balaguer — il re d' Italia, il principe
Umberto, erede della Corona, il Principe di Carignano, il Consiglio
dei Ministri, gli alti dignitari della Corte, i rappresentanti della Ca-
mera italiana, il Municipio di Firenze, i generali dell'esercito e della
flotta, gli ambasciatori delle potenze estere; ma v' eran pure, sovra
quella moltitudine di potentati, gli ammirevoli affreschi, le statue sor-
prendenti, le pitture rare e peregrine che adornano quella sala e che
sono ricordo imperituro degV immortali artisti dell'età dell'oro del
popolo fiorentino.
" Io non avevo più visto Vittorio Emanuele dal di che lo avevo
incontrato sul campo di battaglia a Solferino, quando duo ore dopo
il combattimento io andavo con due amici miei attraversando quel
campo di morto, e quando il re, già di ritorno, passava accanto a me,
alla testa del suo stato maggiore, abbronzito dal fumo della polvere
0 tenendo ancora in pugno sguainata la spada.
— 201 —
" Non potei fare a meno di fissare su di Ini gli occhi, pensando
alla rara casualità che mi faceva assistere ai due momenti più solenni
della vita di quel gran re... ^.
Nello stesso libro Recuerdos, 2* parte " Exaltacion del D. de
A. al trono de Esp. ^- il Balaguer parlando del principe Amedeo, così
dice: « Aveva fatto grande impressione in tutti noi l'aspetto simpatico
ed il gagliardo portamento del D, d'Aosta. Egli erasi cattivato l'animo
nostro colla sua aria di modestia, colle sue delicate maniere, e altresì
col notevole suo discorso in risposta a quello di Zorrilla (presidente
della Dep. Spag.) . . . » .
Nei suoi Recuerdos, il Balaguer non fa cenno dei discorsi da
lui stesso pronunciati nelle diverse riunioni tenutesi in quell'anno 187u,
in Milano e in Torino; noi sappiamo nulladimeno, colla testimonianza
di Juan Valera. che il nostro « trovatore del Monserrat » si dimostrò
pure in quelle occasioni grande oratore e che ottenne le ovazioni delle
persone più colte e più distinte d' Italia.
Egli fu pure acclamatissimo sempre in tutti i viaggi che, o da
solo 0 colla sua fedel consorte Donna Manuela Carbonell, la quale,
come già dissi, volle sempre dividere col suo sposo l' esigilo, che il
Balaguer passò in gran parte nella Francia meridionale.
Nel 1866 egli ebbe un'accoglienza indimenticabile dai poeti pro-
venzali che, guidati da Mistral, facevan le loro feste letterarie. Fu
allora che detti poeti, o felibri, ricevettero in dono la famosa coppa
dai poeti di Catalogna ; coppa sacra che in tutte le agapi dei felibri
figura sempre, e per la quale il sommo Mistral compose l' inno, non
Dieno famoso, che in dette geniali riunioni periodiche viene cantato;
Provenfàu, veici la coupo
Que nous ven di Catalan;
A de rensf bcwnùm en frniipo
Lou vin pur de noste plant.
Coupo santo e versanto, vuej à plen bord . . .
In quello stesso anno, trovandosi il Balaguer a Narbona ad uno
dei Giuochi floreali così cantava in catalano:
« 0 trovatori, o voi che in Provenza pulsate le cetre doro, mentre
il mondo ascolta entusiasmato i vostri canti, deh ! aprite le porte a
colui che. trovatore errante, se ne va oggi ramingando di città in città,
fuori della sua patria, lungi dagli amici e dalhi faniiglia, solo soletto,
in paese straniero.
« Mi chiamano i miei compaesani // Troratore del Monserrat.
perchè ho fatto risonare in lode della Vergine i miei canti; porohò
— 202 —
mi sono inspirato alle vecchie leggende della mia terra; perchè solo
canto la patria mia e ricordo al popolo scliiavo clie egli è l'erede di
disprezzate, ma però sante libertà ... -•
». Poiché ora arriva alla vostra porta il trovatore errante, dategli,
deh I un posto alla mensa vostra, dategli ospitalità, o trovatori di
Provenza! Dio ve ne renderà merito.
« Io, se ciò potrà riuscirvi gradito, io per voi staccherò la cetra
che fecemi un dì guadagnare il ricco alloro dei trovatori lottanti ai
Giuochi floreali e vi narrerò le leggende di quegli antichi Catalani,
che furono un dì vittoriosi per terra e per mare.
*. Vi canterò le canzoni che mia madre m' apprese cullandomi
bambino; canterò il cielo puro de' vostri piani e delle vostre convalli,
gli occhi delle vostre donzelle, i fatti più belli della vostra storia
così gloriosa; canterò le vostre laudi, o trovatori provenzali,
- E quando un dì tornerò alla mia patria diletta, correrò a vi-
sitare la Patrona della mia terra e, inginocchiato a' suoi piedi le dirò:
0 sovrana Signora, patrona del Monserrat, se del mio petto Voi vo-
lete ascoltare il voto più gradito, deh fate clie mai si cancelli dal
cuor mio e dai miei canti il ricordo che oggi porto con me dei tro-
vatori provenzali ! . . . « .
Ebbe il Balaguer una vera adorazione per il suo Monserrat.
Esso lo inspirò quand' era quasi ancora adolescente, e, vecchio settan-
tenne, egli recavasi ancora, nella stagione estiva, lassù ad inspirarvisi
per nuovi lavori. Fra gli ultimi, citerò il suo libro Al pie de la enci/ia,
libro in cui, in una prosa dolcissima, armoniosa come il suono d'un'arpa
eolia, come la voce d' un'amante, parla ancora di altre bellezze, di altre
leggende non ancora rese note né da lui, né dall'altro grande poeta
catalano, pure testé perduto, il Verdaguer.
Balaguer dice che il Monserrat e il Montseny sono i due monti
più leggendari della Catalogna. In essi vive la poesia. Finché esiste-
ranno monti come quelli, il mondo avrà poesia ; e dove e' è poesia,
e' è bellezza ; e dove e" è bellezza e poesia, e' è romanticismo. Poi ag-
giunge: •* E ciò sia detto con perdono d'una moderna scuola che, per
voler esser naturalista, cessa di essere naturale, e la cui missione sembra
ridotta a ciò che è spiacevole e brutto « .
Un'altra prova dell'atfetto per il Monserrat è l'avere preso il Ba-
laguer tìn dalla sua prima giovinezza il soprannome di « Trovatore del
Monserrat ".
Signori! Col soprannome bello, sonoro, immortale di Ho Galan-
lantiiomo passò alla storia il gran Re d' Italia che fu amico al Ba-
I
— 203 —
laguer; ebbene, col soprannome non meno bello e simpatico di «Tro-
vatore del Monserrat » passerà ai posteri il gentil vate catalano, a
commemorare il quale io son venuto qui, o Signori, in questa alma
Roma, quasi a devoto pellegrinaggio ed a sciogliere un voto.
Io sono adesso felice di avere sciolto questo voto. Balaguer non
deve sopravvivere solo nella sua Catalogna, nella sua Spagna; no:
l'anima sua candida e bella deve vivere ancora qui fra noi, in questo
sacro suolo d' Italia ch'egli amò tanto.
Sia dunque gloria a Lui, che consacrò gli anni più belli di sua
vita a cantare ed a narrare le glorie nostre, a raccontare, in casti-
gliano ed in catalano, le piìi belle pagine della storia contemporanea
d' Italia ed il valore e le virtù de' Principi Sabaudi.
Balaguer, quasi dimenticato da noi Italiani, non cessò mai di amarci
fino al suo ultimo respiro; in ciò simile a quell'altra bell'anima latina
che'è il Paul Bourget che finisce le sue belle Sensatioas d' Italie (1890)
con le sante parole: « Cette terre de beante qu'il faut continuer d'aimer
suivant la devise de ceux qui aiment véritablement " malgré tout! „ ».
E il mio Balaguer, o Signori, può veramente annoverarsi fra co-
loro che hanno continuato ad amar l'Italia nostra « malgré tout! »
XVII.
DEL CONCETTO SCIENTIFICO DELLA CIUTICA LETTERARIA
Comunicazione del prof. Alfredo Galletti.
Se la critica letteraria possa acquistar valore ed importanza di
scienza, e sino a qual segno il suo metodo di indagine, o l'autorità
dei suoi giudizi possa avere quell'importanza universale che è propria
delle verità scientifiche è questione che fu discussa ed esaminata da
molti nel secolo XIX, e rimane ancora controversa. Ma innanzi tutto,
è egli possibile associare l'idea di scienza allo studio delle produzioni
letterarie? E, poiché la manifestazione estetica delle emozioni e delle
idee umane per mezzo della parola rientra nel numero delle discipline
morali, possono queste esser dette scientifiche nel senso e nella misura
delle discipline che studiano l'universo fisico ? 0 deve darsi alla parola
un significato particolare per evitare confusioni pericolose ? Un rapido
esame storico della questione e dei vari criteri seguiti nel ricercare le
forme e le leggi di una critica scientifica del fatto letterario gioverà
a chiarire i termini del problema e il senso vero della definizione che
ne proporremo.
L'idea clie la critica dell'opera d'arte possa trattarsi come una
scienza è tutta moderna e del secolo XIX. Non che i critici del Rina-
scimento e dell'età classica, o, se si vuole risalire più addietro, i gram-
matici greci 0 latini, dubitassero del valore reale e obiettivo delle proprie
classificazioni o dei propri giudizi, che anzi tutti sanno quali despoti
imperiosi del gusto letterario, quali giudici autoritari del merito e del
grado spettante ai singoli scrittori "si mostrassero i compilatori del
canone alessandrino, p] chi sentenziò con più audace sicurezza dei nostri
commentatori o interpreti della Poetica d'xVristotele nel cinque e sei-
cento, 0 di quei critici francesi, arbitri del buon gusto, che dal Chapelaiu
al La Harpe dettarono alla Francia e all'Europa il codice del perfetto
scrittore? Chi, più di uno Scaligero o di un abate d'Aubignac, ebbe
salda fede nella verità delle regole estetiche da essi atfermate e dei
— 206 —
giudizi che ne deducevano ? Ma la loro critica era scienza in quanto
poggiava sullo studio e la notizia di certi autori, su una larga prepa-
razione erudita ; in quanto sgorgava da quelle date fonti, e si trasmet-
teva a pochi spiriti colti, preparati da lunghi e severi studi ad accogliere
e a conservare la vera dottrina. Esisteva realmente e universalmente
un gusto buono ed un gusto cattivo; c'erano in arte e in letteratura
alcune norme costanti e sicure del bello clie Aristotele e Orazio, Pier
Vettori e lo Scaligero, Boileau e Daniele Hoinsio avevano insegnato e
interpretato in verso ed in prosa per uso degli scrittori e dei lettori :
se non che la forza di tali leggi derivava unicamente dall'autorità grande
dei legislatori e dal consenso meditato e razionale che gli intelletti più
ratinati e più acuti avevano dato loro nei secoli, traendo con sé la mol-
titudine più rozza. Ma quando il grande lavorio critico del pensiero
tedesco nel dominio della storia e dell'estetica ebbe affermato e diffuso
in tutta Europa per opera della scuola romantica l'idea che la lette-
ratura non è un fenomeno puramente razionalo e umanistico, elaborato
da pochi cervelli superiori conforme alla tradizione classica, ma è l'espres-
sione spontanea e istintiva di ciò che vi ha di più intimo nell'anima
di un popolo nei vari periodi del suo svolgimento storico e civile, e che
perciò esistono tanti gusti, tanti ideali diversi della bellezza letteraria
quante sono le razze e i popoli che hanno avuto una letteratura, venne
naturalmente a crollare il principio classico, e si potrebbe dire latino,
del giudizio letterario, che misurava il valore delle opere dalla loro
rispondenza a certe norme dedotte per astrazione dai grandi modelli
delle letterature classiche, e si dovette cercarne un altro più equo e
più storico, che meglio si piegasse a comprendere la ricca varietà dei
fenomeni estetici.
Allora appunto cominciò a sorgere e delinearsi il concetto che la
produzione letteraria, come le altre attività spirituali dell' uomo, fosse
retta da leggi costanti e si pensò ad una critica scientifica nel senso
matematico e fisico della parola.
Già nel settecento un acutissimo indagatore delle leggi e dei
costumi degli uomini in quanto rivelano gli istinti e i caratteri delle
varie razze, il Montesquieu, aveva accennato a determinate leggi fisiolo-
giche che agiscono sullo spirito umano e ne regolano le varie attività ;
e in ciò era stato preceduto da altri pensatori e tilosoti del Rinascimento,
da Francesco Bacone, per esempio, dal Bodin, da G. B. Vico e dal-
l'Abate Dubos. Ma il nuovo concetto delle discipline storiche e morali
doveva venir di Germania, sorgere e organarsi a poco a poco negli
scritti del Herder, del Goethe, di Guglielmo Humboldt, dei fratelli
— 207 —
Schlegel. « Io amava appassionatamente conoscere da vicino gli uomini
celebri (ha scritto 1' Humboldt, precorrendo il Sainte-Beuve ed il Taine),
studiarli con cura, rappresentarmi con esattezza il loro modo di vivere
e di pensare; poi li subordinava a certe idee generali, classificava
gli uomini e gli ingegai, ne faceva, per così dire, una scienza
si:>eciale » . E Goethe, il panteista Goethe, il discepolo di quello Spinoza
che aveva detto : « L'uomo non è nella natura come un impero in un
impero, ma come una parte in un tutto », Goethe cercava l'unità del
tipo nelle piante come negli ingegni. Nelle sue Conversa^iioni con Ecker-
mann troviamo osservazioni feconde come questa : « Esistono nei carat-
teri umani certe necessità, certe relazioni, le quali fanno sì che una
data qualità principale trae con sé una certa qualità secondaria " .
E altrove : « In ogni arte e è come un processo di figliazione. Se
voi considerate un grande artista, troverete sempre che egli si è
giovato di quanto e era di buono nei suoi predecessori e che ciò
appunto lo ha fatto grande » . E ancora : « Un ingegno mediocre è
sempre plasmato dai suoi tempi e deve nutrirsi degli elementi che
i suoi tempi gli forniscono ». Guglielmo Schlegel nelle sue Lezioni
sulla Bella Letteratura e le Arti tenute a Berlino nel 1802-04, e
poi nel Corso di letteratura drammatica, dichiarava e rendeva popo-
lare in Europa l'idea che la profonda differenza tra le letterature ger-
maniche e le latine procede da certe qualità intime e inconciliabili delle
razze che le hanno prodotte. E dai Tedesclii derivava la signora di
Staél le idee direttrici del suo libro sulla Germania {Id,!^): la let-
teratura è uno specchio fedele della società, della razza, dei tempi ;
è un prodotto e un'immagine delle circostanze sociali e morali tra cui
è nato e si è formato lo scrittore, e l' opera dell' ingegno umano si
elabora e fiorisce in forme diverso in tempi e fra popoli diversi. Di
tali insegnamenti si avvantaggiò non poco in Francia la critica storica
del Villemaiu e la critica psicologica del Sainte-Beuve, dei quali il
primo si studiò di interpretare le opere letterarie, collocandole nel
quadro e sullo sfondo dei tempi, convergendo su di esse tutta la
luce che si poteva trarre da una conoscenza esatta delle circostanze
storiche ; l'altro con finezza ed acume singolari si volse a ricercare
negli scritti l'anima degli scrittori e a preparare gli elementi, come
egli diceva, di una botanica degli spiriti. Ma con tali teorie inge-
gnose e colle più ingegnose applicazioni la critica letteraria era ancora
ben lontana da quella precisione di metodo e da quel rigore di con-
clusioni che danno veramente ad una disciplina autorità di scienza.
Troppe erano le atVermazioni imprecise, troppa la larghezza dei quadri
- 20S —
cui si voleva adattare lo studio delle opere singole, né da tali premesse
si potevano trarre norme costanti intorno al valore dell'opera letteraria.
Quali rapporti precisi esistono tra l'anima dell' artista e la crea-
zione poetica? In qual conuessione sta l'attività estetica colle altre
attività dello spirito umano? Ecco il probleuia che la critica avrebbe
dovuto risolvere col rigore della scienza. Scriveva genialmente noi 1853
Gustavo Flaubert in uua sua lettera : « Chi ha fatto sinora la sto-
ria del naturalismo ? Chi ha classificato gì' istinti dell' umanità e ci
ha saputo dire come si sono svolti e debbono svolgersi sotto uua lati-
tudine determinata? Chi ha stabilito scientiticamente come a certi
liisogni dello spirito corrisponda una data forma? GeolFroy Saint-Hi-
laire ha detto: il cranio è una vertebra schiacciata. Chi ha provato,
ad esempio, che la religione è una tìlosotìa tramutatasi in arte, e che
il cervello palpitante in essa, cioè la superstizione, il sentimento reli-
t^ioso puro, ha dapeitutto la stessa natura, non ostante le ditferenze
apparenti, nasce dagli stessi bisogni, risponde alle stesse fibre, muore
per gli stessi accidenti? Di guisa che più tardi ad un Cuvier del
pensiero basterebbe trovare un verso od un paio di scarpe per ri-
costituire una società intera, e, date certe leggi, si potrebbe predire,
senza errare di un giorno o di un' ora, come si fa di-gli astri, il ripe-
tersi delle stesse apparizioni, e si potrebbe scrivere: noi avremo fra cento
anni uno Shakespeare e fra venticinque la tal forma d'architettura.
Perchè i popoli senza sole hanno delle letterature mal fatte? Per-
chè ci sono, ci sono stati, e ci saranno sempre degli Ilarcms in
Oriente? Se le scienze morali, come le mateu^atiche, avessero
a loro disposizione due o tre leggi primordiali potrebbero progredire.
Quale scoperta sarebbe, per esempio, un assioma come questo: Dato il
tal popolo, la virtù sta alla forza come tre a quattro! " (') Cos'i il pro-
blema è posto nettamente nella sua interezza, e si precorrono in que-
ste parole le aspirazioni supreme e lontane della scienza dello spirito.
Un critico e filosofo francese, un geniale contemporaneo del
Flaubert, Ippolito Taine, ha all'rontato intrepidamente la questione e
ha detto: esistono veramente leggi e rapporti costanti che determinano
l'opera letteraria e l'attività estetica in genere: eccoli. K li ha esposti
in un sistema apparentemente organico (■').
(») Cfr. G. Flaubert, Correspondance, l'aris, CliiiriHnli.r, ISSO, 2= sóric,
pp. 2G9-70.
{*) Cfr. la Prefazione ai A'uovi saiff/i di critica e di storia (t!° édit., l'uris,
Hnchetfc, 180((), e V Introduzione alla Storia della li-tttr. ini/lese (IO' .Hlil., l'a-
ri», Ilacheltc, 18'J!)).
- 209 —
L'opera letteraria è un'espressione dell'anima che l'ha pensata e
prodotta: in essa adunque si rifletterà come in uno specchio la per-
sonalità morale dello scrittore. Ma, come ha detto Spinoza, lo spirito
dell' uomo è un automa, i cui movimenti sono regolati come quelli del
mondo materiale in cui egli è compreso; perciò dalle manifestazioni
della sua attività intellettuale e sentimentale si potrà indurre tutto
il complesso congegno delle sue disposizioni e dei suoi istinti. Ora
che cosa ci dimostra l'indagine psicologica esercitata sulla letteratura,
sull'arte, sulla religione, sulla lilosotia, sui costumi di un popolo? Che
l'anima sua, considerata iiell' insieme e negli individui che la compon-
gono, è plasmata da tre energie essenziali : dagli istiali della razza,
dall'ambiente fiùco e morale e dal momento storico.
Nella razza il Taine vede il grande serbatoio delle energie pri-
mitive dei popoli, l'impronta e l'impulso indistruttibile che persi-
stono fra mille trasformazioni e sotto mille correnti superficiali, e che
ancora distinguono, per es. in Europa i popoli meridionali dai setten-
trionali, i latini dai germani, li'ambiente {milieu), è la forza acci-
dentale, ora fisica, come il clima od il suolo, ora morale, come le
necessità della lotta per l' esistenza, o i grandi cataclismi religiosi e
politici, che in genti della medesima razza stimola o attutisce le
diverse facoltà e dà luogo a civiltà diverse. Infine il momento storico
è dato dall'azione e dalla pressione di tutta la storia e la civiltà
anteriore di un popolo sulla storia e la civiltà attuale, dall'efficacia
della tradizione e dell' esempio, dalle leggi di imitazione e di rea-
zione che in ogni campo dell' attività umana legano l' opera di chi
vien dopo a quella dei predecessori. Insomma, per adoperare l'imma-
gine del Taine, oltre la forza permanente (razza), e il mezzo in cui il
movimento intellettuale e sociale si compie {ambiente) v' è anche la
velocità acquisita {momento storico), e importa assai al critico cono-
scer bene le date : sapere se un poeta drammatico in Inghilterra ha
vissuto prima o dopo lo Shakespeare, se un pittore italiano è ante-
riore 0 posteriore a Ratt'aello. Tenendo conto di tali energie e stu-
diandone r azione e la reazione nei fatti umani si può stabilire che
lo spirito è retto nelle sue operazioni da leggi analoghe a quelle che
reggono i fatti fisici. Tra le facoltà intellettuali e morali di un po-
polo 0 di un uomo v'è la stessa dipendenza e la stessa proporzione che
esiste tra gli organi degli animali: si può dunque applicare alla sto-
ria la legge di Cuvier sulla connessione dei caratteri organici.
So una di tali facoltà si esplica in modo anormale e mostruoso, le altre
ne rimarranno come aduggiate e atrofizzate : così il trasmodare del
Swzioue IH. — Storia delU Litteiatun. H
— 210 —
ert^nìo metafisico e l'esuberauza dell'immairiuazioue mitica presso gli
Indiaui spiega la debolezza della loro arte e la grandiosità monotona
della loro poesia; e questo è un principio analogo alla legge dell'equili-
brio organico determinata dal Geotfroy Saint-Hilaire. In uno stesso pe-
riodo storico, in uno stesso popolo, in identiche condizioni di civiltà, le
persone più diverse per indole ed educazione mostrano un tipo comune
ed hanno come un nucleo di pensieri e di disposizioni uguali, a quel
modo che in una stessa classe del regno animale e vegetale troviamo
in tutte le specie lo stesso schema di struttura organica; ed è la teoria
degli analoghi e dell' unità di composiziono di Geoffroy Saint-Hilaire.
Come in un gruppo animale o vegetale alcuni caratteri sono subordinati,
variabili, talvolta debolissimi, altri preponderanti e determiuatori del-
l'economia organica, così tra le disposizioni e i caratteri intellettuali
di un gruppo o di un individuo alcuni sono di secondaria importanza,
altri invece regolano e determinano tutta la sua attività: e questa è
la legge della subordiiiazione dei caratteri scoperta da Riccardo Owen.
Applicato allo studio dei fatti letterari questo principio conduce alla
ricerca della facoltà predominante in uno scrittore [facultè maitresse),
così deliiiita dal T:iine nel saggio sul Balzac: - V'ha in ciascuno di noi
una certa abitudine che lo guida, costringendolo a guardare prima là
poi qua, per molto o per poco tempo, lentamente o rapidamente, e che
qui gli suggerisce delle immagini, più oltre, delle idee tilosotìche, altra
volta lo scherzo ; di guisa che egli vi ricade sempre, qualunque opera
intraprenda, infallibilmente, perchè tale disposizione è divenuta la sua
natura, la sua volontà, il suo gusto ".
Tale sistema, che attrae per la sua parvenza di rigore scientifico,
tra gli altri difetti, lia anche questo, gravissimo, che mette tutto in un
fascio e dà la stessa importanza alle varie produzioni letterarie di un
dato periodo, in quanto considera in esse unicamente il documento
storico e morale di un popolo, di un'età, di una passione, e toglie alla
critica la sua forza e il suo scopo, che è appunto di giudicare e clas-
sificare le opere secondo il loro valore estetico. 11 Taine da prima,
nella foga del suo ardore scientifico volle escludere dalla sua critica
ogni giudizio valutativo, a quel modo che le scienze tìsiche studiano
indifferentemente tutti i fenomeni naturali, grandi e ]>iccoli, senza
preoccuparsi di giudicare so ossi siano utili o dannosi. Più tardi, via
via che approfondiva i suoi studi di letteratura e d'arte, s'accorse che
il giudizio estetico era inevitabile, e che bisognava pur dar ragione
della grandezza dello Shakespeare rispetto agli altri jtoeti drammatici
ingb.'si. 0 delle qualità che fanno il Uembrandt tanto maggiore dei pit-
- 211 —
tori fiamminghi contemporanei. E allora, nel suo saggio di estetica che
s'intitola Dell'Ideale nell'Arie {IS67), egli propose tre criteri o prin-
cipi obiettivi del giudizio critico, e sono : il carattere essenziale o pre-
dominante, il grado di efficacia morale, e il grado di convergenza
0 armonia finale degli effetti. Cioè a dire: un'opera d'arte sarà tanto
più grande, avrà un'efficacia e una durata più lunga quanto più pro-
fondi saranno i caratteri e le attitudini della razza o dell' umanità
che essa rappresenta, quanto maggiore sarà la sua nobiltà morale,
quanto più squisita e individuale l'espressione o la forma artistica.
Gli eccessi e le lacune che sono nel metodo critico del Taine
furono indicate troppe volte perchè occorra qui sottoporli a nuovo
esame. Storici, letterati e filosofi hanno dimostrato con abbondanza di
prove quanto incerto ed elastico sia il principio della razza, se inteso
€ applicato con soverchia rigidezza; quali disparati effetti individuali
e sociali possa produrre lo stesso clima fisico e morale, e principal-
mente come tali formule, che raccolgono e riassumono migliaia di fatti
6 di elementi diversi, non possano condurci a determinare il carattere
dell'immaginazione e della sensibilità di un poeta o di un artista, il
quale è tanto più grande quanto più il suo intelletto e la sua visione
delle cose differiscono da quella dei contemporanei. Tali obiezioni si
riassumono in quella che il Sainte-Beuve oppose ai primi saggi critici
del Taine: il vostro metodo storico e genetico s'aggira intorno all'opera
d'arte senza coglierne l'intima natura, senza penetrare nel cuore della
creazione estetica, senza poterci dire in che consista, come si formi e
come operi quella divinae particidam aurae che distingue il genio
creatore dal volgo degli imitatori, e per virtù della quale, ad esempio,
la Divina commedia è qualche cosa di unico e di sublime che si leva
di mille cubiti al di sopra delle innumerevoli visioni oltraterrene ger-
mogliate dalle fantasie medioevali. Quanto ai tre principi obiettivi del
giudizio estetico proposti dal Taine, il primo, cioè la profondità dei
caratteri e delle forze spirituali rappresentati nell'opera d'arte non ha
valore se non in quanto all' idea corrisponda la piena etìioacia del-
l'espressione artistica; il secondo, che concerne il grado di utilità mo-
rale, è affatto secondario e subordinato agli altri due: sicché tutto si
riduce al terzo, cioè al grado di efficacia e originalità della forma.
che così deve intendersi la convergenza dei caratteri. Ma questa è
una tautologia, poiché il dire che il valore dell'opera d'arte si valuta
dalla potenza dell'espressione artistica e dalla visione personale della
realtà in essa rappresentata è ripetere cosa risaputa, senza indicarci in
qual modo si possa distinguere e con che criterio misurare nelle sin-
212
gole opere l'eccellenza, l'iusufficienza, o la sproporzione della Ibrnia ri-
^.petto all' idea, ne in che cosa questa forma consista.
Dal metodo del Taine procedono, pur temperandolo o combattendolo
in parte, le teorie critiche doli' Heiinequin e di Ferdinando liriinetière.
Emilio Hennequin nel suo libro La critica scientifica (1888), che levò
j;rau rumore di discussioni teoriche, persiste nell'atlermare che 1" inda-
i,àne psicolotjica del documento letterario può condurre a comprendere
e rappresentare con precisione scientifica, non solo l'intelletto e l'animo
dell'autore, ma lo spirito di tutta una società, di tutta una genera-
zione, 0 di importanti gruppi umani appartenenti a generazioni diverse.
Senonchè egli capovolge, in certo modo, il metodo del Taine. Questi
aveva detto: l'opera letteraria ritrae potentemente gli uomini ed i
tempi fra cui è sorta, perchè essa ne è il prodotto logico e il tiore
supremo sbocciato per virtù di tre forze: la razza, l'ambiente, il
momento storico; studiando il fiore noi potremo ricostruire tutta la
pianta sociale che lo recava sulla sua cima. L' Hennequin oppone:
l'azione di tali forze sul cervello dello scrittore e sull'attività estetica
è innegabile, ma esse sfuggono alla nostra analisi: l'opera d'arte è un
fatto unico, prodotto dall'azione infinitamente complessa di cause im-
ponderabili, névi è scienza che ci possa dare le leggi per cui il genio
opera e crea. Preudiamo dunque a considerare il fatto letterario in sé
stesso, senza darci pensiero della sua formazione, e sottoponiamolo ad un
triplice lavorio di analisi : all'analisi estetica, all'analisi psicologica, al-
l'analisi sociologica. La prima ci mostrerà « quali emozioni destino in noi
le opere dei grandi scrittori, e come riescono a destarle » ; la seconda
dall'esame di tutti i particolari estetici di un'opera d' arte indurrà
la struttura intellettuale e morale dell'autore, e ci dirà quale sia la
natura del suo spirito -^ ; la terza, « movendo dal principio che un'opera
d'arte esercita un effetto estetico soltanto su quegli uomini di cui essa
rappresenta le facoltà mentali, studierà le classi o i gruppi di persone
l'he hanno ammirato e sentito quella data creazione dell'arte « e ci
rivelerà " quale sia stato il gusto e lo svolgimento spirituale di una
nazione in diversi periodi ed in condizioni diverse". Così la storia
letteraria ed artistica di un popolo, quando si tenga conto delle sole
opere che furono veramente ammirate, e si dia ai singoli scrittori un
luogo proporzionato alla loro celebrità « ci presenta la serie delle or-
ganizzazioni mentali tipiche di quel popolo, cioè delle evoluzioni psi-
cologiche da esso compiute ".
I difetti di questa teoria sono evidenti, e la congettura vi tiene
ancora una parte troppo grande, perchè le sue conclusioni si possano
— 213 —
dire scientificlie. Nell'analisi estetica è impossibile giungere ad un giu-
dizio obiettivo e concorde intorno alla qualità ed intensità delle emo-
zioni suscitate da un'opera letteraria, poiché lo stesso lavoro desta
sempre in anime diverse sentimenti diversi e spesso inconciliabili.
Nell'analisi psicologica non si potrà mai stabilire una rispondenza pre-
cisa tra i caratteri estetici dell'opera d'arte e l' indole morale dell'ar-
tista che r ha composta, da poi che l'anima dell'uomo è così complessa
da poter immaginare in un modo e sentire in un altro, ed egli può
esprimere artisticamente anche solo una parte esigua e fittizia della
propria persona morale. Infine l'analisi sociologica, clie è la meta
ultima e la corona suprema della critica scientifica, si riduce a una
specie di storia della fortuna dei vari scrittori attraverso i secoli, che
non è poi una tale invenzione da farne chiasso, e ad ogni modo, se
ha molta importanza come fatto storico, non ci permette di trarne de-
duzioni matematicamente precise, turbata e fuorviata com'è sovente da
una moltitudine di cause estranee all'arte.
Ferdinando Brunetière, invece, ripudiando l'importanza che il me-
todo del Taine concede alla razsa e 2Ì[\' ambiente ha conservato soltanto
il terzo principio, il principio del momeato storico, inteso rigidamente
come il luogo o l'anello della catena letteraria a cui si connette l'opera
di uno scrittore, la fase o lo svolgimento a cui era giunta una data
forma letteraria, tragedia o commedia, storia o romanzo, quando lo
scrittore studiato prese a trattarla alla sua volta, e proponendosi di
fare opera nuova od originale, dovette tener conto di tutto il lavoro
compiuto dai suoi predecessori. Questa idea, applicata e svolta con
logica e rigida convinzione, ha condotto il critico francese a ideare una
specie di evoluzione dei generi letterari, che nel nome stesso palesa
l'ambizione di trasportare nella critica una celebre teoria scientifica dei
nostri tempi. I generi letterari sono tante specie del regno letterario,
a quel modo che vi -sono diverse specie nel regno vegetale o nel regno
a,nimale, e come queste si trasformano, così i generi letterari subiscono
una legge di mutamento che li conduce dall'informe omogeneità delle
origini ad assumere forme sempre più complicate e diverse. Ogni scrit-
tore, non solo accetta ed osserva le leggi e i caratteri del genere che
egli tratta, ma in quanto si propone di dargli la propria impronta, di
atteggiarlo in modo originale, contribuisce ad arricchirlo maggiormente,
a svolgerlo nella sua pienezza, o ad esaurirlo. Così questo nasce ancora
informe, acquista a poco a poco gli organi necessari alla vita, il grado
più alto e perfetto di vitalità, poi declina, languisce e si trasforma
— ?14 —
morendo, in un altro genere letterario che viene a sostituirlo ('). In tal
modo dai principi scientifici del Cuvier e del Geotfrov Saint-Hilaire che
il Taine volle introdurre nella storia letteraria, siamo giunti alla teoria
evoluzionistica del Darwin e dello Spencer.
Il tentativo è ardito e, nella sua novità, attraente, ma fallace,
e il metodo è agevole, ma pericoloso. Certo importa molto alla storia
compiuta ed esatta dei fattori che hanno contribuito a produrre un'opera
letteraria, delle circostanze clie ne hanno preceduto la concezione, del-
Tambionte intellettuale in cui è nata, sapore quali e quanti poeti ab-
biano trattato, per esempio, la tragedia in Francia prima del Corneille
0 prima del Voltaire, e la notizia degli atteggiamenti e dei caratteri
che tale forma era venuta via via assumendo gioverà a comprendere
l'originalità di quei due grandi scrittori. Ma tale ricerca ci dirà ciò
che i due poeti hanno voluto fare, non ciò che hanno fatto realmente ;
quale sia nelle loro opere la parte riflessa, non la parte spontanea;
e la creazione artistica è attività spontanea e in gran parto incosciente.
Così la questione essenziale della critica, cioè la valutazione sicura e
obiettiva dell'opera darte, sfugge alla teoria del Brunetière. Aggiun-
gasi che il considerare e il classificare la serie dei fatti letterari uni-
camente col criterio dei generi li rappresenta succedentisi Tuno al-
l'altro con una specie di figliazione spontanea, ove mal si discerne qual
sia la parte dovuta all'elaborazione individuale e alla visione estetica
dello scrittore.
Le teorie dell' Hennequio e del Brunetière hanno trovato commen-
tatori e seguaci anclie in Germania, come W. Wetz (2). R. M. Meyer (^),
0. Pniovver ('), Ernst Groth (^) e nei paesi anglo-sassoni, come
E. Dowden ("), G. Robertson ("), E. Saintsbury, i quali le applicarona
con molta genialità allo studio di vari periodi letterari, ma senza mo-
dificarle 0 innovarle sostanzialmente. I recenti lavori teoretici del La-
(') Cfr. E. Fagikt, /''. Brunetière, nella Revue de Paris, 1° febbraio 1894,
]K 105.
{^) \V. Wetz, Shakespeare vom Standpunkt der vergleich. Litleraturge-
schichte, voi. I, Introd., pp. 1-1 3, Vorms, Reiss, 1889, e anche Ueber Litteratur-
yeschichle, Vorms, Ruiss, 1890.
(3) Cfr. Dc'ut. Litteraturzeitung, voi. XIII, ]>. :?5.",.
(*l Die neue Litteraturgeschichte, iicll.i Freic Hiihne f. inod. Lchen, voi. Ili,
p. 289.
('•) Cfr. Die Aufgabe der Litteraturgeschichte, nella Rivista Grenzòoten,
v.jI. h, p. 200.
(") Cfr. Litrrary critirism in France, Hoston, 1895.
[ (") Ksfoys toi'ard a criticai method, London, Kislicr Unwin, 1889.
— 215 -
combe {Introduction a l'Elude de l' hisloire litléraire, Paris, Hachette,
1898) e del li^w^vd {La méthode scieiilifique de l'hisloire liltéraire,
Paris, Alcan, 1900) non fanno che parafrasare e diluire con distinzioni
ed esemplificazioni copiose le idee del Taine e dell' Hennequin.
L'errore del Taine e della sua scuola consiste adunque in questo,
che, movendo dal concetto dell'unità della natura e dello spirito, hanno
inteso ritrovare in questo le stesse leggi che reggono l'universo fisico,
e giudicare il valore di un' opera letteraria dalla profondità e dalla
complessità di certi caratteri, o dalla sua rispondenza a un dato tipo
astratto, come si classifica un animale od una pianta studiandone i ca-
ratteri organici e la complessità della sua struttura e delle sue funzioni.
Di fronte a questo gruppo di critici, principalmente francesi, che,
fuorviati da una falsa analogia, hanno voluto cercare l'origine delle più
delicate complessità dello spirito passando per il cammino lungo e
fallace delle scienze fisiclie, sta una scuola di critici e di storici te-
deschi che, pur ammettendo l'unità e la continuità della vita nell'uni-
verso, hanno pensato giustamente che le leggi dello spirito non si possono
scoprire che collo studio dei fatti spirituali. Perciò, rinunciando ad
ogni ambizione di trovare il nesso e come la sutura tra le scienze
fisiche e le scienze morali, si son domandati quale sia il principio del-
l'attività estetica, quali i fatti interni che la suscitano, quali le forme
in cui si esplica, per trarne poi un principio di giudizio critico intorno
al valore delle opere d'arte e al loro grado di potenza rappresentativa,
Avevan loro preparata la via le ricerche fisiologiche del AVundt, i
lavori intorno alla psicologia dei popoli, o elìiofisicologia, dello Stein-
thal e del Lazarus, le teorie estetiche di Carlo tìroos, di Corrado
Tiedler, di Teodoro Lipps, di Massimiliano Diez e generalmente di
quelli che intesero determinare a quali condizioni o a quali atteggia-
menti dell'animo umano corrispondano date impressioni estetiche. Dal
Rinascimento in poi la critica era stata in Germania, come presso
tutte le Nazioni colte europeo, prima tradizionale e rettorica, poi, a par-
tire dall'opera del Lessing e dell' Herder, successivamento o simultanea-
mente estetica, filologica, storica. La nuova critica, che si dice pure
scientifica, si propone, come afferma il suo più recente teorico e inter-
prete, r Elster, di conciliarle, raccògliendo ciò che v' è di meglio
in ciascuno dei tre metodi, e collegando il tutto in unità salda e coe-
rente. Per raggiungere tal fine essa parte da un fondamento psicolo-
gico, determina cioè astrattamente in che consista >^ la concezione este-
tica della vita » in confronto alla concezione logica e a quella morale,
e afferma che ciò che distingue il concetto estetico dagli altri, è '?//'/
— 216 —
j)iìi polente accentuazione del sentimento. Studia quindi i rapporti che
lejjano il concetto estetico al concetto logico e al morale, poi passa a
indagare come si misuri la forza intellettiva, sentimentale e fantastica
nei singoli artisti, e coi dati che l'analisi le fornisce viene a delineare
i caratteri generali del comico e del tragico, della lirica e dell'epica,
del grottesco e del sublime, ecc., e ad indicare le categorie rettoriche.
cioè le immagini, le costruzioni, le forme verbali, i metri che espri-
mono i vari atteggiamenti dello spirito e concorrono a formare le di-
verso specie letterarie.
Si ricade così, per una via più lunga, nelle ripartizioni e nelle
distinzioni della vecchia rettorica, e non solo si ridona autorità ai ge-
neri letterari come forme fisse e organicamente diverse, ma si vengono
a formare tante categorie astratte quante sono le parole, o meglio le
metafore, con che si indicano le varie emozioni estetiche dell'animo
umano: il piacevole e lo sgradevole, il tragico e il comico, la collera
e la pietà, ecc., ecc., e si trasformano in tipi, che si possono rea-
lizzare artisticamente secondo certe norme e con mezzi determinati
d'espressione. E poeta tragico oppure comico, sentimentale od obiettivo
colui che provoca in noi certe emozioni che la psicologia determina,
con quei dati sussidi rettorici. Resta così distrutto il concetto capitale
che ogni vera opera d'arte è l'espressione unica di un' impressione
0 di una serie di impressioni uniche <lello spirito umano, e si ripete
la vieta distinzione tra concetto o contenuto e forma. Ma l'esperienza
ci dice che non esiste obiettivamente un tipo o concetto unico del su-
blime e del grottesco, del lirico e dell'epico; che tali parole acqui-
stano un valore ed un significato diverso in tempi e in condizioni sto-
riche diverse, che gli stessi autori non ricevono un' impressione uguale
dagli stessi fatti e dalle stesse idee in diversi periodi della loro vita,
e le esprimono in modi differenti ; che le medesime opere non paiono
ugualmente sublimi, o tragiche, o appassionate ai vari lettori ; che noi
stessi sentiamo diversamente, siamo capaci di emozioni estetiche op-
poste e contradittorie nei vari periodi della nostra vita.
Il vero si è che non e.sistono tipi o categorie generali dui bello,
ma esistono soltanto opere d'arte concrete e diverse : il che viene a
diro che non esiste, ne può esistere, in senso esatto, una critica let-
teraria scientifica. E infatti, ogni scienza poggia su leggi generali e
costanti, e non si danno leggi generali dell'attività e della j)roduzionL'
letteraria. Come non è possibile stabilire rapporti proporzionali e raate-
maticament*,' co.stanti fra le varie facoltà dello spirito, non che di un indi-
viduo ma di un popolo intero, così non è possibile fissare quale com-
— 217 —
plesso di condizioni storiche, di circostanze sociali, di sensazioni e di
emozioni possa produrre con certezza una data opera letteraria. Le
notizie più copiose ed esatte intorno alla razza, alla famiglia, all'edu-
cazione, alla cultura, alla salute fisica o morale di uno scrittore non
permetteranno mai, o almeno non ci permettono ora, di prevedere quali
saranno le manifestazioni della sua attività estetica, o di affermare un
rapporto costante fra queste e quelle, come tutte le ricerche psicologiche
non ci danno autorità di formulare leggi che prestahiliscano quali modi
di espressione artistica sveglieranno infallibilmente dati sentimenti
nell'animo dei lettori. E, poiché critica significa sopratutto (jiudizio,
e giudizio, s'intende, del valore, la critica letteraria non potrà mai
dirsi scientifica, perchè essa non avrà mai un canone o una misura
obiettiva per determinare il valore dell'opera letteraria; non potrà
mai trovare fuori di sé e fuori dello spirito giudicante lo strumento del
giudizio. Certo si potrà sempre misurare l' importanza di uno scrittore
e dell'opera sua dalle ammirazioni destate, dagli imitatori che si è tra-
scinato dietro, dall'ampiezza e profondità della sua influenza intellettuale
e morale, dal numero delle generazioni che hanno salutato in lui un
maestro ed una guida, ma tale giudizio avrà un valore unicamente
storico e sociale, non estetico, poiché l'emozione estetica è per essenza
personale ed incomunicabile. Nessuno potrà insegnare un metodo per
intendere la potenza dell'arte dantesca a chi non la senta spontanea-
mente e direttamente, anche se tale ottuso lettore fosse un uomo di
genio come, per esempio. Alfonso di Lamartine.
Ma, come ha detto bene nel suo recente libro ^\\\Y Estetica B. Croce,
se giudicare un'opera letteraria significa riprodurla in sé, è anche
vero che a conseguire tale riproduzione è necessario che - la tradizione
e la critica storica ci aiutino a ricollocare il fatto artistico nei suoi
tempi e nella sua integrità, fra le circostanze storiche, le passioni,
gli errori, le credenze e i costumi che 1' hanno prodotto ; è necessario
che noi, per opera sua, vediamo l'opera d'arte come la vedeva il suo
autore nel momento della produzione " . Questa io chiamerei scienza
letteraria; e scientifica si potrebbe quindi chiamare quella critica
che si studia di riprodurre in sé e di esprimere l'emozione este-
tica prodotta daW opera letteraria, movendo da una cognizione, per
quanto i tempi concedono, compiuta di tutti i fatti e di tutte le
circostante storiche e psicologiche che ne hanno preparato e accom-
pagnato la produzione. Sin che le discipline morali non abbiano di
molto allargato le loro conquiste e raggiunto ideali attualmente assai
clnmerici non mi sembra si possa discorrere in senso diverso di una scienza
della critica letteraria.
XVIII.
DI UN COMMENTO INEDITO ALLA DIVINA COMMEDIA,
FONTE DEI PIÙ ANTICHI COMMENTATORI.
Comunicazione del prof. F. P. Li rso.
Dovrei parlare, o Signori, di un commento inedito che è, a mio
giudizio, il primo e più importante lavoro esegetico sulla Divida Com-
media, come quello da cui trassero la maggiore e miglior parte delle
lor chiose i più antichi commentatori a noi noti. Ma non è argomento,
questo, di una pura e semplice comunicazione.
Non si tratta di un documento ignorato, che sorga fortuitamente
ad ampliare le nostre conoscenze, o a colmare lacune già innanzi av-
vertite 0 sospettate. Il nostro commento fu oggetto di studio fin dallo
scorcio del secolo XVIII : di un codice che lo contiene parve al Dio-
nisi poter sentenziare, alla brava, con queste parole : « il codice è bello
e vetusto, ma il dettato non vale un fico » (')•
E quel codice poi descrisse il De Batines (-), e il commento rese
di pubblica ragione tra gli studiosi F. Selmi, dandone in luce nel 1865,
in nota alle sue Chiose, brevissimi estratti (^).
Più recentemente la critica positiva, che con larga informazione
del materiale edito e inedito cercò di determinare il valore dei più
antichi interpreti del poema, l'importanza di ciascuno e la loro dipen-
denza reciproca, sul nostro commento tenne giudizio più ponderato, ma,
in sostanza, non diverso da quello del Dionisi. Si tratta, fu asserito,
(') Serie di Aneddoti, N. V., Verona, 1790, p. 14.
(*) CoLoMB De Batines, Bibliografìa dantesca, Prato, 1846, t. II, p. 294 seg.
Scrivo il dntto biblitiijrafo: «Potrebbe darsi che queste .\nnotazioni latine fossero
di Iacopo di Dante, fiijliuolo di Pietro Alighieri, nipote di Iacopo, e ])er conse-
guenza bisnipote di Dante ecc. n.
(3) Chiose anonime alla prima cantica della Divina Commedia ecc., Torin»,
18G5, passini.
— 220
di un commento miscellaneo, in cui a poche chiose di Iacopo di Dante
si trovano mescolate molte altre attinte a varie fonti (')•
Ora la mia tesi che addita come sorgente prima di tutta la cor-
rente ermeneutica dantesca quel che oggi è ritenuto quasi un ristagno
di acque torbide, accolte da diverse vie: una tesi che non pure di-
scorda, ma tende a distruggere la tede concessa e l'autorità da tutti
riconosciuta ai più antichi commentatori, non jiuò essere costretta entro
i limiti di una semplice comunicazione, ma ha bisogno di lunga e varia
e paziente dimostrazione.
Né minori ostacoli e turbamenti adduce l' intitolazione di quel
codice - bello e vetusto »: Chiose di Dante, le quali fece el figliuolo
co le sue mani. — Innanzi a un titolo sitfatto il Dionisi sorride come
di una <^ cosa burlevole ", e pensa alla » semplicità d'un fanciullo, che
scrivendo a sua madre fece la soprascrit,ta così : Alle mani di mia mam-
ma, moglie di mio papà » . Ma, a parte la lepida giovialità del dabben
canonico veronese, quale figliuolo di Dante sarebbe l'autore di questo
nuovo commento? Iacopo o Pietro'? 0 non abbiamo già da un pezzo
riconosciuta e assicurata ai due tìgli del poeta la paternità di due com-
menti, editi, grazie alla dotta liberalità di un dantotìlo inglese, uno
nel 1845, l'altro nel 1848? Si dovrebbe dunque tornare addietro, e rive-
dere i titoli di appartenenza, e confrontarli con quelli che presenta il
nuovo venuto?
E quando ci accadesse di ravvisare in questo nuovo pretendente
il legittimo figlio del poeta, avremmo noi trovato nell'opera di lui un
fondamento più solido e resistente, su cui ricostruire, con maggiore
stabilità e sicurezza, l'edifizio ermeneutico dantesco?
Proemiando a una serio di ricerche comprese sotto il titolo : Fra
chiose e commenti antichi alla Divina Commedia, la cui pubblica-
zione s'inizia nel fascicolo àoiì' Archivio storico italiano che uscirà a
giorni (-), ho atl'ermato che in questo campo di studi bisogna, con pronta
concordia d'animi, rifarsi da capo. E per mitigare il senso di diffidenza,
che suole, e non senza ragione, opporsi a qualimque audace atferma-
zione e aduggiare ogni opera innovatrice, ho creduto necessario, in oc-
(') L. Rocca in Propuf/natore, v. XIX, p. 411 ; e Di nlruni commenti della
Divina Commedia ecc., Firenze, 1891, ]>. 7.
(') L'Archivio Ila f^'ià piibblicatn iliie studi: il primo intitolato "Le Chiose
aiririferiio di Jacop(, Ali{,'liieri sono traduzione informe di un originale latino n
(dispensa prima del 1903); l'altro u II ]nh antico commento al Purgatorio « (di-
spensa jirima d<'l l!'OJ).
— 221 —
casione del Congresso, far conoscere schematicamente i risultati a cui
fin oggi son giunto con le mie ricerche.
Ecco innanzi tutto lo stato presente delle cognizioni che si hanno
sui più antichi commentatori.
Il primo intero commento alla Divina Commedia è del 1328-34:
autore Iacopo della Lana bolognese.
Anteriore al Lana sono: le Chiose all'Inferno di Iacopo di Dante,
del 1322-24, e il Commeato all' Inferno di ser Graziole dei Bamba-
glioli bolognese, del 1324. Lascio da parte il Com.mento all'Inferno di
Guido da Pisa, ancora avvolto del misterioso velo dell' inedito : esso,
a ogni modo, sta tra il Lana e gli altri due.
Iacopo di Dante cerca nel poema e ne svolge, a preferenza, il senso
allegorico-dottriuale, curando poco l'elemento narrativo, e ancor meno
l'esegesi della lettera. Ser Graziolo, trascurata l'allegoria, pone ogni
sua cura nell'esposizione e dichiarazione del senso letterale e si dif-
fonde nella parte narrativa, toccando, ma solo in pochi luoghi, le dot-
trine scolastiche. Iacopo della Lana, per primo, si dimostra intento a
dare una piena esposizione del poema in ogni sua parte, svolgendo,
passo per passo, con l'interpretazione letterale, l'elemento allegorico il
narrativo il filosofico ; conosce i commenti anteriori e se ne giova, ma
solo per poche chiose. Così pure ser Graziolo conosce e attinge qualche
elemento allegorico alle originali, e prime di tutte per tempo, Chiose
all'Inferno di Iacopo tiglio di Dante.
Questi i risultati ottenuti dalla critica dantesca in tale campo di
studi ('), e, dacché si è riconosciuta l'importanza grande degli antichi
interpreti, questa la base a cui s'appoggia ogni moderno commentatore
che non ami abbandonarsi a ipotesi e sogni speciosi.
E questa base io penso debba essere innovata e ricostruita sul
disegno di cui tento qui tracciare alcune linee.
Sia a il primo commento alhi Divina Commedia. Teniamo pre-
sente che esso, come ogni opera consimile di esegesi, nel lavorio di
trascrizione e divulgazione ebbe sorti ben diverso da quelle die toc-
(') L. Rocca, Di alcuni commenti ecc.. passim.
ooo
cano a uu'opera di originale concezione. Costituito di chiose e postille
di varia estensione e contenenza, senza intrinseca e organica unità, come
frammenti commessi e tenuti insieme dal piano su cui posano, ogni
commento prende sua forma dall'ingegno, dagli intendimenti, dalle pre-
dilezioni di un compilatore, e anche di un trascrittore, che non faccia
solo opera materiale e venale di menante.
Qua una chiosa è troppo lunga, per esser contenuta fra le altre
nel breve margine rimasto: e si accorcia o si riassume, o anche si
trascura. Là ad una postilla breve e vaga, il trascrittore sostituisce
una nota ricca di citazioni e di più sicure notizie, che e' desume o da
altra fonte o dal suo patrimonio intellettuale. Certa allusione o inter-
pretazione non soddisfa pienamente, o urta le predilezioni e i convin-
cimenti di chi scrive: e costui manipola la chiosa con diversa inten-
zione 0, se la riporta fedelmente, vi fa un'aggiunta, or correttiva or
integrativa, con un termine di trapasso come: vel potest dici, vel dicas,
vel melius dici potest e simili.
Ve poi chi non s; contenta di possedere un Dante con una serie
di chiose illustrative trascritte a proprio uso e diletto: ha levatura e
mezzi da compilare o elaborare un commento nuovo sull'opera altrui,
0 pure, sceveratone secondo la natura del proprio ingegno l'elemento
narrativo o l'allegorico o il tilosotìco, svolgere questo a parte dando al
resto importanza secondaria.
Si che, a voler tentare una generica classificazione di tutto il
materiale interpretativo raccolto intorno alla Commedia nei primissimi
anni, avanti che le distinzioni col moltiplicarsi dei commenti si faces-
sero complesse e svariatissime, abbiamo:
— 223 —
P l'opera degli amanuensi: che in generale conservano l'inte-
grità del testo, quando pur non abbiano in questo avuto luogo inter-
polazioni e aggiunte;
2° l'opera di quelli, che io chiamerei trascrittori liberi: uocoini
più 0 men colti, che copiando si permettono qualche aggiunta o sosti-
tuzione 0 riduzione;
3° l'opera dei ri facitori: che si servono del lavoro altrui come
di materia greggia e l'elaborano a lor modo, dando a tutto il com-
mento un assetto, un'impronta, uno svolgimento originale.
È inutile dire che queste distinzioni, anche in quei primissimi
tempi, non hanno valore assoluto : può ben darsi che un commento non
appartenga a nessuna delle tre categorie, ma risulti dalla sovrappo-
sizione dell'opera di un trascrittore libero, ad esempio, a quella di un
rifacitore. Ma queste distinzioni valgono a comprendere il fenomeno,
e ad intenderci.
Tornando dunque al primo commento «, esso fu divulgato per
per le vie e i modi a cui abbiamo accennato, per opera di copisti,
trascrittori liberi, rifacitori. E poniamo che da a, attraverso l'opera di
copisti, sia derivato A e B. Un rifacitore, e chiamamolo x, d'ingegno
aperto alla poesia, cui piace leggere il poema, intendendone la lettera
e le allusioni storiche e mitologiche, attinge da li la parte espositiva e
narrativa, e vi fa aggiunte e integrazioni.
Un altro rifacitore, e sia y, dotto uomo di scuola, che è portato
dall'ingegno e dalla sua educazione alla scienza, e considera la poesia
vago adombramento di verità, dà più importanza all'elemento dottri-
nale e allegorico, che svolge e arricchisce con citazioni, specie di autori
sacri, a dimostrare l'eccellenza l'universalità la ortodossia del divino
poeta.
Qui mi sia lecito di identificare, se non in y, in uno ad esso
vicino e affine di tendenze e d'ingegno, come C o e, un commenta-
tore affatto ignoto, un marchigiano: Mag/ster Christianus de Came-
reno ('), che deve aver compilato il suo commento prima di ser Gra-
ziole, cioè prima del 1324, poiché il cancelliere bolognese si giovò del-
l'opera di lui, proprio in quella parte del commento (proemio e primo
capitolo), che a differenza di tutto il resto, come fu notato, è allego-
rico-dottrinale (*). E credo a questo Cristiano da Camerino alluda Bar-
(') Si veda por ura il ooil. Laurenziaiio XLII II o. 1 a, e 15 ci b, US a.
Ne parlerò altrove.
(') L. Rocca, op. cit., p. 57.
— 224 —
tolomeo Ceffoni, del 1482. iu una postilla di un codice riccardiano,
dove enumerando i più famosi interpreti di Dante, pone con « quel
da Bologna » (ser Graziole o il Lana) « quel della Marca » ('); che
non è certo, come erroneamente fu sospettato (-), Bosone da Gubbio,
se Gubbio nel secolo XV era, come oggi, sui verdi colli dell'Umbria.
L'opera di //. o di un trascrittore libero a lui vicino, F, viene
alle mani di un ignorante e meccanico volgarizzatore, il quale, sapendo
di latino quanto o poco più di un sacrestano, sottopone l'opera latina
oriorinale a un lavorio non di traduzione, ma di barbara deturpazione
in lingua volgare. Chiamiamo questo volgarizzamento /.
Da j:, 0 immediatamente o mediatamente, con poche riduzioni e
sostituzioni, deriva l'opera del trascrittore libero M, e in modo con-
forme quella di un altro. G: il quale, oltre a servirsi di C per il
proemio e il primo capitolo, che pare dovesse mancare in x (come
manca in M), mira, ed è questa la sua parte originale, a difendere il
poeta, ove gli torna a proposito, da accuse di eterodossia e irriverenza
a Santa Madre Chiesa.
Abbiamo già detto, o Signori, che la critica oggi riconosce quali
scaturigini prime della corrente ermeneutica dantesca le Chiose all'In-
ferno di Lacopo di Dante, e il Commeiiio all'Inferno di ser Graziolo
dei Bambaglioli. Or nei primi capitoli del volume annunziato Fra chiose
e commciiti antichi si dimostra, che le Chiose di Iacopo sono tradu-
zione informe di un originale latino: nello schema tracciato corrispon-
derebbero a /; e il Commento di ser Graziolo è in massima parte un
plagio con riduzioni e travisamenti incredibili : nello schema, sarebbe
rappresentato da G.
M è un codice Maglial)echiano, che ci conserva una redazione
più diligente, nell'insieme, che non sia il Commento di ser Graziole"
Il codice bello e vetusto, sempre secondo il Dionisi, ove si legge
l'intitolazione: Chiose di Dante, le quali fece el figliuolo co le sue
mani, avrebbe il posto, qui nello scliema, di A. Il commento si estende
solo alle prime due cantiche: ha notizie larghe e precise; svolge in-
sieme la parte espositiva, narrativa, dottrinale; è veramente di un figlio
di Danto; e fu forse compilato su postille indicazioni e dicliiarazioni,
di cui è facile pensare il poeta stesso corredasse l'opera sua.
{') t . 1»E ISatinks, op. cit., t. II, i>. 78.
(») Ibidem, p. 281, 296.
— 225 —
Mi pregio di offrir loro, come saggio, il primo foglio di stampa
di quest'opera, augurandomi di poter giungere, entro la fine del cor-
rente anno, al termine della ben avviata pubblicazione (').
E concludo. Un commento a una grande opera di poesia, come la
Divina Commedia, è lavoro lungo e paziente di molte generazioni. Ma
quando si mostrasse che tutti gli elementi essenziali di esso commento,
storici allegorici dottrinali, sono raccolti in uno solo, che è la fonte
di tutti gli altri; e questa prima originale opera interpretativa è del
figlio di Dante stesso: se dalla fonte a noi nota potessimo risalire alla
prima scaturigine, cioè da A ad «, sceverando e rimovendo tutto ciò
che di eterogeneo vi s'è infiltrato nel breve tragitto: se giungessimo
a eliminare i sospetti e confermare, che il figlio scrive e compila su
postille indicazioni e dichiarazioni del padre, secondo quel clie ci te-
stimonia anche Bartolommeo di Pietro de' Nerucci da San Gemignano,
del 1431, il quale dice di aver tratte alcune postille (e si noti bene:
queste postille, confuse tra altre molte, sono identiche, anzi in alcuni
punti più corrette di quelle otferteci da A), d'aver tratte dunque al-
cune postille « d'uno Dante antiquo tanto, che dove era alcuno texto
« dubio et obscuro era legato insieme quello tale texto, et dicea: la-
« eobe, facias declarationem. Et decto lacobo fu figluolo di Dante. Et
« era rotto et stracciato per modo che veramente fu scripto al tempo
« di Dante " (^): quando tutto questo, o Signori, sarà dimostrato, l'er-
meneutica dantesca avrà una salda base su cui sicuramente edificare,
e tra la grande operosità che ferve attorno al sacro poema, l'eco della
parola di Dante, che anche affievolita ci giunge severa attraverso la
semplice e fida esposizione del figlio, sarà a volta a volta, per noi,
legge 0 regola, ma sempre di freno, perchè non ci si abbandoni al
libero nostro ingegno o al capriccio.
(•) È pubblicato il secondo volume (Firenze, Carnesecchi), che contiene le
Chiose al Purgatorio. Il primo, con le Chiose all'Inferno, è in corso di stampa.
('') Laurenziano XLII 15, e. 175 a.
Seziono III. — Storia (ielle Letleratiive. 15
XIX.
IL MARGUTTE DEL PULCI, IL CINGAR DEL FOLENGO
E IL PANURGO DEL RABELAIS.
Comunicazione del prof. dott. Giovanni Tancredi.
Qiiant' è contenuto negli angusti limiti della presente memoria è
un saggio dei materiali piuttosto abbondanti raccolti per un lavoro di
maggior mole, che mi sembra degno di veder la luce ora special-
mente in cui vanno acquistando maggiore importanza, per le cresciute
relazioni internazionali, le lingue e conseguentemente le letterature
straniere. Tale saggio è inteso a mostrare una parte della grande af-
finità, anzi della grande parentela fra tre poemi appartenenti a diverse
letterature neolatine. I tre poemi sono a tutti noti: il Baldo o le
Maccheroniche del Folengo, meglio conosciuto col pseudonimo di
Merlin Cocai, il Panlagruel del Rabelais e il Don Chisciotte del
Cervantes. Ed è nota ancora, dopo lo sviluppo che hanno preso gli
studi folenghiani in quest'ultimo decennio, la grande affinità, da ra-
sentare talora la somiglianza, fra la materia dell'epopea maccheronica
e quella delle epopee straniere; affinità che, a rari intervalli, ho cer-
cato di mostrare anch' io, modestissimo cultore di siffatti studi compa-
rativi, con articoli ed opuscoli speciali ('). pervenendo sempre a questo
risultato: che l'autore italiano abbia porto una fonte inesauribile di
materia comico-cavalleresca ai due confratelli d'oltralpe e ch'egli stesso
alla sua volta non sia interamente e strettamente originale, avendo
preso ad imprestito molte situazioni e varii caratteri dai personaggi
del poema del Pulci. Il risultato del mio lavoro si renderebbe evidente
con un largo confronto delle epopee fra loro e col poema del Pulci;
ma il breve spazio consentito per una semplice memoria mi permette
appena di fare un riassunto del confronto fra tre personaggi soltanto.
(") V. il mio studio critico sul poema del Folontro, corredato di riscontri
con le produzioni straniero del lv;ibol;iis e del Cirvanf^s, d.d IS
- 228 —
che 0 sono i protagonisti o rappresentano, por lo meno, una parte im-
portantissima nei rispettivi poemi eroicomici: Margutte, Ciugar, Fa-
mi rgo.
Premettiamo che vari sono gli intenti di coloro che, al pari di
noi. hanno preso a studiare con amore la produzione del Folengo e
principalmente il Baldo ch'è l'opera maggiore. Chi cercò nelle intime
latebre di quella strana lingua le fila della vita errabonda ed avven-
turosa dell'autore, per una ricostruzione biografica, chi gli arcani sensi
e i reconditi intendimenti del poeta. Certo che il Baldo, come appare
dal gran numero dell'edizioni in tutfi tempi, dalle traduzioni in tutte
le lingue, dall'ammirazione dei nostri sommi d'ogni secolo, dalle imi-
tazioni dei più grandi stranieri, è un'opera genialissima, che contiene
tutti gli elementi più svariati della poesia: l'intonazione epica di Vir-
gilio e il comico di Flauto, il sarcastico di Luciano e il faceto del
Berni, l'esatta fotografia di costumi e le astruse concezioni metafìsiche,
la forma didattica e la lirica, la lirica e la drammatica. K quindi un
nuovo mondo che s'agita e vivo in questo libro: dove l'astrologia, la
scolastica, l'arte, la religione, la cavalleria specialmente sono sferzate
a sangue e formano come le ruote di un' immensa maccliina, che il
poeta sembra dirigere in maschera da Fulcinella.
Potendosi considerare da diversi aspetti è naturale che si adattò
a tutte le specie d'interpretazioni e di studi i più disparati; sicché
intorno a nessun libro e a nessun autore si sono accumulati tanti giu-
di/i controversi quanti son venuti accumulandosi, lungo il cammino dei
ticcoli, sul Folengo e sull'opera sua principale. Tutti però, clii più, chi
meno, studiando il poema sotto qualunque aspetto, haii preparato larga
e ricca messe a colui ch'è ancor di là da venire, al futuro storico di
({uella poesia folenghiana, che rappresenta uno dei lati più ameni ed
originali della nostra letteratura, l'unico forse di carattere prettamente
nazionale ('); tanto che l'autore di essa fu ritenuto a buon dritto, per
l'originalità della forma e della sostanza, non solo il poeta più grande
del secolo XVI, dopo l'Ariosto, ma il poeta di stampo essenzialmente
italiano, imitato e magari anche sacclieggiato in mille modi dai più
grandi scrittori stranieri, di Francia e Spagna specialmente.
Ne v' è chi possa mettere in dubbio tali imitazioni larghissime,
benché sfortunatamente nessun lavoro di gran mole abbia trattato com-
piutamente silfatto argomento e studiato il Folengo sotto l'aspetto
storico e comparativo, come si è lamentato a varie ripreso da illustri
(I) V. Simlio c\\. l'refuzionc.
— 229 -
critici italiani e stranieri ('). Alla quale mancanza hanno contribuito
non poco le difficoltà da noi incontrate, sia nel poema maccheronico
per la sua lingua originalissima e non mai parlata, con uua struttura
priva di regole grammaticali e senza esempio d'alcuu dizionario, sia
nel poema del Rabelais, pel suo linguaggio in francese antico, irto di
innumerevoli scogli e con parole foggiate più dall' ingegno capriccio.-:©
del grande satirico die dall'etimologia e dalla grammatica. Non col-
meremo certamente noi l'immensa lacuna della storia letteraria, ma
vi getteremo ad ora ad ora qualche po' dei nostri materiali, insieme
con tutti coloro, i quali tendono, per continuare la metafora, alla no-
bile opera di prosciugamento.
Il Folengo nacque a Cipada, in quel di Mantova, non è ben noto
se nel 1491, come alcuni vorrebbero, o nel 1492, secondo il Portioli
ed il Gaspary, o nel 1496, secondo le scoverte del Luzio (-); in ogni
caso l'anno della nascita, per tutti coloro che hanno avuto cura di
stabilire le date più memorabili della biografia folenghiana, varia fra
due limiti: il 1492 e il 1496. Tutti i biografi poi sono d'accordo nel
ritenere che la sua morte sia avvenuta in Campese il 1544.
Come si vede, dalle stesse date dei biografi, i tempi del Folengo
sono di un' importanza capitale. L' Italia è scorrazzata da ])arbari. Fran-
cesi e Spagnuoli principalmente se ne contendono il dominio, ed essa
arriva, dopo lotte alternate, all'orrendo giogo degli ultimi. Parallela
alla decadenza politica è la prostrazione morale, generata da mancanza
di coscienza e di fede, e, quasi a contrasto di tutto ciò, la liinasccnza
tocca l'apice dello sviluppo, fiorisce rigogliosamente, mentre nelle altre
nazioni allora mandava fuori i primi bottoni. In mezzo alla più splen-
dida rifioritura del pensiero e della maturità classica, l'arte, in tutte
le manifestazioni, tocca l'apogeo: sono i tempi di Michelangelo, di
Raffaello, del Machiavelli e del Folengo stesso, collocato giustamente
tra i sommi di questo periodo più fecondo della nostra letteratura.
L' Italia, doiniiiata politicamente, atferma il suo primato intellet-
tuale nell'arte, ne detta le leggi agli stessi dominatori; e il Folengo
è preso a guida e modello successivamente dal Kabelais e dal Cervantes,
come ora vedremo più da vicino, col confronto delle tre figure di sopra
menzionate, che rispondono a tre creazioni tipiche della letteratura
internazionale.
(') Idem. Iiitroiliizii'iio e oap. I.
(") V. Giornale storico della letteratura, voi. XIII-XIX, fase. 37, ."IS, 42.
— 230 -
Tra i peisonaggi più importanti della poesia folenghiana è senza
dubbio Cingar, un impasto di qualità le più disparate, clie accoglie
in se tutti i vizi e tutta la corruzione del Medio Evo e, nel contempo,
tutte le doti di mente e dauimo, tutte le raffinatezze della coltura
che tramezza il Rinascimento e il periodo classico delle nostre lettere :
dall'amore por il bello tino alla conoscenza dell'astrologia (3/a<?^/i<?r. VITI)
e dell'astronomia (Maccher., XIll-XIV). Cingar è perciò dotato di un
umorismo senza tìne, è una fonte inesauribile di burle, di facezie, di
gherminelle, che lo rendono simpaticissimo al lettore, non appena lo
incontra lungo la vastissima tela del poema. Il suo ritratto tisico, a
differenza degli altri cavalieri di proporzioni immense, è piuttosto
quello di un uomo piccoletto e scarno, ma il ritratto morale, al con-
trario, è quello di im uomo d' indole vivace e destrissima in tutte le
cose di questo mondo, buone o cattive che siano. Ovunque si reca
tutti lo guardano, tutti lo ammirano, tutti lo segnano a dito pei suoi
motti, per le sua piacevolezze, per le sue avventure e pei suoi male-
tìcì eziandio, poiché non v' era scelleraggine che non avesse com-
messo,
u Non scelus in niundo quod non conimiserit iste ".
Era specialmente famigerato pei suoi furti, come il ladro più ac-
corto ch'esistesse ai suoi tempi (') e come quegli che sapeva sempre
maestrevolmente sfuggire alle grinfe dei birri. All'uopo portava abi-
tualmente gì' istrumenti del suo mestiere, come dire arnesi da rompere
scrigni, all'occorrenza, scassinare porte, spogliar palagi e botteghe, non
risparmiando neppur le chiese e gli altari (-).
(») Baldo, Maccher., II, v. 97 e segg.
Alter erat Baldi conipaj^nus nomine Cingar
Accortus, latro, seniper trufl'are paratus
Scarnus enim facie, reliquo sed corporu nervis
Plenus, coMipressus, picolinus, bruiius et atrox.
(») Baldo, Maccher., II, v. 9!i e segg.
Portabat seniper latro post terga sachellam
Sgarabaldellis jilenani, surdisquc tanais
Cum quibus obscura pingues de nocte botegas
Ingreditur caricatque siios de merce sodales.
Ut gattus saltat, giiizzat, graligiiat et cmnes
Altaros spojat, gesias <iiiuiii curiiit ajtertas.
— 231 —
Ma la qualità più spiccata nella figura di Cingar è la mancanza
di ogni fede, il cinismo più assoluto: quand'egli abbia soddisfattola
gola, che forma un'altra debolezza ingenita in lui, non ha bisogno di
credere a nulla, può scherzare piacevolmente coi santi, gridando poscia,
per colmo della sua sfacciataggine. « scrizemus pares pariter saactosque
sinamus ». Eppure quest'uomo cosi cinico, così indifferente al mondo
che lo circonda, alberga nell'animo sentimenti teneri e delicatissimi,
un'amicizia sviscerata per due compagni, due eroi del poema macche-
ronico, Palchetto e Baldo {Maccher., II), ai quali si sente legato da
un amore e da una fedeltà indissolubili.
Questo tipo d'eroe così corrotto, di ladro, di donnaiuolo, di truf-
fatore e d'amico così tenero, deriva direttamente dal Margulte del
Pulci. Non solo ce l'afferma il poeta chiaramente {Maccher., II) col
verso « Iste suam traxit Marguti e sanguine razzam » , ma s' inferisce
dal paragone dei due eroi singolari.
La genealogia di Cingar è confermata a capello dall'analisi del
carattere di Margutte e dall'esame degli elementi che il Folengo ha
preso in prestito dal Pulci, svolgendoli, ampliandoli, modificandoli in
massima parte. Infatti le qualità fisiche del derivato, che si trova
Piccolino accanto ai giganti coi quali è costretto a vivere, sono un'ab-
breviazione delle qualità fisiche del progenitore Margutte, che diceva,
in proposito, della sua statura (C. XVIII):
Ed ebbi voglia anch'io d'esser gigante,
Poi mi pentii, quando a mezzo fui giunto.
E le qualità morali sono prese in germe e svolte quindi amplia-
mento da quella spiritosissima biografia che Margutte fa di sé stesso
a Morgante, la prima volta in cui s' incontrano, dipingendosi un uomo
accorto, malizioso, pronto sempre a corbellare la gente, colla coscienza
piena di tutti i peccati possibili, e dichiarandosi un vero malandrino
che aveva incominciata la carriera coli" uccisione del padre. Ma quel
che più ravvicina Margutte al grottesco eroe del Folengo è un ribut-
tante cinismo per ogni cosa, la negazione assoluta d'ogni sentimento
etico-religioso, tanto che interrogato dal Morgante quale fede profes-
sasse (C. XVII),
dispose allor Margutte: a dirtel tosto.
Io non credo più al nero che all'azzurru.
Ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto,
E credo alcuna volta anche nel burro ;
— 232 -
Nella corvoi^ia e, quand'io n'ho, nel mosto,
E molto più nell'aspro che il mangurro;
E sopratutto nel buon vino ho fede
E credo che sia salvo chi gli crede.
E credo nella torta e nel tortello
L'nna è la madre, l'altro è il suo tìgliuolo,
Il vero paternostro è il fegatello
E possono esser tre e due e un solo
E deriva dal fegato almen quello
E poi finisce:
La fede è fatta come fa il solletico.
Però questo comico eroe, privo di ogni nobile sentimento, dimo-
stra subito, come aveva dimostrato Cingar per Baldo, un grande alletto
per Morgante, affetto costante e perenne, il quale solo dopo la morte
lo divide dal suo compagno d'avventure; quantunque e Cingar e Mar-
gutte, ghiottoni com' erano, si trovavano un po' a disagio con quei gi-
ganti cbe divoravano quanto capitava loro innanzi.
E per accostare maggiormente i due personaggi bisogna osservare
che anche il bisnonno di Cingar, per dir cosi, ha la coscienza gravata
da peccati moltissimi e l'animo dominato da vizi singolari, tra cui
principalissimi quelli della gola e del furto, intorno al quale con la
massima franchezza dichiarava al suo amico :
Non mi bisogna uncin nò porre scale
Ove con mano aggiungo, ti prometto;
e, come il suo derivato, non risparmiava per quella debolezza né templi,
nò altari (').
È vero che una tinta di questa straordinaria tendenza di Cingar
alle ruberie ed al saccheggio il Folengo ha ritratto pure dal noto ladro
di Marfisa, segnato sempre a dito nelle taverne (*); ma il resto è preso
alla lettera dal poema del Morgante: identica nei due personaggi la
abilità nel far tranelli, nel corrompere donne, nel commettere falsità,
nel tessere inganni; e quindi nel passarsela liscia in ogni incontro.
(') .ìforgante, C. XVIII, v. 134 e scgg.
Stu mi vedessi in una chiesa solo
Io son più vago di rubar gli altari.
(») Innamorato, C. II, XV, vv. G8-70.
— 233 —
Ma sopratutto li avvicina anche troppo quell'accozzo di qualità oppo-
ste, quella miscela svariatissima di virtù e di vizi, onde Margutte
afferma (C. cit.);
Mettimi in ballo, mettimi in convito,
Ch' io fo il dover coi piedi e colle mani ;
e in cui il Folengo si è mostrato veramente grande. Perchè appunto
uno strano accozzo di qualità disparatissime produce un grande con-
trasto nel suo personaggio prediletto, e dal contrasto s' ingenera una
ironia evidentissima in tutta l'opera.
Nella figm-a di Cingar invero tal contrasto è grandissimo, essendo
egli dotato di tutto quanto di bene e di male poteva fornirgli la ci-
viltà e la barbarie dell'età sua; essendo il briccone più astuto, da
prendere in trappola Zambello, Tognazzo, Berta, Lena {Maccher., III-IV).
i birri, il popolo sciocco e devoto di Cipada, suo centro d'azione {Mac-
cher., VI-X) ; essendo ora bandito, ora truffatore ; mariuolo, sanguinario,
volgare e spregevolissimo tal fiata {Maccher. cit.), ballerino, teologo
{Maccher., Vili), astronomo, filosofo, dotto in ogni ramo dello ìqì-
\)\\q {Maccher., XIW-ILIN e segg.) tal'altra; essendo, in una parola, il
personaggio più comico del dramma. « Sicché col Folengo non solo si
ritorna al Pulci, ma gli elementi burleschi e comici acquistano, per
opera sua, tanto spirito eh' ei rimane il prototipo di quanti vennero
dopo e scrissero in maniera burlesca della cavalleria » (').
Qual' è dunque dei due il tipo più compiuto artisticamente, se
l'uno è quasi estratto dall'altro? Quale il più perfetto? E che cosa
v' ha messo di suo il poeta maccheronico nella concezione del Cingar?
Bisogna soddisfare a queste domande e vedere quali altri elementi con-
corrano alla formazione della comicissima figura merliniana, oltre quelli
rilevati dalla biografia di Margutte. Anche questi è un personaggio
comico assai dal suo primo apparire nel poema fino alla morte origi-
nalissima ed ha un carattere bizzarro, grottesco, multiforme ; però la
storia delle sue gesta la fa per intero lui stesso al suo compagno
Morgante, il quale no resta meravigliato, e la meraviglia e lo stupore
si comunicano centuplicate al lettore curioso, sicché noi sappiamo delle
sue bravure quel tanto ch'egli racconta in maniera espositiva e piaoe-
(') ZuMBiNi, Corso di lezioni lU-ttuto neU'SG.
- 234 -
yolissima. Invece il Cingar, a prescindere dal fatto che, pur non es-
sendo originale, pieno coni' è di qualità originalissime, presenta mag-
giore sviluppo d'azione, egli raramente espone o racconta le sue gesta,
ma è sempre in azione, come il primo personaggio del dramma, come
l'Ulisse che dirige la fittissima tela degli avvenimenti, come il più
lepido e il più vario ad un tempo dei caratteri folenghiaui, come l'anima
insomma del poema eroicomico. Inesauribile, coni' è, di sali, di facezie,
di motti arguti, desta grande interesse nell'animo del lettore dal terzo
al venticinquesimo canto e parecchi canti non s'occupano che esclusi-
vamente di lui; laddove Margutte entra in iscena dopo svoltisi i più
numerosi ed importanti avvenimenti del poema, ai quali naturalmente
non prende parte, entra in iscena verso la line dell'azione e non v' è
fatto comparire dall'autore che in due canti appena (in parte del XVIII
e in tutto il XIX).
Il Margutte del Pulci agisce una o due volte (nell'episodio del
furto commesso a danno di un oste e in quello gaio e ridicolo della
sua morte singolarissima); le altre volte narra e narra sempre il resto
delle sue avventure o dei suoi casi. E, se qualche momento entra in
azione, somiglia ad un attore che venga fuori per un minuto sulla
scena, dia un brevissimo ed efficacissimo saggio della sua abilità,
e dopo si ritiri ad un tratto dietro le quinte, fra gli applausi degli
spettatori, lasciando un pubblico insoddisfatto e curioso di più larga
rappresentazione.
Il poeta maccheronico, al contrario, sa trovare occasione d' intro-
durre il suo Cingar in ogni scena, sicché la vita e l'opera di questo
eroe da commedia non le conosciamo dalla narrazione che ne fa lui
stesso, 0 il poeta per lui o per bocca degli altri personaggi, ma da
quello che l'eroe opera e compie come parte integrale dell'azione, come
attore degli episodi più attraenti ; per modo che lo vediamo muoversi
sotto i nostri occhi, muoversi sempre e senza posa; per modo che l'ab-
biamo ognora presente a noi stessi, non come persona astratta e nota
per fama o per istoria, ma come persona viva, reale, umana, perfetta-
mente umana o resa tale dal genio sommo del valoroso artista del Ciu-
(jut'cento.
Oltre a ciò, come s' è accennato, nella formazione del carattere
importantissimo del Cingar, è un' infiltrazione di elementi estranei, in
certa maniera, alla biografia di Margutte, dei quali non si può non
tener molto conto. Il primo è un personaggio cavalleresco e nel con-
- 235 —
tempo improntato a sentimenti popolari più che il secondo; però cosi
confuso con gli elementi romanzeschi originari che non è agevole sce-
verarli per potere rievocare le subite modificazioni e ricostruirne intera
la figura duplice di cavaliere e di monello astuto, che ne fa ogni giorno
delle sue e di tutti i colori.
Riconosciamo però agevolmente e senza dubbio eh' è una fignra
bilaterale, a due facce come le medaglie : riguardato dall' una si riat-
tacca a tutta la serie degli erranti, riguardato dall'altra si riattacca
a molti e vari tipi della letteratura popolare.
Considerato il Cingar sotto questo secondo aspetto, di monello
scaltro, pieno di lacciuoli a gran dovizie, non è nuovo nella letteratura
popolare, invece è antico assai; e la novità consiste solo nell'averne
il Folengo usato per il primo, dopo il cantor di Morgante, e di averlo,
meglio di ogni altro, forse, saldato, tanto bene col tipo consuetudi-
nario dell' eroe romanzesco, del paladino medioevale, da formarne
un terzo tipo, che non è né l'uno, né l'altro, tipo misto e ridicolo
davvero di cavaliere popolare e plebeo. Insomma la seconda metà di
Cingar, esprimiamoci, se ci è lecito, in questo modo, è un tipo costante
e fisso di contadino astuto, somigliantissimo al Campriano delle fiabe
popolari, col quale, se non deriva da lui direttamente, ha, direi, di
comune la marca di fabbrica. Ambedue ripetono la loro origine da un
modello tradizionale di furberia, appartenente a tutti i luoglii nel prin-
cipio del secolo XVI: a Mantova ('), a Firenze col nome di D. Fur-
bino; e a tutte le Nazioni altrcsi. Lo stesso tipo è in Germania, ove
è chiamato Eihirn più comunemente, e in Lituania Tschutis, e in Da-
nimarca ii piccolo Klaus, e in Norvegia il piccolo Pietro, e nelle
verdi PJrinni il piccolo Fairly, e in Iscozia Domhnul: in Borgogna
Jean Bét, in Guascogna Capdarmere, in Lorena Jean o René o Riche-
deau, e spesso è privo di nome (-). Che se poi vogliamo andare più
oltre ancora e collegare le fonti degli elementi costitutivi del Cingar
di Merlin Cocai colle fonti del Campriano contadino, che il poeta imitò
in più luoghi e che il Kòhler, non conoscendo redazioni orientali, fa-
ceva risalire al Medio Evo. si può collo Zenatti, invece, far rimontare
ad epoche e regioni più remote questa specie di persouiticazione uni-
versale della monelleria. Essa vive in Asia anche fra i tartari Kirghisi
(') Vicentini, Fiabe mantovane, n. Vi. Loescher, 1870.
(') Scelta di curiosità letterarie, disp. 200, p. xlviu 6 sepp- : cfr. pure
(JuERiNi, Vita di G. C. Croce, Bologna, Ziuiiclielli, 1878; Orient und occident
del 1864, t. Il, p. 180 e segg. ; Romania, ii. 10, anno li, 1887 a Ciuites popii-
liiirt's lorniiiis ".
I
- 236 —
della Siberia meridionale, dove ha nome Esbigaeldi, tra i Santàli del-
l'ludia, dove si chiama Gouva e nd Bengala (') E in essa, cogli ele-
menti trasportati dall'Oriente in Italia, è molto probabile che il Fo-
lengo, con la stia testa balzana, quantunque ricca d' ingegno e di
invenzioni, abbia voluto informare il suo Cingar, rivestendolo dei ca-
ratteri del nuovo ambiente. Non abbiamo prove sulìicieuti per avvalo-
rare r ipotesi, ma chi mediti le relazioni tra lo imprese di Cingar e
la storia di Campriano, specie nel racconto maccheronico del miraco-
loso coltello di S. Bartolomeo e della resurrezione di Berta (-); chi
mediti le relazioni di Cingar con tutti i modelli di furberia delle fiabe
popolari; chi pensi che le tiabe popolari del Medio Evo si collegano
all'Oriente, venute tra noi in quei tempi in cui apparve quella mera-
vigliosa fioritura di novelle e racconti delle letterature buddistiche,
che passarono dall'Asia in Europa, specialmente nell'età di mezzo,
mercè le crociate e i rapporti dell' Italia colle popolazioni del levante
e cogli Ebrei in particolare; e più, chi guardi che venature della stra-
potente fantasia orientale si scorgono in tutto il poema di Merlino,
ove mercanti della Giudea entrano in azione con nomi orientali, e che
perfino il nome del personaggio di cui ci stiamo occupando attesta
reminiscenze orientali o popolari (^), si persuaderà che la nostra con-
gettura acquista un gran valore.
Dall'esposizione fatta vogliamo conchiudere, riepilogando, che il
carattere dell'umoristico personaggio del B'jldo è plasmato in massima
parte su quello del poema italiano, con infiltrazione larga di elementi
numerosi che si trovavano nelle fiabe popolari del Medio Evo e che
provenivano dall'Oriente; ha l'embrione quindi nella materia del Mor-
gaiite e lo sviluppo fuori, in tutta la coltura del Medio Evo che tra-
montava e dell'Età Moderna che sorgeva.
Il Panurgo del Rabelais, tipo comico immortale, imitato spesso
dal Molière, ricco di frizzi, d'arguzie, di sali vivacissimi, che costi-
tuiscono la parte più umoristica del PaataijnLeU è una riproduzione
air ingrosso del nostro Cingar e della parte che questi compie nel
Baldo. L'eroe francese rappresenta, al pari dell'eroe italiano, l'unione,
(') Romania, luopo cit., p. 513 e sejrp. « Illuslriizioiii alla novella di lìi-
chedeau »».
(*) Maccher. cit.
{^) Ciii>,Mr = Zingar = zingaro.
007
— X -J ( ■ — •
la sintesi d'ogni virtù e d'ogni vizio, d'ogni volgarità e d'ogni coltura.
L'uno e l'altro sono un impasto di bene e di male, di colpii e di atti
magnanimi; e, mentre sono spregevoli, conoscono poi ogni lingua, sanno
ogni scienza, apprendono qualunque dottrina, e interpetrano la Bibbia,
e sono peritissimi in astronomia, e si dilettano di filosofare con Pla-
tone ed Aristotile, e accolgono le idee della riforma con Lutero, ed
hanno eziandio una disposizione singolare per il ballo, per la musica
e per tutto ciò che adorna la persona ingentilendo il cuore. Tutti e due
sono l'anima del racconto nelle rispettive epopee.
Che il personaggio del poema francese tragga la sua origine dal
famigerato personaggio del poema di Merlin Cocai è provato dall'ana-
logia degli elementi sostanziali del loro carattere, e dall'identità, quasi
di molte situazioni, e dalla somiglianza di molte avventure e di mol-
tissimi episodi: quello della tempesta e della successiva paura che
rende comicissimi tanto Cingar che Panurgo, quello delle pecore but-
tate in mare e seguite dal rimanente del gregge della successiva
zuffa coi pastori, e d'altri ancora che attestano la più stretta paren-
tela fra le due concezioni. Il Panurgo non ha forse quanto il Cingar
tanta parte nell'azione, ma è molto più lepido. Con lui l'umorismo
francese, il cosidetto panlagruelisme arriva al non plus ultra.
Ma esaminiamo più da vicino l'affinità dei due eroi-pulcinella,
se ci si passa il vocabolo. Non mi sto a fermare sui confronti parti-
colari, ne ritraggo pochi importantissimi. Una delle gravi disgrazie
nella quale era incorso Cingar era stato l'acquisto di una moglie in-
fedele, degno compenso veramente e giusta punizione per chi n'avea
fatte tante delle sue, per chi avea tradito l'amicizia di tanti mariti I
p]bbene, l'avventura principale della vita di Panurgo è che voleva ma-
ritarsi, ma temeva di divenir becco lui che aveva sedotto in gran
numero le uiogli altrui ; ond'egli consulta maglii, astrologhi e lo stesso
gran dottore Pantagruel par decidersi: e tutto ciò è di una comicità
meravigliosa, festevolissima {Pani., liv. 111. chap. IX-XIII).
Ci vorrebbe uno studio vastissimo per provare le molte rassomi-
glianze delle avventure capitato ai personaggi che cerchiamo di rav-
vicinare; ed abbiamo in animo di farlo quando avremo raccolto tutti
gli elomenti delle nostre ricerche e potremo ritornare sull'argomento
con maggior calma e con maggiore abbondanza di mezzi, ohe purtroppo
oggi non ci son dati ('). Ma proseguiamo per ora nell'esame parziale
(') Anche perchè invano da ilodici anni rechunianio una sedo Juvc si possa
mettere a protìtto una biblioteca o un archivio!
- 238 -
di alcune scene. Come ho detto, una delle più belle è nel capitolo nono,
quando Panurgo prende consiglio da Pantagruol intorno all'opportunità
d'ammogliarsi o di rimaner celibe. Il loro dialogo è comicissimo. Pa-
nurgo gli espone il suo disegno non senza titubanza, temendo di tro-
varsi a disagio nello stato coniugale; ma poi si ricorda a un tratto
del passo della Bibbia i^ Vae soli " e muta d'opinione come
<iuei cl)e disvuol ciò che volle
E per nuovi pensier cangia proposta.
Quindi comincia a spitterare ragioni prò e cantra la vita coniu-
gale : da un lato teme d'esser fatto becco, d'essere probabilmente bat-
tuto un giorno dalla futura sposa, e di tanti altri guai che si trae
seco il matrimonio ; dall'altro enumera i bisogni che ha l' uomo d'as-
sociarsi una compagna, della prole, degli eredi, della felicità che ne
consegue. Dopo sirtatte ed opposte considerazioni rimane in uno stato
di perplessità curiosissimo; ed il peggio si è che enumerando egli via
via i vantaggi e gli svantaggi del matrimonio, il savio consigliere
Pantagruel ora approva e ora disapprova; accrescendo a mille doppi
lo stato di perplessità di Panurgo, che resta nella più triste e ridicola
indecisione. Allora entrambi ricorrono alle sorti virgiliane ed omeriche:
s'aprono a caso le opere del gran Mantovano e d' Omero e s' interpe-
trano i passi che capitano loro sott'occhio e che Pantagruel, a render più
comica la scena, chiarisce sempre sfavorevolmente, affermando che Pa-
nurgo sarà inevitabilmente becco e bastonato. Quindi ricorrono anche
ai sogni e ad altro ('). Ebbene, sfogliando le pagine del Baldo vi
si trova una scena villereccia e un lungo dialogo fra Tognazzo e Berta
(indettata da Cingar), a proposito delle donne di Cipada, nel quale si
riscontra in germe il dialogo accennato tra Pantagruel e Panurgo sui
vantaggi e gli svantaggi del matrimonio e che serve a vie meglio raf-
forzare la nostra tesi.
Riesce difficile tener dietro a tante fantasticherie che fanno girar
la testa, ma da mille altri passi risulta evidente la parentela tra il
personaggio dell'epopea maccheronica, quello dell'epopea italiana del
Pulci e quello dell'epopea francese del Rabelais. Potremmo aggiungere
che la parentela cresce se volgiamo lo sguardo ad un altro personaggio
(') ZiiMiuM, Niijioli, Corso di lez. cit.
— 239 —
protagonista di un altro poema, al Don Chisciotte del Cervantes, che
la mancanza di tempo non ci permette di esaminare e confrontare.
Sicché Margutte, Cingar e Panurgo sono come altrettanti punti
di una serie progressiva, altrettanti cavalieri della stessa natura, di
uno stess' ordine e di una stessa razza. Il processo biologico dell'uno
finisce, quasi, dove quello dell'altro comincia; debbono quindi consi-
derarsi sempre indissolubilmente legate queste tre tipiche figure, le
più lepide, le più comiche, le più umoristiche insieme tra i personaggi
del Morgante, del Baldo, del Paniagruel.
Ed aggiungendo ad esse quella ancora più lepida del Don Chi-
sciotte, si vedrebbe meglio non solo l'affinità tra i personaggi indicati,
ma fra le varie epopee delle tre letterature neolatine; in maniera da
potere affennare che, se vicende politiche divisero per molti secoli i
popoli d' Europa, vi fu qualcosa al disopra della storia che ne tenne
sempre stretti e concordi gli animi; e da poter conchiudere che perfino
nel periodo fatale delle preponderanze straniere e nell'età del mag-
giore contrasto tra Francia e Spagna per la conquista d' Italia, quando
pareva non esistere altri rapporti fra le tre sorelle latine che quelli
di dominatrici e dominata, l'arte, suprema antesignana della fratel-
lanza dei popoli, le univa in nome del bello che non ha patria e non
ha confini.
XX.
PER L'« AUTOBIOGRAFIA^ E PER I - COSTITrTI
DI SILVIO PELLICO
E PER UNA RECENTE RIABILITAZIONE.
Comunicazione del prof. Do.menico Chiattone.
Subito dopo la morte di Silvio Pellico fu agitata dai biografi una
questione assai importante per lo studio della vita del Saluzzese, ed
è: s'egli avesse, o no, lasciato alcune memorie autobiogì^afi,che «atte
a rettificare molti fatti e a raddrizzar molti giudizi "(').
Fin d'allora s'iniziò quella doppia corrente di - fanatici " (^) non
ignoti all'autore delle « Mie Prigioni « : « coloro che si credono libe-
rali, desiderando alla cieca rivolte plebee ed irreligione — e coloro
che si credono santi, desiderando alla cieca persecuzioni in nome di
Dio " . Da una parte il padre Bresciani nella « Civiltà Cattolica » (^)
annunciava l'antica esistenza di queste importanti memorie *. scritte per
ribattere certe sentenze di Piero Maroncelli, da cui i nemici del Pel-
lico stesso, avevano tratto un grande argomento per infierire contro
di lui ..." ; e sui ricordi di una lontana lettura del manoscritto ita-
liano, ne tracciava la tela in una breve relazione. Silvio Pellico aveva
dato <» a leggere il manoscritto secretamente al suo confessore, il quale,
desiderando eziandio il mio giudizio, diedeme (lo) per pochi giorni a
rivedere sotto il sigillo del più severo secreto, il che io attenui gelo-
samente Ivi parla con un candore di stile ineffabile della sua
prima puerizia; delle orazioni che gli facea recitare la mamma; delle
sue divozioncelle . . . etc. etc. . . . " . « Ma la parte più grave di quella
(') P. Giuria, Silvio Pellico e il suo tempo. Voghera. (Jiitti. 1854, p. 229.
(') L. Caimnkri-Oipriam, Lettere di Silvio Pellico iilla Donna Gentile. \io\\\%.
Soc. Edit. Dante Alii,'hieri, 1901. Lettera del 12 niairsrio lSr.4. p. 122.
(') Cfr. Civ. Catt., ser. 2", voi. IX. p. 12: I. IJinikui. Della vita e della
opere di S. Pellico, voi. II, pag. 238 e !>egir.
Sezione HI. — Storia delle LetleralMre. lO
- 242 —
vita preziosa si è dove si apre la sorgente de" suoi guai politici, e ci
spiega il mistero delle Mie prigioni, ove si lagna della iagiustisia
degli uomini: imperocché in quella vita dimostra apertamente ch>^/j
non fu mai della scelta de' carboiiari, sebbene i Tribunali austriaci
avessero in mano documenti autentici che egli vera ascritto ".
Io credo che l'intento del padre Bresciani nel ricordare quella
famosa autobiografia ^ scritta in italiano - fosse solo questo: iniziare
una possente tradizione, fatta di vaghi accenni orali, di testimonianze
di amici, di frasi colte a volo, che esaltando la « seconda vita " ve-
nisse a distruggere lentamente le ricordanze della « prima " . quando
nel cuore del giovane carbonaro — poiché egli lo fu (') — era un pal-
pito per le sciagure della patria dolorante sotto il giogo dello stra-
niero. Palpito che non s'interruppe mai; checché dicano i fanatici
della prima specie, che declamano sulla falsariga degli Stecchetti senza
leggere quelle lettere, dove il Saluzzese raccomandando ad un Gene-
rale alcuni giovani arruolati — nel '48 — li incita alla fede nei grandi
destini della patria nostra (*).
Luigi Ghiaia alla notizia data dalla Civiltà Cattolica e da Giorgio
Briano neìY Artnonia (1854, 2 febbraio) disse inesatta questa affer-
mazione, in una sua commemorazione del Saluzzese scritta nel 1854
nella divista contemporanea (^).
Sorse allora il Giuria che ribattendo le dichiarazioni del Ghiaia
scriveva in una nota ad un suo articolo pubblicato swW Amico della
famiglia: « In morte di Silvio Pellico » (e riordinato pel noto vo-
lume « Silvio Pellico e il suo tempo " ): « Non posso affermare che queste
Memorie esistessero quando Pellico venne a morte, perchè io non era
tra li esecutori testamentari; ma posso bensì affermare che esistevano
nel 1887, perchè non solamente le ho vedute e toccate, ma uè intesi
a legger gran parte dalla bocca stessa di Pellico ; anzi mi ricordo che
avendogli chiesto quando intendeva pubblicarle, rispose: dopo la mia
morte. Erano molti quaderni in foglio, e a giudicarne della mole,
avrebbero formato un volume simile a quello delle Mie Prigioni yi{^).
Strani questi testimoni oculari, che tutti arrivano con una novella
di aggiunta! Giorgio Briano nel suo opuscolo - Della vita e delle opere
(') (ìiunfjono a projKi.sito le note se;,'rete austriache, che si pubblicano in
questo stesso articolo.
(*) Archiino di Si. di Milano. Autografi S. I'.
(3) (Jfr. Rivista Contemporanea di Sienzc, Lettere, etc, etc, voi. I, a ji. -164 ;
Varietà.
(♦) I'. Gii RIA. oj.. cit., |.j). 229-230.
— 243 —
di Silvio Pellico »(') va più in là nei ricordi e ci narra come l'autore della
Francesca avesse « pure steso un libro di Memorie sue, intitolato le
Visite, col quale sotto il nome anagrammatico di Olivis. egli dipin-
geva la sua vita dopo il carcere, e diceva a me, cui da quando a
quando leggeva brani di quest'opera, che l'avrebbe poi fatta precedere
da una notizia della sua vita prima delle Prigioni, lasciando cosi
oltre ad una solenne storia letteraria di quei tempi, quella compiuta
della sua vita ».
Più tardi Don Ponte nell' Uailà Cattolica (^) affermava la testi-
monianza orale che « Pellico, per consiglio della Marchesa Barolo, a
fine di non dar occasione ad altre dicerie, desse alle fiamme » il ms.;
ed ultimamente Ilario Kinieri nel 2° volume del suo lavoro sul Pellico
pubblicava due capitoli di un frammento della Storia della sua vita {^).
che il Saluzzese lasciò fra gli altri suoi mss. al fratello Francesco, e
che ora conservasi negli archivi della Civiltà Cattolica. Capitoli senza
alcuna importanza storica, e per cui ci vien voglia di dimandarci se essi
invece che la lezione definitiva della vera Autobiografia non siano stati
piuttosto i primi abbozzi della vera, che pur frammentariamente esiste,
SCRITTA IN FRANCESE (per quauto il Bresciani la ricordasse in ita-
liano; se pure questi non rammentava semplicemente i cap. pubblicati
ora dal Kinieri, per quanto abbastanza varianti dalla sua narrazione)
ed annoverata fra i cimeli del Pellico, in quella vetrina, che è con-
servata gelosamente dal Municipio di Saluzzo nella storica Casa Ca-
vassa, e che il Rinieri non potè esaminare prima della pubblicazione
dell'opera sua.
Non sembra vero: questi cimeli di Casa Cavassa destarono fino
a ieri ancora delle curiose leggende. Così vi fu chi fantasticando rin-
tracciò l'impronta di stille di pianto o di baci d'amore della vene-
zianina adolescente sbirra su ogni pagina di quella Bibbia -^ muto,
ma verace testimonio di tante ambasce, di tante lacrime, di tanta
virtù ..." di quella Bibbia, che, a farlo a posta, non potè mai essere
quella dei •'Piombi » e dei primi anni dello « Spielberg -(^).
(') G. lìxiXKìiO, Della vita e delle op. di Silvio Pellico, Torino, presso l'Uftìcio
generale d'aniuinzi, 1854, p. 26.
C") Cfr. Un. Cattolica, 31 gennaio 1884.
(') I. RiN'iERi, op. cit., voi. II. p. 372 f sesrg.
(*) Cfr. Cimeli Patriottici, in Picc. Arch. Stor dell'antico Marchesato Ji
Salasso, voi. II, p. 325.
— '241 -
In un ansrolo della vetrina è un logoro berretto: ed ecco clii vide
in esso il berretto da prigioniero dello Spielberg ! E chi sa quali
altre fantasie sul modesto copricapo - di cui l'ottimo mio fratello Silvio
Pellico (così scrive la Giuseppina) di compianta e venerata memoria
si serviva allorché veniva passare qualche u^ioruo a Chieri ! »
Per Y Autobiografia: c'è chi fruga e non la trova. . . . fra un
centinaio (al più!) di carte.
A consolazione di questi biogratì oggi mi è dato portare una pre-
ziosa notizia: Y Autobiografìa del Pellico non fu l)ruciata o stracciata
interamente ; ma essa esiste, e per quanto solo in frammenti, questi
son quanti bastano a darci una chiara idea di che cosa fosse real-
mente questo prezioso manoscritto; non semplice sdilinquimento in
sospiri e in tenerezze, ma concisa, serena e severa narrazione dei fatti,
che occuparono quegli anni venturosi della vita del Saluzzese, prima
ch'egli ascendesse da forte il suo calvario.
Io non andrò indagando per quali ragioni veramente queste Me-
morie fossero prima dettate e poi stracciate; certo l'Autore stesso
deve essersi persuaso tardi al sacrifizio, quando forse urgeva la tem-
pesta «li tante calunnie fra martire e martire, di tanti reciproci rin-
facciaraenti di viltà e di debolezze, destate da quelle prime miserevoli
pubblicazioni dell'Andryane, che, con poca carità verso quella nazione
che pur aveva amato e per cui aveva tanto sofferto, ebbe il torto di
iniziare le prime dolorose «liatribe, su cui scesero più tardi gli italiani
stessi a continuare l'opera malaugurata, — fondando le accuse sulle
passate invidie e sulle recenti passioni.
i. Vi sono ragioni per non pubblicare sinora l' intera mia Vita
(la quale io aveva intenzione di pubblicare sin dal 1835, come vedrassi
dalle carte qui unite) " così scrive il Pellico nel verso del primo foglio
di queste sue Memorie.
Furbo e straordinariamente equilibrato, quest'uomo, che aveva
una meravigliosa perspicacia all'adattamento «lell'ambiente, sentì la ri-
pugnanza di ogni puerilità di disputa? Onorato, venerato da tutti —
e pili specialmente dagli stranieri — cosciente di questo universale
tributo (li stima, che gli veniva rivolto, non volle egli trascinare nella
questione in cui si eran logorati i D'Andryane, i Solerà, i Pallavicino
e lo stesso Gonfalonieri, il suo nome, ch'ei sentiva puro ed immune
d'ogni colpa? Alla Donaa Gentile, la fida e buona Quirina Magiotti-
Mocenni, cui lo scarcerato dallo Spielberg comunicava mese per mese
le impressioni or dolci or melanconicamente tristi della nuova libertà.
— 245 _
il 15 luglio 1884 egli annunziava: - Ho -critto una mia rila che per
ora non vedrà la luce •> {').
Checché si dica, io penso non soltanto al quadro politico Piemon-
tese dopo il 1833, quando le paure di tante coscienze (fatte reazio-
narie alla ruina dei nuovi ideali, spenti iiell'apatia della folla e per vo-
lere dei governanti) potevano influire sulla mite anima del povero Pel-
lico, accettato in queste terre subalpine, dopo il decreto d'espulsione
da ogni dominio austriaco; ma penso a tante vergognose delazioni.
non ignorate dal Saluzzese, quando nel carcere di San Marco egli ap-
prendeva dal Maneo, dal Caporali, dal Casali e da altri detenuti, coi
quali poteva discorrere (-), con strani nomi appellativi di animali — le
ignominie del Foresti, del Solerà e Compagni .... che, ora liberi, trin-
ciavan giudizi sul terzo e sul quarto, *. mandando » secondo che li premeva
il desiderio di nascondere le antiche vergogne. Ed allora m" immagino
quell'anima, che, nella calma evangelica, dopo i dieci anni di segrega-
zione dal mondo, ritìorisce — nella virtù atavica — a quel sovrumano
misticismo, che s'esprime ad ogni momento, in tutti i sensi, in ogni
parola, in ogni azione, e sempre così insistentemente da renderci pen-
sierosi (e forse .... più ancora, se credessimo a certe bistrattate teorie
di scienza), e mi chieggo come mai in quel corpo intristito e gramo
la mente — che quasi quasi s' è adattata a credere che la commu-
tazione della pena da prima, la liberazione ora sieno tutta bontà e
generosità della Sacra Cesarea Maestà Regia Apostolica '. — possa
ancora concepire un altro sentimento che non sia di amore universale.
Ma se su certe cose egli avesse parlato, avrebbe rotto certamente
la volontaria consegna; ond'è che, dinanzi... al pericolo, s'impose il
silenzio.
Oh ! se tutti le avessero comprese quelle ragioni : oltre che sa-
rebbe svanito il doloroso spettacolo di odi fra gente che pure aveva
diviso un giorno gli ideali e le pene, sarebbe mancato il primo fomite
ad altri rancori più tardi !
Così, e per tali cause giunsero a noi quei frammenti di Autobio-
grafia, che pubblicherò nel loro carattere in appendice al mio pros-
simo volume sul Pellico; oggi non tralascierò di dire che essi sono
scritti IN FRANCESE, al coutrario di ciò che vide o non vide il Bre-
sciani.
(') L. Capinkui-Ou'riam, op. cit., \\ 125.
C) Cfr. Costituti (2, ;^) di Pietro l'ietro Caporali, in Processi Carbonari in
Arch. Segreto di St. di Milano, Busta. VI (n. 47 e sepg.).
- 246 —
h' Autobiografìa, come ci resta, si divide in capitoli, che, pur
distendendosi su pagine lacerate (delle quali alcune mancano d' una
buona parte) non impediscono la visione del connesso del discorso.
Peccato che manchino numerosi fogli, che non mi fu dato di rinvenire.
In quelli che restano la narrazione, sui ricordi che tornano, non
procede oscura, ma rapida e concisa, in un francese abbastanza cor-
retto.
S" aprono i frammenti sulle memorie di quella sincera amicizia
che legava il Pellico ad Ugo Foscolo — il mentore benigno del gio-
vane Saluzzese, cui preparava con le note correzioni (dove brilla lo
spirito buono di ironia) coi consigliati tagli al copione, il trionfo com-
pleto della Francesca da Rimini. Anche qui son le ricordanze che
poi formano argomento della poesia Le Chiese, e l'autore si dilunga
a parlare del carattere tiero del suo amico, che non dimenticò mai, e
sul conto del quale non ebbe mai a ricredersi — come anche affermano
le lettere alla Donna Gentile, pubblicate dalla Capineri-Cipriani. —
Nei capitoli che seguono son ricordati i vincoli di affetto fra il
Pellico stesso ed il Porro ; i discorsi politici che fra loro si tenevano
ai famosi ". pranzi classici ^ , dove non aveva timore d' intervenire il
Bubna, che consigliava il giovine poeta « allo studio delle relazioni
fra l'Austria e l'Italia " portando una nota di conciliazione, e dicendo
li comment l'Italie fraternisant avec nous " avrebbe avuto tutto da
guadagnare.
Il mite Bubna s'illudeva! Ma egli avrebbe voluto • non pas un
livre servile, mais un livre qui puisse vous faire honneur " , e in quelle
sue parole era <• un douce ton d'affection " . Forse il generale austriaco
che non era ignaro delle segrete intese di questi spiriti bollenti di
libertà, prevedeva il sacrificio del '21, e più volte aveva consigliato la
prudenza al Pellico. - Oui. je serais prudent « questi prometteva: t* je
suis poète " e il suo ideale, soggiungeva, non era nel campo della po-
litica, ma in quello più tranquillo dell'arte.
Vane promesse! Il viaggio a Venezia non fu certo per un ideale
d'arte; ben lo provano le carte segrete esistenti negli Arciiivi di Stato
di Milano, dalle quali traspare che Silvio Pellico stesso ammise lo
scopo recondito della gita sul battello.
A pag. loo è narrata con commoventi parole la morte del povero
Edoardo. In nessim luogo, come qui, abbiamo interessanti particolari sul
doloroso episodio di Lorentecchio, il ricordo del quale sempre vivo alla
— 247 -
memoria dell'autore, getta nell'animo suo un senso di scoraggiamento.
di apatia, per cui è obbligato a tralasciare per alcun tempo ogni la-
voro, trascurando un incominciato romanzo.
Seguono sette fogli quasi interamente stracciati, ma non senza che
si possa intravvedere l'argomento dei capitoli, che insistevano sul do-
lore della morte di Edoardo ; dando poi alcune notizie sul poema II
Cola de Rienzi, che ora è conservato negli archivi della Civiltà Cat-
tolica.
L'autore parla quindi delle sue aspirazioni letterarie, del suo fa-
ticoso lavoro nella compilazione del Conciliatore, dell'amicizia sua
col De Bréme, di cui già ebbi a discorrere ('). e pel quale egli si
ferma a considerare il carattere dei Piemontesi di fronte agli italiani
tutti; anzi, su questo argomento doveva compilare un volume in col-
laborazione coll'amico, che però veniva rapito da prematura morte.
Ma nell'ambiente in cui viveva, Pellico non poteva astenersi dal
far della politica, — e noi sappiamo come egli la facesse volentieri. —
Nei capitoli che seguono, ma che purtroppo sono anche i più fram-
mentari, si parla più particolarmente di questo interessante argomento.
Ivi si fa cenno di spie, ed entra in campo una donna greca rivolu-
zionaria, di cui finora non si avevan notizie, la quale fu per la propa-
ganda a Parigi, a Venezia, e a Milano, dove conobbe il Pellico, che
fu meravigliato per la sua imaginazione e per il suo grande entu-
siasmo (■-).
L'autore doveva averci dato più ampie notizie di lei in questi
capitoli, che si movimentano in un dialogo drammatico, per ciò che ci
lasciano ancora scorgere le povere vestigia del racconto nei mutili fogli.
Intanto giunge a Milano Piero Maroncelli, che è subito stretto
al Saluzzese dai vincoli della più cordiale intimità, non soltanto perchè
li riuniva l'entusiasmo per l'arto e la poesia, ma anche perchè li ac-
comunava l'amore clie entrambi avevano per Carlotta e Gegia Mar-
chionni (3).
Pellico dedicò un intero capitolo a questa prima conoscenza col
Forlivese, con Eomagnosi e con Laderchi ; ed è qui appunto che il
Saluzzese, dato bando momentaneamente a tutte le antiche paure, prese
(') Cfr. La u Francesca da Rimini •' ili Silrio Pellico e i suoi correttori.
Saluzzo, tip. Bovo e Baccolo, 1001.
(*) Non la confondo con la nota donna dello inoniorle del Vannuoci. a ri-
jfuardo del Foresti.
(3) Son conociuste le relazioni fra Maroncelli e l'ellico, e fra qnesti due e le
cuijine Marcliionni.
— 248 —
la pernia e si decise a parlar di politica. Purtroppo le paure torna-
rono, ed oggi gli scarsi franunenti non ci permettono che poche conget-
ture » Maroncelli était . . . à Naples, où presque .... eutrait dans la
Socié[té] . . . pour faire venir ces . . . Les statuts ne vinrent . . . ".
Ma anclie le modeste ipotesi, parmi, non saccordauo con le di-
chiarazioni e i ricordi del Bresciani I
Nel frattempo a Torino il De Breme è moribondo ; al suo capez-
zale corre l'amico fidato, e \k « oh combien je serais reste . . . [en]
renoncent a Milan... «; ma qui lo chiamavano gli impegni, ed egli
dovette ritornare pieno di tristezza, quasi presentisse l'eterno distacco
dai suoi genitori I
A Milano la politica occupava oramai tutte le menti, e non è
chi non conosca tutto il secreto lavorio di queste anime ardenti, so-
gnanti la libertà da ogni giogo straniero. Pellico è avvisato ancora una
volta confidenzialmente dal Bubua, ma oramai è troppo tardi : il viaggio
a Venezia era combinato e doveva farsi!
Pigliarono parte ad esso oltre che il Pellico e il Porro, il Gon-
falonieri, i due noti inglesi e Vincenzo Monti. Dalle deposizioni del
Pellico, che devono essere inserite ne' suoi CoslitiUi, e per cui io posso
citare qui una nota segreta e riservata della polizia austriaca, « Pel-
lico e Porro erano in quel momento già carbonari ; Pellico aveva con
sé il catechismo e il quadro carbonico, nell' intenzione di trovar dei
proseliti tanto a Venezia, quanto nelle altre città del Regno Lombardo-
Veneto, per dove credeva nel suo ritorno di passare ".
Vincenzo Monti che aveva fiutato il vento infido di questo viag-
gio, all' ultimo momento avrebbe voluto rinunziare ; ma il Pellico lo
incoraggiava : » avez-vous peur? « senza pur narrargli quelli che il poeta
chiamava « les prc'tendus mystères de notre voyage « . Ma non era il
Monti che si poteva persuadere: « il n'est pas défendu . . . qu' ici l'on
ne trame pas . . . » .
A Venezia il Pellico ammirò le innumeri bellezze, compose dei
versi, e più fu colpito dallo splendore e dalla sontuosità dei palazzi.
- Je tìxai avec long temps ' le cupole dei Piombi - brùlées par le
soleil ": di quei Piombi, dove egli poco dopo doveva essere tratto pri-
gioniero di Stato, per non uscirne se non per pena maggiore.
1 frammenti si chiudono col racconto del ritorno, dopo del quale,
r incarcerazione e i processi.
249 —
IL
Alessandro Luzio ha già portato un notevole contributo di fatti
alla dilucidazione di ogni intrico nella storia de' processi del "21. col
suo ultimo volume su Antonio Salvotti ('), ed ora si propone di riparlarne
in un nuovo lavoro, annunziato dalla tipografia editrice di L. F. Cogliati.
Ma io non so se anche in quest' ultima sua opera l'egregio autore
riuscirà a portare l'ultima parola, specie per ciò che riguarda piìi da
vicino il Saluzzese.
I lettori non hanno bisogno eh' io qui ricordi l'aspra battaglia
combattutasi su questo nome.
Dacché le volgari, inconsiderate ironie degli Stecchetti gettarono
il ridicolo su ogni cosa più sacra, potremo noi meravigliare se un
Guerrini cercasse di beffare atrocemente l'operoso compilatore del Con-
ciliatoreì Ma l'anima provò uno strazio quando nelle recenti polemiche
si videro degli assennati titubare nella determinazione del carattere
del Saluzzese della prima vita.
Si lasciò che altri — per contrasto agli antichi, ignominiosi giu-
dizi — gettasse il fango su tutta quella nobile coorte dei martiri
der21, per poter dimostrare che Silvio Pellico non era nell'anima joa-
triota, ma trascinato dai compagni a quello, che per loro fu sogno
paj^esco di gioventfi, per noi è il primo e santo tentativo della reden-
zione d'Italia.
Ebbene, per quanto il Luzio abbia tentato di incamminarci per la
via diritta della verità, continua acerba la diatriba: e ciò solo perchè
non si possono vedere gli atti del processo, e i famosi Costituti di
Silvio Pellico che si conservano negli archivi segreti del Ministero
dell' Interno in Roma (*).
F pure i 70 atiai sono passati!
Quali sono le ragioni di questo divieto, che si oppone come in-
sormontabile barriera all'indagine serena e severa dello studioso? Mi
fu detto un giorno che vi sono dei motivi... giuridici: non li com-
prendo, ma li voglio . . . imaginare, perchè non vorrei credere che in
Italia si tenesse, da chi è alla somma delle cose, offuscata la verità
storica, per una causa . . . politica !
(') A. Luzio, A. Salvotti e i processi ilei Ventuno. Roma, S. Ed. Dante
Alisrhiori, 1001.
(*) Mentre corrcfTfjo le bozze a|iprendu che essi sono di nuovo stati traspor-
tati a .Milano, al loro posto nepli Arch. Segreti. un\ sempre sotto sigillo.
— 250 —
Ma il segreto dei Costituti è oggi un po' meuo oscuro di quanto
ancora lo possa parere: son venute ieri le dichiarazioni del giudice
inquisitore A. Salvotti; oggi io posso portare a conoscenza alcuni nuovi
documenti, che il Luzio non vide, e che ancora sono inediti, i quali
possono dirci, in qualunque modo, tino a qual punto possa andare la
pretesa responsabilitìi del Pellico e del Maroncelli.
Stranezza dei giudizi umani I Parrebbe che quanto più un edilizio
storico venga osservato da vicino, ne' suoi minimi particolari, tanto piìi
perda di quella attrattiva, che da lungi presenta all'occhio di chi lo
guardi, nel gioco delle luci e nelle sfumature dello ombre. Eppure,
più noi ci addentriamo nel difficile labirinto delle Note segrete au-
striache, dei frammenti di rapidi Costituti', più noi fissiamo lo sguardo
alla figura morale di Silvio Pellico, più tace il sogghigno e l'ira Stec-
chettiana; più quella risplende di simpatia e più le sue tinte s'avvi-
vano di santo patriottismo.
Sfogliando, anche rapidamente il volume dei Pì^otocolli riferentisi
al processo Pellico e Maroncelli, ed esistente nell'Arciiivio di Stato di
Milano, noi troviamo in buon numero le prove della fermezza morale
del carattere del Saluzzese : ivi è detto come egli per sette mesi in-
teri si mantenesse nella più assoluta negativa; e lo stesso presidente
conte Gardani chiama le deposizioni del Pellico « in nube, attk solo
A SALVAR!-: ». t derivanti dall'obbrobrio d'una denuncia sempre ripu-
gnante ad Ita anima sensibile e delicata ".
Lo stesso Antonio Salvotti, parlando di questa nobile figura, ebbe
a scrivere: - lunga ed ostinata fu la lotta che Pellico sostenne: ma
alla fine cadde anche lui »('). Ma come cadde? È qui l' importante che
oggi deve e può essere chiarito, se vogliamo che tacciano gli antichi
berleffi. che purtroppo ritorneranno ancora finché il Governo ci vieterà di
dire l'ultima e decisiva parola coi documenti ufficiali alla mano, sì che
se ne convincano definitivamente anche coloro che sulle traccie dei Guer-
rini vengono gettando l'apatia e l' ironia sulle cose e sugli uomini del '21.
Pellico cadde, ovvero, disse che era inscritto nella setta anche
il Porro, solo quando seppe che il Porro era fuggito! Lo stesso giu-
dice inquirente ci dice: « Reso sicuro che il conte Porro non poteva
più essere danneggiato si arrese '. Il Tangl nella Deutsche Rundschau
afferma che Pellico parlò solo quando ebbe l'assicurazione dal Salvotti
che il SU'» benefattore aveva.... i)rcso il largo! Ma forse non c'era
(') Cfr. .\. I-i/io, in Lettura, inajrgio lOo).
- 251 -
bisogno di tanto : chi ci può negare che Pellico stando alla finestra
a San Marco, e discorrendo coi compagni di sciagura, coi quali si par-
lava « dell'origine del loro arresto " e degli altri camerati, non sia
venuto in un argomento tanto interessante, e non abbia pensato ad
informarsi?
Silvio Pellico adunque cadde da forte I Ecco la catastrofe del
dramma, che ci vien chiarita a poco a poco nel suo intimo dalle tre
note segrete austriache, da cui — ancora è lecito dire — non viene
intaccata la fama del Saluzzese, e le quali io qui pubblico senza al-
cun commento ('), certo come sono che la verità ha per se stessa tal
forza da bastare da sola a vincere ogni ostacolo nel suo cammino lu-
minoso.
{Arch. di St. di Milano, Carte segrete, Presidenza di Governo, voi. LXII, n. 109).
NOTA I.
" Il processo, che occupava ultimamente le cure di questa Com-
missione è stato di già nell'Agosto assoggettato alla Superiore deci-
sione. Priva conseguentemente degli atti mal potrebbe la CommissioDe
con tutta precisione esaurire le ricerche da codesta Autorità esternate
nella pregiata sua nota 21/25 spirante N. 2.
« Quello, che però puossi affermare, si è, che i nostri rilievi non
ispargono alcuna positiva sospicione sopra Pisani, Dossi, il Marchese
Benigno Bossi, l'Avvocato Vismara, il De Capitani, il De Meester.
« Per rispetto all'Avv." Mantovani raccogliesi dalle deposizioni dei
detenuti Maroncelli, e Pellico, che e come inquilino del Conte Porro
allorché veniva a Milano, e conosciuto pei suoi libernli principi, ^la
giudicato opportuno per essere accolto nel loro progetto carbonico, e
che anzi erasi stabilito di a lui appoggiare più direttamente la diffu-
sione della setta carbonica in Pavia. La persona, che dovea guadagnar
Mantovani alla società era Porro. Siccome però questi concerti ebbero
luogo in sul finire dell'Agosto 1820, e Pellico e Porro partirono di
Milano per Venezia il dì 2 Settembre, donde ritornarono a Milano
r 8 di Ottobre, epoca, in cui era già avve:iuto l'arresto di Maroncelli
susseguito di pochi giorni da quello di Pellico, la Commissione non
ha potuto ottenere maggiori lumi su questo proposito. Se però sì vi-
lletta, che Porro, la di cui complicità rimase per lungo intervallo
(') Non vorrei jrufistari' al lettore la prima e tremiina impressione.
- 252 -
nascosta, affidalo dapprima alla negativa, in che a Milano i dete-
nuti Pellico. Maroncelli. e Laderchi si mantennero costanti, non
cessava dal continuare le sue piatiche, siccome emerge alla Commis-
sione dalla deposizione di un suo detenuto ; se si considera alla sua
fuga, che avvenuta prima ancora, che in Venezia si raccogliessero
le prove della sua appartenenza alla Carboneria, non poteva essere
che l'ertetto della consapevolezza de' suoi posteriori riggiri . . .
• JJi Gonfalonieri incorsero nel processo, di cui questa Commis-
sione si occupò, moltissimi cenni. La lettera, che Maroncelli man-
dava ai settarii di Bologna onde informarli in sul tìnir di Settem-
bre p. p. del suo progetto carbonico, e quindi trarne assistenza, ed
appoggio, veniva nominando varie persone illustri siccome già guada-
gnate ai suoi piani, e fra quelle eravi anche Gonfalonieri. Per (juanto
però energiche fossero le contestazioni della Commissione, non le
venne fatto di rilevare, che a Gonfalonieri fino al di 0 ottobre 1S20
avesse fatto lo invito di accogliere ancor esso il progetto Carbonico.
Però egli era uno di quelli, sulla di cui adesione si riposava sicuri
in vista dei principi politici dallo stesso notoriamente abbracciati.
Anch'egli era persona, a cui non si poteva con verosimile riuscita
proporre un piano tanto pericoloso, che da Porro suo amico particolare.
Anche Gonfalonieri è quindi uno di quegli individui, che la Commis-
sione estimò siano stati da Porro tentati e sedotti, ma anche qui non
venne a lei fatto di svolgere e condarre piìi innanzi le sospicioni.
" Le lettere ritrovate presso di lui dalla Polizia in esecuzione
della nota 29 Aprile an. cor. N. 133 di questa Commissione, e che
si suppone siano state comunicate a codesta Commissione, le avranno
fatto bastevolmente apprezzare le massime politiche di questo soggetto,
e le pericolose estesissime sue relazioni . . .
tìrmato: Cardani ».
{Arch. (Il St. di Milano, Carle segrete, Presidenza di Governo, voi. LXII, n, 100).
(Riservata).
NOTA II.
" Non furono ancora abbassati gli atti del secondo processo Car-
bonico stato ultimamente da S. M. delìuito. Epperò non può la scri-
vente Commissione corrispondere tanto prontamente come avrebbe
d.'siderato alle ricerche di codesta Autorit;ì manifestate nel pregiato
silo foirlio Ki 20 corr. N. 2.
— 253 —
« Mentre però si riserva appena i suddetti atti le perverranno,
di esaurire la fatta ricerca, debbe la Commissione interessare codesta
Autorità, perchè voglia trascrivere i passi, che nei suoi atti ricorrono
sulle strette relazioni del Conte Co tifalo aieri col Pellico, onde in
questo modo possa questa Commissione trarre motivo di conoscere, se
queste eventuali emergenze fossero diverse da quelle, che aveva an-
ch'essa già nel suo anteriore processo raccolte, e quindi debba forse
sottoporre il Pellico a nuovo esame all'appoggio delle medesime.
«^ Si rese già noto a codesta Commissione, che Confallonieri ac-
compagnò a Venezia Pellico e Porro nel viaggio, che fecero sulla
barca a vapore ai primi di settembre 1820. Altri compagni di viaggio
erano in quello incontro i due Inglesi Williams e Carreghad. e il
poeta Vincenzo Monti.
" Risulta dai nostri atti, che Confallonieri si recò in quella stessa
occasione a Trieste, e sembra, che separatosi in Venezia da Pellico e
Porro, sia ritornato alla patria per terra, non senza aver riveduto in
una campagna vicina a Venezia l'uno o l'altro dei due Inglesi surri-
feriti.
"■ Pellico e Porro erano in quel momento già Carbonari, e ave-
vano meditato di collegare le loro fila col Piemonte. Pellico aveva
con sé il catecliismo, e il quadro Carbonico coli' intenzione di trovar
dei proseliti tanto a Venezia quanto nelle altre città del Regno Lom-
bardo-Veneto, per dove credeva nel suo ritorno di passare.
« La Commissione era persuasa, che caldi com'erano specialmente
di quei momenti Pellico e Porro avessero cercato di trarre nel loro
progetto il Coiifallonicri, e che allo stesso non fossero rimasti stra-
nieri i due Inglesi suddetti tanto più, che emergeva avere il Williams
portato a Torino un opuscolo sedizioso invitante gli Italiani a scuotere
il giogo sotto il quale gemevano ; ma ogni contestazione, ed ogni ecci-
tazione riescirono inutili. Pellico negava d'avere favellìi to col Co»-
faUonieri, e cogli Inglesi, ma non sottaceva, averne forse potuto
parlare al primo il Porro, tanto più che dosso non aveva tante intimità
collo stesso per potergli proporre una cosa tanto pericolosa, e della
quale allora non si erano gittati, che i primi fondamenti.
«'Questa risposta di Pellico, la strettissima amicizia, che pas-
sava fra Porro e Confallonieri, lo entusiasmo, di cui Porro continuava
ad essere animato anche dopo lo arresto di Pellico e Maroncelli, e
la sua fuga avvenuta in un'epoca, in cui alla Commissione non era
per anco riuscito di raccogliere il legale indizio della sua compli-
cità, persuasero la Commissione che Porro fra i proseliti, ohe tnnò.
- 2ò4 -
0 cercò di trovare al suo piano Carbonico ])rimegofiasse il Gonfalonieri,
e che fosse egli stesso diventato uno dei principali promotori delle
lìle. ciie la rivolta del Piemonte avesse ordito in questo Regno, e pre-
cipuamente nella Lombardia,
« Mossa da questi riflessi la Commissione ha costantemente richia-
mata l'attenzione di codesta Autorità sui legami che debbono aver unito
Oonfallonieri, e qualche altro suo detenuto al fuggiasco Conte Porro,
ed è per questo stesso motivo, che ella si è vista nella necessità di
diriggerle l'anteriore sua Nota 10 corr. N. 133, della quale attende
sollecito riscontro.
« Qualora pertanto codesta Commissione non avesse escusso Con-
fallonieri sul viaggio da esso fatto a Venezia nei primi di settembre 1820
col Porro e Pellico, e cogli altri, e sulle ulteriori sue direzioni in
quella occasione, potrebbe non senza forte speranza di qualche utile
risultato diriggergli le analoghe interrogazioni ; e le risposte che fosse
per dare il detenuto, sapranno suggerire alla destrezza dello inquirente
la norma ulteriore del suo contegno.
- Venezia li 23 febbrajo 1822.
.\1 Signor Consigliere Aulico Francesco Della Porta
Presidente dell'I. R. Tribunale Criminale
« Gardani •'
in Milano.
{Arch. di St. di Milano, Carte segrete, Presidenza di Governo, voi. XXVII,
n. :j96).
NOTA III.
«... Gli atti di questa Commissione formati non le hanno som-
ministrato finora alcun cenno sulla Società intitolata Confederazione
italiana dalla quale risulta essere state proparate in Lombardia quelle
tila che vi doveano predisporre l'invasione Piemontese, e la conseguente
rivolta.
« Questa Commissione desidera però di conoscere se e qual fosse
l'organismo di questa nuova Società, se e quali parole, o altri segni
di riconoscimento avesse ella adottato, se e quali gradi vi si conosces-
sero, ed in qual modo per avventura risulti esservi stati aggregati li
fuggia.schi Vecchio, Mantovani, e Vismara dai quali fu quindi portata
in Lombardia.
« Por ciò che riguarda i desideri manifestati da codesta Autorità
debbe questa Commissione osservarle :
— 255 —
1° Che Pellico e MaroncelU sono già da gran tempo tradotti
al loro destino. Tutto ciò che dessi avevano deposto, e che poteva
giovare alle indagini di questa Autorità, la Commissione si è fatta
sollecita di comunicarglielo. Codesta Cominmioae debbe cioè convin-
cersi, che fèdo all'epoca del loro arresto (seguito in sui primi di
8bre 1820) non si era parlato che di Carboneria. In quell'epoca
non aveva Porro peranco conosciuto i progressi, che avevano fatto
le Società segrete in Piemonte, ed era anzi sua intenzione di far
esplorare lo stato politico di quel Regno per quindi o collegarvi delle
fila (nel caso che vi avesse trovate diffuse le Società segrete) o intro-
durre anche là la Carboneria, di cui si era già reso l'Apostolo.
« La Commissione ristretta nelle sue indagini alle cose che si
erano fino a quel tempo operate non ha potuto quindi conoscere che
le intenzioni de' fuggiaschi Porro e Bonelli. Però persuasa che queste
intenzioni fossero state mandate ad effetto, non ha mancato di renderne
informata già prima la Polizia, e quindi codest' Autorità.
« Spetta a codesta Autorità il rilevare se forse i nostri dete-
nuti trattenuti da qualche riguardo non avessero svelato appieno
ogni cosa. Se le di lei investigazioni la condurranno a conoscere, che
i piani rivoluzionar], di cui per avventura si fossero occupati i Lom-
bardi rimontavano ad un' Epoca anteriore allo arresto di Pellico e
MaroncelU, e che anche costoro erano o partecipi, o consapevoli, ciò
sarebbe la prova manifesta, che a fronte di lutti gli sfor:i di questa
Commissione non le era riuscito di ritrarre dal labbro di quei due
condannati quella amplissima confessione, che specialmente per ri-
spetto a MaroncelU si lusingava la Cotnmissione d'aver ottenuta
spoglia a/fatto di ogni privato riguardo.
Ma se codesta Commissione avrà invece scoperto, che la congiura
orditasi in Lombardia rimonta ad un' Epoc^ posteriore allo arresto dei
due predetti Pellico e MaroncelU, ciò verrà sempre più a confermare
la opinione della Commissione. Non le si è del resto sottacciuto, che
si temeva aver voluto Pellico salvare l'ex Generale Giuseppe Lecchi,
ed il Conte Gonfalonieri, in quanto che cioè si poteva sospettare,
essere costoro stati o aggregati, o tentati al loro progetto Carbonico
da lui, 0 da Porro già nell'Agosto o Settembre. Ma le franche pro-
teste del condannato hanno posto un limite alle ammonizioni della
Commissione inquirente.
" Avendo pertanto codesta Autorità conosciuto quali erano le in-
tenzioni di Porro per rispetto alla Lombardia, ed al Piemonte, e quali
le persone, sulla cui adesione ei riposava sicuro, non saprebbe questa
— 256 —
L'oniiiiif^sione somministrarle alcun'altra notizia. Ciò solo criovi accen-
narle, che cioè ben conoscendo Porro come ogni cospirazione covata
nel segreto a nulla riuscirebbe, qualora dessa non fosse sostenuta da
popolari tumulti, aveva già nell'Agosto 1820, parlando contidouzialmente
con Pellico delle loro criminose speranze, a lui confidate, che si lu-
singava di trovare un grande partito nel Comasco, specialmente nella
classe bassa, e nei contrabbandieri, che all'uopo Porro, valendosi delle
sue relazioni, avrebbe fatto servire ai suoi piani. Non sarà forse te-
mierità il credere, che Porro abbia eseguita questa sua idea special-
mente allora, che la sperata irruzione delle truppe Piemontesi doveva
affrettare i colpevoli a preparar (,li elementi materiali della meditata
congiura. Del resto se codesta Autorità fosse condotta da" suoi atti a
chiedere qualche più particolare schiarimento, e che questo col mezzo
di Pellico e Maroacelli si potesse ottenere, questa Commissione si
attende una diretta ricerca, pronta a farla tosto esaurire col mezzo
dell'Autorità di Briiiiua, sotto la quale oggi stanno i due condannati...
« Gardani ".
Venezia 8 maggio 1822.
Al SJ Consigliere Aulico Della Porta
Presidente dell'I. \\. Trib.'' Crim>' , e della Commissione Speciale in
Milano.
III.
Di fronte a questi irrefragabili documenti che ci provano con alcuni
nuovi dati di fatto l'onestà di Silvio Pellico, e per cui io mi dimando
sempre piìi meravigliato le cause del iioto divieto, sorge, non meno
importante un' altra grave questione. Antonio Salvotti stesso ha par-
lato della sua relazione di una lunga e acerba lotta che il Saluzzese
dovette sopportare contro di lui ; a me sembra che non debba restare
inerte Y indagine severamente scientifica su questa interessante parte
del processo: quale fu il contegno deli inquirente in tutta questa
lotta ?
Sulle pretese responsabilità del Pellico deve o non deve entrare
come attenuante o come aggravante il contegno di chi poteva » o con
proììiease, o con minacce, o con frodi corrompere la fede n del Sa-
luzzese?
Se noi potessimo leggero in quegli atti ulìiciali, in cui son regi-
strate ad una ad ima lo dimande e le risposte dell' inquisitore e del-
257
r inquisito, assai più facile troveremmo il nostro compito ; mancandoci
questa agevolazione, io tenterò di vedere quanta ragione abbia il
Luzio nel volerci mettere in diversa luce la figura di questo giudice,
che passò alla tradizione col marchio dell' infamia, e, diciamolo pure,
coir esagerazione della leggenda.
Alessandro Luzio dagli atti ufficiali — a lui dati di ragione —
uniti colla gran copia di documenti inediti che la fortuna gli fece
scoprire in una villa dei Salvotti, volle giungere ad una rumorosa
conclusione, che pur non essendo la glorificazione di chi fu tino a ieri
la bestia nera dei processi, ne vorrebbe pur essere una bella e buona
riabilitazione, nella arguta tesi defensionale.
Oggi stesso — in cui m' è dato recare il risultato delle mie po-
vere ricerche — questo studioso insigne, che nella innata modestia
vuol parere preoccupato solo da quello clie nella realtà storica è sem-
plice ritratto, non è più come ieri baldo e tenace al suo po-sto avan-
zato di apologista. Non eh' io voglia dire che 1' abbiano smosso alcuni
volgari insulti dei soliti quaranto Hardt; forse, semplicemente, alla
sua austera coscienza di storico sarà apparsa troppo audace 1' antica
idea di stravincere, così come egli volle fare nel noto volume, op-
ponendosi audacemente — trincerato dietro alla copia di tanti do-
cumenti ; ferrato di tutta una salda concatenazione di sillogismi —
alla inveterata e forte corrente della nostra tradizione italiana, che,
se dobbiam credere alle attestazioni ultime che fra linea e linea ci
porge il Tangl, non era troppo diversa da quella dell'Austria stessa
— per quanto questa paumsameute segreta.
Ma la debolezza della posizione del Luzio stava più specialmente
nell'arme da lui scelta per l'attacco rumoroso: egli scendeva in campo
con i diretti risultati di una auto-apologia, che il Salvotti — sotto
il peso delle schiaccianti accuse che gli si muovevano, e di quella,
che a una testa romantica avrebbe potuto parere la punizione di Dio,
nell'entusiasmo ardente infuso nel tìglio per la causa avversa — aveva
affannosamente dettato anche per consiglio di qualche suo amico, che
non poteva decidersi a crederlo la famigerata fiera con la coda agu::a.
Oggi l'archivista di Mantova può ben dire d'aver passato quahhe
ora e qualche giorno fra le carte degli Archivi di Slato di Milano
e già se ne irradia, panni, come una naturai conseguenza, una nuova
luce dalle sue ricerche e dai suoi studi, che vengono rapidi ora.
Seziono 111. — Storia delle Ldteraturt. 17
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quando a quando nel fugace giro di qualche colonna, e verranno pon-
derosi domani, a ristabilire, io credo, con la salda base della realtà,
quella che per noi fu sempre la verace tradizione storica; si che
(jnella gloria italiana, che per un momento parve offuscarsi in questo
atfaunoso principio di secolo, e con la quale i nostri padri circonfu-
sero le pili belle pagine del loro riscatto, torni — Dio mi guardi,
se io sono un romantico! — a brillare sulle sciagure della patria
nostra.
Alessandro Luzio incominciò l'opera sua con lo scopo preciso di
riabilitare il Salvotti : « mirando, cioè, a dimostrare che questi fece
puramente il suo dovere di Magistrato, senza mai ricorrere a mezzi
illegali ed abbietti, anzi alleviando, por quanto ora in lui, la sorte
de' prigionieri, e restringendo il numero delle vittime " .
Più tardi — eran passati de' mesi, ed « oltre all'ampio mate-
riale », che egli aveva a sua disposizione, era venuta tutta la luce
defili incartamenti del R. Archivio segreto milanese — in una gè-
niale sua conferenza al Castello Sforzesco di Milano, il nostro autore
già presentava il Salvotti come il fiero giudice, nelle confessioni
« estorte coi tormentosi costituti ".
Ieri solamente, in un articolo sul « Corriere della Sera » il Luzio
faceva questa preziosa dicliiarazione, che si lascia leggere attraverso
il nero delle parole: Salvotti rappresenta qualità esecrande e
ammirevoli e la sua glorificazione « è tanto lontana dal mio
pensiero che il documento più grave contro di lui lo pubblico io "
« Molte però delle iniquità attribuitegli sono smentite ".
Io piglio atto della parola « molle » , e vedo delle « tulle " attri-
buitegli quali gli siano giu.stamente riferite.
Dopo che io stesso in un'ampia recensione al volume del Luzio
sui Processi del 21 avevo dimostrato (') tutta la mia ammirazione per
la finezza arguta del critico, pur augurandomi che luce piena fosse
venuta da un severo controllo delle dichiarazioni apologetiche coi do-
cumenti di stato, non appaia strano se non mi è dato oggi accettare
— dopo il compiuto controllo — i risultati a cui volle e vuol per-
venire lo studioso autore.
(') Cfr. Picc. Archivio storico dell'antico Ma; hesato di Saluzzo, N. 1II-\1,
voi. 2», Anno I, j). 367.
— 259 —
Egli s' è domandato perchè " mai non dovrebbe farsi la storia
dei processi sui documenti anzi che sui romanzi « ed io, ultimo arri-
vato a cogliere le bricciole di Epulone al ricco convivio di Milano
— son più di 200 i volumi di quell'Archivio segreto, che si riferi-
scono al nostro argomento, torturati e dilapidati da archivisti di buona
memoria (ed ultimo il Cantù) e dal governo stesso — io non posso
che approvare la « felice trovata " del Nostro, ed apro i costituti
di Pietro Ponzani, nobile novarese, « imputato di aver cooperato con
altri alla rivolta del Piemonte e perchè questa si estendesse alla Lom-
bardia », tenuto in duro carcere preventivo dal maggio del 1821 al
settembre del '23, senza che gli fosse estorta — malgrado tutte le
iniquità d'un interrogatorio tormentosissimo — una sola parola com-
promettente per sé e per i suoi compagni.
La più splendida apoteosi di questi martirizzati, la quale il
D'Ancona, non per sentimento solo, intravide quando diceva della fiducia
eh' egli serba nell' incartamento degli interrogatori di tutti i proces-
sati del '21 !
Di Pietro Ponzani, della sua famiglia e de' suoi costituti, che
sono una prova luminosa del suo forte animo di cospiratore piemon-
tese — anche in quella tenacia, che sa del macigno, nel negare, nel
negare sempre, in quella baldanza ad accusare a viso aperto i suoi
giudici tormentatori — dirò più minutamente in un mio altro ca-
pitolo {').
Ora mi basti controbilanciare i giudizi del Luzio, che son diretta
conseguenza del primo studio, che egli fece dell' auto-apologia del Sal-
votti, con certi dati di fatto che mi vengono fuori dal citato incar-
tamento, esistente negli Archivi di Stato di Milano, e da altre carte
segrete.
L'autore di Antonio Salvotti e i jjrocessi del '2L al Cap. XI
si propone un grave quesito, in una domanda del D'Ancona stesso:
« la questione sta tutta qui, se il Salvotti fosse solo un magistrato
severo ed inflessibile, com'era del resto dover suo o so nel per-
seguitare i Carbonari mettesse un impegno particolare, un accanimento
(1) In un voi. in preparazione: Informazioni sugli uomini e sulle cose del '21
in Picmoyite.
— 260 -
personale, sia per fanatismo politicOj sia per rnaggioì-mente entrare
nelle grazie de' suoi padroni.
La risposta del Liizio, allo stesso cap. fu recisa : per lui « posta
in questi termini la questione, non può essere che risoluta a favore
del Salvotti -.
Non per fanatismo politico? Ma già oggi l'oratore (') ritorna sui
passi anticlii ; e nell' articolo del " Corriere » senza pur voler smen-
tire le conclusioni a cui prima era giunto, scrive chiaramente : " Questo
fatto (d'essere il S. stato massone) aggrava la colpa fondamentale e
imperdonabile della sua vita d'aver egli — giovane, ricco, pieno d'in-
gegno — servito l'Austria con fanatico zelo ".
Non per ambizioni personali? Rispondo io stesso alla domanda
con le parole medesime del Salvotti, che invocava il trasloco e la
promozione dovutagli, raccomandandosi giorno e notte all'amico Maz-
zetti. « L'impiegato stimabile e degno non può essere indifferente
all' idea che il suo voto paia ispirato da smanie di favori « .
ma intanto pregava, insisteva che si perorasse la sua causa.
Il Luzio che non volle sapere sul principio di alcuna iniquità
commessa dal liero inquisitore del '21, oggi, dicendo che molte attri-
buitegli sono smentite, ammetterebbe, parmi, implicitamente che qual-
cuna in realtà fosse pure stata comp'ita.
Nella sua prima credenza, a persuasione del lettore, egli aveva
voluto giovarsi del bel gioco di scarica barile, ed aveva trovato degno
obbietto dell'ira sua un altro inesorabile giudice il De Menghin o
Menghini, che tino al 24 Maggio 1822 era stato l'inquisitore dei
processi.
Per quanto nella sua lettura di Milano il nostro autore dica poi
che « i giudici milanesi erano stati di manica larga « francamente
noi gli siamo grati che prima d' allora egli avesse messo alla gogna
inesorabile chi « per una strana ingiustizia della leggenda patriottica,
è passato nella storia dei processi del '21 più con lode che con infamia «
l'esoso Menghini, il manigoldo dell'Austria, artefice delle perfide
suggestioni, delle quali era rimasta vittima la tenerezza figliale del
Pallavicino.
Al tempo del suo ufficio essendo assessore il Pagani — degna com-
pagnia ! — risalgono i primi interrogatori del mentovato Ponzani di
Novara.
Da quelli e dal rapporto di più tardi costituti è perfettamente
(') Nella sua"conferenza al Castello Sforzesco.
- 2G1 —
provato tutto l'obbrobrio di certi metodi d' inquisizione usati prima
ancora che venisse a Milano il Salvotti e descritti dal Gonfalonieri
stesso, sia o non sia nel tetro squallore della tana allo Spielberg, al
Capitolo II delle sue « Memorie « ,
Al Ponzani è stato mistificato un protocollo, ed ecco con qual corag-
gio egli oppugni la menzogna dell' inquisitore : ^ È vero che quel proto-
collo politico mi venne preletto, è vero che io dichiarai di confermarlo,
e mi vi ho sottoscritto ; ma tutto ciò io faceva '[)er lo stato di violenza,
in cui mi trovavo, essendo stato trattenuto in quell'ufhcio della Polizia.
fino alla mezzanotte, e costretto a pranzare con quelli impiegati . . . » .
" L'inesattezza di essi (protocolli) è manifesta imperocché non
sono state riferite tutte quelle minute interrogazioni che mi si face-
vano, ed alle quali solo io rispondeva, cosicché chi legge presente-
mente quel costituto politico debbe supporre che io abbia fatto quel
primo circostanziato racconto di tutta mia spontaneità ^ il quale
invece era venuto, e ben differentemente, dopo una lunga discussione
« col sig. assessore Pagani, dal quale non venni urbanamente trat-
tato » mentre « io ero oppresso dallo spavento ".
La triste colnpagnia si raddoppia : Salvotti non é più il solo
condannato dei giudici inesorabili : ma, convien affermarlo, il Salvotti
ci deve essere: e non rimane per nulla estraneo a non poche brutture
commesse, anche dopo la sua nomina di inquirente a Milano.
Se il Luzio riuscì a provare Valibi di quest' ultimo al tempo del
commovente episodio dell'estorsione delle delazioni del Pallavicino,
non riuscirà mai a negare certi fatti dolorosi, che ancora avvennero
dopo la detta nomina del Salvotti stesso, e che, fra gli altri, ci son
riferiti dal Gonfalonieri al citato capitolo, e confermatici dai docc. e
da altre narrazioni (fra cui non voglio nominare quella del D'Andyane).
Il Salvotti appena nominato (ai 18 giugno 1822) ordina una se-
vera perquisizione nelle tane degli inquisiti ; e, fra gli altri, è messo
a durissima prova il Gonfalonieri, cui vien tolta una misera »i tavo-
letta di lustro " la quale, prima del Salvotti, gli era concessa, ed
ora gli é negata « atteso che la medesima trovasi atta a scrivere »
(Archivio di Stato di Milano ('), XXVIII, n. 710). Sentiamola relazione
dell'aguzzino : « Dopo ciò passo a quella [perquisizione] personale di
esso sig. Gonfalonieri (alla presenza del gendarme Caitti), il quale
teneva nella tasca del Gillet un piccolo pezzetto di canna d'api.<
colla coperta di una camiscia di cera, che nell'atto della perquisi-
(') Atti della Prcsiden::a di Governo, H.
— '2.',2 —
zioQtì il sig. Gonfalonieri credette di far smaltire la medesima canetta.
}>erchè prestamente mise ima mano nelle tasche del lìilet nel tempo
di un pretesto di far chiudere l'uscio del carcere, lusingandosi forse,
che nella matio non si facesse attenzione «
Né si parli di buoni trattamenti : è puerile argomentazione il citar
le lettere del Pellico annunzianti al babbo suo la bontà dei suoi
carnefici. È debolezza umana, che solo l'audacia di un Ponzani potè
vincere, lo sperar fino all'ultimo momento nella generosità di chi pur
ci ha tormentati e ci tormenta, nel barlume di fede che non la sola
malvagità abbia ad imperare, e che da un atto di sottomissione,
senz' essere turpe vigliaccheria, possa derivarne una miglior condi-
zione di stato.
Il Salvotti nella sua lettera di discolpa al Negri ha il coraggio
di dire che Pellico nelle Mie prigioni « non parla mai del tempo
che passò in inquisizione « oppugnando così la più luminosa verità;
poi che è a tutti noto con quali tristi parole il povero Saluzzese rie-
vochi « gli esami tormentosi, le sempre insistenti paure » di nuove
terribili sorprese, al Gap. 26 dell'op. cit.
All' inquisitore poi torna commodo ricordare i doni ai suoi tor-
mentati al tempo degli interrogatori , ma il Luzio stesso non può non
lontanamente intravedere l' insidia, e « l'esca con cui lo scaltro giu-
dice attirava i pesciolini all'amo " .
Io vengo spigolando di sfuggita nell'ampio primo volume dei
« processi del '21 ^ dati e fatti, che possano accertare quanto diflRcile
fosse la causa, per la quale l'egregio autore ha intrapreso la sonora
battaglia, condotta con quella finezza di critica e con quella immensa
copia di argomenti, di cui la sagacia dell'A. seppe disporre, e dei
quali non pochi con tutta la seducente apparenza della verità.
Ma più d'una volta il Luzio stesso si contraddice a distanza di
poche pagine: come quando atferma che il Maroncelli, più d'ogni
altro, ha intuito il carattere del Salvotti. Ebbene, sentiamo che cosa
quegli dice nel giorno della sentenza: « Reclamai per quanto v'era
di più sacrosanto a dichiarare per quali altre vie aveva raggiunto
quel luttuoso termine di condanna » ma il Salvotti si rifiutò ineso-
rabilmente di dare la minima soddisfazione al povero partente pel
carcere terribile e duro: « e per quanto v'era di più sacrosanto
rifiutò di spiegarsi " . " Quanto a me gli perdono se ha avuto
coscienza di commettere una ingiustizia » e il Luzio sùbito a scri-
vere, in più visibile carattere, una pretta incoerenza del suo grafo-
mane, che soggiungo « ma mi pare più verosimile eh' ei si sia fatta
— 263 —
una giustizia illusoria e che noi siamo stati sacrificati ai fantasmi
dei suoi falsi principi, e delle deduzioni terribili che s'è creduto au-
torizzato a tirare da una legislazione la cui prima immoralità consiste
nell'aver la parola tanto lata, tanto vaga, che mentre il giudice ma-
ligno va a tulelarsi sotto quella, il giudice di debole senno vi resta
di buona fede impacciato » . Ora è evidente la cosa : chi per ammet-
tere la buona fede del Salvotti, può ritenerlo un giudice di debole
senno, dopo tutto quanto il Luzio scrisse sul beli' ingegno di questa
acutissima mente, di questo fervido lavoratore?
Certo a me pare ch'egli non potesse essere, come vorrebbe il
L., il consolatore dei poveri inquisiti, e colui che sempre dettava le
espressioni più miti a loro riguardo nei protocolli ('), dopo quanto s'è
detto, e perciò che ancora appare in questo squarcio di « voto » che
stralcio dal Costituto del Ponzani stesso, e che il Salvotti dettò,
anche dopo che si era raggiunto pel processato piemontese la piena
assoluzione. Si veda qual sorta di benigna forma l' inquisitore adoperi
per chi gli era potuto sfuggire di mano, mercè tutta la furberia onde
poteva essere armato un leguleio di spirito, provato alle arti insidiose
della legge inquisitoriale, e mercè ancora quella fermezza di carattere,
che fa del Ponzani stesso una delle non trascurabili figure dei famosi
processi, insieme col Pinzi e con Silvio Moretti.
Prima della sentenza d'assoluzione: «Questo inquisito ha un
temperamento facilmente irritabile e una immaginazione che si esalta.
Ha dell'ingegno e della fermezza senza essere molto disinvolto ed
urbano " .
" Egli spiegò in tutto il corso della sua inquisizione una particolare
ostinazione, e pareva avesse fermato in sua mente di eccitare lo sdegno
della Commissione per quindi sempre più tacciarla di inumanità e di
barbarie . . . Allorquando veniva chiamato d' innanzi la Commissione
mal potendo frenare il suo interno livore, piangeva ■>.
Certo non a questa buona raccomandazione il Ponzani deve la
sua libertà! Ma v'ha di peggio; quand'egli è riuscito a salvarsi, ecco
che cosa gli scaraventa addosso il mite (!) inquirente diventato furi-
bondo: « Il contegno del Ponzani durante la inquisizione è stato ri-
provevolissimo, ed egli ha costantemente palesato il più profondo li-
vore contro la Commissione. Eijfli si latruò di trattamento rigroroso du-
(') In questi è rejjistrato con qu;iiit;i pertinacia Salvotti combattesse il
Tosetti, che voleva liberare Ifomairnosi e Arrivabeno. Il giudice inquirente votò
sempre per la carcerazione prima e per la contlaiina il"{)o.
— 2G4 —
rante la sua detenzione, e gli si usarono invece tutti i ritjfiiaidi, se
iion- che una volta sola fu tenuto a pane ed acqua [bel riguardo !]
perchè si intratteneva con persone, che gli stavano di rirapetto in vie-
tato colloquio. Eijli si lagnava di essere stato posto in carcere cat-
tivo quasicchè la Commissione potesse cangiarne i locali...".
- Pouzani non aveva a quel che sembra altro scopo che di irri-
tare la Commissione per determinarla . . . ad atti di rigore ecc. ecc.
liitengo dunque che un tale Inquisito d'altronde sommamente in-
disialo di essere stalo degli operosi cospiratori [ed era già venuta
la sentenza d'assolutoria] e le cui risposte riboccavano di ritrattazioni
di reticenze e fallacia, non debba essere più tollerato a godere dei
vantaggi di un Governo, che egli ha sempre insultato, e che perciò
lo si debba espellere da questo paese » Milano il 3 settembre 1823,
dott. Antonio Salvotti, relatore.
Ma ormai si comprende: questi era stato portato ad un più mite
trattamento verso coloro, che aveva fatto sue vittime, e che era riu-
scito a far cantare per poter estender sempre più le reti del processo,
ed aumentarsi la benevolenza dell'Imperatore.
Sentiamo quanta degnazione: « L' Arese è raccomandabile alla
grazia sovrana, perchè colle sue confessioni aveva somministrati gra-
vissimi argomenti per abbattere le ostinazioni ai Confalonieri, ecc. '•.
Il D'Ancona scrive che il Salvotti dovè più di una volta deplo-
rare in cuor suo che nella patria di Beccaria non fosse più possi-
bile applicare la tortura. Ma se il Salvotti, oppone il Luzio, avesse
avuto di così bestiali appetiti, gli articoli 329, 3(33, 3(35 del codice
penale austriaco gli avrebbero fornito il mezzo per appagarli subito.
Ecco in sostanza che cosa essi ordinano: se il diportamento del
carcerato fosse caparbio e dissobbediente, se egli si volesse far parere
impazzito, o se si contenesse maliziosamente in modi impetuosi ed
insultanti, dovrà il medesimo essere punito in un modo proporzionato
al suo fallo, o con bastonate o con digiuno a pane ed acqua per
un giorno —
Che questi articoli fossero applicati alla crudezza del digiuno
}>ol Ponzani ('), noi già sappiamo dalla stessa dichiarazione del Sal-
votti: e clie, per ciò fare, il giudico severo richiedesse il parere del
medico non parmi sempre, quando si consideri il miserrimo stato di
salute di'l Ponzani, assalito nel corso dell' istruttoria da violenti attacchi
di vomito, e da svenimenti angosciosi, sicché al povero inquisito non
e ) K ii'in bolo jicl Ponzani, ma anche per altri.
— 265 —
rimaneva altro che invocar presto « la fine . . . giacché preferirei
una condanna alla pena ette soffro attualmente » e la rapida » con-
sumazione del sacrifizio " per cui si facevan parlare anonimi, si ca-
lunniavano altri di delazioni vergognose, non mai portate alla luce
del confronto, per quanto il Ponzani si macerasse nell'animo a richie-
dere la prova luminosa del fatto. « Veggo che mi si vuol perdere . . .
dopo quattordici mesi di vera segreta ». « Io so che sono un uomo
condannato, mi si dia il supplizio e così avrò terminato questa mia
situazione angosciosa ». «^ Mi si mandi pure al supplizio, o in qua-
lunque fortezza, ma io non terrò diverso linguaggio nella mia ferma
fiducia^ che sarebbe inutile la mia difesa ».
Oh la magnanimità di questo fiero carattere, ben degno di maggior
fama, che ad un certo punto ha il coraggio di esclamare sardonica-
mente, di fronte alle arti del Salvotti, che s'infrangevano nella fer-
mezza della sua coscienza adamantina : « Dal momento, in cui col sa-
crifizio di me medesimo non ho voluto rispondere in ciò che riguardava
la mia persona, la Commissione può ben figurarsi se io posso risol-
vermi a parlare degli altri ».
Ecco perchè di fronte al giudizio dell'inquirente egli potè sem-
brare « riprovevolissimo ».
Ancora alcune poche parole. Il Luzio dice in una nota che in tutti
i costituti che ha esaminato, è sempre esattamente indicata l'ora in
cui finirono : né ha mai visto che la durata sorpassasse le quattro o
cinque ore o che essi si tenessero di notte. Anche in questa dichiara-
zione ci sono delle inesattezze : prima che giungesse il Salvotti il Pon-
zani fu interrogato anche di notte, e già noi abbiamo visto quando.
Dopo il 1° giugno del 22 il 1° costituto del Ponzani stesso (9 lu-
glio 1822) dura quasi sette ore: il 4° (6 giugno 1823) incominciato
alle 10,30 è troncato perchè il costituto s'interruppe soprapreso dal
vomito; il 6° (il 22 agosto 1823) durò dalle 10,30 alle 6 e un quarto
ininterrottamente.
Ho indugiato a bella posta a traverso la ponderosa materia del
primo volume del Luzio per due cause speciali. La prima: perchè
finora non vidi dei critici abbaiatori (che vollero ripetere le viete frasi
reboanti, nelle sciabolate alla quarantotto) chi si volesse pigliar la
lena di scender sul terreno, ove l'egregio autore audace li invitava con
la giusta esclamazione: - Oh perchè non dovrebbe farsi la storia dei
processi sui documenti? ».
— 266 -
La seconda causa è tutta personale: ma a me, che mi vidi ne-
gati i costituti del Pellico per strane paure, è pur cosa dolcissima
poter gridar forte a tutti coloro che s'intimidiscono a certe voci corse
di delazioni vergognose, che, intanto, dai costituti di un piemontese
non vien fuori altro che una luce di gloria pei martiri del '21, e
l'obbrobrio pei martirizzatori : lo che è il miglior saluto che io possa
mandare all'opera che il Luzio ci annunzia, nel fervido augurio che
essa sia per essere, se non Y ultima parola, la più equa che fino ad
ora siasi scritta sui processi del Pellico e del Maroncelli.
APPENDICE.
Correggo le l>ozze di questa comunicazione dopo le mie ultime
fortunate ricerche negli Archivi segreti di Milano, di Vienna e di
Briinn, e godo nel dichiarare che ogni mia affermazione avrà domani
l'appoggio di nuovi più importanti documenti irrefragabili, dai Costituii
stessi, alle molteplici relazioni dei processi, alle lettere riferentisi al
Pellico e al Salvotti.
Pel primo posso affermare ch'ei fu in piena forma e regola ag-
gregato alla Carl)oneria dal Maroncelli, avendo per testimonio il La-
derclii — individuo necessario e sufficiente alla recezione — e si ebbe
il suo regolare diploma sul quale eran notati i soliti simboli della car-
boneria, cioè il sole, la luna, le nubi, un lupo, una baracca, una croce
e delle sferze. Dalle carte austriache apparirà, chiaro tutto l'ardore
giovanile di questo neo-carbonaro, che non fu certo un semplice Ira-
scinato dall'ambiente, ma un cosciente de' suoi atti di rivoluzione, che
avevan carattere di spiccata democrazia.
Pel Salvotti : sorgono a iosa nuove tristi prove ad accusarlo :
a) per Vamhisione sua, parleranno numerose lettere inedite del col-
lega, giudice Tosetti, maleviso dal Salvotti e dal Governo per la sua...
bontà; h) per la sua responsabilità nel decretar le pene ai poveri
inquisiti, dirà il costituto di Girolamo Lombardi che il 16 aprile è
castigato « col digiuno per tre giorni a pane ed acqua » separato da
ogni compagno; e) pel suo metodo d' interrogatorio o d' . . . . estor-
sione di deposizionis dica, dica questa importantissima lettera : e
sia un lettore che non senta un fremito contro il giudice terribile
e filtro, a cui tutti gli Italiani non possono che augnare 1'.... oblio!
— 267 —
Anno 1823 - F. 933 - N. 11447.
Arch. della I. R. Polizia e Censura. — Arch. del Ministero dell'Interno
Vienna.
Eccellenza,
In seguito ai concerti suggeritimi dall'Eccellenza Vostra e da me presi col
Sig. Barone Daiser incaricato d'affari alla corte di Torino fu la Signora Contessa
Maria Trecavalli ricevuta al confine di Bufalora la mattina del giorno 16. andante
dal signor Cardani attuare addetto a questa Direzione generale e dallo stesso in
buona e ben difesa vettura condotta e direttamente presentata a questa I. R. Cora-
missione Speciale di I^a Istanza. La signora Contessa si lodò del modo urbano,
col quale fu ricevuta ed accompagnata, avendo io Botto tale rapporto dato al
Sign. Cardani le istruzioni analoghe i desideri espressi nella nota del suUodato
Sign. Barone. Sottoposta la sign. Trecavalli a costituto fu alle 5 pom. del giorno
stesso fatta ricondurre alla sua abitazione sotto custodia della Polizia. Oggi fu
ricondotta alla Commissione e sembra dalla nota testé ricevuta e che mi onoro
rassegnare all'Eccellenza Vostra, che in tale stato abbia- la predetta Dama ad
esservi conservata per alcuni giorni. Durante la sua dimora nello stato d'arresto
in casa le fu concesso di avere una donna di servizio e le si accordò ben anche
di consultar il di Lei medico Sign. Franzini a causa di convulsioni alle quali va sog-
getta e che più vivamente ha in essa eccitate l'attuai sua posizione. NelV istruire che
essa fece al medico lasciassi sfuggire di bocca che il giudice Istruttore Sign. Consi-
gliere di Appello Salvotli fatti ritirare i Consiglieri Assistenti con marcato
segno, si trattenesse da solo con essa e la minacciasse vivamente nel caso non
avesse essa deposto quanto lo stesso ritiene essere a cognizione sua.
L'impiegato presente a tale dichiarazione potè bene impedire che la signora
proseguisse nel racconto, ma non potò distruggere le cose già dette e sulle quali
ad onta del divieto fattosi al medico ò da presumersi che verseranno le dicerie
dei curiosi. Ho creduto perciò necessario di comunicare all'Eccellenza Vostra tale
emergente come quello appunto che potrebbe esser per avventura da altri ripetuto
e fors' anche esagerato nel passare com'è di costume da persona a persona.
Milano, il 18 Novembre 1822.
Toresani A Sua Eccellenza il Signor Conte
di Strasoldo Presidente
dell'I. R. Governo.
i
XXI.
ROLANDO MARCHESE DELLA MARCA BRETTONE "
E LE ORIGINI DELLA LEGGENDA DI ALERAMO(').
Comunicazione del conte Benedetto Baldi di Vesme
Assai nota è la leggenda dei primi anni di Aleramo marchese
di Liguria occidentale, di cui abbiamo parecchie relazioni antiche (-) ;
essa per sommi capi compendiasi nella seguente narrazione.
(') Il presente studio ha uno scopo essenzialmente isterico e, mentre serve
a far conoscere al Congresso storico internazionale di Roma quali siano le con-
clusioni a cui siamo giunti in un lavoro storico-genealogico sulle origini delle
stirpi Sabauda, Capetingia, Aleramica ed Arduinica, lavoro di pros-sima pubblica-
zione ed intitolato I Principi anqlo-sassoni neW Impero Carolinyio, è essenzialmente
destinato a far constatare che li celebre Chanson de Rjlland, testo di Oxford, ha
valore isterico di gran lunga maggiore di quanto generalmente si ritenga. Non
intendiamo perciò addentrarci nel pelago delle questioni filologiche e linguisti-
che; ricerchiamo esclusivamente se le persone licurdate nella Chanson furono o
non furono uomini in carne ed ossa, tutti viventi ai tempi della fainosn rutta
di Roncevaux e perciò riteniamo affatto inutile e superfluo il far precedere o se-
guire il nostro istudio da una ingombrante ed inutile bibliografia generale della
Chanson. Così eviteremo il rimprovero di non aver citata qualche introvabile pub-
blicazione per nozze o di non aver letto le copertine dei giornali di filologia e
di letteratura. Se poi saremo condannati per questa nostra voluta dimenticanza
da qualcuno dei fanatici bibliogralizzaiiti, non ric"rreremo in ap[>ello contro la sen-
tenza perchè nostro scopo non era di fare un lavoro completo, esauriente e defi-
nitivo sul marchese Rolando, ma di provare clie deve essere esistita una ironaca
della fine dell'ottavo secolo o del principio del nono da cui largamente ed abba-
stanza fedelmente attinse l'autore della prima redazione del poema.
(*) Le varie redazioni della leggenda d'.\leraino trovansi nella Chronicon
Jmaginis Mundi di Fra Jacopo (Dei Berlingieri) da .\cqui; \\<:\V Istoriti d«rl Mon-
ferrato del marchese Galeotto Del Carretto; nella Cronnra di Salusso di
GioFKREDo della Chiesa 6 nella anonima Vita antica di San Guido vescovo lii
Acqui, edita del Moriondo nei Monumenta Aquensia.
— 270 —
Un giovane principe di regio sangue partissi colla moglie di Sas-
sonia in pellegrinaggio per Roma; giunto a Sezzè nel Monferrato, la
moglie felicemente si sgravò di un bambino, Aleramo. Non potendo
sospendere il loro viaggio ed essendo malagevole il trasporto secoloro
del neonato, lo aflidarono alle curo di una nutrice da cui dovevamo
ritirarlo nel viaggio di ritorno. I duo coniugi disgraziatamente mori-
rono amendue di peste durante la loro permanenza in Roma, ed Aleramo
restò abbandonato e povero a Sezzò. lungi dall'avita Sassonia. Ma buon
sangue non mente: lo sue virtù lo fecero ben volere da certi baroni,
che vollero tenerlo secoloro quasi loro tìglio. Adolescente fu col padre
adottivo alla Corte del sassone imperatore Ottone, quando questi per
la prima volta scese in Italia, e là talmente di sé innamorò Berta,
figlia dell'imperatore, che indussela a fuggire seco e con lui di sop-
piatto ad unirsi in matrimonio. Per iscansar l'ira imperiale i novelli
sposi si nascosero in sui monti della Liguria nella selva Ardenna (')
ove rimasero per sette anni, Aleramo facendo il carbonaro, Berta ram-
mendando i panni degli abitatori del circonvicino contado. Da Aleramo
e Berta nacquero più tìgli durante il volontario esilio; poi per una serie
di fortunose vicende Aleramo rientrava nelle grazie dell'imperatore, che,
ratiticata la sua unione con Berta, lo creava marchese della Liguria.
Simili casi meravigliosi non si raccontano pel solo marchese Ale-
ramo: uguale leggenda trovasi per Gerardo di Roussillon duca di Vienne,
divisa però in più parti frammentarie (-'); per ricostituirla compiuta-
mente conviene unire i dati contenuti nella Vita Sancii Gei^aldi, con
quelli che trovansi nelle Chroniqiies de Savoye, ove Geraldo si tras-
forma nel noto Beroldo, (rcon alcune altre notizie racchiuse uùWJIistoire
de Bourgogne del Fustailler, certamente desunte da antiche leggende
borgognone. Altretali cose raccontansi intorno alla nascita di Rolando,
(') E da notarsi clie in tutta la catena appenninica ligure non esiste traccia
di alcuna selva Ardenna e che sono soli alcuni moderni, che in base alla Ictjpenda
aflibbiarono il nome di Pietra Ardenna ad un monte nel territorio albingaunense.
(•) Ciascuna delle varie lep^j^ende relative a Geraldo di Roussillon non la
comprende per intero ed a primo aspetto sembrano affatto dissimili, perchè cia-
scuna di esse comprende solo una parte della k-^'j^enda; riavvicinandole si ottiene
l'intera lejjgenda di Aleramo. È da notarsi che il ricordo delle Ardennes si cristal-
lizzò non in (ìlicrardo, ma bensì sul suo cupino il conte Bovo, padre di re Bo-
sone. Vedi roiiPARDiN, Le royaume de Provence sous les Carolingiens, 307-310, ove
si dimostra che Bovo padre del re, detto da tutti Bovo conte delle Ardennes, non
fu mai Conte delle Ardennes e che per dii)piu le Ardennes non formarono mai un
vero comitato, ma che invece erano poste nel comitato di Verdun, i cui conti sono
;i rju-i << inpi ben Conosciuti.
— 271 —
l'eroe di Roncevaux ('), ed una eco affievolita di tal leggenda riper-
cotesi nella storia sia di re Ugo il Capeto (-), che del suo congiunto
Oddone di Parigi re di Francia {^). È questa leggenda, che si applica
(') La leggenda della nascita di Rolando trovasi nei Reali di Francia e deve
derivare da un antico poema francese ora perduto. E da notarsi che in questa
narrazione la madre di Rolando ha nomo Berta, come la moglie di Aleramo e
come l'antica figlia di re Cariberto, mentre si sa che la madre di Rolando aveva
in realtà altro nome.
(") Vedi al riguardo il noto poema flues Capez ed i notissimi versi di Dante.
(*) Si hanno traccie di queste leggende sin dal decimo secolo nelle cronaca
di ViTiCHiNDO DI CoRVEi c di RiCHERio DI Relms in cui SÌ fa il sassone Vitichindo
avo di re Oddone e lo si fa venire povero e fuggiasco in Fiancia di Sassonia. Piii
chiare ancora ed evidenti traccie trovansi nella Vita Sancii Megingaudi martiris
in cui tra altri ricordi leggendarii è positivamente affermato che il conte Megingaudo,
cugino di Oddone di Parigi re di Francia, discendesse in linea maschile dai re del
Kent. BoLLANDiSTi, Acta sanctorum februarii,\l, 192: " Insignis martyr Christi
« Meyngoldus de nobili prosapia Francorum et Anglorum originem duxit, nobilitas
« insigniorem adauxit titulum .... Mater eius fuit soror regia Arnulphi, qui in
" imperatorem benedictus a Formoso papa, regni et imperii statam Consilio sa-
u pienti ordinavit et strenue rexit. Cuius probitatem Hugo rex Anglorum certa
« relatione percipiens .... Quia vero rex Arnulphus carebat liberis, unicam ger-
« inanam regi Angloium ^Hugoni desponsavit . . . . Accepta igitur rex Hugo cele-
« briter uxore, genuit filium, qui vocatus est, suscepto baptismate, Meyngoldus;
« filiam quoque genuit, que Adheles est nuncupata: hanc patre concedente, accepit
« in coniugem Oswaldus rex Nordanumbrorum, qui instinctu sponsae suae se totam
« Christianitati adijciens, prò culto fidei et prò defensione patriae, inito contra
« gentiles praelio, martyr occubuit Quia vero, sicut dictum est supra, Im-
« perator non habcbat liberos, voluit ad tempus delectari, uti et confortari prae-
« sentia et alloquio nepotis sui Meyngoldi, velut mos est inter nobiles suorura pro-
« bitatem haeredum iijtelligere et experiri. Misit igitur nuntios ad regem Hugonem
« prudenti legatione instructos et honestis raoribus adornatos, ut in utruque et
« mittentis et suscipientis commendaretur devotiunis affectus. Assensit Hugo et
« filium suuni Meyngolduni, Richardum ((uoque de Oswaldo et filia sua Adheles
« genitum. Imperatori Arnulplio cum incredibili apparatu misit n. Si osservi che
il re s. Osvaldo mori nel 642 ed aveva sposato una nipote di s. Eitelbercht re del
Kont e di Berta figlia di re Cariberto; perciò in « Hugo » (in antico anglosassone
« Aid » ed " Eitli n) si raffigura Kitelbercht vero progenitore di Megingaudo ed il
cugino Riccardo che con lui viene in Francia ò s. Riccardo lo spodestato re del
Kent, che si rifugia in Francia presso i cugini in sul finire del settimo secolo e
muore a Firenze di ritorno da un pellegrinaggio a Roma. Dunque nel duodecimo
secolo, quando fu scritta la Vita, era tuttor vivo il ricordo della discendenza di
Megingaudo dai re anglosassoni del Kent e della sua parentela col re s. Riccardo.
Si noti poi che risulta in modo certo ch'egli era nipote dell'imperatore Arnolfo e
di Oddone di Parigi re di Francia.
L'origine sassone di Roberto il Forte duca di Francia, padre di re Oddone,
ci è pure attestata da Adrevaldo monaco di Flel'ry, che scrisse nel nono secolo,
a tante persone diverse, un semplice motivo leggendario tratto da rac-
conti di origine orientale, od un ricordo affievolito di qualche antico
fatto istorico, che col trasmettersi per tradizione orale si trasformò e
si modificò? Non esitiamo a rispondere che sola la seconda ipotesi è
la vera.
Circa il 560, Etelberto, figlio primogenito di Ermenrico re del
Kent, che per una lunga serie di avi discendeva da que' Sassoni, che
pei primi invasero la Gran Brettagna, si era recato in Francia alla
corte di Cariberto re di Parigi. Il re Cariberto aveva unica figlia le-
gittima. Berta, ed i due principi in breve reciprocamente s'innamora-
rono perdutamente; ma Berta eia cristiana ed Etelberto idolatra,
perciò il re di Parigi negò il suo consenso all'unione dei due principi.
Qua tace l'istoria, ma soccorre la leggenda, che è pur avvalorata da
alcuni indizi storici : Berta, posto in non cale il divieto del re, si
foce rapire dal giovane principe sassone e sotto mentite spoglie stet-
tero nascosti in una foresta fino al giorno — qui ripiglia il suo
interrotto filo l'istoria — in cui Cariberto diede finalmente il tanto
desiderato consenso. Fu imposto ad Etelberto che permettesse alla
moglie l'esercizio della religione cristiana e le fu dato per cappellano
un vescovo oriundo di Francia.
Precorrendo a quanto sono in procinto di dimostrare nei miei
Principi franco-sassoni nell'impero Carolingio di prossima pubbli-
cazione, pregiomi presentare in rapido riassunto a questa dotta assem-
blea le conclusioni a cui vengo in tale mio lavoro (').
Aleramo prima conte di Acqui, poi marchese di Liguria, proge-
nitore in Piemonte dói-marchesi di Monferrato, di S'aluzzo, di Ceva, di
Incisa, del Bosco, di Occimiano, ecc. ; nel regno delle Due Sicilie dei
conti di Gravina, di Butera e di Policastro; Roberto il Forte duca
di Francia Neustria, padre di Oddone conte di Parigi e re di Francia
e proavo di Ugo il Capeto capostipite della terza stirpe regia di Francia;
liolando marchese della marca di Brettagna; san Guglielmo primo mar-
cliose di Septimania, poi abate di Gelonne; Almerico suo cugino, figlio
come osserva il monaco Aimoino autore della seconda jiarlc dei Miracula sancii
lìeneJicli fM. 0. H. Script. IX. 374): « Obstitit primo cornm saevis conatibus
u liùòerlus Andeffavensis comcs, sax onici (/cneris vir, cui jìcr id Iccorum
u a rcfje suinma rerum delegata fuerat, adnileiitibus sibi proeminenlissimis Neu-
u striae viri, It^iinulfo atquc Lamberto, Mi eUtquentisxiwux niirtor Adrevaldus priori
« refert libro n.
(') L'intero manoscritto è pressocliò ultimato e sjicro di poterlo dare alle
stampe entro il prossimo anno nella Biblioteca della Società storica subalpina.
- 273 —
di Chancor conte dell'Argovia, che crediamo sia il prototipo del leggen-
dario Aimeri de Narboiine; i conti di Grange; i conti di Provenza;
i conti del Valentinois; i baroni di Baux, di Rians; i duchi d'Aqui-
tania, conti di Poitiers ; i baroni di Bourbon e di Coucy e parecchi
altri personaggi e parecchie altre stirpi, discendono per linea diretta
maschile da Cariberto secondo figlio del re sassone Etelberto re di Kent
e della franca regina Berta, che si stabili in Francia per raccorvi l'ere-
dità materna, e questa lunga genealogia si documenta in modo certo
con carte, cronache e vite di santi.
Il ricordo di questa origine della terza famiglia di Francia per-
durò a lungo ; Giovanni Bodel, scrivendo alla fine del XIII secolo la
Chanson de Saisne, riassumeva cosi l'istoria di Francia prima di
Carlomagno (')• H primo re fu Clodoveo padre di Floavant, Floavant
commise l'errore di maritare la sua figlia Eloisa al sassone Bru-
namont, i cui discendenti, all'estinzione della stirpe di Clodoveo, ri-
vendicarono la corona di Francia, quali eredi della figlia di Floavant.
Dubitiamo però che Giovanni Bodel ripetesse cose, che aveva tro-
vato scritte in altri poemi d'assai più antica data e che egli riportava
senza rendersi conto del loro preciso significato, perchè da Brunamont
e da Eloisa la discendere non Ugo Capeto, ma Carlomagno.
Scendendo poi ad alcuni particolari, il marchese Aleramo era figlio
di Guglielmo conte d'Acqui ed aveva per avo Aleramo conte del Vexin,
discendente da un conte Guglielmo, fratello di Roberto il Forte duca
Francia, e dall'istesso ceppo discendono i signori di Marie e di Boves,
d'onde i potentissimi baroni di Coucy. I Coucy sono perciò i prossi-
miori congiunti collaterali degli Aleramici e gli Aleramici sono, tra
varie stirpi discendenti da Cariberto di Kent. quella clie è più pros-
sima alla terza Casa di Francia. Ciò spiega la ragione per cui gli Ale-
ramici sin dalla metà, dell'undicesimo secolo cooperassero coi Normanni
alla conquista del regno napoletano, essendoché i conti del Vexin, loro
prossimi congiunti e coi quali conservano legami di amicizia, alloi-a
erano, abbenchè non Normanni, tra i più fidati amici e consiglieri del
duca di Normandia. Berta, madre di Cariberto conte di Laou ed ava
di Berta, moglie di re Pipino, fondava nei primi anni dell'ottavo secolo
la badia di Priinim nella foresta delle Ardennes, sua proprietà: la
regina Berta sua abiatica fondava a Priimni nel 702 una seconda
badia a cui incorporava quella fondata un cinquaiit'anni prima dalla
(*) Tutte queste notizie .sulla Chamon di Saisne furono ilcilottc àAV Ihitun-c
poétique de Churlemcu/ne del compianto Gasto.n I'.vris (p. 2>'l).
Sezione 111. — Sloria delie LeKeratHre. 1*^
— 274 —
sua ava : orbene questo conte di Laon. che pur esso discendeva da Ca-
riberto di Keut e da Berta di Parigi, era il proprietario della selva
delle Ardennes, che figura sia nella leggenda di Aleramo, che in quella
di Gerardo di Roussiìlou.
11 tiglio primogenito di re Etelberto e della regina Berta succe-
dette al padre sul trono del Kent; uno dei suoi discendenti, il re
san Riccardo, che aveva sposato Adele figlia di Teodorico re di Bor-
gogna, fu cacciato in sui primi anni dell'ottavo secolo dall'Inghilterra
da alcuni suoi cugini. Esule si rifugiò colla famiglia nell'Austrasia
francese verisimilmente nelle vicinanze del luogo ove poi sorse Priimra
presso i suoi consanguinei, discendenti di Cariberto di Kent; poi, per
isciogliere un antico voto, si recò pellegrinando a Roma ; nel ritorno,
caduto improvvisamente ammalato, sen moriva il 7 febbraio 722 a Lucca,
ove trovava sepoltura (').
Nelle avventure di re Etelberto e di Berta — si noti il nome
della regina, che ricompare intatto in tutte le leggende — troviamo
il principe sassone, il matrimonio contrastato, la fuga ed il successivo
perdono; nelle avventure di re Riccardo troviamo invece le Ardennes,
la cacciata dal regno per opera di un rivale fortunato, cacciata for-
(') Nel 6G4 morì Ercheniperto re del Kent lasciamlo da Sesburpa figlia di
Te Lotario duo fi^li, K^berto e Lotario; E^rberto, il primot^eiiito, gli succedeva e
moriva nel 073 lasciando due figli, Edrick e Widred. Lotario, loro zio, sotto colore
<]i tutela, s'impadroniva della corona di Kent. Dieci anni dippoi, essendo Riccardo
suo figlio arrivato al quindicesimo anno, allora maggiore età dei sovrani, gettata
la maschera, Lotario ]>iimdeva Riccardo quale suo collega. Rdrick, fuggitosi dal
Kent, inijtlora il soccorso di Etliehvach re di Sussex suo parente, ed entrato con
un esercito sconfigge Lotario, che muore di sue ferite nel 085. lliccardo è obbli-
gato a rifugiarsi in Francia presso i suoi cugini, che possedevano, tra le altre loro
proprietà, la foresta delle Ardennes, ma non è escluso che egli restasse ancora
parecchi anni in Inghilterra fuori del Kent, probabilmente nell' Essex, perchè la
.sua madre fu sorella di Offa re dell'Essex t- figlia del re Sigher. Lilraprese il viaggio
per l'orna nel 721 e mori a Lucca nel ritorno il 7 febbraio 722, ove fu sepolto
nella chiesa di san Fridiano, lasciando da sua moglie Adita, figlia di re Teodo-
rico in, sposata circa il 085, parecchi figli tra cui Alberico, Megingaudo, san Vu-
nebaldo, san Willibaldo e santa Walpurga. E da Riccardo IL figlio di Alberico,
che discendono e il conte Bovo padre di re IJosone, e Gerardo duca di Vienne viceré
di l'rovenza. Era dell'istcssa stirpe san Bonifacio, arcivescovo di Magonza, l'apo-
stolo della (ìermania, morto il 5 giugno 75.") e fondatore della badia di Fulda.
Da Alberico, oltre i più sopra ricordati, discendono parecchi altri personaggi
tra cui minzioncremo quell'Alberico, che fu prototipo di Auhry le /iourtjuirjnon, e
quel duca .Alberico, che spos^ Edgiva figlia «li Edoardo I re d'Inghilterra, sorella di
Ogiva, moglie ili Carlo il Semplice re di Francia, e di Editta moglie di Ottone I
re di Germania.
— -275 —
malmente ricordata nella leggenda di Beroldo- Gerardo nella sua re-
dazione savoina e nella leggenda di Oddone di Parigi, il pellegri-
naggio a lloma e la morte prima del ritorno in patria.
È evidente che l'unica leggenda di Beroldo, di Aleramo, di Od-
done, di Rolando deriva dalla sovrapposizione del personaggio storico
di Riccardo su quello di Etelberto e dell'amalgama in uno delle varie
avventure successe ai due re anglo-sassoni in due memorabili occasioni
e perciò che le stirpi, che conservarono tali tradizioni e che col solito
procedimento di cristallizzazione leggendaria le attribuirono al " loro
più antico antenato allora noto, debbono necessariamente discendere
dal sassone Etelberto re del Kent e dalla franca Berta di Paricri.
Già vedemmo chi fossero i discendenti dal loro tìglio Cariberto,
ed ora ci si para innanzi a noi la lunga schiera dei discendenti dello
spodestato re san Riccardo. Senza entrare ora in troppi particolari os-
serveremo che da s. Riccardo discendono, tra altri, Liutvardo conte di
Fesensac, padre di Gerardo detto di Roussillon, prima conb.' di Parigi
€ poi duca di Vienne, e di Berlione, capostipite dei visconti di Vienne,
dei conti di Firenze (Ademari, Contalberti, ecc.), dei conti palatini di
Lomello, ecc. ; i tre fratelli Megingaudo primo duca di Sassonia pel re
Carlomagno, sant'Engelberto prima duca della Neustria Marittima, poi
abbate di Saint-Riquier de Centulle, e Riccardo il Vecchio, duca pur
esso della Neustria, che la Chanson de Roland ricorda più volte col
nome di Riccardo duca dei Normanni (la Normandia è l'antica Neustria
Marittima); nipote di costoro, nato da un loro quarto fratello di cui
ignoriamo il nome, è l'Enrico, prima conte di Auriate, poi duca della
Liguria ed in ultimo duca e marchese del Friuli (').
(') Questa è una delle più convincenti prove che la stirpe saband.i abbia
])er capostiiiite Bosone re di Provenza: Enrico mori senza lasciar discendenza e
la sua eredità passi» ai suoi nipoti fìf,'li di En<relberto. Quando Arduino e Rug-
giero, figli del conte Oddone, dovettero abbandonare dopo il ripudio della regina
Ansgarde la Neustria francese, si rifugiarono in Piemonte nel comitato di Au-
riate, ove erano le terre ereditate dal loro avo il conte Nitordo nipote del duca
Enrico ; e, quando neirundeciino secolo Umberto II conte di Savoia j)atteggiò con
Asti pel riaciiuisto dell' eredità della contessa Adelaide, egli doiin. quale compenso,
pili terre del comitato d'Amiate. Troviamo inoltre che nel XII secolo i di Ber-
nezzo si professavano vassalli « ab antiquo « dei Savoia ; orbene il conte Artwido,
per mezzo del conte Bovo avo di re Bosone, era fratello del conte Nitardo e nipote
del duca Enrico, che fu conte d'Auriate e perciò questi possessi comuni ai Savoia
ed agli Arduiiiici. che hanno la comune origine in questo conte, che visse nella
Bectuida metà dell'ottavo secolo, possono solo essere passati ai Savoia per mezzo
del re Bosone. (Vedi: Garotto, Asti e la politica sabauda in Italia, 11, nota (';.
in Biòl. Soc. stor. sub., Mem Vili).
— 276 —
Da s. Engelberto, o meglio dal conte Nitardo, lo storico, suo tìglio,
discende la famiglia dei conti di Auriate e di Torino, marchesi in
Italia, da cui nacque la celebre contessa Adelaide moglie di Oddone I
conte di Savoia ; da Artwido, od Arduino (trovasi il nome scritto nelle
duo forme) secondo tìglio di Eugell»erto, derivano, oltre a conti di Pon-
thieu in Normandia, il famoso Riccardo il Perfido, che tanta parte ebbe
nelle dissensioni tra Lotario e Lodovico il Pio, ed il conte Bovo o Bo-
vino, abbate laico di Gorze, notissimo nei romanzi di cavalleria qual
Bovo di Antona — il romanzo di Bovo deriva per la massima parte dalle
avventure del re s. Riccardo (') — ed avo di Bosone re di Provenza.
Da re Bosone nacque l'imperatore Ludovico il Cieco, dall'imperatore
sortirono i loro natali Carlo duca di Vienne, Bosone conte della Savoia,
avo del conte Umberto 1 il Biancamano (-) Amedeo, Rodolfo e GuifTredo.
e) Circa le avventure di Bovo li'Aiitona, ricordo delle avventure di san
Riccardo re del Kent suo proavo, confronta la prima parte della favolosa Vita
Sancii jìfeyni/oldi, la Vita sancti Richardi regis, e L'art de vérifier les dates —
Kois de Kent.
(») Esiste la prova diplomatica che il conte Bosone fosse fratello del duca
Carlo e che fosse padre del conte Umberto il Vecchio di Savoia-Belley, non esiste
quella che lo dimostri padre del conte Amedeo, quegli che tutti i più moderni
e più autorevoli istorici di Casa Savoia ci affermano con buon fondamento padre
del conte Umberto il Biancamano; ma ciò è questione di poco momento e poco
importa quale fosse il nome del padre del Biancamano quando si può provare che
l'avo fu il conte Bosone, il bisavo l'imperatore Ludovico ed il trisavo il re di
Provenza Bosone, che fu pure avo di Amedeo conte del Sacro Palazzo di Lorena
pel re di Germania e di tirrena, Enrico I l'Uccellatore. Le prove sono numerose
assai e tra loro affatto indipendenti, desunte dai possessi, dalle tradizioni leggen-
darie, dalle parentele e dalle tradizioni antiche; noi ne citeremo qua due sole di
passata. Circa il 1010 moriva Umberto conte di Vienne, del Salmorenc, ecc., figlio
del duca Carlo primogenito di Ludovico il Cieco, non lasciando alcuna discendenza.
Da GuifTredo visconte di Savoia, fratello del duca Carlo, nacque Fredeburga sposa
di Guigone d'Albon : Fredeburga ed i suoi figli ereditarono il Comitato di Grenoble
e l)retesero alla successione del comitato di Vienne; i conti di Savoia ereditarono
i comitati di Belley e del Salmurenc e pretesero pur essi alla successione a quello
di Vienne; la lotta tra i Savoia e gli Albon pel Viennese perdurò per l'intiero
XII e buona parte del XIII secolo; ciò ò prova che i Savoia si ritenevano al i)ari
degli Alb'.n j.arenti del conte Umberto di Vienne in uno di quei gradi contem-
plati dai capitnlari. Inutile osservare che la donazione dei comitati di Vienne e
di Salmorenc alla regina Ermengarda e la sua successiva d'inazione alla Chiesa
viennese è sfacciata falsificazione della seconda metà del XII secolo. Ecco ora la
seconda prova. Umberto il Rinforzato scrivendo a sant'Anselmo arcivescovo di
Canterbury lo chiamò suo consanguineo e sant'Anselmo rispondendo asserisce che
il ricordo dell'unita delle due agnazioni era ricordo antico di famiglia; ora nuovi
documenti provano in modo indubbio che la madre di sant'Anselmo (sant'Anselmo
277 —
Da GuifìFredo derivano i conti di Xeiifchatel, i Baugé, i Thoyre-Villars,
i Faiicigny, i Corbel, i Clermont (Dauphiné), i Monthel-fjntremonts, i
Varax, i Virieu, i La Palu-Varembon, i Vienne, i Blonay, gli Orons.
dall'infanzia fu presso la famiglia materna ove fu adottato qual figlio da uno
dei suoi zii) discendeva in linea diretta maschile da Guiffredo, che un documento
ineccepibile dice in tutte lettere figlio dell'imperatore Ludovico. Sono perciò san-
t'Anselmo ed il conte Umberto il Kinforzato che nei primissimi anni del secolo XII
ci attestano l'origine bosonica della stirpe sabauda. « Suo reverendo et charissimo
u Urabrto corniti et marchioni, Anselmus servus Ecclesiae Cantauriensis, fidele
« servitium cum orationibus. — Litteras a dignatione vestra mihi directas magno
« gaudio suscepi, quoniam honore et amore et opulentia bonae voluntatis plenas
« inveni. Quantus enim mihi est honor cum vestra celsitudo, cuius se komines
« (jaudent esse parentes, mei dignatur dicere me sibi ET consanguimtate copu-
« LARI ". Dal contrapposto che sant'Anselmo fa tra //arerai i e consanguinei vedesi
«he per consanguineità, pure dal conte riconosciuta, intenda comunanza di stirpe,
«ioè, origine da un comune progenitore.
Il eh™" signor Giorgio de Manteyer volle in due suoi recenti scritti soste-
nere che l'origine dei Savoia sia in un conte Uberto vivente nel X secolo (Uberto
discendeva da Guarnieri conte di Troyes e per conseguenza da Bosone il Vecchio
duca della Borgogna Giurana, che riconosce per primo antenato Adalgiso maestro
<li palazzo di re Dagoberto), che possedeva terre nel Viennese e nel Salmorenc, tra
«ui Tolvon, e ciò basandosi sulle omonimie e sul fatto che i Savoia possedettero
nel Viennese e nel Salmorenc e fu loro signoria la terra di Tolvon. Ma Tolvon
passò per eredità di Teobaldo arcivescovo di Vienne a re Rodolfo III, che ne potè
disporre a favore del nipote — la madre del Biancamano era sua sorella — ; ma
i beni del Viennese e del Salmorenc dei Savoia si spiegano più ovviamente col-
l'eredità di Ludovico il Cieco e di Umberto figlio di Carlo duca di Vienne. Inoltre
Umberto conte e Teobaldo arcivescovo erano figli di un conte Ugo che il 24 giu-
gno 936 ottteneva la terra di Albon in dono dal suo parente Ugo re d'Italia: Alboii
passò per una figlia del conte Ugo, sorella del conte Uberto, ad un Guigone suo
marito, avo di Guigone di Albon, primo conte di Grenoble nel 1011, e figlio di
altro Guigone viv. 889, che per mezzo di un Rostagno II viv. 870, 873 ed 882
discendeva da Rostagno neir8-13 visconte di Vienne pel conte Engelbotone II, suo
fratello ; se Uberto avesse lasciato discendenza, Teobaldo non avrebbe fatto suo eredo
il re e la terra di Albon non sarebbe ])assata per donne in altra famiglia perché
le successioni femminili erano allora solo permesse quando non vi fossero eredi
diretti maschili. Da Riccardo conte di Troyes fratello del conte Ugo, primo signore
di Albon, deriva la celebre famiglia dei conti Teobaldi, che più tardi furono conti
della Champagne e di lUois. Quanto narra al riguardo della origine di questi conti
RiCHERio monaco di Rheims ò pretta leggenda e non è diflicile cosa rintracciare
i fatti istorici che in essa sono adombrati. (La battaglia vittoriosa contro i Nor-
manni è ricordo della rotta loro inflitta il 6 dicembre 925 a Chaumont-en-Bassigny
in cui perde la vita il conte Guarnerio che capitanava i Borgognoni; l'origine bassa
attribuita al capostipite dei conti di Blois è in relazione alla fuga del conte Kii-
cardo nel 0;*>8 presso i Normanni con cui convisse parecchi anni; ecc.). Dall'istess .
stipite derivano pure i signori di Coligny, i conti di lìethel ed i conti di Ginevra.
— 278 -
i Compey, i Tournou (Viennois). i Tournon (Savoia), i Une, i Lucinge,
i viscouti di Chambery, i Miolaiis, i La Cliambre, i Challant, i Chà-
teauneuf, i Montmajeur, i Gcrbais, i Seyssel, ecc. (') e la regina Ei-
(') Questa tlcrivazione delle fiimiglie, che ebbero il vi.scontado : La Chambre,
Miolans, Saiiit-Sixt, Chambery. Challant, Montmajeur, ecc ; la ministralia: Chaumont,
Seyssel. Avressiou, Chevelu. Gerbaix, ecc.; il m.-irescialato : Baupes et Man'chal
rami ili Miolans; la senescalcia: Sechal, ramo di'i La Chambre, e tutte le altre
cariche in delefra dei conti dì Savoia nei comitati di Savoia, Morienna, Belley, Sai-
morene, A«'sta, Chablais e Tarentasia, tutte da un unico ceppo, che visse circa la
metà del X secolo, ci dice che il capo stipite della stirpe comitale sabauda, cui
era indissolubilnu-nte leirata «luest'altra stirpe viscomitale, acquista questi comitati
solo dalla metà del X secolo. L'essere poi questo capo stipite dei visconti sabaudi
il figlio ultrogenito dell'imperatore Ludovico il Cieco e fratello certo del conte Bi-
sone, padre di un conte Umberto (la paternità di questo conte Umberto è iu caria
tuttora inedita) è nuova prova da aggiungersi alle precedenti della derivazione dei
Savoia dal conte Bosone figlio dell'imperatore Ludovico il Cieco.v Se cosi non fosse,
come mai i Savoia avrebbero scelti i propri visconti ed i pro]iri ufficiali comitali
tutti nella famiglia regia di Provenza e per comitali clie origiiiarianieiile facevano
parte di tale regno?
Da Bosone duca della Borgogna Transiurana erano nati il duca Uberto l'Ab-
bate, Teutberga moglie di re Lotario II e la madre di re Bosone. Il duca Uberto,
causa il ripudio di sua sorella Teutberga, resosi apertamente ribelle al re. dopo
lunga guerra era ucciso in battaglia da Corrado conto di Auxerre nell' 86t ed i
suoi beni confiscati. Però grazie all'intervento di papa Adriano Lotario il 24 no-
vembre 8G8 restituiva alla regina le seguenti terre, già proprietà di suo fratello e
di suo padre: u In pago Gratianopolitano, Bcllicensi |>cri</o Bellinsia], in Mauria-
« nensi [scritto Mauriacense], lanevense |scr/f/o laiiucnsel, Lausonense, Anasiense,
u Savogensi [scritto Scut^isi], nec non in pago Lugdunensi villas quorum sunt
u haec vocabula: Cavurnum (Cavornay, pafjo di Losanna), I/tfiiiningum (Lkmenc,
u par/O di Savoia), Novalicium (La Novalaise, paf/o di Belley), Mariacum (Saint-
tt Jean-de-Mairienne, ;yrtvo di Morienna), Aquis {Aik, pago di Annecy), Ariacum
« {Hery-sur-Alhy, pago di Annecy). Sugenadum (Skvnod, presso Alhy, pago
u di Annecy), Princiacnm (Pringv, pago di Annecy) et Montem Sancti Martini
u (Mont-Saint-Martin, pago d' Annecy), Anersiacum (Annixv), Belmontem (Beau-
" MONT, presso Ternier, pago di Ginevra), Talgurium (Tailloirks, pago di An-
u necy), Ducziadum (Doussard, pago d" Annecy), Marlindum (Marlens, pago d'An-
- necìi), Virilgum (Virv. pago di Ginevra), Durercum (Dorchks, presso Seyssel,
u pago d' Annecy), Toducium (TiiAnes, pago d' Annecy), Columnam (Collonoe, pago
u di Ginevra), Holtingum (Hoi.tinge.n, pago di Lausanne), MmWmiìcnm (Monta-
« o.MEU, pago di Lione), et quidquid ex ipsis rebus in Grosona (Groisv-km-Bornes,
" pago d" Annecy) sitae sunt ». La regina di Lorena morendo lasciava erede il suo
nipote il re Bosone, che il 6 novembre G79 donava alla badia di Tournous: « in
a comitatu Genevensi cellam que vocatur Talgeria, que etiam dicata est in honore
tt Sancte Marie (Saintk-Marie-de-'J'ai.loirks) et curtem Caldatis (La Chaix), cur-
u tem etiam Marlandis (Marle.ns), curtamque Verilico (Virv), .ac curtem Tudesio
" (Thònes) et villam Ariaco (Hery-sur-Ai.hv) n: tutte comprese, ad eccezione della
Chaux, nella donazione dell'SCS. Cosa ne fu delle altre terre : Cavornay, Lemenc,
— 279 —
mengarda, seconda moglie di Rodolfo III re di Borgogna. La Cronaca
perciò di AiUeeombe e le Aiicieaiies Chroniquex de Savoie, che fanno
di Umberto I il Biancamano, capostipite della Casa di Savoia, un ram-
pollo del sassone principe Beroldo, cioè di Gerardo di Roussilon duca
di Vienne e viceré di Provenza, ci dicono cosa sostanzialmente vera in
quanto re Bosone discendeva da avi di sangue sassone, ed in quanto
tanto il re, quanto il duca, furono rampollo di un unico ceppo e tra loro
congiunti da istrettissima parentela, per cui clii discendeva da re Bo-
sone era in realtà della stirpe e del sangue del duca del viennese;- le
ricordate cronache ci danno perciò colle loro antiche tradizioni una nuova,
inaspettata conferma dell'origine bosonica della Casa di Savoia ('). Dal
La Novalaise, Saint-Jean-de-Maurienne, Aix, Seynod.iPringy, Mont-Saint-Martin,
Annecy, Beaumont, Doussard, Dorches, Collonge, Holtingen, Montaorniea e Groisy-
eii-Bornes ? È evidente che dal re devono essere passate all'imperatore Ladovico
suo figlio e dall' imperatore ai suoi figli e discendenti ; orbene Cavornay passa
alla regina Eìmengarda, che si fa restituire dal marito re Rodolfo III di Borgogna
tra le altre, le seguenti terre state confiscate sul duca Carlo e sul suo figlio Umberto:
Aix, Annecy e Lemenc ; La Novalaisk, Saint-Jean-de-Maurienne furono dei
conti di Savoia; Beaumont fu in ogni tempo dei J/en^Ao», Mont-Saint-Maktin
dei Monthoux, Collonge dei Faucigny, Holtingen dei conti di Neufchàtel, Dor-
ches dei Seyssel, Doussard e Sf.ynod dei Dayng e Groisyen-Bornes dei Clets
e Menthon, Monthoux, Faucigny, Seyssel, Duing, Clets ed i c^nti di Neufchàtel
sono certamente tutti discendenti da Guiffredo, figlio di Ludovico HI il Ciecu ed
avo paterno della regina Ermengarda. Inutile ricordare che anche tutte le proprietà
della regina Ermengarda: Aix, Annecy, Chambery, Miolans, Albigny, Neufchàtel,
Rue, Arins, Vienne, Yvonant, Conflans, Lucinge, Bellevaux, Bonne, Filinge, ecc. ecc.
passarono tutte ai vari suoi cugini germani. E pertanto certo che la famiglia dei
visconti dei conti Sabaudi fosse l'erede di re Bosone e di Teutberga regina di Lo-
rena. Aggiungeremo ancora che Amedeo conte di Savoia-Belley, cugino di Umberto
il Biancamano, nel 1032, alla morte di re Rodolfo ITI, mentre Oddone di Cham-
pagne si faceva proclamare re di Borgogna, si proclam''" re di Provenza a Vienne
e battè moneta; abbiamo una sua moneta e ci son carte viennesi datate dal suo
effimero regno. Se egli non fosse disceso in linea maschile da re Bosone, come
mai avrebbe potuto osare ciò ?
(■) Le cronache più antiche veramente non dicono Beroldo padre di Um-
berto I il Biancamano; affermano invece che da Beroldo derivano i Savoia e gli
Albon; ciò concorda cun «luaiito si notò precedentemente circa la disputa della
eredità del duca Carlo il Costantino tra- i Savoia e gli Albon. (.Questa afferma-
zione, elle ra])presenta una tradizione antica leggendaria in Savoia, ricordo che
la stirpe di Savoia traesse il suo seme dalla stirpe d'onde usci Geraldo di Rous;-
sillon duca di Vienne e vicerò di Provenza pel re CatIo il Fanciullo, è forse la
prova migliore e la più inoppugnabile dell'origine bosonica del conte Umberto I.
Alcuni dati, che saranno da noi esposti nell'annunciato nostro scritto / Principi
Anglo-Sassoni nell'Impero Carolingio, ci dimostrano che Gerardo ed il re Bosone
— 2S0 —
conte Ludovico, figlio di Amedeo conte del Sacro Palazzo di Lorena
pel re Enrico 1" Uccellatore, discendono le stirpi dei conti di Bar, di
Montbelliard, ecc. nella Lorena ed i conti di Loos nel Luxemburgo.
Da Riccardo, figlio terzogenito di Carlo duca di Vienne, derivano gli
ultimi conti di Metz, la casa ducale di Lorena e la attuale famiglia
imperiale d'Austria.
Possiamo pertanto concludere in modo sicuro clie la leggenda di
Aleramo e lo altre leggende .similari ricordano antichi eventi storica-
mente certi, in parte avvenuti nel sesto ed in parte nell'ottavo secolo
e concludendo far osservare la istraordinaria vitalità della tradizione
orale, che per un sì lungo volgere di secoli conservò il ricordo di tali
fatti memorabili.
Un notevole esempio di tale persistenza tradizionale lo abbiamo
pure nella Chanson de Rolaad, che in modo indiretto si collega colla
questione or ora trattata in quanto gran parte dei personaggi in essa
ricordati, appartengono in un col protagonista alla schiatta del sassone
re s. Etelberto (•), se pure la Chanson, come è nostra convinzione, non
ha per fonte un'antichissima cronaca, ora perduta, contemporanea, o
quasi, della battaglia di Roncisvalle, in cui perde la vita il celebre
paladino di Francia. Perciò in questa seconda parte della nostra comu-
nicazione cercheremo di far vedere che la Clianson ha molto maggior
valore istorico di quanto generalmente si ritenga, perchè, abbenchè
redatta solo circa la seconda metà dell'undicesimo secolo, alla distanza
di ben tre secoli dagli avvenimenti in essa descritti, non il solo ri-
cordo della rotta di IWncevaux, successa il 15 agosto 778, e della av-
venutavi morte di Rolando, derivano da fatti storicamente certi, ma
eziandio tutti i personaggi cristiani, ricordati nel poema, debbono de-
rivare da fonte coeva, perche tutti furono persone realmente esistenti
e contemporanei alla famosa battaglia.
I
non solo furono san^'ue ili unica stirpe, ma stretti congiunti, per cui le Chroniques
de Savoye, dicendo Umberto Biancamano di sangue sassone e della stirpe di Be-
roldo, dicono cosa sostanzialmente vera e confermano con tradizione antica l'ori-
^'inebosonica, perchè Bosone avea jK-r avi i re anglosassoni ed apparteneva all'istessa
stirpe che Beronldo.
(•) Appartengono alla discendenza di sant' Ktelberfo re del Kent i seguenti
personaggi ricopiati nella Chanson: 1° Il marchese Ilolando ; 2" 11 duca GiofTredo
d'.\njou; 3° Teodorico suo fratello; 4" l.'iccardo il Vecchio duca di Normandia ;
5" Enrico suo nipote; 6° Gerardo conte di h'oussillon ; 7" Anselmo di Magonza;
8° Il conte Nibelongo ; 9° Il duca Teodorico e forse 10° Guglielmo di Blaive,
se questi si identifica, come dubitiamo, col più noto san Guglielmo di Septimania;
sono dieci su cinquanta, cioè un quinto dei personaggi ricordati.
— 281 —
Questa antica fonte, che naturalmente nulla ha che vedere colla
favolosa Chroìiique de Turpin^ dovette essere, a nostro avviso, o un
antichissimo poema o meglio una cronaca, perchè il poeta in un punto
ricorda espressamente, come sua fonte una cronaca o meglio una carta
contenente l'elenco dei caduti, forse un « obitus « collettivo, allora esi-
stente in un convento di Laon('); escludiamo le canzoni popolari su
Roncisvalle ricordate sin dai primi anni del nono secolo, perchè non ci
sembra verisimile che simili canzoni potessero ricordare tante persone
storielle quante ne ricorda la Chanson.
Senza l'aiuto di una memoria contemporanea, come mai avrebbe
egli potuto ricordare cinquanta persone viventi nel periodo 750-800
ed attribuire loro esattamente i titoli e le cariche, che ebbero in vita?
Che il popolo ricordi i nomi delle persone più salienti e le tramandi
oralmente ai posteri, ciò può ammettersi facilmente; ma non può am-
mettersi ciò per un numero così considerevole di persone, anche per
quelle che in tutto il poema sono ricordate una volta sola.
Noi ci atteniamo alla Chanson, testo di Oxford, servendoci delle
due edizioni del Gauthier e del Miiller, che salvo in un punto in
cui Lorenese diventa per errore di lettura Lorenzo (-), coincidono per-
fettamente pei nomi dei personaggi.
Nella Chanson sono ricordati prima della battaglia (■'): 1. il re
Carlo; 2. il marchese Isolando; 3. il conte Uliviero: 4. il duca
(') Questa antichissima cronaca, o questo antichissimo documento, è formal-
mente ricordata nei seguenti versi della Chanson:
V. 2095. (^0 dist la Geste e cil ki el" camp fut,
Li ber seinz. pur ki Deus fait vertuz
£ list la cartre el' inustier de Louiii.
Noi cerchiamo di dimostrare in questa seconda parte delia nostra comunica-
zione al Cung-iesso storico che questa carta di Laon è esistita; che l'autore della
Chanson l'aveva sott'occhi e che la segui con sufficiente fedeltà.
(*) Vedi versi 3022 « Gibuins e(l) Lorains « e 3469 « Puis ad occis Gebuin
el Lorain » (ed Muller\ mentre il Gauthier legge u. Lorenz n trasformando l'epiteto
in una persona.
{^) L'edizione (Jauthier da noi seguita è La Chanson de Roland, texte cri-
tique par Lkon Gaithikr (Tour ed. !Mame, 1875) e quella di'l ^liilI.T è quella di
Gottinga del 18G3.
Sino alla battaglia di Roncisvalle.
1° Re Carlo, passim.
2° K.dlanz. v. 101, l!»!. 251, 277, 286. ecc.; li «luens h'ollanz, 191: Kul-
lanl li marchis, 630.
— 282 -
Sansone; 5. il conte Ansegiso; (3. il duca Gioffredo d'Aujou, por-
tastendardo di Frauda; 7 ed 8. i due conti Guarino; 9. Oggero il
3" Oliver, v, 101, 176, 255, 324, 54G, G72.
4° Sansun lì dux, v. 105.
5° Anseis- li fiers, v. 105,
G« Gefreid d'Aiijou le rei punfanuner, v. lOG.
7° ed 8° Geriiis et Gerers, v. 107, 171.
9" Le due Oger, v. 170.
10° L'arcevesque Turpin, v. 170; Turpiii do Keius, 2G4.
11° e 12° Richard li velz e sun ne|vuld] Heqri, v. 171.
13" De Gascuignc li proz quens Acelin. v. 172.
140 Q 150 Tedbald de Rein e Milun sun cusiii, v. 173.
16<» Guenes, v. 178, 217, eco,; li quons, 233; (,'0 «list RoUanz: (,'0 ert
Gucnes, iiiis parastre, v. 277.
17° e 18° Dous de vos cuntes al paì'en tramesistes - L'un fut Basan e li
altres Basilies, v. 207, 208; Basilies ne sis frercs Basant, 290.
Ili» Neimes, v. 230; li dux, 243, 24G.
20" Baldervin (fi.£jlio di Gano tuttora infante), v. 296, 312-fl 314, 363.
21° Sun (di Gano) uncle Guinemer, v. 348.
22° E Pinabel niun (di Gano) arai e mun per v. 363.
Durante la battaglia di Roncisvalle.
Li quens Rollanz, v. 707, 74-3, ecc; ^ 2259-2396.
Guenes li quens, v. 721, 743, ecc.
Oger de Denemarche, v. 749.
Neimes, v. 774: Dux Neimes, 831.
2.3" Oliver, v. 79^1017, 1027, ecc.; fils a l'bon cuntc Renier - Ki tint
la marche de Genes desur nier. ^^■
Gerins e li proz quens Gerers, v. 12G1, 1269, 1379-1380; >I< Gerins, 1575-
1579; >ì< Gerers, 1580.
24° Otes, V. 795, 1287; ^p 2189.
250 Berenger, v. 795, 1304; y^ 1581; li quens, 2405.
Sansun, v. 70G, 1275; li riche due Sansun, 1531; )^ 1.^30-1534,
Anseis li veills, v. 796, 1281; li quens 15G0; vj^ 155G-1561,
2G° Gerart de Koussillon li fiers, v^. 797; le veill, 2189 e 2409; vp 1806.
27" Li guascunz Engelers, v. 797, 1289; de Burdele, 1399; >■!< 1494-1498.
Li arcevesque Turpin, v, 799, 1124, ecc.; y^ 2442.
28" e 29" Li quens Gualters, v. 800, 803, 807, 809; Gualter dell' Hura,
2047; li iiiez Droun al viell, 2048; ^ 2076.
80" Guiun de Seint Antonie, v. 1581; >-I^ 1581,
31° Un riche due Austoire - Ki tint Valence e l'unur sur le Rosne,
V, 1582-1.585; ►!■< 1.582.
32° Aude (sorella d'Uliviero e jìromessa sposa di Rolando), v. 1719-1721.
83° Bes^run (mastro della cucina di re Carlo), v. 1817-1819.
34° Bevon, Jul ert sire de Beine e de Digun, v. iy91-l?<94; ^I-< 1891.
35" e 36" Ivoirie et Ivon, >^ v. 1895.
— 283 —
Danese, duca dei Bavari; 10. Turpino, arcivescovo di Rheims ; 1 1. Ric-
cardo il Vecchio, duca di Normandia; 12. Enrico suo nipote; 13. Az-
zoLiNo, conte di Guascogna; 14. Teobaldo, conte di Rheims; lo. il
conte MiLONE, cugino del conte Teohaldo; 16. il conte Gano, il tra-
ditore; 17 e 18. i due fratelli conti Basino e Basilio; 19. il duca
Naimo; 20. Baldovino, tiglio di Gano e fratellastro di Rolando ; 21. il
conte Guaimaro, zio di Gano; 22. Pinabel di Sorrence, parente di
Gano. Durante la battaglia di Roncisvalle oltre a parecchi dei prece-
denti figurano o sono ricordati: 23. Ranieri, marchese di Liguria,
Battaglia di Saragozza.
37" Gebuin, v. 2432, 2970; Gibuiris e (1) Lorains, .3022, 3109; ►X^ 3109.
38° Otun, V. 2432; Otun le marchis, 2971; de Bretuns... le seigneur d'els
apelent il Oedun, 3031.
Tetbalt de Reins, v. 2433, 2970.
Cunte Milun, v. 2433, 2971.
Naimes li dux, v. 2882; Naimon li due, 3008, 3-343, ecc.
Li queiis Acelin, v. 2882.
39" Gefrei d'Aiijou e sun frere Tierri, v. 2883, 3093, 3534.
40° Jozerau de Provence, v. 3007; li quens, 3023, .3007, 3.53-5 (capitana
con Goiselmes i Pittavini ed i Frisoni).
41° Antelme de Maience, v. 3008.
42° Rabe, v. 3014; li quens Rabels, 3343, 3352 e seg.
Guinemaii, v, 3014, 3348, 3360; li quens, 3348; >J< 3464.
Li quens Oger li Daneis, v, 3033-3531, ecc. (capitana i Bavaresi).
48° Le cunte Nevelun, v. 3057.
44° Goiselmes, v.''3067 (capitana con Jozeran i Pittavini ed i Frisoni .
4-5° e 46* Rembalde e Hanion de Galice, v. 3073 (capitanano i Fiainniinglii ed
i Frisoni).
47° Tierris li dux d'Argonc, v. 3083, 3534 (capitana i LonMi-si ,.,1 i r..,r-
gognoni).
48° Hermans li dux de Trace, v. 3042 (capitana gli Aleniauiui
Richard li velz (capitana i Normanni), v. 3050 ; vp 3470.
Castigo di Gano.
49° (^0 est Loewis il est mes fils (di re Carlo) v. 3715.
Aide, V. 3708.
(inenes, b. 3735, ecc.
Pinabel del Castel de Sorence, v. 3783, ecc. ; >-X-< 3920.
Tierri lo frere dam (toifreit, v. 3806, ecc. ; frorc tiofrei ci un due aiigevin, 381l>.
Oger de Danemarclic, v. 3856, 3937.
Naimes li dux, v. 3937.
Geifrei d'Anjou, v. 39.38, 3806, 3819.
50° Villalnie de lUaive, v. 3938.
- 284 -
padre di Uliviero; 24. Oddone; 2'^. Berengario; 26. Gerardo, conte
del lioussillon; 27. Angelerio, conte di Bordeaux; 28. il conte Gual-
tieri dell' Hnm; 29. Drogone il Vecchio, zio od avo del conte Gual-
tieri; 3<). Gl'ido di Saint Anthoine: M. Eustokgio, duca di Vienne
e conte di Valence; 32. Alda, sorella di Ulivieri e promessa sposa
di Rolando; 33. Begone, mastro della cucina di re Carlo; 34. Bovino,
signore di Beino e di Dijon; 35. IvoRio; 36. Ivone. Nella susse-
guente battaglia di Sarragozza: 37. il conte Gebuino il Lorenese;
38. Oddone, marchese della marca di Brettagna: 39. Teodorico, fra-
tello di Giolf redo d'Anjou e cugino di Rolando ; 40. Giosseramo, conte
di Provenza; 41. Antelmo di Magonza; 42. il conte Rahel; 43. il
conte NiHELUNGo; 44. Gauselmo; 45. Ramhaldo; 46. Aimone di
Galizia: 47. Teodorico, duca d'uArgunz"; 48. Ermanno duca di
Tracia. Durante il castigo di Gano: 49. Lodovico il Pio; 50. Gu-
glielmo di Blaives. Di questi cinquanta personaggi sono trapassati
prima della battaglia di Roncisvalle i seguenti quattro: (17) il conte
Basino; (18) il conte Basilio; 23. il marchese Ranieri; (24) Dvogone
il Vecchio; ne morirono durante la battaglia diciassette : (2) Rolando;
(3) rliviero; (4) Sansone; (5) Anse(/iso; (7 ed 8) i due fratelli Gua-
rino; (24) Gitone; (10) Turpino; {2h) Berengario; (26) Gherardo;
(27) Angelerio ; (28) Gualtieri; (31) Emtorgio ; (30) Guido ; (34) Bovo;
(35) loorio e (36). Ivone; morirono nella battaglia di Sarragozza tre:
(11) Riccardo il Vecchio; (21) Guaimaro e (37) Gebuino,
La completa identificazione di tutti questi cinquanta personaggi
sarebbe opera interessante assai, ma, data l'eccessiva scarsità di do-
cumenti contemporanei, ci è giocoforza il limitarla a sola parte, però
considerevole di essi — 29 e forse 31 su 50 — ; però, come l'iden-
tificazione nostra si estende a parecchie delle persone, che sono ricor-
date nel poema, anche una sola volta, quali semplici comparse, ci
sembra che si debba concludere che anche le altre persone, clie sono
ricordate nel poema, furono persone che realmente vissero a que' tempi e
che ora ci sono ignote per la ora lamentata scarsità di fonti contem-
poranee; anzi non è impossibile che col tempo ed ampliando le ricer-
che se ne possano identificare ancora alcuni altri, come non escludo che
già qualcuno di questi nltimi possa essere stato identificato in altro
precedente studio. Siccome il mio attuale assunto si riduce esclusiva-
mente a dar prova che l'autore del Roland^ ebbe, scrivendo, sottocchio
un testo contemporaneo a cui abbastanza fedelmente (') si attenne,
(') Diciamo ft/jf/fistanza fedelmenti' perdio, mentre i nomi dei personajjgi
son<) storici e storica <■ la rottii di Roiici.svallc, il poeta non jiarla del concorso
— 285 -
poco importa se l' identificazione si estenda per ora a lutti o solo alla
maggior parte dei personaggi ricordati. A tale iscopo basterebbe pro-
vare che Goffredo d'Anjou, Riccardo di Normandia, o meglio di Neustria
Marittima, Enrico suo nipote, Angelerio, Nibelungo e Gerardo di Rous-
sillon sono assolutamente coevi di Rolando, perchè essi sono precisa-
mente le persone, che si pretendono vissute lunghi anni dopo ed in-
truse nel poema per gloriola locale.
Riprendiamo partitaraente, esaminandola, la serie dei cinquanta
personaggi cristiani ricordati nella Chanson dando ad essa un doppio
numero progressivo di cui il primo corrisponde all'elenco più sopra ri-
portato ed il secondo, tra parentesi quadre, indica la serie delle per-
sone identificate :
1. [1°] Re Carlo. — 11 re Carlomagno.
2. [2°] Il marchese Rolando. — È ricordato presente ad un
placito regio del 772 per la badia di Lorsch (^) (Laurhiseim) in cui
re Carlo dichiara che Almerico figlio del conte Chancor, quegli che
dei ribelli Guasconi alla battaglia, esagera il numero dei Saraceni e fa vendicare
immediatamente da re Carlo la patita sconfitta colla battaglia di Saragozza,
mentre l'autore della Vita Illalodoivici imperatoris afferma che la rotta di Ronci-
svalle era ai suoi tempi tuttora invendicata. Però quest'ultima affurmazione po-
trebbe forse essere contradittoria solo in apparenza. L'autore della Vita parla
solo dei Guasconi ed artatamente tace dei Saraceni e cerca di ridurre la grande
sconfitta ad una semplice avvisaglia di retroguardia e perciò non essendo susse-
guita la punizione dei Guasconi, egli poteva diro tuttora inulta la morte di Ro-
lando, mentre il poeta, tacendo dei Guasconi e ricordando solo la battaglia contro
i Mauri di Spagna, poteva descriverne la punizione. I testi arabi sono espliciti al
riguardo; furono essenzialmente gli Arabi gli autori della rotta. Pel concorso degli
Arabi alla rotta di Roncisvalle vedi G. Paris, Léc/endes du moyen-dge, p. 3 e seg.
(2) M. G. H., Script. XXI, 341. Chronicon Laureshamense: u Karolus gratia
Dei rex Francorum, vir illustris, veniens ad nos Haristollio palatio vir venerabilis
Gundelandus, abba de monasterio Lauresliam .... nobis innotuit qu^d homo aliquis,
nomine Heimericus de ipso monasterio calumnias generare voluisset, dura diceret
quod suus pater Cancor eum de ipso monasterio vestitura dimisisset. Et ipse Gun-
delandus presens astabat et causam in omnibus denegabat, dum diceret quod avia
ipsius Ileimcrici, nomine ìVillisivinda, vel genitor suus Cancor (/ennano suo
dorano liuodi/anyo archiepiscopo tradidisset et contirmasset et talem oartam nobis
exinde protulit ad relegendum Tunc nos una cura fidelibus nostris idest:
Hagino, Rothlando, Wichingo, Frodegario comitibus, nec non et vassis nostris
Theodorico, Bertlialdo, Albwino, Frodberto, Guiitlimaro. . . . taliter visi fuiraus ju-
dicavisse, ut de hac causa onini tempore ipso abbus habeat evindicatuni atque cli-
tigatum et sit illis in pustmodum ex hac re sublata oausatio i — marzo 772. —
(In corsivo le persone ricordate nel poema, cioè : il marchese Rolando {\\° 2) JfeO'
dorico fratello di GioflVedo d'Anjou fn'' 39) e Bovin'> ''i Dìì.>m h,' :>nV
- 286 —
nelle Cfumsons de geste è conosciuto quale Aimeri de Narbonae (0,
non ha alcun diritto di proprietà sulla badia, stata fondata dalla sua
ava Willisnnda, vedova del conte Roberto; con Rolando è presente
Teodorico suo cugino, pin-e ricordato nella Chanson. Rolando è pure
ricordato da Kginardo nel seguente modo (■'): « In quo proelio Ekki-
hardus regiae niensae praepositus .... Anselmus comes Palatii et
Hruolandas Britlanici limitis praefectus, cura aliis compluribus in-
tertìciuntur " .
3. // conte Uliviero. — Notissimo nelle Chansons de geste,
che lo fanno conte di Genova, poi nelle redazioni più tarde per asso-
nanza trasformata in Genève: in relazione perfetta col nostro poema,
che ta Ranieri suo padre duca del ducato del Littorale d' Italia ; per-
fettamente ignoto come personaggio storico, probabilmente, per l'unica
regione che non esiste più per le devastazioni saraceniche del X se-
colo alcuna carta ligure dell' Vili secolo.
4. // duca Sansone. — Siamo costretti a porlo per ora tra gli
ignoti, abbenchè ci sia per noi certezza di sua esistenza, della quale
in questo istante non possiamo dare alcuna prova per lo smarrimento
accidentale della scheda ove erano notate le relative fonti.
(') Pretendiamo che questo Aiinerico si debba identificare con il celebre
Aimerico di Narbonne per la seguente ragione: Chancor, suo ))adre. conte in Ale-
inannia era fratello del duca Tcodorico padre di san Guglielmo di Gelonne duca
di Septiinania e percii'v^a cugino germano del santo duca; ora le leggende dicono
precisamente che Aimerico, primo cunte di Narbnnna dopo 4»-«onquista di tale città
sui Saraceni, era prossimo parente del duca (ìnglielmo a\i Cor Nez, che, come è
notissimo, si identifica col figlio del duca Teodorico. A ciò si aggiunga essere cosa
già allora frequento che si scegliessero tra i parenti del duca provinciale i conti
dei singoli comitati componenti il ducato e Narbonne era nel ducato di Guglielmo;
inoltre questo Aimerico per la via della sua trisava paterna era pure stretto con-
giunto di re Carlo. Noto incidentalmente che i poemi fanno il duca (ìuglielnio conte
di Orange, non perchè egli abbia mai governato tale comitato o preso parte alla
conquista di Orange sui Mauri, ma bensì perchè è cosa ornai diplomaticamente
certa, e da noi sarà in breve provata, che i conti dell' Orange dell' XI e XII secolo
discendano jier diretta linea maschile dal predetto san Guglielmo, e che perciò,
sapendosi ai tempi in cni si scrissero tali ])oenii questo duca essere l'abavo dei
conti d'Orange, es.si attribuissero all'antenato la titolatura fropria dei i)roiiipoti.
Aimerico fu fratello di Emnlifrl.. visc.ivo di Wornis (M. G. II. Script. XXI. SòS,
Chr. Laures.).
(•) EiNARiii, Vita Knriiu, :» in .M. (i. H. Script. Il, 418. Seguiamo jiei nome
del gran siniscalco l'itrfofjrafia da 4 H e 13 3 ]terchò è confermata dal suo u obitus n
che si riscontra nell'obituario di Fulda e perchè egli fu avo di altri Kinardi, che
vissero circa la nata del IX secolo.
I
— 287 —
5. Il conte Ansegiso. — Il Nyrop (') volle riconoscere in An-
segiso Anselmo conte del Sacro Palazzo di re Carlo, che Eginardo
attesta morto a Roncisvalle, e lo considera una deformazione di « Aii-
selmus » per una intermedia forma A/iseus. Ciò non è inverisimile,
ma non è perfettamente certo; perciò preferiamo lasciare il conte An-
segiso tra i personaggi tuttora non identificati, abbenchè questa forma
intermedia compaia nel noto carme De prodicioìie Gueno/iis. Anselmo
conte del Sacro Palazzo era fratello del duca Teodorico — n" 47 —
e zio paterno di Aimerico.
6. [3°] GiOFFREDO Duca dell' Anjou, portastendardo di Fran-
cia, — Quest'ultima qualifica è forse un'aggiunta del poeta, che ve-
dendo neirXI secolo i conti dell'Anjou gonfalonieri ereditari di Francia,
attribuì pure tale qualità a questo più antico conte angioino; ma ciò
non toglie nulla alla reale esistenza del conte Giotfredo nella seconda
metà dell' VITI secolo. Egli infatti è ricordato vivente in carte della
badia mettense di Gorze del 762 e del 770 (-), ed è da notarsi al
riguardo che non vi è da meravigliarsi che un conte angioino figuri
in Metz, poicliè è noto che re Carlo riempì l'intera Francia di conti
austrasiani e perchè la badia di Gorze fu in quei giorni fondata dal
vescovo di Metz san Crodegango, che sappiamo con certezza prossimo
congiunto sia del marchese Rolando, che di Teodorico duca di Frisia,
padre di san Guglielmo duca di Septimania. Perciò un cugino ger-
mano di Rolando, come secondo la Chaason sarebbe Giotfredo e per
conseguenza un cugino di san Crodegango, dovè naturalmente essersi
occupato della nuova badia di Gorze.
Il Giotfredo poi, vivente nel 762-770, deve realmente essere stato
xjonte dell'Anjou, come vuole il poema, perchè l'Anjou faceva parte
della marca retta da Rolando e perchè nel IX secolo furonvi lunghi
e accaniti conllitti pel comitato di Nantes e per la marca di Bret-
tagna tra i discendenti del conte GiotlVedo ed i discendenti del mar-
<jhese Guido, che reggeva la marca, già di Rolando, in sul primo prin-
(') Nyroi>, Storia dell'epopea francese, 101 nota (?). Traduzimio italiana di
E. Gorra, Firenze.
(") Mettensia II, Cartulaìre de Vablaye de Gorze, 22, n-* 10. È da no-
tarsi elio l'editore sospetta doU'autenticità di questa carta, nta senza fondamento,
come dimostreremo nei nostri Principi Franco-Sassoni. Si noti al riguardo che
san Crodegango vescovo di Metz, fondatore di Gorze, fu cugino germano del conte
Ruberto, avo di Almerico, che san Crodegango era in realtà per via femminile .stretto
congiunto della famiglia carolingia e che il duca Teodorico è detto dai cronisti
<;ontemj)oranei jiarente di re Carlo. La seconda: ibidem 32, n*» 13.
— 288 -
cipio del IX secolo e. si noti, i vari contendeuti basavano le loro pre-
tese sui diritti acquisiti dai loro predecessori (').
Dunque il duca Gioffredo conte dell' Anjou ricordato nella Chanson
(le Rollaiil non è un personaggio del decimo o dell'undecimo secolo,
ma una persona che visse realmente nell'ottavo secolo.
7° [4°] ed 8° [5°]. I due conti Guarino {Gerla et Geriers). —
Per determinare chi essi fossero bisogna procedere per via d'elimina-
zione, perchè in sulla fine dell'ottavo secolo sonovi in Francia parecchi
conti di tal nome, che sembrano tutti parenti tra di loro e discendenti
da Guarino conte di Parigi nel settimo secolo, fratello di san Leodegario
vescovo di Autun dal GàO al 2 ottobre 678, che validi indìzi ci fanno
presumere discendenti da un ramo collaterale della famiglia regia
merovingia (*).
Vissero a quei tempi: 1°. Un conte Guarino, fratello del conte
Guido, poi marchese di Brettagna: si deve escludere perchè Guido
nel 798 (^) in unione ai suoi ligli Lamberto — poi conte di Nantes,
il capostipite dei duchi di Spoleto, — /i'é^m;^ probabilmente r«Ervis
de Mes " padre di « Garin le Loherin». — "Wolfrido ed Adalmanno
faceva alla badia di Hornbach, fondata nel 701 del loro proavo il
conte Guarniero, una donazione pel riposo dell'anima di « germani ;nei
Warini comitis s; se il conte fosse morto nel 778, non si sarebbe
(') Senza indugiarci a citare le numerose fonti, basti rimandare il lettore
al volume secondo dell'ai:/ de vérifier les dates, ove sono ricordate le guerre e
le contese tra i discendenti di Gioffredo e di Lamberto ed &\\&'Gkronique de Nantes
edita da René ]\Ierlet.
(*) La discendenza di san Guarino conte di Parigi, tra cui notiamo i duchi
di Spoleto, i marchesi d'Ivrea, i conti di Biandrate, di San Martino, di Valperga,
di Masino, di Bardi, i conti di Borgogna, di Hohenstaufen, di Hohenzollern, d'onde
Tattuale famiglia imperiale di Germania, i re di Castiglia e di Leon, gli impera-
tori Enriciani, i conti gutdfi d'Altorf, ecc., ecc., fu da noi illustrata neW Inti'odu-
zione alle Carle sparse dell' Ipporediese, letta nel Congresso storico piemontese del
1900 e di imminente pubblicazione. Noteremo a questo proposito questa serie cu-
riosa di risultanze genealogiche: Guglielmo imperatore di Germania è il legittimo
discendente della prima stirpe regia di Francia ed ha forse origine comune con
la seconda famiglia regia, la Carolingia; Vittorio Emmanuele III re d'Italia è il
discendente dagli inglesi re del Kent, cioè dalla ])rima stirpe regia anglosassone ;
Edoardo re d'Inghilterra discende da un fratello di Ratchis re d'Italia ed appar-
tiene perciò alla famiglia regia langobarda; Francesco Giuseppe imperatore d'Au-
stria e Vittorio Emmanuele III re d'Italia hanno origine comune in Ludovico III
il Cieco imptratore dei Komaiw, re d'Italia e di l'rovenza, ed il ramo primogenito
della famiglia ;• rappresentato dalla Casa d'.\ustria.
C) Cniioi.i . /lurirjines liipontinac historiae, 1, 87.
I
— 289 —
atteso sino al 798 a far tale donazione in suo suftVagio. 2. Un secondo
conte Guarino è ricordato in due carte della badìa di Fulda del 765
e del 780 ('); forse s'identifica col precedente, certamente non può es-
sere morto a Pioncevaux. 3. Guarino conte del Lobdengaw, figlio del fu
conte Guegelenzone, ricordato in carta di Fulda del 765 col secondo
Guarino ('), in altra carta della badia di Lorsch del 795 e nel Chro-
nicon Laure^hameuse in unione al conte Chancor, il padre di Aime-
rico di Narbonne (•^). Anche questo conte Guarino non può essere
morto con Rolando. 4. Guarino conte del Turgaw in Allemania, per-
secutore di sant'Otmaro abbate di San Gallo e messo col conte Ruo-
tardo della R. Camera in Allemania. è ricordato in più carte sangal-
lensi dal 754 al 764 {^); era già sostituito, come conte del Turgaw
nel 774 dal conte Adelardo (''), ma ciò non prova che fosse trapassato,
perchè deve essere stato rimosso dal suo governo in conseguenza dei
mali trattamenti da lui inttitli al santo abbate. Deve essere uno dei
due conti Guarini, che nel 762 assistono alla seconda fondazione della
badia di Pnimm, fatta dal re Pipino e dalla regina Berta, e crediamo
che il conte del Ttirgaw sia uno dei due conti Guarini morti a Roucisvalle.
5. Il secondo deve essere Giiariiio conte del Sundgaw in Alsazia —
se pur questo non è il nuovo governo avuto dal conte del Turgaw.
quando fu rimosso dall'Ali emania (*^), — che è ricordato vivente nel 769
e nel 771 (~). Se poi si i^j tiene che il conte del Sundgaw sia unica
persona col conto del Turgaw, resta sempre, pel secondo conte Guarino
cercato, il secondo conte Guarino, che intervenne nel 762 alla fonda-
(') ScHANNAT, Traditiones fuldenses, 11, n. 21, anno 7G5 e 33, n. 64, ami" 780.
(") ScHANNAT Trad. fuldenses, 11, ii. 21. anno 765.
V) Ghron. Laureshumeiise ad an. 780 in M. G. H. Script., XXI, 343; ibid., 347
e Cod. Tradit. Lauresham., n. 281; ibid., 35.j e 361, Chron. Lauresh., carta del
4 novembre 794 di IJichilde sorella di Ainierico e diploma di Ludovico il Pio a
favore di Lorsch del 22 gennaio 823.
{*) Hkrgott, Genealoi/ia dihlomatica auijustae gentis Habsburgicae ed in
(ioLDAST, Rerum Alamanni e ariLui scriptores. Vedi pure Vita S. Otmari abbai is
Sancti Galli in Boli.a.nuisti, Afta Sanctorum Ortobris, VII, p. II, 858.
C) Hergutt, op. cit., II, 8, n. XIV.
(") Ci nasci' questo dubbio dal fatto clu- i due persecutori di sant'Otmaro
furono i conti CJuariiio e Crotardu, ambedue Messi della Fi. Camera in Aleinania,
e che dopo il 708 i\oi troviamo in Alsazia conti sia un Guarino che un Cr<>tardo.
('j Anno 769 iu Dom UorguKT, liec. llist. de France, V, 715; anno 771,
Annales Einardi ed Annales f^aurissenses in M. G. H. Script., 1, 148 e 141'.
ove è detto conto del ropio del defunto re Carlomanno. L'Alsazia era parte di
questo Re<,'no. Su questo conte Guarino vedi pure Art de véri/ier les dates.
Ili, 73.
Stìiioiitì 111, - Storia little Letterature. 19
— 290 —
zione di Priimm ('). Ecco la lista dei presenti: «Ego Pippinus et
conjux mea Bertrada. S. 7 Karoli tìlii [sui] consentientis. Signum )$< Ka-
rolimanni tilii sui consentient, S. 7 Genebaudi episcopi. S. 7 Gauloni
episcopi. 8. 7 Fulcarici episcopi. S. 7 Adalfredi episcopi. S. 7 Vulfranni
episcopi. S. 7 Megiugaudi episcopi. 8. f Berthelini episcopi. S. 7 Basini
episcopi. S, 7 Wioinadi episcopi. S. >J( Droconi comitis. S. f Theotardi
coniitis. 8.7 W.Miisi comitis. S. 7 Welanti comitis. S. >$< Gangultì co-
mitis. 8. )$< Gerhardi comitis. S. ^ Froamed comitis. 8. ^ Wallarii
comitis. S. >$< Horloini comitis. S. >J< Gumberti comitis. 8. )5< Raculfì
comitis S. )$< Wmììsi comitis » (*).
9. [6°] Oggiero // Danese, duca dei Bavari. — Chi fosse Oggiero
e perchè avesse il sopranome di Danese egregiamente dimostrò il
sig. prof. Renier in un suo recente studio (3), ripeteremo con lui che
egli si identitìca pienamente col conte Oggiero marchese della marca di
Dania, vissuto nella seconda metà dell'ottavo secolo.
10. [7°] TuRPiNO arcivescovo di Rheims. — L'arcivescovo Tilpino,
perfettamente contemporaneo — Sedè sulla cattedra remense dall'au-
tunno 753 al 2 settembre 794 (•') — è l'unica vera difficoltà che si può
sollevare contro la nostra tesi.
L'arcivescovo morì il 2 settembre 794, non potè perciò soccom-
bere il 15 agosto 778 a Roncevaux, come vuole la Chanson. La con-
trudizioue è patente; ma non sarà questa una delle soliti confusioni
ed il nome del notissimo arcivescovo non si sarà esso sostituito a quello
meno noto di alti:^ pi'^lato morto sul campo di battaglia? 0, meglio,
non sarà questa una licenza poetica dell'autore per aveie occasione alla
stupenda e commovente descrizione della sua morte? Abbiamo indizio
che così sia dalla cronaca del pseudo-Turpino, che Gaston Paris (^)
(') Mabillon, Annales ordinis S. Benedicti, II, 705.
(•) I nomi in corsivo sono di altre persone ricordate nel poema, cioè: Dra-
ifone (N. 20), Teobaldo (N. 14), Gherardo (N. 2(;), Basino (N. 17) e Gualtieri (N. 28).
(') Memorie Accad. Scienze, Torino, serie II, voi. XLI. Il prof. Renier
{Ricerche sulla legr/enda di Uggeri il Danese in Francia) giustameljtp lo iden-
tifica con un u Autcharius » fedele di Carlomanno e ribelle a Carloniagno di cui
Tullima memoria risale al 774 (p. .340-;ìll); perù non crediamo che questo sia
r Otrpero il Danese della Chanson e riteniamo invece che si debba identificare
coirOL'j:ero duca di Dania, cioè duca della marca Danese, die nel 77b ristaurù
il monastero di San Martino di Colonia, pure ricordato dal Uknieb (ibid., 396).
Non è impossibile che i due personaggi ne formino un solo; se sono distinti, il
primo è certamente il prototipo del leggendario Uggeri, mentre il secondo è quello
ricordato nella Chanson de Roland.
(*) Gams, Series Episcoporum, G08.
(*) G. I'auis, De pseudo-Turpino dissertatio.
— 291 —
dimostrò scritta, a partire del capitolo sesto, ai tempi in cui il futuro
papa Callisto era arcivescovo di Vienne sulla falsariga dei poemi ca-
vallereschi allora noti. Se la redazione del poema di Rolando, nota a
Vienne, avesse dato Tarpino morto nella battaglia, il monaco viennese,
scrivendo la cronaca, non avrebbe attribuito all'arcivescovo il suo parto
letterario. Probabilmente l'arcivescovo prese parte alla battaglia e vi
fu ferito gravemente; ciò spiegherebbe la duplice versione.
11. [8°] Riccardo // Vecchio, duca di Normandia. — Se alla
parola Normandia in uso nell'undecime secolo si sostituisce Neustria
Marittima, cioè il nome che portava la provincia normanna nell'ottavo
e nono secolo, noi troveremo che il duca Riccardo il Vecchio fu real-
mente un contemporaneo di Rolando, e non ci deve stupire che uno
scrittore dell'undecimo secolo usasse il nome di Normandia invece del-
l'equivalente Neustria Marittima, perchè voleva farsi capire dai suoi
contemporanei. Il duca Riccardo il Vecchio era fratello di Megingaudo.
primo duca di Sassonia dopo la conquista Franca, e di sant' Engelberto,
primicerio di re Pipino, duca della Neustria Marittima ai tempi di
re Cario e poi abbate di Saint-Riquier (>). Egli è ricordato dal
conte Nitardo suo nipote, quale uno dei principali personaggi della
corte di Carlomagno e segnò nel 777 il testamento di san Fulrado
abbate di Saint- Denis. Egli é detto il Vecchio per distinguerlo da altri
due conti suoi omonimi vissuti l'uno alla fine dell'ottavo ed al prin-
cipio del nono secolo, e l'altro ai tempi di Lodovico il Pio; il primo
suo nipote, il secondo figlio del conte Arduino e per conseguenza suo
pronipote. Il primo ricordo di Riccardo il Giovane è del 787 (-). Il
duca Riccardo il Vecchio non ha pertanto nulla a che vedere coU'omo-
nimo duca dei Normanni.
12. [9"] Enrico, nipote del duca Riccardo. — Egli è uno dei per-
sonaggi più noti del regno di Carlomagno, perchè s' identifica coli' Enrico,
che prima fu conte d'Auriate, poi duca della Liguria (Littoralia maris)
e finalmente marchese dell'Italia Neustria o Friuli (^). Inutile citare
(') Sant' Engelberto suo fratello è antenato diretto di re Bosone e del conte
Biancaniano; rimandiamo ai Principi An(f Io-Sassoni nell'impero carolingio la
documentazione completa delle notizie relative al duca Riccardo il Vecchio, ai
suoi fratelli ed ai suoi nepoti; osserveremo solo che è ricordato in Nithardi I/ist.
in M. G. H. Script., lì, 290 e nel testamento di S. Fulrado in D. Felibikn, Ilist.
de Vabbaye royale de S} Denis, Preuves, pasr. xxxvni, pag. N. LVI.
(*) Gesta Abbattm Fontanellensium in M. G. H. Script., II, 290.
(') Osserveremo solamente che e<jli cello zio conte Ricciurdo segna nel 777
al già. ricordato testamento di san Fulrado abbate di Saint-Denys, (Edito, oltreché in
DoM Felibien, in D. Mabillo.n, Ada SS. Ordinis S. tìcnedicti saec, II. ii. 309).
ooo
tutte le carte ed i passi dei cronisti, che lo ricordano; osserveremo
solo che l'identiticazione s' impone pel seguente fatto. Dal conte Nitardo,
tìglio del duca Engelberto, discendono quei due fratelli Arduino e Rug-
giero, che nella seconda metà del IX secolo si rifugiarono in A urlato
per isfuggire le persecuzioni dei discendenti del conte Giotl'redo d'Anjou,
e che furono gli antenati dei marchesi in Italia, conti di Torino; dal
conte Artwido discende, per re Bosone, il conte Umberto 1 il Bianca-
mano. Enrico duca e marchese del Friuli non lasciò alcuna discendenza
diretta, perciò le sue proprietà dovettero passare ai suoi più piossinii
congiunti; egli fu conte d'Auriate ed è in Auriate che si rifugiano
i fratelli Arduino e Ruggiero, ed è nel comitato di Auriate che i conti
di Savoia hanno possessi antichissimi, che in parte cedono poi al comune
d'Asti uell'undecimo secolo (')• Questi possessi nell'auriadese, comuni
ai discendenti dai due figli di sant'Engelberto, mentre sono valida prova
dell'origine bosonica dei conti di Savoia, ci dimostrano che l'eredità del
duca Enrico passò ai tigli di sant'Engelberto; sant'Engelberto era fra-
tello del duca Riccardo il Vecchio, dunque Enrico duca del Friuli fu
realmente nipote del duca Riccardo, come vuole la Cliaiison de Rollaal.
13. AzzoLiNo, co ale di Guascogna. — Ignoto.
Segnano a questo testamento: «Ego Folradus capahanus subscripsi in Dei
domine. Maginarius consensi et subscripsi. S. ^ Tcudrico. Hamorado >-J-< con-
sensi. Signum ^X< Viilfardo. Signum y^ Hadratto. Signum >J< Gislamaro. Sigiuiin
>p Hildrado comite. Signum >-J-< Baldulfo. Signum kJ-^ Khr<!>4one. Signum >^ Ilain-
vico. ^\gn\\m y^ Anselmo comite palatii. Signum ^X^ Folrado. Signum >-J-< H art goro.
Signum vp Ilarihardo comite. Signum vp Ricgavio. Signum >J< Teudulfo. Signum
>J< Hildrado. Signum ^J< Erleberto. Signum ^ Gundaccro n. Sono ricordati noi
testamento Riculfo suo padre, Gausberto conte in Alemania, Bonifacio e Gualdrada
KU"i fratelli e sua sorella, Guido, Adalungo, 2'eodorico, il conte Clirodardo ed il
fu Ariberto suo congiunto. I nomi in corsivo corrispondono a nomi di persone
ricordate nella Chanson, cioò: Riccardo il Vecchio duca di Neuskia (n» 11), En-
rico d'Auriate (n° 12), Teodorico fratello del conte Gioffredo (n» 30) ed Anselmo
conte del S. Palazzo (n" 5). Sul conte Enrico vedi G. Barkxli, // primo conte co-
nosciuto della recfionc Saluzzese in lìibl. Società storica subalpina.
(') Quando nei primi anni del secolo XIII i conti di Savoia, in seguito a Sal-
tato, cedettero ai marchesi di Saluzzo la superiorità ed il possesso di quanto loro
restava nell'Auradiese, i signori di Bernezzo si rifiutarono di prestare omaggio al
marchese e si ritirarono nelle terre sabaude preferendo perdere la loro signoria,
che sottomettersi al nuovo signore, e ciò è motivato nella cai;la contemporanea,
che ricorda il fatto, dall'essere i Bernezzo vassalli ab immemorabili dei Savoia.
Vedi Gahotto, Asti e la politica Sabauda in Italia ai tempi di Gugliemo Ven-
tura, 11 nota (2).
— 293 ~
14. [10°] Teobaldo, conte di Rheims. — Un primo Teobaldo, figlio
di Giotfredo duca degli Allemanni nato circa il 710, ricordato negli
Annales mettenses ('), ribelle a re Pipino nel 745 e fatto prigioniero
nel 746 ; potrebbe ciò malgrado essere il conte remense perchè è noto
che re Carlo circa il 750 graziò completamente quanti avevano proso
parte alla rivolta degli Svevi. Un secondo Teobaldo figura a quei giorni,
ma non può identificarsi col conte di Rheims, perchè morto nel 741 (*);
egli era figlio di Grimoaldo, maggiordomo dei re Childeberto II e Da-
goberto III. LFn terzo Teobaldo è ricordato, ma disgraziatamente senza
citazioni di fonti, dal Da Bouchet, La vérilable origine de la Maison
de Fraiice {^) ; egli era nipote del precedente. Riteniamo che qua
debba trattarsi del figlio del duca degli Allemanni perchè è detto cu-
gino di Milone, e questo Milone era imo Svevo, avvocato della ale-
manna badia di San Gallo.
15. 011°] Milone, cugino del coale Teobaldo. — Milone era avvo-
cato della badia di San Gallo nell' Argovia ; egli è ricordato dal monaco
Ratperto nei Casus Sancii Galli all' anno 759 insieme a Guarino
conte del Turgaw ed a Ruotardo conte dell'Aargaw, messi della regia
Camera in Allemannia, come uno dei dilapidatori della nascente ab-
badia (^). Egli è pure ricordato in due carte della badia di Saint-
Denjs, una del 755, l'altra del 759 (^).
e) Annales Mettenses in M. G. H. Script., l, 328-329.
(*) M. G. H. Script. Meroving. II, 325. Liber historiae Francorum, e. 51.
(') Du Bouchet, La véritahle origine de la Maison de France. È ila no-
tarsi che se il libro del Du Boochet è inquinato di documenti e di notizie false
allo iscopo di provare che la terza Casa di Francia derivava da un ramo secon-
doc^enito dei Carolingi, non v'era alcun interesse ad intessere nella crenealorria
questo Teobaldo, perchè non è né da lui, né da alcun suo fratello che esjli fa
discendere il duca Roberto il Forte; è perciò sonnnanit'nte verosimile che la sua
notizia relativa a questo secondo Teobaldo dipenda da fonte storica genuina, ora
perduta. Forse però egli si riferisce al conte Teobaldo (Theudaldus comis) di cui
è memoria in Felibien, op. cit. Preuves, p. XLIII N' LXIII e LXIV amendue del
797; alla seconda è presente Teodorico (n° 39).
(■') Ratperti, Casus Sancti Galli in ]\I. G. H. Script., II, 03: ù 759. Syd'>nius
Costantiensis praesul.. .. instigantibus praefatis coniitibus coepit inquirere mona-
sterium nostrum quiòus, ut illi solatio essent, beneficia promissit atque donavit.
Warino vidicelet Vina et Turinga et Engi ; Ruadhardo vero .-Vntolvinga et Uzinhaha.
Milani autem advocato ipsius monasterii... sextanj villani, quae lleinibach nancu-
patur contraditit ».
(*) D. Felibien, llisioire... Ahbaye de S' Denys. Preures, XXIV. n. \X\V.
Diploma di re l'ipino dal 18 luglio 753 in cui: « una cum [dures nostris tìdelibus:
id sunt .Uilonc, llelmengaudo, Hildegario, Clirotard<>, Dro.inne, Baugulfi'. «ìislo-
— 294 —
16. // conte Gano, il traditore', 20. Baldovino, suo figlio-,
•Jl. GuAiMARO, mo jìn; 22. Pinabel de Sorrence, suo cugino. —
Rappresentano la famiglia di Gano (Weuilo o Guinegiso .?) e non ci
fu dato di trovarne traccia in alcun documento; forse debbonsi ricer-
care fuori di Francia tra i personaggi langobardi, clie si sottomisero
a re Carlo all'epoca della conquista d'Italia; in tale congettura il
tradimento di Gano si connetterebbe alla nota ribellione dei duchi
langobardi e Gano avrebbe corcato di far annientare l'esercito di Carlo
a Koucisvalle, o por dar modo ai Langobardi di insorgere vittoriosa-
mente, 0 per vendicare la rotta di re Desiderio. Egli è da notarsi in
questo ordine d' idee che i Reali di Francia pongono l' infanzia di Ro-
lando in Italia, e ciò potrebbe avere per base un ricordo tradizionale
storico. Questa è pura congettura e come tale la presentiamo allo studio
di persona di noi più competente. Osserveremo però che nel XII e
XIII secolo esistette una leggenda, che fa derivare i conti di Cham-
pagne della stirpe di Blois dalla famiglia di Gano.
17 e 18. Idue fratelli conti Basino e Basilio. — Sono ignoti;
ma non appartengono direttamente al poema, perchè qua episodica-
mente ^ accenna ad altra nota canzone ; possono perciò rappresentare
un' intrusione fatta dall' autore della Chanson. Ad ogni buon fine ricor-
diamo che alla fondazione di Priimm nel 76l* (') figura il vescovo
Basino, che forse è il prototipo del conte Basino dell' omonimo poema.
19. [12°] Naimo, duca. — Altro personaggio isterico: Aimone duca
(di Baviera?) è ricordato nella vita S. Virgilii episcopi Saltsburgensis
e, si noti, come nella Chanson. « Heimo comes « -^d alcune altre per-
sone sono dette " viris valde senibus atque veracibus ". Questo conte
pertanto — i duchi allora sono frequentemente detti conti nelle
carte — , che visse ai tempi di san Virgilio, morto il 27 novembre 780,
stava in località non troppo distante da Salzburg (*). Egli è pure
bario, Leulhfredo, Rauhaume, Theuderico, I^Iairanario, Nithado, Wallhario, Viilfario
et Vuicberto comite palati nostro visi sumus judicasse ». Ibidem, XXVIII, n. XLI.
Diploma di re Pipino del 30 ottobre 759 con cui si obbliga Gerardo conte di Pa-
rigi a restituire alla badia i « tbebmea " di Paripi: " Tunc illis judicatum fuit a
Vuidonc, Raulcone, Milane, Helmen<raudo, Hothardo, Gislehario vel reliquia quam
plurcs 8CU et Vuicberto comite palatii nostro ». I nomi in corsivo sono di altre per-
sone ricordate nella Chanson, cioè: Dragone in" 20), Teodorico (n» 39), Gualterio
(n"» 28) e Guido (n° 80).
(«) Vedi nota (') a pap. 290.
(•) Mahili.<.n, Ada SS- Ord. Benedicti Saec. Ili, ii, 284: a Haec omnia
Virtrilius epi.scoi)Us (Salzbursensis ►!•< 27 novembre 780) a viris valde seiiibu.s atque
v.r:i.ibu8 perquisire stiiduit, pasti-risque ad meraoriam scripta dimisit. Quidam
— 295 —
ricordato in un diploma di Carlomagno del 775 per la badia di Saint-
Denys (').
23. Kanieri, marchese di Liguria, padre di Uliviero. — Igooto ;
vale per Ranieri l' osservazione già fatta per Uliviero.
24. [13°] IL conte Oddone. Egli fu conte di Worms e come tale
è ricordato in più carte del 756 e del 757 della badia di Fulda (*);
circa il 770 egli era stato sostituito in Worms dal conte Azzo di cui
si hanno memorie dal 772 al 788 (^) e non conosciamo a quale go-
verno fosse nel frattempo stato traslato. Questo conte Oddone è Tavo
di Unroco duca e marchese del Friuli e perciò l' antenato dell' impe-
ratore Berengario I.
25. [14°] Berengario. — È ricordato in una carta della badia di
Fulda ("') e deve essere figlio del precedente, perchè il nome Beren-
gario ripetesi insistentemente nei vari rami della famiglia del conte
e marchese Oddone sin dalla fine dell' ottavo secolo.
26. [15°] Gerardo, conte del RoiissiLlon. — A primo aspetto il
ricordo del conte Gerardo nella Chanson de Roland costituisce la più
grande difficoltà alla nostra tesi, perchè il Gerardo di Roussillon dei
poemi cavallereschi si identit^ca con Gerardo prima conte di Parigi,
poi duca di Vienna nel nono secolo (^) ; ma la difficoltà è solo appa-
rente, in quanto che il Gerardo conte del Roussillon del Rolland è
persona affatto differente dal Gerardo duca di Vienna, che anzi l'epi-
teto di Roussillon dato ordinariamenie al secondo proviene dalla so-
vero ex eis qui ista illi discerunt ... et isti laici \J^o Comes, Immin Comes, Heimo
Comes, Gerhardus judex, Sigibaldus judex, Anno, Eber, Rudlocli, Salaho, Johannes,
Egilolf, omnes isti nobiles et veraces viri fuerunt.
e) Felibien, op. cit. Preuves, XXXVI, n. LUI. 28 lucrlio 77.5, diploma di re
Carlo in confeniia di placito regio: « proinde iios taliter una cum tìdelibus nustris
id sunt: Ghoerardo, Bernardo. Radulfu, HiKkrado, Ermenaldu, Hebroino, Theu-
doaldo, Agmone comitihus, Hiiltberto, Launibirtu. Haerterico et Anselmo coimte
palacio nostro ve! reliquis quam pluris visi fuimus judicasse ".
(') iScHANNAT, Traditiones Fuldenses, 2. n. IV; 3, n. VI: 4. ii. VII; 5, n. X.
(») ScHA.NNAT, Traditiones Fuldenses, 20, n. XXXVIII; 27, n. LII; 36,
n. LXXIII; 37, n. LXXIV; 37, n. LXXV; e 40, n. LXXIX.
(*) ScHANNAT, Traditiones Fuldenses, 282, n. 25. Forse anche 295, u. 16 e 31.
(■■') Esiste splendida monografia su Gerardo di Roussillon in Revue historiquf,
anno 3° (1878), voi. Vili, di A. Longnon, intitolata Gerard de RousmlloH dans
rhistoire; però non assentiamo a tutto ciò che l'autore dice sulla famiglia di <ì.>-
rardo, ])erchè egli confuse parenti di sua moglie con parenti paterni del duca di
Vienne e perchè dando fede ad alcune carte, pi'i dimostrate false, attribuì «rronea-
mente Gherardo alla famiglia d'Alsazia con cui nulla aveva che vedere. La genea-
logia di Gherardo sarà da noi assodata e rettificata nei PrÌHcipi f /?" ->- '^ m«/)mi.
— •2l'G —
vrapposizione e fusione in uu' unica persona di due ben distinti per-
sonaggi. Il Gerardo del RrAancL prima conte del Koussillon ('), poi
di Parigi, nel 759 è obbligato a restituire a Saint-Denvs i mercati
parigini; figura nel 762 quale teste alla fondazione della badia di
Priimm, nel 775 col conte Naimo e un altro conte segna un diploma
di re Carlo per la badia di Saint-Denvs, e segua nel 777 il testa-
mento di san Fulrado abbate di Saint-Denvs ('); egli era l'avo pa-
terno del suo omonimo duca di Vienne.
27. [10°] Engelerio. conte di Bordeaux. — Personaggio pochis-
simo noto, ma della cui esistenza non si può dubitare; Engelerio non
figura in altri poemi ; egli, al pari del conte Nibelungo (n. 42) serve di
splendida riprova alla nostra tesi : una persona non vicina agli avveni-
menti non avrebbe potuto inventare i nomi dei due conti Angelerio e
Nibelungo affatto insoliti.
Il conte Engelerio è ricordato vivente l'Il dicembre 770 in carta
inserita nel Chroaicoii Laureshamense; ivi leggesi tra i testi: « Si-
gnum Angilgeri comitis " (^).
28. [\1°~\ Il conte Gualtieri de l'IIam. — Non sappiamo d'onde
questtr conte prenda il suo soprannome; è però persona vivente ai tempi
di Rolando, egli è, quale nipote di Tassilone duca, di Baviera e ma-
rito della contessa Hadenburch, ricordato all'anno 745 nella vita di
san Virgilio vescovo di Salzburg('); egli figura nuovamente nel 758
in diploma di re Pipino del 18 luglio a favore della badia di Saint-
Denvs (^) e nella già ricordata carta di fondazione di Priimm del 762.
e) Veramente nessun documento eontt'iiiiiorain'o lo due conte ili Roussillon
e dal 753 almeno (Felibikn, op, cit. Preuves, XXIV, n. XXXV: « Gairehardus co-
mis Parisii n accusato di aver tolto i reJdiii del mercato ]>;iṛrino ai monaci di
Saint-Denys) figura come conte di Parigi ; ma il soprannome, die resta indisso-
lubilmente legato al suo nome, ci dice chiaramente che per alfun tempo, subito
dopo la conquista fattane dal re Pipino, egli debba essere stato conte del Kous-
sillon. In ogni caso è certo che tale sovranorae non ha alcun fondamento isterico
pel secondo conte Gerardo di Parigi, poi duca di Vienna.
(•) Vedi note («) p. 290, (») p. 201, (') p. 295 e (') p. 298.
e) Chronicon Laureshamense in M. G. H. Script., XXXI, r?.'>l. Egli è il
primo antenato della seconda famiglia d'Anjou, d'onde uscirono i Plantageneti re
d'Inghilterra. Egli è quel conte Angelerio cui si riferiscono le leggende ricordale
nelle Gesta Consulum Andegavensium.
{*) Maiiii.lon, Aria Snnctorum ordinis S. Benedicti saec. II, ii, 281. «Cella
quae dicitur Ottinga, temporibus domini Pipini regis (et), Tassilonis ducis nepos
(slamp. nepotis) Guntherius quidam romes in pago Cliiemingen in propria hereditate
sua construxit ecclesiam... convocatique illuc S. Virgilium eodem anno quo ad
episcopiam ordinabatur (cioè nel 745)... uxor cius Hadeburch . . . ".
(') Fklihikn, Ilistoire de Vabbaye di .S"' D''ny^. Preuvcs, XXIV. n. X.\X\'.
— 297 -
Però non si esclude che i due Gualtieri del 745 e del 753 rappresen-
tino due persone distinte e che qui sia questione del secondo.
29. [18"] Drogone il Vecchio. — Egli è indicato incidentalmente
per specificar meglio il conte Gualtieri suo nipote : questo Drogone il
Vecchio è forse il celebre Drogone duca di Champagne prossimo con-
giunto del re Pipino? o quel Drogone che col Gualtieri figura nei due
diplomi del 18 luglio 753 (^) per la badia di Saint-Denys e del 13 ago-
sto 762 per Priimm (^) ? Se i due conti Drogoni vanno riuniti in unica
persona e perciò qua si tratti del duca di Champagne, riescirebbe in-
teressante il ricercare quale sia la discendenza del conte Gualtieri suo
nipote, perchè si tratterebbe di un finora ignoto ramo della stirpe ca-
rolingia.
30. [19°] Guido di Saint- Anthoine. — Era zio di Guido marchese
della marca di Brettagna, vivente nei primi anni del nono secolo e
discendeva da san Guarino conte di Parigi nel VII secolo i'-^).
Egli è ricordato oltreché nel testamento di san Fulrado abbate
di Saint-Denys del 777 (^) in un diploma di re Pipino del 759 (^)
ed in un secondo del 768 {^) ; è da notarsi che nel diploma del 759
figura con Guido un Milone, clie forse va identificato col già ricordato
Milone avvocato della badia di Saint-Gali.
31. EusTORGio duca di Vienne e conte di Valence. — Ignoto.
32. Alda, promessa sposa di Rolando. — Ignota.
33. Beqone, mastro della cucina di re Carlo. — Questo non
deve essere un personaggio isterico ed il poeta deve aver inventato il
suo nome pel bisogno del poema perchè è poco verisimile che una cro-
naca antica ricordasse un mastro della cucina regia; trovansi però nel
VII, Vili e IX secolo più Begoni.
34. [20°] Bovino di Beine e di Dijon. — E ricordato In di-
ploma di re Carlo per Lorsch del 772 {") e nel necrologio di Fulda ('');
egli è probabilmente un antenato femminile del conte Bovino, padre
di re Bosone e di Riccardo il Giustiziere duca di Borgogna.
(') Vedi documento citato in nota precedente.
(«) Vedi Nota (') a p. 290.
<■') Ter la sua parentela col marchese Guido di Brettagna vedi la ricordata
nostra Introd. alle carte sparse deW Eporediese di prossima pubblicazione.
(*) Felibien, Ilist. de Vahbaye de S' Denys. Preuves, XX.WIII, n. I.VI.
(*) Fembien, op. cit. l'reuves, XXVIII, n. XLI.
(") Felibikn, op. cit. l'reuves, XXX, n. XLIV.
(') Vedi nota (") a p. 285.
C) ]\r. G. H. Script. XIII, IGO. Ann. nec. l-'uldcnscs: a All'win cnu-s -.
— 298 —
35 e 36. / conti Ivorio ed Ivone. — Ignoti.
37. // conte Gebuino il Lorenese. — E ignoto. È però da no-
tarsi che in Lorena, in sulla fine del IX ed in principio del X secolo,
trovasi una famiglia comitale in cui frequentemente ripetesi il nome
Gebuino, perciò non è né impossibile, né inverosimile che sia esistito
un altro più antico conte Gebuino loro antenato.
38. [21*'] Oddone, marchese della marca di Dettagna. — Il mar-
chese Oddone è ricordato quale immediato successore di Rolando ed
antecessore di Guido, viv. 798 ed 801, nel governo della marca
brettone (').
39. [22*^] Teodorico, fratello di Gio/fredo conte dell' Anjon. —
Egli è ricordato in due carte, l'una della badia di Saint-Denys dell' 8 lu-
glio 775 (-) e l'altra della badia di Lorsch del 770 (»); forse le
due carte si riferiscono a due diversi Teodorici rispettivamente zio e
nipote; vi sono altri ricordi del se^iior Teodorico; la carta del 770,
ove figura Teodorico, è l' identica ove figura il marchese Rolando. Fi-
gura pure nel testamento di san Fulrado abbate del 777 (*).
-.40. [23"] GiossERAMO, conte di Provenza. — Il suo nome col
titolo di conte è ricordato in carta provenzale della seconda metà del-
l'ottavo secolo.
41. [24°] Antelmo di Magonsa. — E persona nota: era figlio
del duca Teodorico e fratello di san Guglielmo di Gelonne, duca di
Septimania (^). Da Roberto suo figlio nacque il duca Roberto il Forte
padre di re Oddone.
(•) y\. G. H. Dipi I, 104 11. 18. « l'roinde iios taliter una cura fidelibus nostris
idest Haginone, Teudeberto, Reraedio, Garehardo, Fulgario, Bovilone, Walcherio,
Kauchingo et Ermenaldo comite palati! nostro n.
(*) Fklibien, op, cit. Preuves, XXIV, n. XXXV.
(»J M. G. H. Script., XXXT, 351.
(*) Felibif.n, op. cit. Preuves.
(*) È ricordato nel testamento del duca san Guglielmo (De Vie et Vaisettk,
flistoire du Languedoc, 3" ed. Il, Preuves, 65-08) ed è l'antenato diretto del duca
Roberto il Forte capostipite conosciuto della terza Casa di Francia. Che Roberto
il Forte duca di Francia Neustria sia rainpullo della stirpe di Aquitaiiia. donde
USCI San Guf,'liclnio di Gelonne duca di Soiiliinunia, il notissimo GuErlielnio d'Orange
u au Cor Nez » dei poemi cavallereschi, è detto in tutte lettere da Abbone il Curvo
nel suo De bellis Parisiacae urbis (M. G. H. Script. II, 900, libro secondo versi 537
a 547. Le parole tra parentesi [. . .] sono le glosse originali interlineari poste dal-
l'autore stesso che visse in sulla fine del IX secolo):
Consul Ademarus, regi copulatas eidem
Progenie, cuius memini [sic. Ademari]. Proserpina dudura
Huic ccBsit, cuncos dum profligavit Odonis
299 —
42. Il conte Rabel. — Ignoto ; ma forse nome mal letto ; forse
da leggersi Rabol o RavoL (^).
43. [25°] Il conte Nibelungo. — Egli era conte della Madrie
ed in questa qualità donò il 23 marzo 788 alcuni beni alla badia di
Umbra fugat stellas, Adcmarus ab agmine [sic. Oddonis] vitas,
Dormit Odo, consanguineus [sic. Ademarus] sua pr^terit arma.
Astra micant, primas [sic. rex] vigilat, sed et avolat ipsa
Regia mox consanguinitas [sic. Ademari] de sanguine laeta [sic. fertilis]
Talia cur siquidera recinam cum gesserit olim ?
Nam libuit regi dare propugna e ula fratri
Eotberto Pictavis, Ademaro taraen haud sic [sic. libuitj
Nempe sibi 9epit [sic. Pictavos].
Dunque gli antenati di Ademaro conte di Poitiers sono pure gli antenati di Oddone
re di Francia, figlio di Roberto il Forte ; ma Ademaro nacque da Imraone conte
di Poitiers figlio del conte Bernardo, fratello di San Guglielmo di Gelonne, come
sarà da noi a suo tempo dimostrato contrariamente all'opinione di E. Mabille
in Ld Royaume d'Aquitnine, dunque Roberto il Forte discende pur esso dal
duca Teodorico padre di san Guglielmo. Inoltre Oddone conte d'Orleans, zio pa-
terno di Roberto il Forte, è detto cugino di Bernardo duca di Septimania, figlio
di san Guglielmo, dall'autore, detto comunemente l'Astronomo, della Vita Ulu-
dowici imperatoris: «anno 829. Denique Heribertus Bernardi frater luminum
« ammissione multatus est contva votum imperatoris, ffodo consobrinus illius,
« armis ablatis, exilio deportatus » . (M. G. H. — Script. II, 633j. Non inutile
notare che Eriberto porta tale nome in ricordo di Cariberto re di Parigi padre
di Berta regina del Kent (esiste la serie dei Cariberti od Eriberti intermedii) e
che padre del duca Teodorico ed avo di san Guglielmo fu quel Roberto conte
del Reingaw, che fu attivo ambasciatore tra Pipino il Breve ed il Papa e la cui
vedova Killiswinda nel 762 fondava la badia di Lorsch ; che il duca Teodorico,
cugino di Carloniagno (vedi Eginardo), fu fratello di Nibelungo conte d'Autun,
d'Anselmo conte del S. Palazzo, di lldeprando e di Cancor conte del Bris^aw,
padre di Almerico conte di Narbonne ; che san Crodegango vescovo di ^ft-tz,
discendente da altro conte Roberto sposo di una sorella di Pepino d' Heristell. fu
cugino del conte Roberto ; e finalmente che questo Roberto, padre del duca Chil-
deprando « germano « di Pipino, discende in linea maschile da Cariberto, secondo
figlio del re di Kent sant Etelberto, che si stabili in Francia per raccogliervi
l'eredità del suo avo materno Cariberto re di Parigi.
I moderni scrittori francesi fanno padre di Roberto il Forte Guglielmo conte
di Blois, fratello di Oddone conte di Orleans e di Aleramo I, prima Conte di Tours
poi marchese della Maria Ispanica e conte di Barcellona: ciò contrasta coi dati
dei cronisti contemporanei, che dicono "Roberto stabilito in Neustria. nato in
Austrasia da padre Austrasiano e di sangue Sassone, mentre il comitato di Gaglielmo
era nella Neustria; Guglielmo era zio paterno e non padre del duca ed il padre
suo Roberto, regio vasso e non conte, visse nella regione Maguntina.
(') Non ù impossibile che a lui si riferisca questo passo di Ebirharm
monachi Fuldknsis Suììimaria Traditionum veterum: t^ Ravoìt comes tradidii
« Sancto Bonifatio in Altheimere marca, in i>ago Wingarteibe, Ilub.is XII ouni
l?00 —
La Cioix-Saint Leufroy posta nella diocesi di Evreux ('), Basterebbe
la esistenza di questo ^ Nibelongus coiues " a darci prova che l'autoro
della Chanson aveva sotf occhi uell'XI secolo una lista di nomi di
personaggi dell' Vili e che la seguiva fedelmente.
44. [21)"] G.\nsELMO. — Egli è l'antenato dirotto di Gausberto
conte del Maine ed è ricordato nell'istoria della traslazione delle reli-
quie di san Mauro (-); molto probabilmente era figlio o fratello di
GiotTrt'do d'Anjou; sposò Adeltruda da cui ebbe Gausberto abbate di
Saiut-Maur-des-Kosses e di Saint-maur-sur-Loire e lloricoue conte del
Maine, che circa l'SOO sposò in prime nozze Kotruda figlia di Carlo-
magno 0 di Ildegarda e nell'Sll Blichilda. Gauselmo sembra pure fra-
tello di Abbono conte di Poitiors dal 778.
45. [27°] Rambaldo. — È ricordato vivente il 17 settembre 711
con Roberto conte di Reiugaw avo di san Guglielmo, con Teodorico
poi duca della Frisia e con Crodegango futuro vescovo di Metz (3).
4(3. Aimone (// Galisia. — Ignoto al pari dei procedenti.
47. [29°] Il duca Teodorico. È una delle persone più note dei
tempi dei re Pipino e Carlo; era prossimo congiunto per donne coi
Carolingi! e fu padre di san Guglielmo di Gelonne, duca di Septimania.
È ricordato da tutti i cronisti contemporanei e morì in una spedizione
contro i Sassoni.
« adiacoitiis suis et in Indi Biiteiilifiin uiiaiii curteiii et XII jiitrera" in Schannat
oji. cit. 298.
("j \)v 'QovcHfL-r, La vèr itable origine de la Maison (hrFrance. rreuves, 223.
Sono suoi parenti il conte Nibelungo figlio del duca Ildeprando, cugino germano
ttgennanus» di Carlo Martello, Nibelungo conte di Autun, fratello del duca Teodorico,
del conte Chancor, di Ildeprando, di Anselmo conte del ^^acro Palazzo e di Eri-
berto, ed nn terzo Nibelungo conte di Nevers vivente 788 ed 818. Non è impos-
sibile né inveri.simile clic il conte di Mudrie ed il figlio di Ildeprando sieno
un'unica persona.
(*) Boi.LANDisTi, Ada Sanctorum lanuarii I, 1054 e seg. //istoria trans-
lationis sancii Mauri abhatis e Doms De Vie et Vaissrttk //istoire du Lan-
f/uedoc (.3* ediz.) II, 215.
(=•) 1). Kkmbien, //istoire . .. Abhaye Saint Denys l'reuvcs XXII N. XXXIII
Donazione del 17 .settembre 741 di Carlo Martello maestro di Palazzo alla badia
dionisensc in cui segnano: « Signum Inllustro viro Karlo majorim domus, qui
«hanc epistolani donationis fieri rogavit. t S. Hadberti comitis. S. Raygauhaldi.
« comitis. S. Salaconis comitis. S. . inlustris matrone Sonechildis consentientis.
« S. fjrifoni filii sui consentientis. S. Hroderici. S. Adalbaldi. 8. Deodati. S. Heli-
« noberti. Audoenus capellanus subscripsit. Ego Tìnniderirus sub6crii)si. Croth-
u gangus (»/ futuro vescovo di Metz) jussus hauc epistolani donationis rccognovi".
Teodorico s'identifica col duca Teodoriro CS. 171.
— 301 —
48. Ermanno, duca di Tracia. — Ignoto.
49. [29°] Lodovico, figlio del re Carlo. — Lodovico il Pio,
figlio primogenito dell' imperatore Carlomagno,
50. Guglielmo di Blaives. — Iguoto, se pure non è una, finora
non avvertita, incarnazione giovanile di Guglielmo au Cor Nez di Septi-
mauia; ci viene tale dubbio osservando che Rolando ha nel poema
relazioni col luogo di Blaives, e che Rolando era certamente prossimo
congiunto del duca Guglielmo.
Riassumendo : nel poema sono ricordate 50 persone : di queste
una è invenzione poetica, Begone il cuoco; e due. Basino e Basile,
sono solo ricordate per incidenza senza alcun legame colla storia di
Roncisvalle; delle altre 47, o non se ne ha ricordo, o sono contempora-
nee alla rotta di Roncisvalle; di queste 50 persone, 29 si identificaronp
compiutamente e forse questo numero può salire a 32 se realmente
Ansegiso, come volle il Nyrop, si identifica coll'Anselmo conte del
S. Palazzo di re Carlo, morto realmente a Roncisvalle, se vi è, come
riteniamo, prova dell'esistenza del duca Sansone, e se Guglielmo di
Blaives è Guglielmo di Septimania. Temendo però solo conto dei 29 nomi
accertati, riuscimmo pei tre quinti circa di tutti i nomi ricordati nel
poema a dar prova che fossero nomi di persone contemporanee alla bat-
taglia; è perciò evidente che i rimanenti sono eziandio personaggi isto-
riai, che finora non si poterono identificare solo per l' istraordinaria
scarsità delle carte anteriori al IX secolo, tuttora esistenti. Ne consecfue
che tutte le persone ricordate dalla Chaason sono rigorosamente iste-
riche e viventi nella seconda metà dell' Vili secolo e che perciò il
poeta ebbe realmente sott'occhi una cronaca od una carta contempo-
ranea, 0 quasi, della battaglia, che non può essere altra che quella
da lui ricordata come esistente a Laon.
Da questa constatazione ne viene una conseguenza importante per
la storia di Rolando; anche le notizie sulle sue parentele debbono
essere esatte e perciò egli era realmente tìglio di una sorella di Car-
lomagno ed era cugino dei due fratelli Teodorico e Giotfredo. Teodo-
rico poi da altri dati, che ora per non portar troppo in lungo la nostra
comunicazione trascuriamo, ma che riporteremo e vagliereiuo nell' an-
nunciato nostro scritto, risulta cugino del duca Teodorico, bisavo del
duca e marchese Roberto il Forte, ceppo della Casa di Francia e perciò
del conte Anselmo abavo del marchese Aleramo; ne consegue che tra
Rolando ed Aleramo correva una stretta parentela e che amendue furono
tralci di unico stipite e che perciò l'identità delle leggende di Ale-
ramo e di Rolando dipende da ciò che amendue si riferiscono agli ideu-
— 302 —
tici fatti giìi da noi ricordati, il matrimonio, cioè, di Ethelberto re del
Kent con Berta di Parigi e la fuga in Francia del re san Riccardo.
È da notarsi poi che nella leggenda di Rolando esiste pure un ricordo
della sua origine inglese nel soprannome di Angliers — Anglante — ,
cioè l'Inglese, dato a Miloue suo padre.
Questa serie di constatazioni ci conduce anche ad un altro risul-
tato : Rolando, quando morì a Roncisvalle, era un giovane al più sui
venticinque anni; che lo si dipinge promesso sposo, il suo padrigno
Gauo ha tuttora vivo uno zio, il suo fratellastro Baldovino è un fan-
ciullo, la sua madre è sorella di re Carlo e perciò non potè essere
nata prima del 785. Egli perciò dove essere nato circa il 752 ed
essere stato nominato marchese dallo zio circa il 770 appena toccati
i diciott'anni, non per altro perchè di sangue regio e perchè suo ni-
pote prediletto.
Egli è pertanto evidente che il mondo carolingio s' impressionò
così profondamente alla notizia della morte di Rolando non perchè
egli fosse un gran debellatore dei nemici dell' impero, ma perchè con
lui moriva il più prossimo e più diletto congiunto del re. Ne conse-
gue che tutte, o quasi, le imprese di Rolando debbongli poi essere
state attribuite in epoca posteriore per legittimare la sua fama quando
non bastava, o si era affievolito nella folla, il ricordo dello stretto
legame di affezione e di parentela, che lo legava all' imperatore.
Resterebbe a vedersi se egli fosse tiglio di un conte Milone, come
vogliono la massima parto dei poemi, o di un Teodorico, come vuole
l'antico poema di Aiqi'.in, ma di ciò in altro luogos osserveremo solo
che nelle ricordate carte del 753 e del 759 figura un Milone tra i
fedeli di re Pipino, e che in esse è pure ricordo di un Teodorico a
questo Milone contemporaneo.
In ordine poi alla Chanson è ancora da notarsi che sia per Ge-
rardo di Roussillon che per Uggeri il Danese il Gerardo e 1' Uggeri
ricordati nel poema sono rispettivamente l'ex-conte del Roussillon, conte
di Parigi, ed il marchese delhi Marca di Dania, mentre il Gerardo e
r Uggeri degli altri poemi nulla hanno che vedere nò col Roussillon,
ne colla Dania; ciò proverebbe un successivo processo di adattazione
dei personaggi degli altri poemi per riattaccarli a quelli contenuti nella
Chanson e dimostrerebbe l'antichità della sua redazione primitiva.
i
XXII.
LETTERE DEL '300 IN VOLGARE PADOVANO.
Comunicazione del prof. Vincenzo Crescini.
Il dialetto padovano^ cittadinesco e rustico, richiama l'attenzione
dello storico sì nel rispetto glottologico e sì in quello lettei-ario. Tre
sono i lavori più notevoli che lo riguardano:
1. A. ToLOMEi, Delle vicende 'del vernacolo padovano, nel volume
Dante e Padova, Padova, maggio 1865, p. 331 segg. ; riprodotto
nel volume postumo, A. Tolomei, Scrìtti vari, Padova, 1894,
p. 15 ^Qgg.
2. G. J. Ascoli, Saggi ladini, Ladino e Veneto , Padova e Verona,
p. 420 segg. del I voi. MY Archivio Glott. ItaL
3. E. Lovarini, Antichi testi di letteratura pavana, Bologna, 1894,
disp. 248 della Scelta di curiosità letterarie.
Ricordo altresì:
1. A. Gloria, Volgare illustre nel 1100 e Proverbi volgari del 1200,
Venezia, 1885, dagli Atti del R. Istituto Veneto, t. III, s. VI.
2. R. Wendriner, Die Paduanische Mundart bei Ruzante, Bre-
slau, 1889.
Abbiamo così, per tacere d'altri minori contributi, una rappresen-
tazione sommaria estrinseca della storia del volgare padovano; una
profonda analisi glottologica ; una raccolta di testi ; cui vanno onore-
volmente aggiunti gli antichi materiali spigolati dal Gloria (massime
i proverbi tramandatici nel Comp.endìuni moralium notabilium di
Geremia da Moutagnone) e la monografia linguistica, accuratissima,
del Wendriner.
Ben fece il Lovarini a non porre in capo alla sua silloge il f.a-
mento che mal s'addimauda della sposa padorana. perchè il dialetto
adoperato in esso ci trae fuor di Padova, almeno in quella forma che
— 304 —
ci Oltre rimica redazione conservata, com' ebbe ad avvertire l'Ascoli
(p. 421, n. 1)(').
I monumenti padovani non risalgono dunque più in su dello scorcio
del trecento ; e ne comincia la serie conosciuta da' due sonetti scam-
biatisi tra Marsilio da Carrara e Francesco Vannozzo (Lovarini, p. 1-3).
Ma, come rilevava tanto bene il Tolomei, tìn dal secolo XIV il ver-
nacolo rustico dei due sonetti andava ben distinto dal cittadino (cit.
voi. Dante e Padova, p. 340-43): e di ricostituire questo di fronte
a quello, che avri più tardi così brillante fortuna, abbiam modo ri-
correndo a' documenti volgari della Corte carrarese e delle classi mag-
giori. Certo assai più gioverebbe possedere schiette testimonianze del
parlar plebeo e contadinesco per la analisi glottologica di questo come
di qualunque altro vernacolo; ma pur nel tentativo di innalzare le
forme dialettali a dignità aulica e letteraria le tracce caratteristiche
della cruda parlata popolare qua e là tralucono sempre; ed è inoltre
utile, sotto altri rispetti, esplorare i curiosi fenomeni dell' ibridismo,
che ci porge il volgare cortigianesco ne' vari centri civili della valle
del Po. Penetriamo così nell' intima storia della coltura letteraria in
queste nostre regioni settentrionali, soggette prima alla intluenza fran-
cese e provenzale, poi a quella toscana.
Nel caso nostro è bello altresì vedere come si rilletta 1' autonomia
politica padovana entro la storia del padovano vernacolo, che è la
lingua utlìciale dello Stato e delle classi maggiori tinche duri il prin-
cipato carrarese. Più tardi la città dominante. Venezia, assimilerà alla
sua propria la parlata padovana; e dell'antica iiMipendenza rimarrà
un solo vestigio: il dialetto contadinesco,, pur oggi così caratteristico,
così padovano.
L'Ascoli (p. 421, n. 1) desiderava che i dotti di Padova fossero
meno avari uell'olfrir saggi dell'antico dialetto della loro città. Dopo
la bella raccolta Lovarini il lamento sarebbe men giusto ; ma quanti
e quanti documenti rimangono ancora ignoti, che potrebbero tornare
vantaggiosi all'indagine glottologica! Io sono venuto raccogliendo un
discreto materiale, e lettere e gride e iastrumenti, ecc., fonti pub-
bliche e fonti private, da cui può trarsi copia di fatti e storici e lin-
guistici sicuramente non disprezzabile.
Ecco intanto da un codice prezioso della Civica padovana, segnato
H. ]'. 13 IT), contenente lettere autografe indirizzate via via ne' secoli
CJ \. l,A//AiuNi, Il lamento dellti sposa padovana, ecc., Bologna, 1889, estr.
dal Propugnatore, N. S., I, 2, fase S-d.
— 305 —
a membri della famiglia De Lazara, un saggio del mio materiale. Si
tratta di quattro lettere, che vanno dal 1379 al 1397. Tre, in data,
rispettivamente, del « V de zenaro 1379 ", del « 23 de mazo 1379 ",
del n 20 de apnlle 1384 », provengono da Leone De Lazara, che stava
allora in Ungheria, a Buda, e mandava sue nuove al proprio padre.
Bernardo, a Padova. La quarta ed ultima è di un altro figlio dello
stesso Bernardo, Nicolò, porta la data 24 dicembre 1397, e proviene
da Roma. Sorprendiamo in questi documenti, che arricchiscono l'epi-
stolografia volgare italiana del medioevo, l' intima vita di una nobile
famiglia padovana sul finire del trecento : né mancano le allusioni a
fatti pubblici. J De Lazara erano legati a' Da Canara; e Leone, che
scriveva dall' Ungheria, aveva per i De Carrara militato contro Ve-
nezia : sì che qui ci sia dato cogliere uno de' rapporti vari, che Pa-
dova e i suoi Principi stringevano all' Ungheria contro il comune no-
raico, Venezia.
I due De Lazara scrivono nel vernacolo nativo, in modo che sieno
queste loro lettere un buon cimelio del padovano del trecento, senza
sforzi e artifici, che ne alterino troppo le schiette sembianze.
Mi propongo di pubblicare le lettere, corredandole di opportuni
schiarimenti d'ordine storico e delle debite illustrazioni d'ordine lin-
guistico.
[Padova, 16 aprile 1904. — È passato un anno dal Congresso
storico, al quale mandavo la promessa del mio saggio padovano: ora.
noi rivedere, in bozze, la mia nota vanamente promettitrice dovrei ar-
rossire, se non mi rinfrancasse la coscienza di non aver frattanto but-
tato via il mio tempo. Ma quando altri lavori saranno stati compili
o mandati più innanzi, verrà pure l'ora delle comunicazioni padovane.
Vogliano i compagni di studi essermi adesso larghi di cortese indul-
genza. V. C.^.
So^ioiio 111. — Sloiia delle ùeHeialnre, 'JO
XXIII.
LO STUDIO DELL'ARTE DEL PERIODO
E LA STORIA DELLE LETTERATURE.
Comunicazione del prof. Giuseppe Lisio.
L'argomento posto all'ordine del giorno avrebbe dovuto, fin dal-
l'anno passato, formar tema di discussione. Io, allora, avrei chiesto
lume su la mia idea ai nobili rappresentanti della critica che fossero
qui intervenuti. Ma il libro (') in cui la mia idea è attuata, ha ormai
visto la luce: la critica italiana e straniera se n' è già in parte occu-
pata; la discussione in gran parte è fatta. A me quindi è sembrato
di dover rinunziare a svolgere con inutile ampiezza il mio tema; e mi
restringerò ad una modesta nota.
Quello che dal mio libro e dalla critica mossagli risulta [tra i
critici ricordo, honoris causa, il nostro vice-presidente Hauvette], si è
che una delle prime necessità per integrare la conoscenza della storia
letteraria, sia appunto l'analisi della forma, eseguita con più larghezza
e minuzia che non si usi, mediante l'accertamento e la valutazione dei
fatti stilistici, e, tra questi, de' fatti che si connettono all'arte di for-
mare il periodo: la quale arte, massime per noi Italiani, risale alle più
pure tradizioni del classicismo. A me sembra che il ricercare le cause
della bellezza e della commozione estetica nella special forma di cui
la mente dell'artista impronta il suo pensiero la sua imagine, e lo
stabilire quali rapporti corrano, ad esempio, tra il metro e il periodo,
e come certi effetti risultino o dalla collocazione dello parole o da' le-
gami sintattici preferiti, ed, in tino, il risalire, dove si possa, alle cause
ed agli ambienti, per cui si svilupparono queste particolari formae
me/ilis; siano tutte operazioni critiche, non ui.'no importanti, quan-
(') G. Lisio, L'arte del periodo nelle opere volgari di Dante Alighieri e jV.'
secolo XIII. Saggio di critica e di storia letteraria, Boloarna, Zanioliclli, V?<^'2.
— 308 -
tunqiie diverse e più delicate, che la ricerca di una fonte, di una data,
di una motivazione psicologica nell'opera di uno scrittore. Lascio da
parte l'utilità che da simile studio deriva ne' rispetti dell'educazione ar-
tistica e del raffinamento delle qualità critiche. Io insisto su questo con-
cetto, che i fatti estetici, accertati e ragionati cosi, diventano per la
letteratura veri fatti storici, e ne porgono i più preziosi elementi di
giudizio.
Altrove, notando che la maggior parte de' periodi della Divina
Commedia corrispondono ad una o a due terzine, scrissi già: « Si vuole
una comparazione plastica, che più vive faccia balzar le imagini di
tante migliaia di periodi-terzine o doppie terzine, quante s" incontrano
per il poema dantesco? Chi guardi a'grandiosi pilastri del Palazzo del
Podestà in Bologna, ne scorge le pareti fregiate di più che duemila
rosette ^ d'un largo tutte ", «d'un giro, d'un girare " e tutte tonde. A
prima vista, sembrano foggiate sul medesimo stampo: aguzzando gli
occhi, si rivelano tutte disformi, pur lievissimamente, di disegno e di
bellezza; tanto che non ne troveresti pur una che somigli all'altra.
Sparsi qua e là, specie in alto, vedi rosoni sempre variati nel giro
interno, non altrimenti che le doppie e le triple terzine di certi pe-
riodi comparativi o deprecativi " .
Ed un mio critico, filosofo, acutamente sostenendo che da osser-
vazioni di tal genere non si possono trarre né leggi, né idee generali,
aggiunse ('): «Ora, chi voglia conoscere l'arte cosparsa nei fregi di
quei pilastri, che altro può fare, se non rimirare a una a una quelle
più che duemila rosette?... Poiché ogni periodo è un piccolo orga-
nismo artistico a sé, é una piccola opera d'arte: e ogni opera d'arte
porta con sé la sua legge, ha una particolar bellezza tutta sua, alla
quale non può competere che un'osservazione, una valutazione critica
del tutto particolare e propria".
Ben detto; giustamente osservato: ma mi s' intenda con discrezione.
Che da tutto questo si possa trarre alcuna legge necessaria, che
determini le cause e i procedimenti di simili fatti, credo anch' io im-
possibile. Precisamente come credo impossibile stabilire alcuna legge,
se non sia di puro ordine fisico, che regga di necessità lo svolgersi
de' fatti storici. Ma sono sempre possibili idee generali di critica e
(') V. (j. r,KNTii,E, Rassegna bibliografica della Letteratura Italiana, peii-
n.'ii.. 1903.
— ."^09 —
storia, che abbiano la forza della giustezza se non della necessità ; e
son sempre possibili larghe osservazioni di probabili cause, e sopra
tutto ricostruzioni dell'imagine estetica presentata dalla forma di alcun
grande scrittore.
Dopo le migliaia di particolari analisi, quando sia occorso il felice
e non facile connubio tra la forma dello scrittore, di per sé, in po-
tenza, feconda di effetti, e l'animo del critico capace di ridestarli in
sé, si può da ultimo giudicare del maggiore o minor valore estetico
di un'opera, secondo la quantità e l'energia degli effetti suscitati.
E se nelle migliaia di analisi ricorreranno sempre alcuni elementi
analoghi, difficilmente questi non saranno derivati da una causa unica.
Nel caso presente di tanti periodi-terzine riscontrati in Dante, la causa
sarebbe il metro prescelto in combinazione con l'abito della mente già
formato alla scuola del dolce stil novo, per cui il pensiero si soleva
partire quasi sempre esattamente secondo la partizione metrica. Donde
poi rampollano altri mirabili effetti di perspicuità, di concisione, di forza,
la cui prima radice sta senza dubbio nascosta nello spirito del poeta,
ma la cui via per venire alla luce, fu senza dubbio aperta da quel
metro e da quell'abito.
La luce di questo pensiero, concentrata da me alcuni anni or
sono su una delle opere più originali e vigorose di Niccolò Machia-
velli, sul Principe ('), ed ultimamente su le rime e le prose delle
Origini e su le opere volgari di Dante Alighieri, mi ha come illumi-
nato, nel campo storico, scabrosità e rientranze che prima non mi appa-
rivano 0 travedevo soltanto in ombra. Io ho quasi toccato con mano,
quasi accostato al viso, nell'età delle origini, quelle correnti del periodar
francese, dalle forme fisse, chiare, semplici e scarse, e quelle classiche
dalle forme più complicate, solenni, sonore, svariate, e tramezzo parvenze
di stile tutto paesano, sotto cui il pensiero balza vivace, ma senza im-
peto sfrenato. Ed ho mirato il consertarsi di tutto questo nel dolce
stil novo, ed ho seguito a passo a passo nelle rime e nelle prose di
Dante il lento assimilar delle forme popolari, bibliche, classiche, sco-
lastiche, che egli getta poi nel crogiuolo ardente del grande ingegno
a crear forme del tutto originali. Originalità che spicca tanto più for-
(') Vedi nella Introduzione al testo critico del Principe di .V. ,1/.. Kirenxe.
Sansoni, 1899 e per il coininento al tosto scolastico del Principe di .V. J/, Fi-
renze, Sansoni, 1900.
- 310 —
temente, quanto ma«,'gior ricchezza di forme periodiche e di effetti sti-
listici esfli accumulò, quanto più evidente e stridente appare in lui,
e nel suo modo di concepire ed esprimere, il contrasto tra il periodar
classico, perfettamente fuso e morbido ed ampio e sonoro che più volte
tentò e non finì mai, ed il periodare scolastico e popolare, a scatti
potenti, a partizioni brevi, fatto più di accostamenti ideali che di piena
fusione.
Dante si trova su l'orlo del Rinascimento, e meno per il pensiero
ohe per la forma; precisamente come il Petrarca sembra, per la forma,
irià trovarsi in pieno Rinascimento.
Niccolò Machiavelli, considerato da questo aspetto, dalle prime
1,'randi prose alle ultime, dal Principe alle Istorie fiorenliae, rivela in se,
per il modo ben disforme di periodare, lo scrittore fiorentino e popo-
lare che si fa a poco a poco italiano ed umanista.
Nelle prime opere, specie nel Principe, par che il pensiero viva-
cissimo pu<,^ni con la composizione e si ribelli alle sue esigenze; né
sempre vien fuori intero e fuso con i precedenti ed i conseguenti,
cosi che l'espressione sembri treno scorrente su rotaie liscie. E nessuno
meglio che il Machiavelli de' trattati politici ricorda lo storico Tuci-
dide, quegli che fermò l'imagine dello stile attico, prima che Isocrate
lo venisse foggiando ne" più rotondi, sonori, concatenati periodi creduti
mai dal mondo degni di ammirazione.
E nessuno meglio di lui, per le Istorie, ci rivela la rivoluzione
formale che l'Italia facea subire all'idioma di Toscana, di Firenze, a
tutti i dialetti, domandone la espressione liberamente balzante su dal
cuore e dalla fantasia, entro il comune stampo latino.
Ma io non voglio ripetervi inutilmente le molte considerazioni
estetiche e h.' conclusioni storiche cui son pervenuto per questa via di-
versa, e mi restringo a terminare con una osservazione che io credo
nuova e che a voi, spero, confermerà l'utilità di simili studi per la
storia della letteratura.
Quella specie di catena, i cui vari ani'lli corrispondono a' noQìi
del Parini e dell'Altieri, del Monti e del Foscolo e, se pt^-nnettete, del
Carducci, sembra saldata entro sé da una comune caratteristica for-
male. Solitari, in disparte, come strappatisi fuor della catena, per forza
propria, stanno i veri geni delia nostra letteratura moderna, il Leo-
pardi od il Manzoni. Fuori di questi due, i principali rappresentanti
dell'arte nostra, tutti uniti iifl culto del classicismo, dal classicismo
- 311 -
traggono la miglior parte della loro forma mentis. E questa mi sembra,
per la maggior parte delle opere, si atteggi in loro difettosamente , come
in una posa gladiatoria del tutto esteriore ; alla qual posa essi danno ri-
lievo con un vocabolario ed un frasario o latineggiante od anche lie-
vemente arcaico.
La i^om — è un francesismo il mio, ma non trovo parola italiana
che meglio risponda all'idea — la ipo^a è parte degna d'essere studiata
e approfondita nella letteratura, massime in quella contemporanea.
Or bene, simile amore al latinismo ed all'arcaismo deriva senza dubbio
e dal desiderio di distinguersi, anche per esteriori qualità, sul volgo,
e dallo studio che quegli scrittori posero ne' classici latini, negli italiani
antichi. Ma tutto questo non tolse loro di riuscire vivacemente moderni, se
guardiamo al modo di periodare. Il periodo, nel Parini e nell'Alfieri, nel
Monti e nel Foscolo, e nel Carducci, procede, non dico sempre, ma
quasi sempre, agile, svelto, breve; rade volte si complica in giri troppo
sinuosi, si appesantisce di membri troppo infarciti. E lo schema perio-
dico, se si eccettua nell'Alfieri, povero di atteggiamenti formali, riesce
in tutti quanti svariatissimo.
A che si deve questa specie di contrasto, tra una parte del voca-
bolario e del frasario preferito, e la prevalente conformazione periodica
del loro pensiero? Senza dubbio, all' efficacia continua, incalzante, che
.su noi Italiani, in genere, e su quegli autori in ispecie, ha esercitato
la moderna letteratura francese, dalle svelte forme tanto simpaticlie.
Fenomeno questo che ne ricorda un altro ben noto ed importante nella
prosa delle Origini. Nel Settecento, forse, il nostro studio delle forme
francesi era servile. Da quando il Parlai e l'Alfieri tornarono ad inse-
gnarci libertà ed originalità, il nostro studio del francese si è fatto
più razionale, più libero, ma sempre comune ed utile è rimasto.
All'efficacia della nazione sorella su di noi va. naturalmente, con-
giunta l'efficacia che su quegli scrittori esercitò la vita moderna. Essi
vi presero, con lo spirito almeno, parte attivissima, e ne trassero la
principale ispirazione. Ora, la vita moderna non sopporta il periodar
lungo, posato, simmetrico.
Molto, troppo dobbiamo noi Italiani agli stranieri, Quanta parto
del nostro pensiero, della nostra critica è tedesca! Quanta parte del
nostro pensiero e della nostra forma è francese I
Un saluto di gratitudine e di reverenza a" nobili, intellettuali rappre-
sentanti dell'una nazione e dell'altra, affratellati qui con noi nel co-
mune amore agli studi, sia perciò la miglior conclusione di questa
nota modesta.
XXIV.
À PROPOS DES ÉTUDES COMPARÉES
DE LITTÉRATURES MÈRI DIOx\ ALES
Comunicazione del prof. E. Martinenche.
Je ne vìens pas, Messieurs, voiis faire une communication. Je desile
seuleraent vous présenter deux ou trois observations qui n'aspirent quau
ménte de provoquer d'utiles répouses. Si les Congrès internationaui
ont le grand avantage de nous fournir l'occasion d'écouter de doctes
exposés, ils ne nous sont pas moins profitables quand ils nous' permettent
de rencontrer ceux que nous ne connaissions que par leurs livres et de
nous entendre avec eux pour des études analogues.
Dans la section d'histoire des littératures. où nous sommes, on dis-
tingue d'ordinaire deux groupes principaux : les littératures du uioyen-
àge et les littératures modernes. Or c'était, il n"y a pas bien longtemps,
une sorte de lieu commun de proclamer que les premières n'en formaient
qu'une seule, la littérature européenne du moyen-àge, tandis que les
autres étaient devenues de plus en plus diversement nationales. Je ne
veux pas, bien entendu, discuter ce quii y a dexagéré dans cette idée.
Je constate seulement qu'elle n'a pas peu coiitribué à diriger surtout
vers le moyen-àge les études de littératures comparées. Il semble qu'au-
jourd'hui on assiste à un autre mouvement. On se préoccupe davantage
de rechercher et de préciser Ics relations littéraires des différents pays
modernes. On s'aper^oit mieux que les frontières n'ont jamais été des
barrières infranchissables. Après avoir fait le compte de ses richesses.
chaque nation se demanda ce qui doit en revenir à autrui. ne serait-ce
que pour raieui counaìtre ce qui représente lo plus pur de son pro-
pre genie.
On a déjà pose plus d'un jalon sur cette route nouvelle ou sim-
plement raoins fréquentée. On conserve eucore, et avec raison. la dis-
tinctiou chère à M"'^' de Staél entre les littératures du N'^rd A cA\i'>
— 314 -
dii Midi. Polir m'eu touir ù ces dernières. daiis l'histoire de leiir évo-
lution ou a assez exactemeut déterminé les périodes esseutielles. Nous
connaissons d'une manière moins imparfaite les ópoques où l'Italie,
r Espagne et la Franco firent sentir les unes sur les autres leur influence
successivement prépondérante. Mais ces iutluences se mélent souvent
entre eiles, couime, par exemple, coUes de l'Italie et de l'Espagne sur
la littérature franyaise dans le premier tiers du dix-septième siede.
Pour les étudier et les déméler plus clairement, peut-ótre serait-il ben
de recourir à une espèce d'entente iuteruationale. Dans quel esprit
convient-il de la faire? Avec quels raoyens pourrait-on la réaliser?
Je voudrais d'abord qu'on se dégageàt d'un sentiment dangeroux
et d'une idée fausse. Ce sentiment, c'est une sorte d'orgucil mal com-
pris qui nous pousse à chercher dans l'étude des sources étrangères
d'une Q?uvre nationale une occasion de gloritìer ani dépens d'autrui
nutre propre genie. Gomme il convient de commencer par son jardin.
qiiaud on a des pierres à jeter. je n'hésite point à condamuer l'attitude
prise si souvent par la critique franyaise du dix-huitième siede et d'une
bonne partie du dix-neuvième à l'égard de la comedia espagnole. Il
est vrai qu'elle a surtout péclié par ignoraiice, mais elle se fùt épargné
bien des sottises et des injustices si elle ne s'était point imaginé que
la gioire de Corneille et de Racine serait d'autant plus brillante qu'elle
jetterait plus d'ombre sur Lope de Vega et sur Calderon. D'autre part,
si je comprends très l)ien que l'Allemague romantiquo ait beaucoup
goùté le drame de l'Espagne ea son àge d'or, faut-il l'approuver d'avoir
cherché non pas tant à en faire l'éloge qu'il en tirer une critique de
notre tragèdie classique? Pour ne citer qu'un exemple, je rappellerai
la plaisante contradiction de M. de Scback qui, fante de renseigne-
nients biographiques sm- Diamante, qu'il vieillissait étrangement, ac-
cordait à cet Jfonrador de su jìadre, qui n'est qu'une assez mediocre
copie du Cld, autant d'éloges qu'il avait adressé de blàmes au premier
chef-d'oeuvre de Pierre Corneille. Son Histoire de l'art et do la litté-
rature dramatiques en Espagne n'aurait rien perdu i\ ne pas se changer
à la moiudre occasion en une diatribe contre le tiiéàtre do Corneille et
de Racine. On croirait vraiment, à le lire, que la tragedie classique
fran9aise est un modèle effroyablement écrasant et que le drame euro-
péen ne sera libre de tonte honteuse servitude que lorsqu'on aura en-
seveli sous le mépris universel une forme d'art qui eut pourtant sa
raison d'étre et sa valeur! Ce n'est pas ce sentiment de jalousie Inter-
nationale qu'il faut apporter dans l'étude comparée des littératures.
- 315 —
Il n'y faut pas apportar davantagc cette idée fausse qui consiste
à attribuer une valeur exagérée aux emprunts les plu3 insignifiants.
On ne distingue pas assez nettement entre les imitations qui sont des
esclavages et les créations qui furent faites en partie avec des mató-
riaux étrangers. Direz-vous qu'iine statue est italienne parce quelle a
été sculptée dans du marbré de Carraie? En vérité, on se fait parfois
de l'invention littéraire une idée étrangement naive. On n'invente rien
au sens absolu du mot, on ne fait que se souvenir. Qu'on se souvienne
de choses vues ou de choses Ines, peu importe, pourvu que ces sou-
venirs soient une occasion de révéler l'amo d'une race et le genie d'un
iiidividu. Les grands maìtres de la Grece n'ont-ils pas sans cesse eiploité
les mOmes légendes? L'identité de leiu- matière a-t-elle jamais entravé
leurs diverses personnalités? Il n' est pas un seul sujet de fable que
La Fontaine ait inventé. Est-il cependant artiste plus originai?
Ce sont là, semble-t-il, des vérités banales. Elles ne le sont pourtant
pas autant qu'il le faudrait. Je lisais dernièrement le livre de M. Huszàr
sm P. Coraeille et le théàtre espagnol (Paris, 1903). L'auteur n'ap-
porta sur cette question à peu près aucun document nouveau. 11 n'a
écrit son étude que parce qu'en sa qualité de Hongrois il se piqué
dune impartialité supérieure. Et il se trouve que sa thèse et les dé-
monstrations par lesquelles il essaie de l'établir sont d'une partialité
en quelque sorte enfantine. Tout son effort tend à prouver que P. Cor-
neille est le pére d'un théàtre " pseudo-classique " dont les héros ne
sont ni antiques, ni Pran9ais, mais à moitié Espagnols, et dont les
diverses pièces manifesteut une égale absence d'originalité. J'ai discut*^
ailleurs (') les arguments de M. Husziir qui retrouve l'intiuence de la
Coraedia jusque dans la manière méme dont elle ne se manifeste pas (-),
mais laissez-moi redire ici combien il serait fàche\ii de voir les études
de littératures compardes inesurer la personnalité d'un écrivain à la
quantité de ses prótendus emprunts.
Heureusement une connaissance plus complète et plus penetrante
des littératures méridiouales de l'Europe moderne ne contribuera pa>
peu à nous débarrasser d'un tei préjugt'. A mesure que nous seron^
mieui informés, nous comprendrons mieux aussi que ces littératures se
dégagent naturellement les unes des autres et qu'elles n'out rien à
(') Cf. Revue iVIlistoire littéraire de la France (jiiuvier-iuars 1903) et Bui-
letin hispa7ii(jue (avvil-juin, lOOo).
0) Constat;int. i)ar exeinplo, (ine Curneille evito les aparta, - il n'est pas
iinpossible «, écrit .Mr. Huszàr, »• qu'il ait sonire m dranio esp»fjnol qui e» abuse -
(p. 230).
— Me -
s'eDvier les unes aux autres. Nous trouverons, par exemple, chez les
tioubadours proven9aux l'origine de cette préciosité italienne qui nous
t'splique à son tour une partie, et non des moindres, de l'anivre de
iiotre Pleiade. De raéme nous autres Franjais nous n'aurons aucuu
.-iTupule à reconnaitre la dette de notre roman des 16® et 17® siècles
«Mivers r Espagne et ses Amadis qui vicnnent eux-mémes tout d'abord
de Gaule, En somme, dans ce qu'on emprunte à l'étranger, on ne
s'assimile que ce qui vous convient, et on le fait sien en se l'assimi-
lant, t. en le convertissant en sang et nourriture ". Il serait ridicule
aii début de ce vingtième siècle de chercher dans des dtudes iuter-
nationales à satisfiùre un esprit démodé de dénigrement réciproque.
Il faut chercher, au coutraire, dans des sentiments d'entente cor-
iliale les moyens d'étudier minutieusement les sources étrangères de
nos ceuvres nationales. Or il semble qu'avec de la bonne volonté de
part et d'autre on pourrait plus d'une fois se reudre de précieux ser-
vices. Souvent une indication qui nous est inutile peut avoir son in-
térét pour d'autres. Je suis persuade, par exemple, que Le gelosie
fortunate del principe Rodrigo, qui a inspiré à Molière son Don Garcie
de Navarre, vient elle-méme d'un originai espaguol. Il est possible que
dans une préface d'une édition conteniporaiue de Cicognini se rencontre
Mir ce poiiit quelque phrase significative. Je n'ai pas besoin de dire
que ma reconnaissance est acquise au savant Italien qui voudrait bien.
si elle existe, me la communiquer. Qui sait méme si ce rouseignement
n'a pas été déjà donne? Que de fois, en effet, nous cherchons péni-
blement ce qui a été trouvé à notre insù! Je ne vous étonnerai sans
doute pas en vous rappelant qu'on n'a pas toujours le temps de lire
toutes les revues. Mais quel moyeu pratique pourrions-nous avoir de
mettre à protìt une mutuelle complaisance?
.Te ne crois pas qu'il faille songer pour le moment i\ recourir Ji
une publication speciale comme ce Journal de littérature comparée qui
est imprimé en Amérique. Son programmo est trop ctendu puisqu'il
embrasse aussi bien le Nord quo le Midi, et, d'autre part, le nombre
de ses lecteurs n'est encore assez grand ni dans le nouveau ni dans
l'ancien monde ('). Ne vaudrait-il pas mieux se mettre d'accord pour
choisir en Italie, en Espagne et en Franoe une revue, une seule, qui
consentirait volontiers à publier une sorte de questionnaire? On s'adres-
(') Je crois bien qu'il faut faire ù peu près les in<''iiios ré.serves pour la ^^«7-
silirift fÙT vergleickende Literatun/eschichte.
— 317 -
serait à Tune ou à l'autre de ces trois publications selon l'origine dii
document ou du renseignenient demandé.
Qiioi que vous puissìez penser de cette proposition, je croi^,
Messieurs, que vous serez d'accord avec moi pour reconnaitre l'utilité
d'une syrapathie réciproque dans Tétude comparée de nos littératurea
nationales.
INDICE
PARTE PRIMA.
Verbali delle sedute ^
PARTE SECONDA
1). Tema di discussione-.
I, D'Ancona Alessandro e Fumagalli Gilseppe, Proposta «li una
biobibliografia italiana (Relazione) ^
n. Barbèra coram. Piero, Per la proposta di una bio-bibliografia
italiana: intorno al: «Nuovo saggio del catalogo ragionato delle
edizioni Barbèriane n (Discorso) ^"
2). Comunicazioni:
III. Meyer prof. Paul, Commemorazione di Gaston Paris 23
IV. Harnack dott. Otto, Goethe und die Renaissance -'>
V. Piaget prof. Arthur, Le temps recouvré, poème de Pierre Cha-
stellain compose a Rome en 1451 '^'
VI. ZuccARO prof. Luigi, Le Colonie provenzali della Capitanata. . . 45
VIL FoERSTER prof. W., Sull'autenticità dei Codici d'Arborea .... 53
Vm. Hallberg dott. E., Note sur la Genèse des quatre épopées cbre-
tiennes
IX. Mkyer prof. Paul, De l'expansion de la langue fran<;aise en Italie
pendant le moyen-àge . ^'
X. Jablonowski W., La letteratura polacca contemporanea .... 105
XI. Croce Benedetto, Per la storia della critica e storiografia lette-
varia '^'t
XII. Lisio prof. Giuseppe, Note Ariostesche ^'^'
XIII. Flamini prof. F., Di alcune inosservate imitazioni italiano in poeti
francesi del cimiuccont-» **'^
— 320 —
Pao.
XIV. Drjob prof. Ch.\rles, Nota per servire alla sturia degli esuli Ita-
liani in Francia sotto Luigi Filippo 173
XV. ^Iaddalen.k prof. E., Lessing e Tltalia 183
XVI. ZuccARO prof. LriGi, Victor Balaguer, l'autore dei " Recuerdos de
Italia n 195
XVII. Galletti prof. Alfredo, Del concetto scientifico della critica let-
teraria 205
XVIII. Li ISO prof. F. I'., Di un commento inedito alla Divina Commedia,
fonte dei più antichi cumincntatori. • . , 219
XIX. Tancredi prof. dott. Giovanni, Il Margotte del Pulci, il Cingar del
Folengo e il Panurgo del Rabelais 227
XX. Chiattone prof. Domenico, Per T « Autobiografìa » e per i «Co-
stituti n di Silvio Pellico, e per una recente riabilitazione . . . 241
XXI. Baidi di Ves.me conto Benedetto, Rolando marchese Della Marca
Brettone e le origini della leggenda di Aleramo 269
XXII. Crescim prof. Vincenzo, Lettere del '300 in volgare padovano . . 21*7
XXIII. Lisio prof. Giuseppe, Lo studio dell'arte del periodo e la storia
delle letterature .- 301
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D International Congreas of
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1903 Atti del Congresso
v,4. internazionale di scienze
storiche
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